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NEWS
7 Marzo 2010
Auguri del Papa a Bartolomeo I per i suoi 70 anni Celibato sacerdotale: un convegno alla Santa Croce La svolta di Agnolin: «Ora fischio per la vita» Chopin, i 200 anni dell’esule del piano Trovato un chiodo in una tomba di Templari: “È della croce” Mons. Nugent, dopo 10 anni come “delegato apostolico”, lascia la Cina E l’anticlericalismo riempie gli scaffali Cándida María de Jesús, una vita spesa nell'educazione dei giovani Crocifisso: la Corte Europea accoglie il ricorso dell'Italia San Francesco un «cataro»? Il contrario! La Cei: "Sud paralizzato dal legame mafia-politica" In Cile sono crollate le chiese ma non la Chiesa È morta Rosemary Goldie, una donna al servizio della Santa Sede Storia di Shazia. Novità per aiutare… I miracoli “infedeli” di Wojtyla E Lourdes cura anche la ragione Benedetto XVI conclude gli esercizi spirituali A Ostia (Roma) il primo happy hour cattolico A novembre il Papa sarà a Santiago de Compostela e a Barcellona Le Monache Benedettine Vallombrosane di S. Gimignano (SI)
Auguri del Papa a Bartolomeo I per i suoi 70 anni
In occasione del 70° compleanno del Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Sua Santità Bartolomeo I, Benedetto XVI gli ha inviato un telegramma di auguri per questo "felice evento". Il compleanno del Patriarca, si legge nel testo, offre al Papa "una gradita opportunità di ringraziare Dio, Padre di Nostro Signore Gesù Cristo e datore di ogni bene, per le abbondanti benedizioni che ha elargito su Sua Santità". Allo stesso tempo, dà al Pontefice la possibilità di porgere a Bartolomeo I i suoi "fervidi e fraterni auguri, accompagnati dalle mie preghiere che il nostro unico Signore la sostenga con la sua forza e la sua grazia mentre svolge il suo alto ministero di pastore, predicatore del Vangelo e maestro di vita spirituale". Il Papa richiama quindi i "piacevoli ricordi" degli incontri con il Patriarca, riferendosi soprattutto alla sua visita al Fanar per la festa di Sant'Andrea, dal 28 novembre al 1° dicembre 2006. Incontrando il Patriarca nella chiesa di San Giorgio a Istanbul durante quel viaggio, il Vescovo di Roma aveva augurato: "Che questo incontro rafforzi il nostro mutuo affetto e rinnovi il nostro comune impegno a perseverare nell'itinerario che porta alla riconciliazione e alla pace delle Chiese". "Scambio con Sua Santità un santo abbraccio, esprimendo la mia speranza nella fede che lo Spirito di Dio continui a illuminare e a guidare il nostro cammino verso la piena comunione desiderata da Cristo per tutti i suoi discepoli", conclude Benedetto XVI nel suo messaggio di auguri. (Zenit, 28 febbraio 2010)
Celibato sacerdotale: un convegno alla Santa Croce
“Il celibato sacerdotale: teologia e vita” è il tema del XIV Convegno organizzato dalla Facoltà di Teologia della Pontificia Università della Santa Croce, in programma dal 4 al 5 marzo (piazza Sant’Apollinare, 49). L’iniziativa, che gode del patrocinio della Congregazione per il Clero, rientra nell’ambito dell’anno sacerdotale indetto da Papa Benedetto XVI e si pone lo scopo di “riflettere sulle novità della ricerca sulla dottrina sul celibato”, studiando la materia in “maniera interdisciplinare”, anche a fronte degli sviluppi registrati negli ultimi decenni. A presentare le varie prospettive ci saranno, il primo giorno (4 marzo), il prof. Stefan Heid (Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana): “La ricerca storica sul celibato e sulla continenza clericale a partire dal Concilio Vaticano II”; Mons. Angelo Amato (Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi): “Per una teologia del celibato di Gesù Cristo, Pontefice della Nuova Alleanza”; il prof. Laurent Touze (Pontificia Università della Santa Croce): “Il celibato è vincolato al sacramento dell’Ordine? Per una teologia spirituale del celibato”; Mons. Damiano Marzotto (Pontificia Università Gregoriana): “Celibato sacerdotale e fraternità: dal Nuovo Testamento alla vita”. Ad introdurre i lavori del secondo giorno (5 marzo), il Card. Claudio Hummes, O.F.M., Prefetto della Congregazione per il Clero. Seguiranno gli interventi del prof. Aquilino Polaino (Università San Pablo-CEU di Madrid) su “La realizzazione della persona nel celibato sacerdotale”; del prof. Pablo Gefaell (Pontificia Università della Santa Croce) su “Il celibato sacerdotale nelle Chiese orientali: storia, presente, avvenire”; del prof. Antonio Malo (Santa Croce) su “Antropologia dell’affettività e celibato sacerdotale”. Il Convegno si concluderà con la tavola rotonda dal titolo “Come formare al celibato sacerdotale oggi? Esperienze a Roma e nel mondo”, a cui prenderanno parte alcuni formatori e rettori di seminari. Nel corso delle due giornate, inoltre, è previsto uno spazio per le comunicazioni dei partecipanti. (Zenit, 1 marzo 2010)
La svolta di Agnolin: «Ora fischio per la vita»
Il vento di discordia contro gli arbitri che spira su tutta Europa, non è arrivato fino all’Africa. Laggiù, il “saggio” arbitro a riposo, il 67enne Luigi Agnolin, imperturbabile, nel frattempo scrutava un’orizzonte assai al di là del colore delle maglie numerate dei calciatori. Anche se gli basta un attimo per ricollegarsi con la nostra triste realtà. «Il calcio italiano - dice - è in crisi, ma è normale, se valori come il rispetto per gli arbitri e per gli avversari sono andati in malora cosa ci si può aspettare? La classe dirigente è la prima responsabile di questo stato di cose, perché in quale altra parte del mondo si cambiano 15 allenatori dopo 25 giornate? Il risultato a tutti i costi che da noi viene inculcato fin da bambini, ha portato alla perdita dello spettacolo e a stadi desolatamente vuoti. Al sabato pomeriggio se uno vuole andare in un posto tranquillo e isolarsi, io consiglio di recarsi nella tribuna di un qualsiasi stadio della nostra serie B...». Sorride Agnolin che preferisce tuffarsi nei ricordi freschi e vitali della “sua Africa”, da dove è appena tornato, “in bici”. Laggiù, per i bambini del Mali e del Senegal, non è il signor Agnolin da Bassano del Grappa, ma semplicemente Gran Papà. I piccoli di quelle terre lontane, l’hanno visto arrivare in sella a una bicicletta, mostrando sotto al caschetto la sua barba bianca da Babbo Natale. Con i calzoncini corti, i calzettoni calati sulle caviglie come Sivori, ha guidato il gruppo nel viaggio-missione organizzato dalla Uisp, da Bamako a Dakar, il primo “Silenzioso Tour della solidarietà”. «Un Tour spirituale personalmente, ancor prima che sportivo, cominciato in Mali, lambendo la Mauritania e approdando infine in Senegal - racconta Agnolin -. Abbiamo percorso 700 km in bicicletta in sei tappe, dal 15 al 21 febbraio. Circa 1500 km, compresi gli spostamenti in autobus da un Paese all’altro, seguiti da un’ammiraglia, un furgoncino e un ambulanza». Una carovana allegra e multirazziale quella partita da Bamako con l’obiettivo di lanciare un messaggio forte: «Lo sport è un diritto di tutti». Messaggio subito recepito dai ciclisti maliani e senegalesi che si sono aggregati alla spedizione italiana, insieme alla quale hanno coperto tutto il tracciato. «Da una quarantina di ciclisti che eravamo alla partenza, siamo arrivati a Dakar in più di cento, con il traffico bloccato dalla folla che è accorsa a salutarci», dice ancora emozionato Agnolin. A ogni tappa, lo scopo principale del Tour-missione, era quello di andare a verificare i progetti delle varie Ong presenti e operative da tempo su quei territori. «Abbiamo toccato con mano il grande lavoro svolto dalle Ong e portato il nostro piccolo aiuto concreto: a cominciare dal Centro contro l’abbandono scolastico di Fatick, è consistito nel fornirgli materiale sportivo, ma soprattutto nel prestare massima attenzione all’ascolto delle problematiche dei tanti giovani che sono la maggioranza delle popolazioni del Mali e del Senegal». Il Gran Papà e i suoi “gregari” hanno tenuto lezioni di educazione sportiva e c’è chi giura di aver visto il signor Agnolin riprendere il fischietto in bocca e arbitrare una gara di ragazzini, nei campetti sterrati in cui sostavano. «È stata una grande esperienza basata sulla condivisione. Un viaggio sfidando il vento, le strade accidentate, il caldo asfissiante, le forature dei copertoni, ma con la consapevolezza di un traguardo profondo, in cui il ricevere è stato di gran lunga superiore al nostro dare. Il premio, nei villaggi in cui passavamo, era vedere il sorriso dei bambini. È con il sorriso che affrontano il loro difficile viaggio quotidiano. Ho visto bimbi che per raggiungere la scuola si fanno a piedi anche 5 km al giorno, portando con sé un quadernino e una penna che si fanno bastare per tutto l’anno scolastico. Eppure, specie in quei luoghi che non sono ancora contaminati dai media, si avverte la sensazione che quella gente a riparo dalle cose futili e soprattutto tragiche dell’Occidente, vive meglio». L’occhio attento dell’ex arbitro lascia il posto a quello del filosofo. E seguendo la rotta dello scrittore senegalese Joseph Ndiaye è arrivato fino a Gorée. L’Isola vicino a Dakar, detta la «Porta di non ritorno», per quei milioni di uomini, donne e bambini che dalla metà del ’500 da lì vennero strappati alle loro radici e ridotti in schiavitù nelle lontane piantagioni delle Americhe. «In una piazzetta davanti al mare, al riparo dai rumori del grande bazar, ho avuto attimi di grande riflessione sull’uomo. Ho riflettuto sulle tante catene, spesso invisibili, della società globalizzata in cui viviamo che ha appiattito tutto e che ha illuso quella gran parte di umanità priva di mezzi di sussistenza che in fondo se la può giocare alla pari. E intanto ci sono comunità africane dove muore un bambino al minuto… In mezzo a tanta miseria, il ciclismo, il calcio, con il loro linguaggio universale accomunano i popoli, rinsaldano lo spirito di gruppo e regalano la gioia vera e autentica del traguardo finale». Il Gran Papà è appena sceso dalla sua bicicletta, ma già sogna il ritorno. «Con la comunità di Villa San Francesco di Pedavena (Belluno), stiamo mettendo a punto un progetto per il prossimo anno: dipingere con dei murales le case di Gorée, perché torni ad essere prima di tutto un grande centro culturale e non più solo il “mercato” che deve soddisfare i desideri di passaggio dei troppi turisti per caso in giro per l’Africa». (Massimiliano Castellani, Avvenire, 28 febbraio 2010)
Chopin, i 200 anni dell’esule del piano
Un uomo diviso in due. Tra la Polonia, sua terra natale, e Parigi, città che lo adottò e dove scrisse i suoi capolavori. Dove visse in mezzo agli artisti di Pigalle. Dove incontrò la scrittrice George Sand, sua compagna di arte e di vita. Il mondo celebra Chopin. Che per rendere omaggio alla Francia – da dove proveniva il padre – cambiò in Frédéric il suo nome di battesimo, Fryderyk Franciszek. Domani si celebrano i 200 anni della nascita del musicista, diviso da sempre tra il paesino di Zelazowa Wola, dove nacque il 1° marzo 1810 e la capitale francese, dove si trasferì nel 1831 e dove morì il 17 ottobre del 1849. Diviso in vita. Ma anche in morte. Sepolto nel cimitero di Père Lachaise a Parigi, il suo cuore riposa nella chiesa di Santa Croce a Varsavia. Lo chiese lui stesso. Varsavia lo celebra con una maratona lunga 171 ore. Tante quante sono quelle che intercorrono tra il 22 febbraio, data di nascita riportata sul certificato di battesimo, e il 1° marzo, giorno dichiarato dalla famiglia. Una maratona intitolata Il compleanno più lungo di Chopin, iniziata, appunto, il 22 febbraio, che si concluderà domani. Grandi interpreti si sono dati il cambio in questa staffetta: Rafal Blechacz, vincitore nel 2005 del Concorso Chopin – manifestazione che nel 1960 fece conoscere al mondo Maurizio Pollini –, Ivo Pogorelich, Murray Perahia. Oggi sono attesi Martha Argerich e Daniel Barenboim. Mentre a Cracovia, l’arcivescovo della città, il cardinale Stanislaw Dziwisz, celebrerà una messa in ricordo del compositore. Domani, cuore delle celebrazioni sarà il paese natale di Zelazowa Wola. Ma l’attenzione sarà puntata anche sulla riapertura, nella capitale, del Museo Chopin, ristrutturato in chiave multimediale da due italiani, gli architetti Mara Servetto e Ico Migliore. Chopin come marchio per rilanciare la Polonia, terra sempre presente nelle pagine dell’autore, nella malinconia delle Mazurke o negli echi popolari di Studi e Preludi. Chopin diventato nel 2007 il protagonista di un videogioco, Eternal sonata, basato su elementi musicali contenuti nelle sue opere. Chopin presto in un film, The Flying machine. La pellicola in 3D di Martin Clapp e Marek Skrobecki, nella quale gli attori interagiscono con cartoni animati, vede tra i protagonisti il pianista cinese Lang Lang, che proprio a Varsavia, il 7 gennaio, ha aperto le celebrazioni per l’anniversario chopiniano. Anche Parigi rende omaggio al compositore. Una mostra, Chopin. La note bleu, al Museo della vita romantica. Diversi concerti – anche qui arriveranno la Argerich e Barenboim insieme a Krystian Zimerman, polacco come Chopin e grande interprete delle sue pagine – in programma alla Biblioteca polacca, al Museo d’Orsay e al Teatro degli Champs-Elysees e alla Salle Pleyel, che prende il nome dalla marca dei pianoforti suonati dal musicista. E proprio gli strumenti Pleyel saranno i protagonisti della giornata che il Teatro alla Scala domani dedica al compositore. Alain Planès eseguirà Chopin su due esemplari del 1839 e del 1852 per evocare il suono che Chopin avvertiva mentre componeva. Il teatro milanese omaggia Chopin anche con un ciclo di concerti che lo affiancano a Schumann (anche del compositore tedesco nel 2010 si celebrano i 200 anni della nascita): protagonisti Pollini, Barenboim, Lang Lang ed Evgenij Kissin. E anche la televisione – ma, purtroppo, non il servizio pubblico – si mobilita. Iris, canale visibile gratis sul digitale terrestre, programma otto appuntamenti dedicati al musicista. Si parte domani alle 21 con Andrea Bocelli che racconterà il suo legame con il compositore polacco. Iris manderà in onda, sino al 18 aprile (ore 10) e sempre preceduta da una conversazione con un personaggio del mondo musicale, l’integrale delle opere di Chopin. Una maratona registrata all’Auditorium con allievi e maestri dell’Accademia pianistica internazionale di Imola. (Pierachille Dolfini, Avvenire, 28 febbraio 2010)
Trovato un chiodo in una tomba di Templari: “È della croce”
Lo scenario e' degno di un film d'avventura: la tomba di tre cavalieri sepolti con le loro spade e, su una lama, il simbolo dei Templari. Seppellito con loro uno scrigno ornato che custodisce un chiodo. Non un chiodo qualunque, per due motivi: risale a un'epoca compresa tra il primo e il secondo secolo dopo Cristo ed è stato maneggiato da molte persone, come se fosse una reliquia. Potrebbe trattarsi – anzi secondo l'archeologo Bryn Walters lo è – di uno dei chiodi con cui fu crocifisso Gesù. «L'epoca è quella – ha detto Walters al “Mirror” – e il chiodo invece di essere arrugginito e macchiato, è' lucido e ha gli angoli smussati, come se gli acidi del sudore di molte mani lo avessero preservato nei secoli. Segno che per qualcuno quel chiodo aveva molta importanza». Il suggestivo ritrovamento è stato fatto sull'isola di Ilheu de Pontinha, al largo di Madeira, in un forte di Templari. (Aginews, 2 Marzo 2010)
Mons. Nugent, dopo 10 anni come “delegato apostolico”, lascia la Cina
«Vorrei visitare ogni vescovo in comunione col papa, sia ufficiale che sotterraneo, abbracciare ognuno di loro e pregare insieme il Padre Nostro»: è il desiderio che mons. Eugene Martin Nugent confida ad AsiaNews, alla vigilia della sua partenza per Roma dopo aver passato 10 anni come responsabile della “Missione di studio” della Santa Sede ad Hong Kong, che agisce come una specie di nunziatura per la Chiesa in Cina. Mons. Nugent ha potuto visitare la Cina solo una volta e non ha potuto mai incontrare in modo diretto i vescovi cinesi a causa delle limitazioni imposte dal governo. Ma dall’incontro con sacerdoti e laici cinesi il suo parere sulla Chiesa in Cina è che essa “è una Chiesa giovane, dinamica e vibrante” anche se vissuta “in circostanze davvero difficili”. Il 13 febbraio scorso, alla vigilia del Nuovo anno cinese, Benedetto XVI ha nominato mons. Nugent nunzio in Madagascar e delegato apostolico nelle Comore e nella Reunion. Il 18 marzo prossimo, per le mani del card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, egli sarà consacrato arcivescovo Cinquantunenne irlandese, mons. Nugent partirà presto da Hong Kong. Sarà poi a Roma per l’ordinazione; a Pasqua sarà in Irlanda e poi, verso maggio, andrà in Madagascar, un Paese con 4 milioni di cattolici e il 40% di cristiani, su una popolazione di circa 17 milioni. A poche ore dal suo ritorno in Europa, mons. Nugent confessa tutta la sua ammirazione per Hong Kong, la sua efficienza e il suo ordine. “Avrò nostalgia dei molti e meravigliosi amici che ho avuto, oltre che – naturalmente ò della cucina cinese!”. Un buon diplomatico, mons. Nugent è conosciuto anche per la sua forte spiritualità, per la quale ringrazia la sua famiglia e i suoi genitori che “ci hanno fatto crescere in una famiglia felice e in un ambiente sano, dove la fede era una cosa naturale e normale”. Ordinato sacerdote nel 1983, mons. Nugent ha concluso i suoi studi alla Pontificia Accademia ecclesiastica nel ’92. Prima di venire ad Hong Kong ha lavorato nelle rappresentanze pontificie di Turchia e a Gerusalemme (Israele e Palestina). Mons. Nugent (nome cinese: Liu Yuzheng), è definito dai cattolici cinesi il “Daiban”, il delegato del Vaticano ed è da tutti stimato per la sua fortissima memoria e la sua dedizione (un po’ come Matteo Ricci). Giunto ad Hong Kong nell’agosto 2000, egli ha lavorato per cinque mesi con mons. Fernando Filoni, ora sostituto della Segreteria di Stato. Curiosamente, anche mons. Filoni concluse la sua missione ad Hong Kong alla vigilia dell’Anno Nuovo cinese del 2001. Il suo campo di lavoro è quella della Chiesa in Cina, con 12 milioni di fedeli, 138 diocesi (116 attive; 22 inattive), con circa 90 vescovi, 3 mila sacerdoti, 5 mila suore; 10 seminari maggiori e 22 minori nella Chiesa ufficiale e 10 seminari nella Chiesa sotterranea. Durante i suoi 10 anni di missione, il servizio di mons. Nugent ha incontrato momenti belli e drammatiche sfide. Nella sua conversazione con AsiaNews, afferma: “Ammiro la fede dei vescovi, dei sacerdoti e dei laici, la testimonianza della loro vita in circostanze davvero difficili”. “Una delle sfide più aspre – continua – è stato il caso delle ordinazioni illecite dei vescovi cinesi, specie i tre casi del 2006. È stata un’esperienza dolorosa per me. In quel periodo ho passato molte notti insonne”. Facendo il paragone fra la Chiesa cinese del 2000 e quella di adesso, mons. Nugent nota che “oggi essa sulla strada della ‘normalità’ in modo molto più fermo che all’inizio. La Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi ha segnato una chiara direzione”. E spiega che “normalità” significa l’applicazione delle leggi universali della Chiesa a una situazione dove in passato si erano applicate molte speciali facoltà e privilegi. E come esempio cita la normalizzazione della diocesi di Shanghai, dove la successione dei vescovi è stata messa in chiaro nel 2005. “Sono convinto – aggiunge – che alcuni dei vertici del governo cinese comprendono molto bene l’importanza dell’unità fra i cattolici, non solo in Cina, ma anche con la Chiesa universale, come è sottolineato nella Lettera del papa”. Secondo il diplomatico vaticano, la Chiesa in Cina dovrebbe godere di piena libertà religiosa, come i cattolici di tutto il mondo. I fedeli che vivono in unità, solidarietà e pace fra di loro offriranno un contributo positivo all’unità, solidarietà e pace nelle relazioni con la società cinese intera. “Penso – dice - che questo dovrebbe essere lo scopo della politica del governo cinese”. Mons. Nugent ha dovuto affrontare molti temi controversi. “È inevitabile – spiega – che ci siano critiche, specie quando si tratta di affrontare situazioni sofferte come quelle della Chiesa in Cina. Ma le critiche sono state oneste. Tutto il mio lavoro ha avuto come scopo quello di appianare i conflitti e aiutare la Chiesa a trovare le migliori soluzioni per ogni caso”. Una delle difficoltà che egli ha avuto nel suo lavoro è che “non è possibile avere rapporti diretti con i vescovi della Cina, così per comunicare si deve dipendere da terze parti”. In Cina ci sono attualmente 90 vescovi in tutto, della comunità ufficiale e sotterranea. “Le nostre lettere in risposta ad alcuni problemi della Chiesa locale – confessa - possono sembrare in favore di una parte, rendendo scontento l’altra; qualche volta una parte può reagire in modo critico, mentre l’altra reagisce positivamente”. Per la Chiesa in Cina, la Lettera di Benedetto XVI del 2007 è “come una roadmap: anche se i risultati per adesso non sono chiari ed evidenti, almeno ognuno ormai comprende la direzione che dobbiamo prendere”. Mons. Nugent precisa: “Noi non domandiamo alla comunità sotterranea di registrarsi ufficialmente, o di venire allo scoperto; né domandiamo alle comunità ufficiali di divenire sotterranee. Domandiamo però un sincero sforzo di entrambe le parti di camminare in modo spedito verso la riconciliazione”. Egli spera che “le comunità ufficiali siano più coraggiose nel fare gesti di comunione e nel costruire rapporti di fiducia con le comunità sotterranee”. Allo stesso modo “spero che le comunità sotterranee siano capaci di ulteriori progressi di apertura verso le comunità ufficiali. Capisco che questo richiede tempo e non si può costringere. E noi della Santa Sede non stiamo costringendo nessuno, ma vogliamo facilitare questo processo”. Citando un famoso slogan di Giovanni Paolo II, “Non abbiate paura!”, mons. Nugent fa lo stesso augurio alla Chiesa in Cina e invita i cattolici a “tenere alta la testa” senza compromessi sui principi ecclesiali e a continuare il cammino insieme, nella comunione e nella riconciliazione”. La speranza della Chiesa in Cina poggia sul raggiungimento di questa maggiore unità all’interno della Chiesa cattolica, dando “testimonianza a Cristo, al vangelo e testimoniando la carità nella grande società cinese”. In dieci anni mons. Nugent ha incontrato centinaia di sacerdoti, suore, seminaristi e solo alcuni vescovi, dato che essi subiscono molte restrizioni sui viaggi. “Nei momenti critici – spiega – i vescovi hanno inviato loro delegati per comunicare le loro vedute”. “Dall’incontro con vescovi e sacerdoti della Cina ci si accorge di essere davanti a una Chiesa giovane, dinamica, vibrante. È pure vero che si vede una Chiesa divisa e perseguitata, dove la fede è messa alla prova. Ma sebbene la Chiesa sia controllata, essa trasuda energia e vitalità… I cattolici in Cina sono forti nella fede e sapranno resistere alla persecuzione. Mi piacerebbe tanto poterli vedere un giorno vivere la loro fede in piena libertà, riuniti con la Chiesa universale”. A questo proposito, il prelato fa un appello: “Io invito il governo cinese a liberare dalla detenzione i vescovi e i sacerdoti, dando loro piena libertà, a discutere tutte le questioni della Chiesa senza il controllo dello Stato. Sono convinto che questo vada a beneficio di tutti”. “La mia impressione generale sulla Chiesa in Cina è positiva. Non possiamo applicare i nostri criteri occidentali per valutare persone che hanno sopportato difficoltà enormi come la Rivoluzione culturale (1966-76)”. Molti cattolici, compresi seminaristi e sacerdoti, mancano di una profonda formazione ecclesiale, per questo, il Vaticano considera una priorità la formazione del personale ecclesiastico. Anche l’organizzazione delle diocesi, la trasparenza, e l’autonomia delle congregazioni religiose femminili richiedono attenzione. Nel 2003 mons. Nugent ha potuto visitare Pechino, come rappresentante della santa Sede in un incontro internazionale. Ma questa è stata la sua unica visita in Cina. In altre due occasioni, nel 2004, in cui la Santa Sede era stata invitata a prendere parte ad altri eventi internazionale, gli è stato negato il visto. “ Se un giorno potrò visitare la Cina – commenta – mi piacerebbe visitare ogni vescovo in comunione col papa, sia sotterraneo che ufficiale e abbracciarli ad uno ad uno e pregare con loro in Padre Nostro”. Ad oggi, tutte le diocesi in Cina hanno contatto con la Santa Sede. Il ruolo di mons. Nugent è stato proprio di essere un canale di comunicazione fra la Santa Sede e le chiese locali e viceversa, cercando di aumentare la comprensione reciproca da entrambi i lati, tenendo conto che in alcune parti tale comunicazione è facile, in altre difficile. Sui negoziati fra Cina e Vaticano, mons. Nugent si lascia sfuggire che questo tema “è strettamente riservato alla Segreteria di Stato e al ministero cinese degli Esteri” e che vi sono contatti regolari fra le due parti. “Credo – aggiunge – che con buona volontà i problemi possono essere risolti. Non c’è bisogno di aver paura l’uno dell’altro!... In passato la Chiesa cattolica ha dato un grande contributo alla cultura cinese e vuole dar e un contributo a questa grande nazione anche oggi e nel futuro”. (Annie Lam, AsiaNews, 2 marzo 2010)
E l’anticlericalismo riempie gli scaffali
Nel cuore di Bologna, da qualche tempo, c’è odore di anti-clericalismo. Succede alla libreria Coop Ambasciatori dove sul tema è stato recentemente allestito un settore, con tanto di etichetta di riconoscimento. Davvero sorprendente in un luogo, non certo di nicchia, che tenta la sintesi tra le due anime della città: la dotta e la grassa. Affiancando le eccellenze della gastronomia ai bestseller. Eppure nel tempio della cultura di massa basta chiedere al primo infopoint e, con gentilezza e sollecitudine, si è accompagnati allo scaffale di una tematica che, a prima vista sembrerebbe interessare solo una élite. Bisogna salire al secondo piano per trovarlo. Un po’ nascosto tra libri di religioni orientale e di scienze umane. Il catalogo, una cinquantina di titoli in tutto, è abbastanza mimetizzato. Compaiono, in ordine sparso, promesse di rivelazione sconcertanti ed esclusive: dalla Bibbia atea alla storia criminale del cristianesimo, tutto Odifreddi e tutto su cardinali e cortigiane, insieme all’immancabile reportage sull’Opus Dei segreta. I clienti che affollano la libreria non sembrano particolarmente attratti: ma, ammonisce l’ultimo numero del Regno-attualità in un articolo di Maria Elisabetta Gandolfi che si occupa della vicenda, «se il libraio decide di creare una sezione apposta da offrire all’acquirente ciò significa che tanti titoli formano una linea e che, pur essendo il sentimento anticlericale antico quanto quello clericale, oggi questa linea si fa consistente». Quello bolognese è il primo caso in Italia, mentre Oltreoceano è un fatto assodato, visto che nelle grandi catene librarie – esempio Barnes & Noble – compare da tempo il settore "atheism" vicino a quello dedicato a cristianesimo, cattolicesimo, islam, buddismo… Annota ancora Gandolfi: «Mi domando, poi, se tra i due scaffali (l’anticlericale e il religioso) non via sia una relazione uguale ed opposta ovvero se questa parentela non sia la chiave di lettura che il mondo laico ha del fatto religioso in Italia». L’iniziativa della libreria bolognese è uno «specchio dei tempi», commenta Andrea Menetti di Rebeccalibri, il portale dell’editoria religiosa italiana. «Il primo punto su cui interrogarsi è se la scelta di uno scaffale ad hoc nasca da una richiesta crescente o se invece abbia l’obiettivo di indurre e allargare il consumo di questo genere editoriale. L’altra grossa domanda è se questi titoli sono prodotti in maggioranza nel mondo anglosassone, in Francia o in Germania o se invece sono editi in Italia: in questo caso il discorso si fa più complesso e sicuramente non siamo di fronte ad una goliardata. Perché un conto è il giallo con le sue pur discutibili ricostruzioni: più grave invece quando si va a toccare l’essenza stessa della fede». «Nelle librerie laiche – osserva Giuliano Vigini, direttore dell’Editrice Bibliografica – cresce il settore religioso anche perché sono molti i grandi editori che pubblicano volumi sul tema. E’ più difficile invece trovare una sezione religiosa ordinata. Tra religione, esoterismo, satanismo si rischia l’effetto suk». E la mescolanza, secondo Vigini, crea problemi di orientamento. «Prendiamo il caso bolognese. L’etichetta anti-clericalismo rischia di essere fuorviante se comprende sia i libelli polemici trainati dai passaggi televisivi sia le opere di studio sul fenomeno. Il risultato è che si rischia di relegare in una sorta di riserva queste sottosezioni. Per risolvere il problema sarebbe importante che le librerie adottassero suddivisioni più larghe come "attualità religiosa" o "i giovani e la fede", solo per fare alcuni esempi». Vigini propone infine un consiglio agli editori cattolici (4000 titoli all’anno, il secondo posto dietro la narrativa anche come tiratura) che fanno sempre fatica ad entrare nelle librerie laiche. «Anche questo è un problema di orientamento. Una top ten dei libri di cultura religiosa faciliterebbe la scelta della libreria anche sotto il profilo della classificazione delle opere». «Se c’è uno scaffale sull’anticlericalismo» annota il sociologo Ivo Colozzi «significa che c’è una domanda crescente del mercato». E spiega così il fenomeno. «La Chiesa è diventata segno di contraddizione. Se fino a qualche tempo fa era parte integrante del nostro bagaglio culturale, ora ha spinto l’acceleratore sulla proposta e sull’identità. E questo suscita reazioni di ostilità che trovano un riverbero anche nella produzione editoriale». Secondo Colozzi la comparsa dell’anti-clericalismo nel «supermercato» dei libri non ingabbierà il fenomeno né lo renderà meno trasgressivo. «Qualsiasi tendenza culturale oggi ha bisogno del supporto mediatico. Senza l’etichetta che identifica lo scaffale anche l’anti-clericalismo non esisterebbe».
Da parte
sua l’opinionista Gianni Gennari commenta: «Sorridiamo malinconicamente
sul fatto indegno che, se cerchi una Bibbia o un Vangelo in una grande
libreria laica, ti guardano come un estraneo e però viene ospitato tutto
ciò che va contro la Chiesa. Mentre nelle librerie cattoliche trovi
spesso anche i libri più laicisti e stupidi». Ma il problema vero,
secondo Gennari, è intendersi su cos’è l’anti-clericalismo: «C’è quello
sacrosanto che ha origine nel Vangelo ed è stato professato dai grandi
santi. Una ribellione sana contro l’utilizzo della fede cristiana a
scopo di potere. Ma nel caso della libreria di Bologna si va oltre
l’anticlericalismo: per dare spazio soprattutto all’anti-cristianesimo e
all’anti-papismo. E alla tendenza culturale che ritiene mitico e
irrazionale tutto ciò che fa riferimento alla fede cristiana».
Cándida María de Jesús, una vita spesa nell'educazione dei giovani
“Dove non c'è posto per i poveri, non c'è posto per me”, diceva la religiosa spagnola Cándida María de Jesús (1845 – 1912), fondatrice della Congregazione delle Figlie di Gesù. Papa Benedetto XVI, durante il concistoro svoltosi venerdì scorso in Vaticano, ha annunciato che la sua canonizzazione si svolgerà il 17 ottobre prossimo in Vaticano insieme a quella di altri cinque beati. Il suo nome di battesimo era Juana Josefa Cipitria y Barriola e nacque a Berrospe, Adoain, nei Paesi Baschi. Mostrò sempre una grande sensibilità per i più bisognosi e abbandonati: “La sua profonda esperienza dell’amore di Dio per ognuna delle sue creature la portò a corrispondere con generosità e dedizione”, disse Papa Giovanni Paolo II nell'omelia della sua beatificazione, il 12 maggio 1996. Nel 1868 Juana Josefa conobbe il sacerdote gesuita Miguel José Herranz, che la illuminò nella chiamata a fondare una Congregazione che rispondesse alle sfide della turbolenta società dell'epoca. Per questo, l'8 dicembre 1871, insieme ad altre cinque donne e basandosi sulla spiritualità ignaziana, Cándida María de la Cruz diede inizio a Salamanca alla Congregazione con un'Eucaristia celebrata nella chiesa della Clerecía. Giovanni Paolo II ha ricordato in occasione della sua beatificazione che la futura santa “plasmò la sua carità verso il prossimo nella fondazione della Congregazione delle Figlie di Gesù, con il carisma dell’educazione cristiana dell’infanzia e della gioventù”. Cándida María de Jesús dedicò sempre una grande attenzione alle sue religiose e ai beneficiari delle sue opere, ai sacerdoti, agli alunni e ai più bisognosi. Tra le sue allieve c'era María Antonia Bandrés Elósegui, che un giorno le disse “Tu sarai Figlia di Gesù”. Fu così. María Antonia è stata beatificata da Giovanni Paolo II nello stesso giorno della sua fondatrice. Cándida María de Jesús esortava sempre le sue figlie attraverso i suoi scritti: “Quanto dobbiamo essere grate per l'enorme beneficio che ci ha fatto il Signore chiamandoci in questa nostra amata Congregazione per essere sue figlie e spose amate e salvare molte anime per il cielo!”, si legge in una delle sue lettere. In poco tempo la Congregazione si estese in tutta la Spagna. Nel 1911 il primo gruppo di Figlie di Gesù partì per il Brasile, sede della prima fondazione fuori dal territorio spagnolo. Oggi le suore sono presenti in otto Paesi dell'America Latina (Cuba, Repubblica Dominicana, Colombia, Venezuela, Bolivia, Brasile, Uruguay e Argentina), in due Nazioni europee (Spagna e Italia), in sei Paesi asiatici (Cina, Bangladesh, Thailandia, Taiwan, Filippine e Giappone) e in Mozambico, in Africa. “Quel volto di Dio che contempliamo ci invita alla fraternità con tutti, alla gratuità, alla semplicità, alla gioia”, afferma la pagina web della Congregazione. Le Figlie di Gesù cercano di far sì che le loro scuole siano un luogo di incontro della comunità cristiana attraverso un clima educativo impregnato di valori cristiani e favorevoli allo sviluppo personale, una pedagogia attenta alla persona concreta e al suo vivere, un approccio positivo all'istruzione. Sono particolarmente attente anche agli immigrati, alla promozione della donna, alla pastorale penitenziaria, all'infanzia a rischio, alla pastorale familiare e ospedaliera e all'evangelizzazione con gli aborigeni, i gitani, i migranti e gli sfollati a causa della violenza. Offrono anche esercizi spirituali nello schema di Sant'Ignazio di Loyola a laici e persone che desiderano avere questo spazio privilegiato di incontro con Dio. “E' vero che la realtà attuale ci può far sprofondare nello scoraggiamento, ci può prostrare al pensiero che siamo una piccolissima goccia nel grande mare di questo mondo così lacerato dall'assenza di Dio – ha detto una delle suore della comunità di Buchardo, in Argentina, quando è venuta a conoscenza della canonizzazione della sua fondatrice –, ma sento che Madre Cándida mi dice e ci dice: 'Confida in Colui che un giorno ha detto: Io sono la luce, io sono la vita!'”. (Carmen Elena Villa, Zenit, 2 marzo 2010)
Crocifisso: la Corte Europea accoglie il ricorso dell'Italia
La Corte europea dei diritti dell'uomo ha accolto il ricorso presentato dall'Italia contro la sentenza che ha «bocciato», il 3 novembre scorso, la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche. A quanto si è appreso, il caso sarà quindi esaminato dalla Grande Camera nei prossimi mesi. A dare l'annuncio il ministro degli Esteri Franco Frattini. "Apprendo - sottolinea - con vivo compiacimento la notizia dell'accoglimento, da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, della domanda di rinvio davanti alla Grande Camera del caso Lautzi, sull' affissione del crocifisso nelle aule scolastiche". "È con soddisfazione che constato che sono stati accolti i numerosi e articolati motivi di appello che l'Italia aveva presentato alla Corte". "Un atto di buon senso da tutti auspicato perché rispetta quello che è la tradizione viva del nostro Paese e riconosce un dato storico oggettivo, secondo cui alla radice della cultura e della storia europea c'è il Vangelo, che è riassunto in Gesù Crocifisso". Così il presidente della Conferenza episcopale italiana, Cardinale Angelo Bagnasco, questo pomeriggio a Genova, a margine di un incontro pubblico sulla scuola, ha commentato la decisione della Corte europea di accogliere il ricorso dell'Italia sull'affissione del crocefisso nelle aule scolastiche. "La presenza del crocefisso - ha aggiunto Bagnasco - è importante, l'importanza dei segni fa parte dell'antropologia, perché l'uomo è anima e corpo non puro spirito o un'idea astratta: attraverso la corporeità tutti noi esprimiamo i nostri sentimenti e i nostri valori, che sono nel cuore e resterebbero invisibili se non fossero espressi attraverso segni visibili. Il crocifisso - ha concluso il presidente della Cei - esprime il centro della nostra fede cristiana e la sintesi dei valori che hanno ispirato la cultura di libertà rispetto della persona la dignità dell'uomo che sta alla base dell'occidente". "L'accoglienza da parte della Corte di Strasburgo del ricorso presentato dal governo italiano è un segnale interessante, che dimostra come attorno al crocifisso si sia creato un consenso ben più ampio di quello che ci si sarebbe immaginati", ha spiegato il portavoce e sottosegretario dell'episcopato italiano, mons. Domenico Pompili. Tale consenso , ha aggiunto , "conferma la non adeguatezza di alcune posizioni volte a strumentalizzare segni che hanno innegabilmente a che fare con le radici culturali dell'Europa e con la fede di milioni di persone, che in tale segno si riconoscono". "Si tratta dunque - ha concluso mons. Pompili - di un passo avanti nella direzione giusta"."Un passo avanti nella giusta direzione": così la Conferenza episcopale italiana ha commentato la decisione della Corte di Strasburgo. (Avvenire, 2 marzo 2010)
San Francesco un «cataro»? Il contrario!
Che Francesco fosse vicino al catarismo, o simpatizzasse per i catari, o fosse addirittura cataro egli stesso, sono temi che ogni tanto riemergono in una letteratura che – senz’ombra di disprezzo – non solo non è specialistica (vale a dire non ha alcun connotato di specializzazione scientifica relativa ai temi che affronta), ma che in genere parte da una tesi: quella del «mistero», della «parola perduta», o semplicemente dell’«inganno» messo in atto dalla Chiesa per appropriarsi di qualcuno o di qualcosa. Che poi tale letteratura possa annoverare tra i suoi esempi anche casi di libri ben scritti, frutto della fatica e dell’impegno di persone appassionate e dotate di buon livello di cultura generale, è abbastanza raro: ma può capitare. Solo che non aggiunge nulla al fatto che si tratta di voci scientificamente irrilevanti. Davanti a un libro di storia di un personaggio del primo Duecento importante sotto il profilo religioso, chi si trova tra le mani un nuovo libro deve anzitutto controllare se l’autore conosce tre cose: le fonti specifiche dell’argomento, la letteratura scientifica relativa, il contesto storico in cui collocare personaggio e vicenda di cui si parla. Tali competenze non risultano dall’esame de “L’albero del Bene”, recente libro di Giuseppe A. Spadaro che azzarda nel sottotitolo addirittura la definizione di «san Francesco teologo cataro» (Arkeios, pp. 292, euro 24,90). In realtà, al di là dell’impostazione esoterica della presentazione del cristianesimo, si tratta di un elenco di rilievi estrapolati senza ordine alcuno dalle fonti e dalla bibliografia francescane e riordinate arbitrariamente in modo da consentire all’autore dell’escamotage di rispondere affermativamente alla questione se Francesco fosse cataro o se la sua dottrina avesse punti di contatto con quella catara (il che, palesemente, non è la stessa cosa). Il tutto alla luce d’una conoscenza erudita piuttosto generica e schematica del catarismo e di pochissimi dati su Francesco, la sua personalità, il suo tempo, il contesto storico nel quale egli si mosse. Oggi sappiamo bene – e su ciò v’è un’ampia concordia degli specialisti – che il catarismo fu il complesso risultato dell’incontro tra movimenti religiosi a carattere evangelico e sette cristiane d’origine balcanica (i «bogomili»), a loro volta eredi di una tradizione che attraverso il paulicianesimo anatomico si riallacciava al manicheismo. I predicatori catari, che verso la metà del XII secolo ebbero un grande successo in un’ampia area tra Provenza, Renania, Lombardia e Toscana, si presentavano come buoni cristiani che proponevano una riforma morale della Chiesa e giungesse a rifondare la pura comunità delle origini. Il catarismo corrispondeva però a una setta iniziatica, fondamentalmente basata su due livelli: al primo, quello dei «credenti», s’insegnava la «pura dottrina cristiana» soprattutto attraverso il Vangelo di Giovanni; al secondo, quello dei «perfetti», si riceveva una sorta di rito di iniziazione, il consolamentum (un «battesimo spirituale»). Gli eretici «consolati» o «perfetti» erano obbligati a mostrarsi in pubblico austeramente vestiti di nero, a non assumere cibi carnei o derivanti dall’accoppiamento animale (uova, latte, eccetera) e – quando lo ritenevano opportuno – si suicidavano lasciandosi morire di fame («endura»). Data la durezza della dottrina nella sua fase più alta, la maggior parte dei «credenti» riceveva il consolamentum solo in punto di morte. La teologia catara, che ci è nota attraverso testi recentemente ripubblicati anche in Italia dal filologo Francesco Zambon, sosteneva che l’universo assiste a una lotta eterna tra Bene e Male, che Dio è sostanza spirituale purissima dal quale emanano il Cristo e gli angeli, che la materia è totale dominio del Male ed è stata creata da un Demiurgo corrotto che si può identificare con il satana dei cristiani. L’uomo, in cui Spirito e Materia coabitano, deve liberare in sé il primo dalla seconda. Questa dottrina, di evidente origine manichea, ha difatti rapporti strettissimi con il mazdaismo persiano e con lo stesso buddismo, ma non ha nulla a che vedere con il cristianesimo. D’altronde, dal momento che i catari avevano conquistato la Provenza, fu necessaria per sradicarli una vera e propria crociata (la «crociata degli albigesi», 1209-44), che fu episodio d’inaudita violenza. Francesco visse appunto in questo periodo e fu pellegrino a Santiago de Compostela proprio negli anni in cui la crociata era in atto, attraversandone i luoghi. Non ci dice nulla di ciò. Egli non era certo un cataro «perfetto», in quanto sappiamo che mangiava tutto quel che gli veniva posto dinanzi, come recita anche la sua regola. Poteva essere cataro «credente», o simpatizzante per i catari? No, in quanto sappiamo che tratto comune al catarismo era l’avversione al sacerdozio e alla Chiesa «corrotta»: Francesco, al contrario, raccomanda di rispettare i preti anche quando si sa che sono peccatori. Tutta la sua predicazione è imperniata su temi che appaiono anche di propaganda anti-catara: non che lo facesse espressamente, ma quello era il suo tempo e quelli gli interlocutori che doveva contrastare. Il Cantico delle creature è un vero e proprio manifesto anti-cataro, in cui la potenza e la misericordia di Dio si manifestano nel creato e tutte le creature tendono a Dio: se per Francesco è insensata l’accusa di «panteismo», ancora più lo è il sospetto di «catarismo». Da dove risulta che Francesco ritenesse il creato un male, e vedesse in Satana il creatore dell’universo? Parimenti ridicole le altre argomentazioni. «Disprezzo del corpo», detto «frate asino»? Siamo nella più semplice tradizione mistico-ascetica cristiana, e del resto Francesco disprezzava tanto poco il suo corpo che il suo ultimo pensiero, in punto di morte, fu di mangiare dei dolci... Preferenza per la preghiera del Pater? Ma è la preghiera più comune di tutti i cristiani. Predilezione per la vita eremitica e la tradizione itinerante: siamo nella più assoluta ortodossia! Scelta di non farsi sacerdote? Un atto di umiltà, che in ogni modo non gl’impedì di essere diacono, quindi inserito nella gerarchia ecclesiastica. Assoluto rifiuto della ricchezza? Siamo ancora nella tradizione ascetico-mistica cristiana, con il fatto nuovo che Francesco non impedì mai a chi non appartenesse al suo ordine di arricchirsi e non parlò mai della ricchezza come di un male assoluto. E così via. I punti di contatto, se ci sono, sono tra catarismo e cristianesimo, non tra catarismo e Francesco. Anche per l’immagine «serafica» del Cristo delle stimmate, portata come prova di adesione alla dottrina catara per cui Cristo era in realtà un angelo, anzitutto le fonti presentano l’episodio in vario modo e in secondo luogo il rapporto tra il Cristo e le forme angeliche ha una lunga tradizione nell’angelologia cristiana. E quanto all’uso francescano dei vangeli apocrifi, come nell’episodio del presepio di Greccio, l’iconografia cristiana del medioevo è largamente ispirata agli apocrifi, mentre sono semmai proprio i catari che usano il solo Vangelo di Giovanni. Ultimi e decisivi punti. Primo: l’autore ignora quasi tutti gli scritti di Francesco, escluso il Cantico, e in particolare le sue preghiere e i piccoli trattati che rispettano la più rigorosa ortodossia latina. Secondo: Francesco non ha mai disobbedito alla Chiesa; e questo è il suo tratto decisamente e definitivamente anti-cataro. Non basta insomma conoscere qualche elemento di teologia e di filosofia per affrontare un tema come quello proposto da questo libro, l’assunto del quale è improponibile. Si tratta di un lavoro senza fondamento scientifico e senza valore. (Franco Cardini, Avvenire, 2 marzo 2010)
La Cei: "Sud paralizzato dal legame mafia-politica"
Nell’attuale crisi politica e sociale, il Sud dell’Italia rischia di essere "tagliato fuori" dalla ridistribuzione delle risorse, e ridotto ad un "collettore di voti per disegni politici ed economici estranei al suo sviluppo". A denunciarlo sono i vescovi italiani che oggi hanno presentato un nuovo documento su Chiesa e Mezzogiorno. Per risolvere la questione meridionale, è necessario far crescere il senso civico di tutta la popolazione, ricostruire la "necessaria solidarietà nazionale", ma è anche urgente "superare le inadeguatezze presenti nelle classi dirigenti". Secondo i vescovi italiani, quindi, "la prospettiva di riarticolare l’assetto del Paese in senso federale costituirebbe una sconfitta per tutti, se il federalismo accentuasse la distanza tra le diverse parti d’Italia". Nel nuovo documento su Chiesa italiana e Mezzogiorno si auspica, infatti, "un federalismo, solidale, realistico e unitario" che "potrebbe invece rappresentare un passo verso una democrazia sostanziale". "Un tale federalismo - hanno affermati i vescovi - rafforzerebbe l’unità del Paese". "Non è possibile mobilitare il Mezzogiorno senza che esso si liberi da quelle catene che non gli permettono di sprigionare le proprie energie", per questo la Cei condanna "con forza" una "delle sue piaghe più profonde e durature", un vero e proprio "cancro": la mafia. I vescovi italiani hanno, infatti, parlato della criminalità organizzata, "rappresentata soprattutto dalle mafie che avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l’economia, deformano il volto autentico del Sud". Le mafie, ha poi aggiunto la Cei, "sono la configurazione più drammatica del male e del peccato". La mafia "non può e non deve dettare i tempi e i ritmi dell’economia e della politica meridionali, diventando il luogo privilegiato di ogni tipo di intermediazione e mettendo in crisi il sistema democratico del Paese, perché il controllo malavitoso del territorio porta di fatto a una forte limitazione, se non addirittura all’esautoramento, dell’autorità dello Stato e degli enti pubblici". Tutto ciò, secondo i vescovi italiani, favorisce "l’incremento della corruzione, della collusione e della concussione, alterando il mercato del lavoro, manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanistiche e nel sistema delle autorizzazioni e concessioni, contaminando così l’intero territorio nazionale". "Nessuno, proprio nessuno, nel Sud deve viver senza speranza", sostengono i vescovi italiani proponendo all’intero Paese - con il loro documento - un "pensiero solidale" verso le genti del Sud, attraverso "un giudizio ragionevole sulla situazione sociale e culturale del nostro Paese". I vescovi italiani, sottolinea in proposito il vicepresidente Cei, mons. Agostino Superbo, "riaffermando la scelta della condivisione fraterna, riconoscono l’impegno di promozione umana manifestato dalla parte migliore della Chiesa nel Sud" che "si è presentata come testimone credibile della verità e luogo sicuro dove educare alla speranza per una convivenza civile più giusta e serena". E il tema dell’immigrazione rappresenta un banco di prova: "è cambiato il rapporto con le sponde orientali e meridionali del Mediterraneo", perché "la massiccia immigrazione dall’Europa dell’Est, dall’Africa e dall’Asia ha reso urgenti nuove forme di solidarietà". "Molto spesso - scrive la Cei - proprio il Sud è il primo approdo della speranza per migliaia di immigrati e costituisce il laboratorio ecclesiale in cui si tenta, dopo aver assicurato accoglienza, soccorso e ospitalità, un discernimento cristiano, un percorso di giustizia e promozione umana e un incontro con le religioni professate dagli immigrati e dai profughi". (Il Giornale, 26 febbraio 2010)
In Cile sono crollate le chiese ma non la Chiesa
Anche se tante chiese sono crollate, la Chiesa del Cile non crolla e i suoi vescovi, i suoi religiosi, i suoi volontari laici si stanno prodigando al massimo in queste ore per aiutare le migliaia di vittime del forte terremoto di sabato scorso che ha colpito i centri della parte centro-meridionale del Paese. "I volti dei nostri connazionali esprimono il dolore del Paese dopo il terremoto che ci ha colpiti con la morte, la paura e la distruzione": così inizia il messaggio rivolto alla nazione che monsignor Alejandro Goic Karmelic, vescovo di Rancagua, ha diffuso ieri lunedì. Il presule, nella sua qualità di presidente della Conferenza episcopale cilena, ha voluto esprimere i sentimenti di cordoglio dei vescovi per le numerose vittime provocate dalle scosse sismiche all'alba di sabato ma, contemporaneamente, ha riaffermato la speranza cristiana che si fonda sul messaggio di salvezza di Cristo. Il presule ha inoltre assicurato a tutti i compatriotti che la Chiesa cilena rimane al loro fianco nella ricostruzione. "In Gesù Cristo - scrive il presule - abbiamo messo i nostri occhi in questo momento della tragedia. In Lui abbiamo fiducia che le famiglie e le comunità possano ricevere il compenso per i danni spirituali e materiali, con l'aiuto amorevole dell'intero popolo e il sostegno della comunità internazionale". Il vescovo di Rancagua non ha taciuto sui deprecabili episodi di saccheggio avvenuti in alcune zone meridionali nelle ore successive alle scosse. "Tra le macerie - ha affermato - abbiamo osservato con stupore l'azione barbarica di coloro che hanno compiuto ruberie nel bel mezzo dell'emergenza. L'arcivescovo di Concepción, monsignor Ricardo Ezzati Andrello, ha detto che il saccheggio è un "secondo" terremoto che colpisce la nostra coscienza e i nostri più profondi valori". Nel messaggio, il presidente della Conferenza episcopale ha assicurato che la Chiesa cattolica ha mobilitato la sua rete di solidarietà, attraverso la Caritas del Cile. "Nella celebrazione del Bicentenario - ha aggiunto - questo Paese è nel dolore e con una vasta parte del territorio in rovina. Chiediamo a tutti i cittadini serenità e solidarietà e ai fedeli cristiani una intensa preghiera nell'ambito delle famiglie e delle comunità". Il cardinale Francisco Javier Errázuriz Ossa, arcivescovo di Santiago de Chile, ha lanciato un fervente appello a tutta la comunità nazionale per la massima solidarietà con le vittime del terremoto, pur sottolineando la fede e la forza d'animo del popolo cileno nella lotta contro le calamità naturali. Dopo aver visitato i feriti presso il pronto soccorso dell'ospedale del Salvador, nel pomeriggio di domenica, l'arcivescovo di Santiago, nel corso di un'intervista all'emittente "Canale 13", ha invitato tutti i cattolici cileni a manifestare la loro solidarietà con quanti sono stati colpiti dalla catastrofe. Rispondendo alle domande di un giornalista, il cardinale Errázuriz Ossa ha sottolineato che "il nostro popolo è un popolo dotato di grande fede e, quindi, credo che, con la guida di Dio, con la sua bontà e con l'aiuto che arriverà, si riuscirà ad uscire da questa emergenza". Dopo aver condannato i saccheggi e il fenomeno delle vendite di prodotti di prima necessità a prezzi di speculazione, il cardinale ha ribadito il suo invito alla solidarietà. "Tutti ci stiamo avvicinando - ha affermato - a un mondo migliore, dove non ci sono i terremoti e le malattie. Questa è la nostra vocazione al cielo. Ma per arrivare al cielo, Gesù ci ha detto: "ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, sono stato infermo e mi avete curato, sono stato in carcere e mi avete visitato, ero ignudo e mi avete vestito". Questo è il nostro mondo e in momenti come questi chi ha di più si deve prodigare in favore dei fratelli che sono nel bisogno". (©L'Osservatore Romano, 3 marzo 2010)
È morta Rosemary Goldie, una donna al servizio della Santa Sede
Saranno celebrate venerdì mattina, 5 marzo, a Sydney, le esequie di Rosemary Goldie, sottosegretario del dicastero per i laici dal 1967 al 1976. Lo rende noto un comunicato dell'arcidiocesi australiana, annunciando che la prima donna ad aver ricoperto un ruolo di spicco nella Curia romana è morta sabato scorso, 27 febbraio, all'età di novantaquattro anni, nella casa di riposo delle Piccole sorelle dei poveri a Randwick, dove si era ritirata da tempo. Nata a Manly, il 2 febbraio 1916, cresciuta con la nonna materna ed educata dalle suore nel collegio di Nostra Signora della Misericordia, a Parramatta, Rosemary Goldie ha vissuto per mezzo secolo a Roma, dal 1952 fino al 2002. Tra le date fondamentali della sua vita il 1964, anno in cui fu nominata uditore del concilio Vaticano II, e il 1967, quando dopo l'esperienza conciliare venne istituito il Consilium de laicis ed ella ne divenne sottosegretario il 6 gennaio. Ricoprì l'incarico sino alla fine del 1977, quando l'organismo fu ristrutturato e reso permanente come Pontificio Consiglio per i Laici. Il servizio svolto in Curia fu il frutto di una lunga preparazione, che l'aveva vista tra le protagoniste dell'apostolato dei laici in tutto il mondo. Dopo aver studiato all'università di Sydney, infatti, l'assegnazione di una borsa di studio da parte del Governo francese l'aveva portata, appena ventenne, a Parigi. Alla Sorbona, dove fu tra l'altro allieva di Jacques Maritain, era entrata in contatto con l'organizzazione delle donne laiche cattoliche (Grail) e con Pax Romana, associazione internazionale degli studenti e dei laureati degli atenei cattolici. Tornata in Australia durante la seconda guerra mondiale, frequentò altri corsi universitari e promosse a livello locale la Grail e Pax Romana, nessuna delle quali era nota o attiva in precedenza nel suo Paese. Dopo una breve parentesi a Parigi per un dottorato in letteratura francese, che tuttavia non completò, Rosemary Goldie si trasferì a Friburgo come impiegata di Pax Romana. Il soggiorno svizzero si protrasse per sei anni. Quindi, nell'ottobre del 1952, venne chiamata a Roma nel Comitato permanente per i Congressi internazionali per l'Apostolato dei laici (Copecial). Per lei non era la prima volta nella Città eterna: nel 1938, a 22 anni, aveva partecipato a una cerimonia di canonizzazione nella basilica di San Pietro presieduta da Pio XI, il "Papa dell'Azione Cattolica"; e nel 1951 era tornata nell'Urbe da Friburgo per partecipare all'organizzazione del primo congresso mondiale per l'apostolato dei laici. Ma fu soprattutto in vista del secondo congresso mondiale, che si tenne a Roma nel 1957, che Goldie entrò in contatto con figure di primo piano di quegli anni: come il suo diretto superiore e futuro direttore generale dell'Unesco, Vittorino Veronese; il sacerdote belga e futuro cardinale Joseph Cardjin; il pro-segretario di Stato vaticano, monsignor Giovanni Battista Montini, poi divenuto Papa Paolo VI. Durante il concilio Vaticano ii questa donna australiana ebbe un ruolo di primo piano nelle questioni legate al laicato. E dato che il Copecial veniva consultato sulla nomina degli uditori laici al concilio, sebbene nel 1962 e nel 1963 soltanto uomini partecipassero alle sessioni in quel ruolo, quando nel 1964 vennero invitate le prime donne uditrici Rosemary Goldie fu una di esse. Il terzo e ultimo congresso dell'apostolato per i laici si svolse nel 1967. Di nuovo Goldie fece parte del gruppo organizzatore. In quello stesso anno, il comitato per cui lavorava fu sostituito dal Consilium de laicis, in cui ricevette la storica nomina a sottosegretario. Dopo un'esperienza decennale nel dicastero ottenne la cattedra presso la facoltà di teologia pastorale alla Pontificia Università Lateranense. Anche dopo essere andata in pensione, continuò a supervisionare le tesi di alcuni studenti dell'ateneo. In quegli ultimi anni a Roma, all'approssimarsi del nuovo millennio, era ancora attiva. Lavorando in un affollato ufficio a Palazzo San Calisto, realizzò il libro From a Roman Window, pubblicato nel 1998. Curò anche l'edizione di una autobiografia della madre, Dulcie Deamer, scrittrice e personalità bohémienne nella Sydney degli anni venti del secolo scorso. Rientrata in Australia, all'inizio del 2002, e scelta come residenza la casa delle Piccole sorelle dei Poveri a Randwick - dove sua madre era morta trent'anni prima - Goldie continuò a servire la Santa Sede come consultore del Pontificio Consiglio per i Laici. Alla fine di quello stesso anno compì il suo ultimo viaggio a Roma, per partecipare all'assemblea del dicastero. I problemi di vista e la crescente fragilità resero il lungo viaggio molto faticoso. Anche la sua patria le ha reso numerosi riconoscimenti, tra i quali quello di officiale della divisione generale dell'Australian Honour System e la laurea honoris causa dall'Università cattolica australiana. E tutti i Pontefici che la incontrarono ne riconobbero le grandi doti: Paolo vi la chiamò "la nostra collaboratrice", Giovanni XXIII la descrisse come "la piccinina", il vescovo Albino Luciani, molto prima di diventare Giovanni Paolo i, la difese in una lettera indirizzata ai cappellani delle associazioni laicali femminili che la criticavano; nel 1979 Giovanni Paolo ii la volle incontrare nel suo ufficio di Trastevere; infine Benedetto XVI le rese visita nella residenza di Mount Saint Joseph a Randwick in occasione della Giornata mondiale della gioventù del luglio 2008. (©L'Osservatore Romano - 3 marzo 2010)
Storia di Shazia. Novità per aiutare…
Che il Pakistan sia uno dei peggiori “buchi neri” del mondo sembra dimostrarlo anche l’uccisione del nostro eroico agente Pietro Colazzo, vicecapo dell’intelligence in Afghanistan (vedremo dopo perché). Ne avevo parlato il 31 gennaio scorso su queste colonne, raccontando la storia di Shazia Bashir, la ragazzina cristiana entrata come serva in una casa di ricchi e potenti musulmani e uscita da lì morta. La sua tragica vita è emblematica della situazione della minoranza cristiana di quel Paese, le cui figlie femmine sono costrette nelle condizioni di Shazia per poter guadagnare la miseria di 12 dollari al mese (8 euro) e far sopravvivere le loro famiglie. Mi chiedevo perché nessun organismo umanitario o nessun ente cristiano o cattolico avesse lanciato un programma di adozioni a distanza per salvare queste povere bambine dall’orrore di una servitù che comporta spesso ogni tipo di violenza. Tanti lettori di Libero mi hanno scritto desiderosi di far qualcosa. Oggi finalmente sono in grado di informare che qualcuno – dopo aver conosciuto la tragedia di Shazia – ha trovato il modo di lanciare un primo salvagente. Non si tratta di organizzazioni femministe inorridite per la condizione delle giovani donne cristiane. E non si tratta neanche dei tanti “progressisti”, no global o robe simili che amano sciacquarsi la bocca con il Terzo mondo, gli immigrati, la solidarietà e via dicendo. Nossignori. A rimboccarsi le maniche per aiutare queste sventurate ragazzine e le loro famiglie cristiane, che sono i più poveri dei poveri, è l’ “Umanitaria padana onlus” (per avere notizie su internet si veda www.umanitariapadanaonlus.net). Sì, avete capito bene, un’organizzazione umanitaria nata dal popolo della Lega Nord (precisamente dall’“Associazione donne padane”). Del resto non c’è troppo da stupirsi se si pensa che il Nord Italia e specialmente la Lombardia hanno letteralmente riempito il mondo di missionari. L’anima e il motore dell’Umanitaria padana è Sara Fumagalli, una donna straordinaria, ardente di fede cristiana, piena di dinamismo, di coraggio e di umiltà, che ha portato aiuto – anche rischiando fisicamente – negli angoli più disperati del mondo, dal Darfur (in Sudan), all’Etiopia, da Haiti all’Iraq, quindi in Kosovo, in Kenia, Libano, Sri Lanka, in Terra Santa e appunto in Afghanistan. Ieri Sara mi ha scritto: “Da anni la mia Associazione è venuta in contatto col problema della discriminazione o persecuzione dei Cristiani nel mondo (non solo quello islamico). Noi abbiamo deciso di muoverci sul piano pratico”. Mi racconta di contatti con il Vescovo di Faisalabad, Monsignor Joseph Coutts, per aiutare i Cristiani perseguitati del Punjab e di borse di studio per alcuni seminaristi pakistani. “Dopo di allora”, mi racconta Sara “ho mantenuto contatti stabili con il Pakistan attraverso un giovane docente pakistano della Pontificia Università Lateranense, professor Mobeen Shadid, che mi aveva informato anche del caso di Shazia. Mi diceva che capita spesso, anche senza arrivare alla tragedia della piccola, che le famiglie musulmane non restituiscano le bimbe alle famiglie cristiane d’origine e impongano loro conversioni e matrimoni forzati”. Si pensava – dice Sara – a iniziative di sensibilizzazione sul piano culturale, politico e diplomatico: “La grande idea, bella pratica come piace a me, è arrivata leggendo il tuo articolo. Mi sono subito attivata. Ho chiamato Mobeen e attraverso di lui ho saputo che un suo direttore spirituale, padre Edward Thuraisingham, Oblato di Maria Immacolata, si occupava già di un progetto per garantire un’istruzione e un futuro a bambini cattolici in condizioni a vario titolo disagiate”. “L’ho subito contattato” prosegue Sara “e così, in una serie di messe a punto successive, è nato il progetto: ‘Borse di studio Shazia Bashir -adotta una bambina con la sua famiglia’. Si tratta di un progetto di sostegno a distanza che consente di far studiare bambine o ragazze di famiglie cristiane povere”. Ma – attenzione – “l’obiettivo non è solo quello di mandare a scuola le bambine, magari togliendole alla famiglia per mandarle in collegio – cosa che risolverebbe sì il problema della ragazzina, ma non della famiglia – bensì quello di mandarle a scuola facendole continuare a vivere, ogni qualvolta sia possibile, nella loro famiglia”. Come è possibile? Tramite i missionari. “La gestione di un progetto così è più difficile per il missionario che se ne occupa, ma ha una ricaduta sociale a favore della comunità Cristiana, molto superiore. Il costo per ogni ragazzina adottata è di 500 euro l’anno e comprende la retta scolastica, l’uniforme (fondamentale per evitare differenze), i libri di testo, il materiale didattico e di consumo e un piccolo sostegno alla famiglia (coprendo di fatto il sostentamento della figlia e il mancato guadagno avendola mandata a scuola invece che a lavoro)”. L’operazione (a cui partecipano anche le “Donne padane”) inizia con 10 borse di studio, ma – aggiunge Sara – “se vediamo che il progetto va bene e se la gente ci aiuta, più avanti si potrà pensare di aumentare il numero delle borse di studio, per riscattare sempre più bambine all’amara condizione di Shazia”. A giudicare dalle mail che mi sono arrivate saranno certamente tanti a contribuire. A tutti costoro giro un ulteriore chiarimento della Fumagalli: “Mi preme dirti che, com’è nostro costume, l’intera quota di 500 euro andrà a Padre Thuraisingham per le bambine e le loro famiglie, senza perder neppure un centesimo in costi di struttura o propaganda, grazie al fatto che l’associazione vive di solo volontariato e ama fare le cose in piccolo, ma concreto e verace (come piace alla Madonna)”. Naturalmente sarà difficile vedere e ascoltare in televisione persone straordinarie come Sara Fumagalli (gli eroi del nostro tempo sono altri: Morgan, per esempio, alle cui gesta sono stati dedicati addirittura due talk show di informazione). Ma sono queste eroiche formichine quelle che cambiano la storia. E da cambiare in Pakistan c’è moltissimo, cominciando dai diritti umani e dalla libertà religiosa come accadde con i Paese dell’Est. Proprio ieri i vescovi pakistani hanno lanciato un appello: “nessuno ci protegge”. I cristiani sono le prime vittime del fondamentalismo islamico che infierisce su di loro – scrive Avvenire – con “rapimenti, violenze e uccisioni nelle aree sotto l’influenza taeban”. I vescovi accusano il governo pakistano di lasciare “mano libera ai taleban”, che opprimono i cristiani con la “jazija” (imposta richiesta ai non musulmani sottomessi) e con ogni sorta di violenza. Inoltre i vescovi chiedono al governo pakistano di abolire le leggi più odiosamente discriminatorie, come quella orrenda sulla blasfemia, e promuovere tolleranza e uguaglianza davanti alla legge. Un sogno per ora remotissimo. Gli stessi sviluppi giudiziari del “caso Shazia”, per esempio, fanno temere che non sarà fatta giustizia. Non si creda che il Pakistan sia solo un remoto e insignificante paese del Terzo Mondo. E’ anzitutto una potenza nucleare di 180 milioni di abitanti e ha un ruolo strategicamente decisivo per gli equilibri mondiali. Nel mio articolo del 31 gennaio scrivevo che un Paese come quello non poteva essere il credibile pilastro dell’Occidente nella lotta al terrorismo islamista. E’ un inquietante buco nero atomico. Lo fa pensare anche – come dicevo – l’assassinio del nostro agente Pietro Colazzo. Ieri Lucia Annunziata, con un editoriale sulla Stampa intitolato “Sacrificato dai servizi pachistani”, rivelava proprio l’inquietante retroscena che sembra emergere: “l’attacco sarebbe stato ideato e portato a termine non dai taleban, ma dai servizi segreti del Pakistan con lo scopo di inviare un pesante avvertimento all’India”. Vedremo se ci saranno conferme. Ma intanto aiutiamo le ragazzine come Shazia, giovane martire cristiana. Sarà una piccola luce accesa nelle tenebre. Ma la luce prima o poi vince le tenebre. Sempre. (Antonio Socci, Libero, 28 febbraio 2010)
I miracoli “infedeli” di Wojtyla
Ecco le lettere inviate al Vaticano da musulmani, ebrei e induisti: ci ha guariti, fatelo santo! La lettera di Bruner Baker arriva dal Texas: «Avevo un cancro al colon, ero pieno di metastasi e stavo morendo. Il tumore è sparito quando ho chiesto aiuto a Papa Wojtyla. Sono di fede battista». D. W. Richards scrive dalla Gran Bretagna: «Sono membro "libero" della Chiesa d'Inghilterra. Ho avuto un incidente, si sono rotti legamenti e muscoli di una gamba. Il dolore era perenne, insopportabile. La notte in cui Giovanni Paolo II morì lo sognai. La mattina dopo il dolore era sparito». Irina Grigorievna Klinova, cristiana greco-ortodossa, manda il suo messaggio da Mosca: «Mio figlio era immobile a letto da tre anni. Tra le icone a casa ho l' immagine del papa polacco e l'ho pregato tanto. Dopo poco Ilja si è alzato. Ora cammina». Baker, Richards e Klinova hanno scritto all' Ufficio della Postulazione per la causa di beatificazione di Giovanni Paolo II, a Roma. I protocolli attribuiti alle loro lettere sono rispettivamente 47, 156, 843. Non sono cattolici, ma hanno voluto offrire la loro testimonianza sulla "fama di santità" attribuita al candidato Papa Giovanni Paolo II. Il Postulatore, ovvero l'avvocato difensore del Papa, monsignor Slawomir Oder, negli ultimi anni ha catalogato insieme con innumerevoli altre di provenienza cattolica le lettere dei fedeli di Allah, Brahma, dei seguaci del buddismo e di alcuni ebrei, come l'americana Melanie Eichinger (protocollo 1887) ora cattolica proprio perché «ispirata dalla vita di Wojtyla». «Abbiamo raccolto - spiega monsignor Oder - i frutti del dialogo interreligioso: milioni di persone hanno visto pregare Giovanni Paolo II al Muro del Pianto, a Gerusalemme. O entrare in sinagoga, a Roma: è stato il primo pontefice a farlo. Con il Dalai Lama, guida spirituale del buddismo tibetano, ha avuto otto incontri». Karol Wojtyla ha sempre cercato un terreno comune, dottrinale o dogmatico che fosse. Ma solo ora, dall' aprile 2005, dopo la sua morte, si scopre davvero quanto i non cattolici abbiano amato e profondamente compreso il predecessore di Ratzinger. Le lettere giunte al Postulatore sono tessere di un mosaico teso a ricostruire l'opera spirituale e l'umanità del Papa polacco. Ciascuna contiene un piccolo episodio, finora ignoto e a lui legato: sogni, rivelazioni, voci, "grazie" fisiche e spirituali. Aminata Fall, per esempio: musulmana (protocollo 210), dopo aver sognato due volte papa Wojtyla nel gesto di accoglierla e proteggerla, ora chiede di esserne una "testimone di santità". Sull'onda degli striscioni con la scritta «Santo subito» mostrati in piazza San Pietro il giorno dei funerali del Pontefice, sono state anche segnalazioni come questea consentire il rapido avvio della causa di beatificazione. Senza dimenticare, come ha raccontato lo stesso monsignor Oder nel libro Perché è santo (Rizzoli), scritto insieme al giornalista Saverio Gaeta, che fu Benedetto XVI, durante un incontro privato, a indicare al Postulatore la strada da prendere: «Fate presto, ma bene, in modo ineccepibile». Non è raro che nelle cause di canonizzazione vengano ascoltati dei non cattolici, ma anche dei non cristiani e dei non credenti. «È sempre rilevante la segnalazione fatta, per esempio, anche da un musulmano», spiega il prefetto emerito della Congregazione per le cause dei santi, il cardinale Saraiva Josè Martins. Che a chi mette in dubbio la consapevolezza dei non cattolici sul concetto stesso di "santità" ribatte: «È evidente che per raccontare a noi il suo contatto spirituale con Papa Wojtyla, il credente musulmano deve essersi rivolto a lui per ricevere un segno. In altre parole: per ricevere un miracolo occorre una intercessione, chiunque lo chiede si affida a chi questa intercessione la compie e quindi crede che questa persona sia santa. C'è una causa e c'è un effetto tra la preghiera e l'intercessione. Il risultato è attribuibile solo a Dio». E continua: «Del resto, spesso si dimentica che quello che interessa la Santa Sede non è la fede del miracolato ma il miracolo. Se un malato prega papa Wojtyla e guarisce, è questo il fatto decisivo». Non a caso, in Vaticano, i sessanta medici specializzati che in base ai criteri della medicina moderna non riescono a spiegare una guarigione, danno un parere che non ha nulla a che vedere con la fede ma solo con la scienza. «Questo vale per chi crede e per chi non crede. Ed è a questo punto che la parola passa ai teologi», conclude il cardinale Martins. Dopo quattro anni di intenso impegno, papa Ratzinger ha autorizzato, il 19 dicembre scorso, la pubblicazione del decreto che riconosce le "virtù eroiche" di papa Giovanni Paolo II. Questo passaggio della causa ha fatto diventare Wojtyla "venerabile". Per la proclamazione a "beato" c'è ora da attendere l'approvazione di un supposto "miracolo" attribuito alla sua intercessione presso Dio. La guarigione, che è stata sottoposta alla Consulta medica della Congregazione per le cause dei santi, riguarda una suora francese colpita dal morbo di Parkinson. Qualora non superasse lo scrutinio dei medici e dei teologi sono comunque pronte per essere studiate molte altre segnalazioni di "grazie ricevute". Se invece la Chiesa riconoscerà questo evento come inspiegabile scientificamente e lo attribuirà a un intervento soprannaturale, il Papa polacco verrà sicuramente beatificato. Non resterà, poi, che la proclamazione di santità, per la quale sarà necessario soltanto il riconoscimento di un ulteriore "miracolo". E, come avvenne già nel passato, potrebbe essere scelta una segnalazione proveniente da un non cattolico. È stato il caso di Monica Besra, la miracolata di Madre Teresa di Calcutta. Lei era indù. (Anna Maria Liguori, La Repubblica, 1 marzo 2010)
E Lourdes cura anche la ragione
Pochi giorni fa una puntata televisiva del programma Matrix è stata dedicata a Lourdes e agli eventi straordinari che si verificano presso il santuario mariano per intercessione della Madre di Dio. Ci sono guarigioni, verificate in modo rigoroso da una Commissione (composta da scienziati anche non credenti), la quale dichiara che alcune di esse non sono spiegabili in base alle conoscenze di cui la scienza dispone. Anzi, in base a quelle conoscenze relative alla condizione fisiologica e patologica dell’umano organismo, certe guarigioni non potrebbero, né dovrebbero verificarsi, non essendo riscontrate delle cause adeguate di esse nel dinamismo naturale e nelle terapie: infatti, per certe patologie, poi guarite in modo inspiegabile (per la scienza), la prognosi era infausta, cioè la scienza medica prevedeva la morte di certi malati e non la guarigione. Se, nonostante ciò, certe guarigioni si verificano è razionale dire che sono straordinarie, poiché ragione è apertura alla realtà per imparare da essa e non chiusura nel pregiudizio soggettivo, né accecamento di fronte ai fatti a causa dell’ideologia. Ora, il passo ulteriore, che fa la Chiesa – ma che può fare ogni persona ragionevole – in base ad un argomentare rigoroso, è questo: se quelle guarigioni sono straordinarie, nel senso appena chiarito, allora esse manifestano un potere superiore alle leggi della natura, un potere proprio ed esclusivo di chi ne è il Signore, perché ne è il Creatore. Qui c’è il dito di Dio. Specie i malati, poi guariti, ma non solo essi, avvertono in modo indubitabile questa potenza salvifica e perciò lodano Dio e la Santa Vergine. Di fronte a queste evidenze anche la boria, che pretende il monopolio della razionalità (con implicita pretesa di considerare i credenti come irrazionali) a servizio dell’ateismo, vacilla e, per non crollare rovinosamente, ammette l’innegabile, almeno in via ipotetica, tentando un’obiezione, presentata come decisiva, (in realtà un sofisma che scambia il Dio vivente con un idolo sottoposto al giudizio dell’uomo): ammettiamo che alcuni miracoli ci siano stati, ma è ingiusto che siano stati operati solo a vantaggio di pochi e non di tutti i sofferenti. È sorprendente che questa obiezione, con la pretesa di avere un’origine razionale e filosofica, trascura quanto dice Kant (per citare solo uno dei maggiori filosofi) in proposito: per lui è proprio la ragione nel suo uso pratico che, di fronte alla sofferenza, anche dei virtuosi, per sanare l’antinomia arriva a postulare Dio, « autore santo e buono del mondo », che solo può dare la felicità agli uomini. Sicché Kant, all’opposto di ciò che sostiene questa obiezione, ritiene che «la speranza comincia solo con la religione». Questa obiezione misconosce Dio che si rivela nell’evento cristiano ed è, quindi, fuori bersaglio perché Dio, nel suo disegno salvifico, ha mandato il suo Figlio proprio per redimere ogni essere umano dalla sofferenza e dal male in ogni suo aspetto, ma egli, nella sua infinita sapienza, non si fa certo dettare dall’uomo i modi e i tempi di questa redenzione. Nell’evento pasquale Gesù Cristo è redentore dell’uomo, in quanto è il Figlio di Dio, mandato dal Padre, che realizza una solidarietà concreta con ogni essere umano, facendosi carico del suo peccato, della sua sofferenza e della sua morte. È lui il buon samaritano, che si prende cura dell’uomo derubato, percosso, ferito e lasciato mezzo morto (Lc 10, 30-37). Le ferite che il buon samaritano Gesù Cristo viene a curare, sono l’emblema di tutti i mali che affliggono l’umanità – tra cui, principalmente, la sofferenza innocente e la morte – che egli condivide, assume su di sé, per vincerli, per eliminarli, chiamando ogni essere umano alla pienezza della vita e della gioia. E ciò fa gratuitamente, per puro dono. Gesù ha assunto la condizione umana, per guarire la nostra infermità; è diventato «l’uomo dei dolori che ben conosce il patire» (Is 53, 3), che è vicino a ogni creatura umana sofferente per aprirle prospettive di liberazione. Infatti, come la passione e la morte di Cristo vanno comprese alla luce della sua risurrezione, così la passione e la morte delle creature umane vanno viste e comprese alla luce della croce e della risurrezione di Cristo, che le chiama alla pienezza della felicità, una volta eliminata ogni sofferenza nella dimensione della vita eterna. Per una liberazione non effimera i filosofi contemporanei Horkheimer e Adorno – per tacere di altri – arrivano, nella loro ricerca, alla nostalgia del Totalmente Altro, cioè di Dio, e a sperare nella risurrezione della carne, vale a dire di tutto l’uomo, riferendosi esplicitamente al kerigma cristiano. Solo nella prospettiva della risurrezione di Cristo, in virtù della potenza di Dio, ogni uomo può avere la fondata speranza che la morte non sia l’ultima parola sulla sua esistenza, ma che sia il passaggio alla vita beata e senza fine, nella quale, vinto il male in ogni suo aspetto, non c’è nessuna gioia perduta che non possa essere recuperata al di là di ogni attesa, nessuna sofferenza subìta che non possa essere riparata e trasfigurata, nessuna miseria che gli possa impedire di rinascere in pienezza. (Umberto Galeazzi, Avvenire, 25 febbraio 2010)
Con 2.863.649 aborti praticati e censiti ogni anno in Europa, di cui 1.207.646 nella sola Ue, nel Vecchio Continente l’aborto sta diventando la principale causa di morte. Più del cancro, più dell’infarto, e in 12 giorni viene soppresso un numero di embrioni pari a quello dei morti in incidenti stradali lungo l’intero anno. A sottolineare il peso che il fenomeno ha sulle società europee potrebbero bastare le nude cifre, che sono in aumento in numerosi Paesi, la Spagna in prima fila. Ma dalle cifre dello studio «L’aborto in Europa e in Spagna» presentato ieri a Bruxelles dallo spagnolo Istituto di politica familiare (Ipf) si ricavano indicazioni che impressionano su vari piani: sulle tendenze in atto, sul loro impatto anche demografico per cui il numero degli aborti coincide con il deficit demografico dell’Ue, su quel che esse segnalano in termini di evoluzione complessiva nelle nostre società nei confronti di valori fondamentali. E sulla cadenza incalzante degli aborti praticati nel nostro continente: uno ogni 11 secondi, 327 ogni ora, 7486 al giorno. Il tema del rispetto dei valori nella società europea è stato al centro della conferenza stampa in cui, nella sede dell’Europarlamento, è stato illustrato lo studio dell’istituto spagnolo. Aprendo la riunione Jaime Mayor Oreja, capo della delegazione spagnola nel gruppo parlamentare del Ppe, ha osservato che «la manifestazione più crudele della crisi dei valori è il diritto all’aborto». Con questa espressione non aveva bisogno di chiarire quanto allarme abbia destato tra i Popolari il voto con cui il 10 febbraio scorso l’Europarlamento ha approvato su proposta di un socialista belga una risoluzione sulla parità di diritti tra uomini e donne in cui si legge che alle donne dovrebbe essere garantito «il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto», e che esse «devono godere di un accesso gratuito alla consultazione in tema di aborto», nel quadro di un generale impegno dei governi a «migliorare l’accesso delle donne ai servizi della salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili». Il vicepresidente del Parlamento europeo Mario Mauro ha approfondito il tema dei valori citando Benedetto XVI sui pericoli del fondamentalismo e del relativismo: e annoverando tra le sue conseguenze la diminuzione del numero dei matrimoni e delle nascite. «Le cifre del relativismo – ha detto – sono le cifre della decadenza del nostro continente, del fallimento dei governi europei» che tra l’altro continuano a dedicare alla politica della famiglia solo una piccola parte delle spese sociali che nell’Ue assorbono un 28% del prodotto interno lordo. «Il legame tra aiuti prestati alle famiglie e numero delle nascite è chiarissimo», ha insistito Mauro condannando le tendenze che puntano a «un nuovo concetto di famiglia, che non è famiglia», e a fare dello Stato di diritto una sorta di «supermercato dei diritti». Il presidente dell’Ipf, Eduardo Hertfelder si è poi soffermato sulle preoccupazioni che si acuiscono per la tendenza sugli aborti nel suo Paese, la Spagna. (Avvenire.it 3/3/2010)
Benedetto XVI conclude gli esercizi spirituali
L'uomo "ha bisogno della relazione, dell'ascolto dell'altro, soprattutto di Dio. Solo così conosce se stesso, solo così diviene se stesso". Lo ha sottolineato il Papa sabato mattina, 27 febbraio, nella cappella Redemptoris Mater, a conclusione degli esercizi spirituali in Vaticano, predicati da don dal Covolo. Benedetto XVI ha invitato in particolare a guardare a Maria come modello di "donna dal cuore in ascolto, che è immersa nella Parola di Dio, la medita e la custodisce nel cuore". In questo ascolto - ha spiegato - Maria "ha concepito la Parola eterna, ha dato la sua carne a questa Parola". «Cari Fratelli, Caro Don Enrico, A nome di tutti noi qui presenti vorrei di tutto cuore dire grazie a lei, Don Enrico, per questi esercizi, per il modo appassionato e molto personale col quale ci ha guidato nel cammino verso Cristo, nel cammino di rinnovamento del nostro sacerdozio. Lei ha scelto come punto di partenza, come sottofondo sempre presente, come punto di arrivo - lo abbiamo visto adesso - la preghiera di Salomone per "un cuore che ascolta". In realtà mi sembra che qui sia riassunta tutta la visione cristiana dell'uomo. L'uomo non è perfetto in sé, l'uomo ha bisogno della relazione, è un essere in relazione. Non è il suo cogito che può cogitare tutta la realtà. Ha bisogno dell'ascolto, dell'ascolto dell'altro, soprattutto dell'Altro con la maiuscola, di Dio. Solo così conosce se stesso, solo così diviene se stesso. Dal mio posto qui ho sempre visto la Madre del Redentore, la Sedes Sapientiae, il trono vivente della saggezza, con la Sapienza incarnata sul grembo. E come abbiamo visto, san Luca presenta Maria proprio come donna dal cuore in ascolto, che è immersa nella Parola di Dio, che ascolta la Parola, la medita (synbàllein) la compone e la conserva, la custodisce nel suo cuore. I padri della Chiesa dicono che nel momento della concezione del Verbo eterno nel grembo della Vergine lo Spirito Santo è entrato in Maria tramite l'orecchio. Nell'ascolto ha concepito la Parola eterna, ha dato la sua carne a questa Parola. E così ci dice che cosa è avere un cuore in ascolto. Maria è qui circondata dai padri e dalle madri della Chiesa, dalla comunione dei santi. E così vediamo e abbiamo capito proprio in questi giorni che non nell'io isolato possiamo realmente ascoltare la Parola: solo nel noi della Chiesa, nel noi della comunione dei santi. E lei, caro Don Enrico, ci ha mostrato, ha dato voce a cinque figure esemplari del sacerdozio, cominciando con Ignazio d'Antiochia fino al caro e venerabile Papa Giovanni Paolo ii. Così abbiamo realmente di nuovo percepito che cosa vuol dire essere sacerdote, divenire sempre più sacerdoti. Lei ha anche sottolineato che la consacrazione va verso la missione, è destinata a divenire missione. In questi giorni abbiamo approfondito con l'aiuto di Dio la nostra consacrazione. Così, con nuovo coraggio, vogliamo adesso affrontare la nostra missione. Il Signore ci aiuti. Grazie a lei per il suo aiuto, Don Enrico. (Vatican.va, 1 marzo 2010)
Riporto, su segnalazione di un amico lettore particolarmente spiritoso, i seguenti autentici, esilaranti, annunci parrocchiali, augurandomi che nel leggerli un sorriso vi conceda un istante di tregua nei vostri troppi e faticosi impegni giornalieri: - Per tutti quanti tra voi che hanno figli e non lo sanno, abbiamo un'area attrezzata per i bambini! - Giovedì alle 5 del pomeriggio ci sarà un raduno del Gruppo Mamme. Tutte coloro che vogliono entrare a far parte delle Mamme sono pregate di rivolgersi al parroco nel suo ufficio. - Il gruppo di "Recupero della fiducia in se stessi" si riunisce Giovedì sera alle 20.30. Per cortesia usate le porte sul retro. - Venerdì sera alle 7 i bambini dell'oratorio presenteranno l'Amleto di Shakespeare nel salone della chiesa. La comunità è invitata a prendere parte a questa tragedia. - Care signore, non dimenticate la vendita di beneficenza! È un buon modo per liberarvi di quelle cose inutili che vi ingombrano la casa. Portate anche i vostri mariti. - Tema della catechesi di oggi: "Gesù cammina sulle acque". Il tema di domani: "In cerca di Gesù". - Il coro degli ultrasessantenni verrà sciolto per tutta l'estate, con i ringraziamenti di tutta la parrocchia. - Ricordate nella preghiera tutti quanti sono stanchi e sfiduciati della nostra Parrocchia - Il torneo di basket delle parrocchie prosegue con la partita di mercoledì sera: venite a fare il tifo per noi mentre cercheremo di sconfiggere il Cristo Re! - Il costo per la partecipazione al Convegno su "Preghiera e digiuno" è comprensivo dei pasti. - Per favore mettete le vostre offerte nella busta, assieme ai defunti che volete far ricordare. - Il parroco accenderà la sua candela da quella dell'altare. Il diacono accenderà la sua candela da quella del parroco, e voltandosi accenderà uno a uno tutti i fedeli della prima fila. In linea generale condivido pienamente quello che afferma l’antico adagio: «risus abundat in ore stultorum – il ridere sovrabbonda nella bocca degli stolti» ma è altrettanto vero che una sana risata a volte ti spiana la vita. Prosit! (Administrator, 3 marzo 2010)
A Ostia (Roma) il primo happy hour cattolico
Ambiente curato, luci soffuse, musica selezionata: sbarca a Ostia, sabato 6 marzo presso lo stabilimento Oasi (lungomare Amerigo Vespucci, 180) il primo happy hour versione cattolica. A promuoverlo un gruppo di giovani tra i 18 e i 35 anni, della XXVI Prefettura. «L’idea non è nostra – spiga Valentina, 20 anni –: è stata importata dalle Sentinelle del mattino (www.sentinelledelmattino.org ) nate a Desenzano dopo il Giubileo del 2000. Il contatto con la loro realtà e un percorso formativo ad hoc ha fatto nascere l’idea di proporre un’iniziativa analoga anche sul nostro territorio. Un modo nuovo e informale per trasmettere il messaggio di sempre, ovvero che l’incontro con Gesù può cambiare la tua vita». La serata infatti, riservata ai maggiorenni e ad ingresso gratuito, ha tutte le caratteristiche dei tradizionali happy hour di importazione anglosassone: musica, incontro, ambiente soft, consumazione veloce e in questo caso gratuita. «Abbiamo curato tutti i dettagli – aggiunge Vincenzo, 23 anni – grazie a un team di giovani e professionisti che hanno messo a disposizione gratuitamente le loro competenze, e di alcuni sponsor che hanno volentieri accettato di promuovere l’iniziativa». Caldo e sobrio allo stesso tempo l’arredo, curato da un giovane architetto. «Per l’occasione sono stati scelti due colori principali – dice la ventiseienne Mery –, arancione e sabbia. Abbiamo utilizzato materiali di recupero, ecologici e a basso costo. In programma video e musica scelta tra i principali gruppi emergenti del rock cristiano». Ma cosa caratterizza questo happy hour “cattolico”, prodotto da Now Jesus, rispetto a un aperitivo in un altro locale? Durante la serata verranno proposte le testimonianze di due giovani, che racconteranno come è cambiata la vita dopo il loro incontro con Gesù. «Due momenti – commenta Michela, 23 anni, anche lei nell’organizzazione della manifestazione – in cui la musica si abbasserà per lasciare spazio al racconto vero di giovani che si sono messi in gioco e hanno provato sulla loro pelle cosa significa fidarsi di Dio». La serata, in programma dalle 21 alle 24, avrà un suo prologo sabato pomeriggio a partire dalle 17.30 alla chiesetta del Borghetto dei Pescatori, dove tutte le “sentinelle” coinvolte si raduneranno per un’ora di adorazione eucaristica e per la consegna del mandato. La cappella rimarrà aperta per tutta la durata dell’happy hour – grazie alla disponibilità di un gruppo di giovani e adulti e di quanti vorranno unirsi – che veglieranno in preghiera per la buona riuscita dell’iniziativa. (Laura Galimberti, RomaSette, 2 marzo 2010)
A novembre il Papa sarà a Santiago de Compostela e a Barcellona
Benedetto XVI si recherà a Santiago de Compostela il 6 novembre, in occasione dell'Anno Giacobeo 2010, e il giorno dopo consacrerà il tempio della Sagrada Familia di Barcellona. Lo hanno annunciato questo mercoledì mattina gli Arcivescovi di Barcellona e di Santiago de Compostela, i monsignori Lluís Martínez Sistach e Julián Barrio, nel corso di conferenze stampa tenutesi presso le loro sedi episcopali. L'Arcivescovo Barrio ha confermato sorridendo la visita del Papa davanti a molti giornalisti, dopo aver informato il presidente della Xunta, il sindaco di Santiago, il delegato del Governo, i Vescovi delle diocesi galiziane, il vicario generale della Diocesi e il capitolo metropolitano. Il presule ha spiegato che Benedetto XVI ha espresso il desiderio di andare a Santiago “come pellegrino della fede”. L'annuncio della visita a Santiago de Compostela è avvenuto due giorni dopo l'udienza privata in Vaticano con il Papa del presidente della Xunta della Galizia, Alberto Núñez Feijóo, e dell'Arcivescovo di Santiago. Nell'incotro di questo lunedì, il presidente della Comunità autonoma ha spiegato al Papa l'importanza per la Galizia e per tutta la Spagna dell'Anno Santo Compostelano, che non si ripeterà fino al 2021, ed ha sottolineato il significato di questo evento per la rivalutazione delle radici cristiane dell'Europa. Quella di novembre sarà la seconda visita di Benedetto XVI in Spagna, dopo quella realizzata nel 2006 a Valencia per presiedere l'Incontro Mondiale delle Famiglie e prima di quella programmata per l'agosto 2011 a Madrid per presiedere la Giornata Mondiale della Gioventù. Finora, l'unico pellegrinaggio di un Papa a Santiago de Compostela in un Anno Giubilare è stato quella di Giovanni Paolo II nell'Anno Santo 1982, anche se nel 1989 tornò per presiedere la Giornata Mondiale della Gioventù. L'ultima visita di un Papa a Barcellona risale al 1982, quando Papa Wojtyła, nel suo primo viaggio in Spagna, celebrò una Messa a Montserrat, visitò la Sagrada Familia e si rivolse a migliaia di persone nel Camp Nou. La consacrazione da parte del Papa del tempio ideato da Antoni Gaudí avverrà nello stesso anno in cui terminerà la copertura della navata. Nella navata centrale della Sagrada Familia, Benedetto XVI celebrerà una Messa per circa 10.000 persone. Il 17 febbraio scorso, il Cardinale Lluís Martínez Sistach ha informato dell'interesse con cui Benedetto XVI aveva accolto il suo invito a presiedere la consacrazione del tempio della Sagrada Familia. “Il Santo Padre ha accolto l'invito con interesse per quello che è e significa la Sagrada Familia, come chiesa del genio universale dell'architetto Antoni Gaudí, di cui è stata avviata la causa di canonizzazione”, ha dichiarato. “Anche per l'invocazione alla Sacra Famiglia, vista l'estrema importanza che ha la famiglia per il Santo Padre, considerando che il bene delle persone, della società e della Chiesa è direttamente collegato alla tutela, alla difesa e alla promozione della famiglia”, ha aggiunto. (Zenit, 3 marzo 2010)
Le Monache Benedettine Vallombrosane di S. Gimignano (SI)
Donna Berta, discendente dai Conti Cadolingi, potente famiglia toscana, e Abbadessa del Monastero delle Benedettine Vallombrosane di Cavriglia (Ar), ricevette nel 1075 in dono una cappella intitolata ai Santi Vittore e Niccolò e tutte le terre e i beni ad essa pertinenti, con la clausola che tali possedimenti non fossero trascurati ed abbandonati. Situato a circa 8 Km a nord-ovest di S. Gimignano, presso il castello di Catignano, il monastero di S. Vittore si trovava in una posizione incantevole, ma aveva il grave inconveniente di trovarsi lontano dall'abitato ed esposto, quindi, a tutte le scorrerie delle bande armate che in quei tempi infestavano la Toscana. Nel 1337, in seguito alle ripetute aggressioni subite, si decise di trasferire il monastero entro le mura della città. Si raggiunse un accordo secondo il quale le monache avrebbero dato le proprietà di S. Vittore e Niccolò al Comune, il quale da parte sua avrebbe provveduto a ricavare un monastero (una casa con chiostro) da alcune costruzioni poste nei pressi dell'ospedale di S. Fina e davanti alla Magione del Tempio. Il 1° Novembre 1337 le cinque monache che formavano la comunità, si trasferirono nel nuovo monastero, che ben presto iniziarono ad ampliare e completare secondo le esigenze della vita monastica, così come l'aveva voluta S. Benedetto. Nel 1477 la stessa sorte toccò al Monastero di Santa Maria Vergine a Caviglia, fondato una seconda volta da S. Berta nel 1143, bisnipote di Donna Berta: stremate dalle scorrerie di senesi e fiorentini le monache si trasferirono nel monastero di S. Gimignano, che nel frattempo aveva cambiato nome in S. Girolamo. Al complesso monastico si aggiunse nel XVII sec. la Magione del Tempio, di cui abbiamo notizia a partire dal 1221, anno in cui probabilmente fu fondata dalla famiglia dei Baccinelli, appartenente all'Ordine dei Templari. Dopo la soppressione dei Templari e un breve periodo in cui era stata affidata all'Ordine Gerosolimitano, fu definitivamente data alle monache di S. Girolamo (1637), le quali fecero costruire il cavalcavia di comunicazione tra la Chiesa e il monastero. Nel corso dei secoli la comunità monastica si è sviluppata, raggiungendo nel 1539 il numero di 52 monache, più due ragazze in "serbanza", come si diceva allora, cioè in attesa di poter entrare in monastero, e una decina di educande. I momenti più difficili della storia di S. Girolamo furono determinati dai decreti di soppressione del sec. XIX. Prima vennero, nel 1810, le leggi napoleoniche, che decretarono la soppressione dei monasteri, che le monache furono costrette ad abbandonare per rifugiarsi presso parenti e amici. Solo nel 1816 le monache poterono tornare in possesso del loro monastero, notevolmente danneggiato dagli anni di abbandono. Erano da poco finiti i lavori di restauro che sopraggiunse una analoga legge del neonato stato italiano (1866), che però non riuscì a espellere le monache dalla loro casa. Quale lo scopo delle monache? “Istituire una scuola del servizio divino” è quanto san Benedetto scrive nella sua Regola: l'essenza della vita monastica è appunto quella di stimolare la conversione nel cuore e nella vita di coloro che desiderano rispondere: "eccomi" all'invito di Dio. Una scuola, che ancora oggi continua nei monasteri benedettini, che viene generalmente identificata con la massima "ora et labora", prega e lavora, vero caposaldo della vita di ogni monaco e monaca. Ma non è tutto qui! La vita nel monastero è costruita su quattro pilastri: la preghiera, nella forma della liturgia e della lectio divina, il lavoro, la vita comune e l'ospitalità, vissute in una alternanza che scandisce la vita concreta calata nello spazio e nel tempo. L'ospitalità, uno dei valori su cui si basa la spiritualità benedettina, è accoglienza evangelica dei fratelli che si recano al monastero soprattutto per una esperienza di Dio, usufruendo del clima di raccoglimento e di preghiera che esso offre (RB 48,1). Le monache sono consapevoli che il monastero è casa di Dio e che l'ospite non è lì per loro ma per Cristo, l'unica cosa necessaria per chiunque; da questa consapevolezza deriva lo stile dell'accoglienza: condivisione delle ricchezze spirituali di una vita vissuta alla costante presenza di Dio, unita all'attenzione per i bisogni dell'ospite, la fraternità espressa in un letto preparato, l'atmosfera di silenzio e di preghiera. Negli ultimi anni la comunità di S. Girolamo è andata recuperando la sua vocazione di dedizione alla Parola, legata al carisma benedettino che è volto alla conversione costante della vita, in un ascolto attento e adorante del Signore che si fa presente nei fratelli e nel maestro del monastero, l'abate o la badessa. Ma può restare nascosta una città collocata su un monte? Si mette una luce sotto il moggio? La luce se non ha aria muore e se non illumina perde la sua ragione di esistere: così condividere con i fratelli i doni che Dio fa nel silenzio e nella solitudine è un'esigenza, oltre che un dovere. Per questo, insieme alla preghiera liturgica, la comunità offre un servizio della Parola letta, meditata, pregata e, per grazia di Dio, contemplata. Da questo desiderio di condivisione nascono alcune iniziative, come la “lectio divina” sulle letture domenicali, aperta a tutti ogni sabato alle ore 18,00 e una serie di incontri biblico-spirituali a cadenza mensile. L'impostazione biblico-spirituale si pone nell'alveo della tradizione monastica, legata al contatto personale e comunitario con le sacre Scritture, presenza di un Dio tanto vicino da farsi uno di noi, da farsi Parola, Comunicazione. Così la Parola è lasciata libera di incidere in modo efficace sulla vita di ciascuno, come "lo stilo sulla cera", senza tuttavia ostacolare la lettura attenta del testo, che mira a farne scoprire e gustare la profondità e il significato. La foresteria del monastero è aperta anche a coloro che desiderano trascorrere qualche giorno a S. Gimignano, unendo l'approfondimento culturale a un soggiorno tranquillo, in un ambiente confortevole ma essenziale. Per quanti desiderassero maggiori informazioni, consigliamo di visitare il sito internet all’indirizzo: http://www.monasterosangirolamo.it/index.php?p=chisiamo&lang=ita, o scrivere: Monastero Monache Benedettine Vallombrosane, Via Folgore, 30, 53037 S. Gimignano (Si); Tel/Fax: 0577-940573; 0577-940573 E-mail: monasterosangimignano@gmail.com (Administrator, 4 marzo 2010)
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