TESTI ATTUALITÀ

ANNO 2008

 

 

21 dicembre 2008

 

Leggi razziali e Chiesa: la polemica

Per Gianfranco Fini l’ideologia fascista «non spiega da sola l’infamia delle leggi razziali». Il presidente della Camera chiama in correità nella vergognosa decisione presa dal governo di Mussolini non soltanto «la società italiana» che si adeguò (e qui Fini forse sorvola troppo in fretta sul fatto che il fascismo era un regime poco propenso alle opposizioni, come insegna il caso Matteotti), ma anche la Chiesa. Leggendo le sue parole si può avere l’idea di una Chiesa cattolica acquiescente nei confronti delle decisioni del Duce. Le cose, però, non stanno affatto così, come ha precisato Radio Vaticana, correggendo Fini attraverso i commenti degli storici Francesco Malgeri e Andrea Riccardi: «La Chiesa reagì subito alle Leggi razziali del 1938». Mentre lo storico di Civiltà Cattolica Giovanni Sale ha dichiarato: «Pio XI è stato la sola personalità pubblica del suo tempo a opporsi apertamente a Mussolini per la sua politica antisemita».

La questione è complessa, densa di sfumature. Pio XI non è rimasto in silenzio, ma ha parlato pubblicamente contro il «Manifesto della razza». Il 15 luglio 1938, il giorno dopo la pubblicazione, durante un’udienza a delle suore, Papa Ratti dice: «Oggi stesso siamo venuti a sapere qualcosa di molto grave: si tratta, ora, di una vera apostasia». E aggiunge parole contro «quel nazionalismo esagerato, che ostacola la salvezza delle anime, che innalza barriere tra i popoli». Il 21 luglio, ricevendo in udienza gli assistenti ecclesiastici di Azione Cattolica, ritorna sulla questione: «Cattolico – dice il Papa – vuol dire universale, non razzistico, nazionalistico, separatistico». Queste ideologie – continua – finiscono «con il non essere neppure umane». Il 28 luglio rivolgendosi agli alunni di Propaganda Fide, Pio XI ribadisce: «Il genere umano non è che una sola e universale razza di uomini. Non c’è posto per delle razze speciali... La dignità umana consiste nel costituire una sola e grande famiglia, il genere umano, la razza umana».

Negli ultimi mesi del 1938, dopo la promulgazione delle leggi razziali, la linea della Santa Sede è quella di cercare di attenuarne gli effetti, come dimostrano le trattative serrate e spesso tesissime, tra Vaticano e governo. La Civiltà Cattolica non condanna pubblicamente la legislazione antisemita, anche se in vari articoli pubblicati in precedenza aveva preso le distanze dalle teorie razziste. Il «silenzio» dell’autorevole rivista dei gesuiti è provocato da un decreto ministeriale che impone «la proibizione di pubblicare commenti sulla questione razziale divergenti dal senso del Governo nazionale». È il fascismo, dunque, a imbavagliare gli organi di informazione cattolici proibendo loro di intervenire contro il manifesto della razza e anche di rendere note le parole già pronunciate da Pio XI. L’8 agosto 1938 Montini, sostituto della Segreteria di Stato, informa il governo americano di questi provvedimenti, in modo che all’estero non si dica che il Vaticano e la stampa cattolica tacciono sui provvedimenti per pusillanimità o per complicità con il regime. Dai documenti degli archivi vaticani risulta dunque che il Papa aveva fatto il possibile per evitare la promulgazione di leggi discriminatorie nei confronti degli ebrei, e poi aveva tentato di limitarne gli effetti. In quei mesi la Santa Sede metterà in moto iniziative per aiutare gli ebrei discriminati, chiedendo attraverso le nunziature che fossero accolti in vari Paesi, come dimostrano i dispacci inviati dal Segretario di Stato Pacelli. Su input del cardinale Bibliotecario Mercati, il Papa sottoscriverà un appello in favore degli scienziati e degli studiosi che avevano perso il posto, chiedendo ai porporati d’oltreoceano di favorire il loro inserimento. (Andrea Tornielli, Il Giornale, 18 dicembre 2008)

 

 

 


 

Un principio razionale universale

Spiace rilevare come molti recenti e autorevoli interventi in merito ad una legge sulla fine della vita umana (da alcuni auspicata, da altri temuta) stiano alterando un dibattito che dovrebbe essere portato avanti con lucida serenità, anche per non lasciarsi travolgere dalle inevitabili risonanze emotive che esso suscita. E spiace in particolare dover prendere atto come tra questi inopportuni interventi non pochi provengono da studiosi che si riconoscono come cattolici. Mi permetto quindi anch’io di entrare in questa discussione, solo per stabilire quelli che per me dovrebbe essere ritenuti punti fermi.

Non è vero, come alcuni sostengono, che solo argomenti teologico-confessionali (e non argomenti laico-razionali) possano rendere ragione del principio dell’indisponibilità della vita. Di un vincolante riferimento a Dio non hanno avuto bisogno né Aristotele né Plotino, né Kant né Schopenhauer: autori divergenti su tutto il resto, ma concordi nel negare che sia lecito per l’uomo ‘levar la mano su di sé. Ritenere disponibile la vita umana significa infatti incrinare la possibilità stessa della dimensione sociale, che assume la vita non come un valore accanto ad altri valori, ma come il presupposto della stessa elaborazione sociale di ogni valore. Né è corretto, per sostenere la tesi contraria, ritenere che si dia una contiguità logica tra il suicidio e l’eutanasia (intesa come “aiuto al suicidio”), una contiguità che indurrebbe ad applicare a questa la liceità che è riconosciuta a quello. Il suicidio infatti è atto tragicamente solitario, che (quale che sia la valutazione etica che di esso si possa dare) manda definitivamente in frantumi qualsivoglia relazionalità interpersonale e di conseguenza sfugge a qualsiasi sindacato da parte del diritto; l’eutanasia, in tutte le sue varianti, è invece costitutivamente relazionale e sotto questo profilo è giuridicamente sindacabilissima (e condannabilissima). Né sono condivisibili le critiche che si stanno moltiplicando alla teoria dell’accanimento terapeutico, sempre più spesso presentato come l’araba fenice, di cui tutti parlano, ma cui nessuno sa dire esattamente cosa sia.

Ogni medico, che abbia lunga esperienza di accompagnamento dei morenti, sa bene che su di lui grava il dovere di non sottoporre il paziente a pratiche sproporzionate, futili, estremamente onerose, dall’incerta utilità (a volte anche perché ancora di carattere sperimentale) o penosamente invasive.

Negare l’oggettività dell’accanimento (e la doverosità del suo rifiuto), equivale a sottrarre al medico l’unico criterio a sua disposizione per individuare il momento di ‘fermarsi’ e si risolve in un’indebita valorizzazione della volontà del paziente, assunta come sovrana e insindacabile, sia quando egli chieda di essere curato che quando chieda di essere ucciso. Non possiamo continuare ad ignorare che nella stragrande maggioranza dei casi quella dei pazienti non è una volontà illuministicamente forte e lucida, quanto piuttosto una volontà fragile, mutevole, angosciata ed impaurita, facilmente manipolabile e quasi sempre incapace di elaborare decisioni per l’impossibilità di acquisire una corretta visione clinica della situazione.

Arriviamo al punto cruciale: è auspicabile o no una legge sulla fine della vita umana (come che la si voglia denominare: testamento biologico, direttive o dichiarazioni anticipate di trattamento, piano di cura)? La migliore risposta a questa domanda è stata elaborata già cinque anni fa dal Comitato Nazionale di Bioetica, che ha riconosciuto opportuno conferire valore legale a tali dichiarazioni, purché non equivoche, redatte in data certa e non lontana nel tempo, contenenti indicazioni non confliggenti con la legge vigente (quindi in concreto assolutamente prive di spessore eutanasico, data l’illiceità penale dell’eutanasia nel nostro ordinamento) e soprattutto non vincolanti per il medico. A costui e solo a costui, infatti, non può che essere attribuita l’ultima parola sul trattamento dei pazienti, nella prospettiva ippocratica della tutela del miglior interesse clinico del paziente stesso, interesse che soltanto il medico può essere in grado di individuare nella concretezza delle singole situazioni. Che una simile legge sia auspicabile, lo dimostra il fatto che essa potrebbe realizzare il giusto mezzo aristotelico tra due intenzioni estreme, parimenti biasimevoli: quella di coloro che vorrebbero subordinare sempre e comunque i medici all’ossequio della volontà pregressa (e a volte necrofila) del ‘testatore’ e quella di coloro che vorrebbero invece che i medici, anziché porsi in doveroso, pur se non vincolante ascolto del paziente, si accanissero sempre e comunque su di lui, per prolungare la sua sopravvivenza, anche al prezzo di abusare di crudeli pratiche tecnologiche. (Francesco D’Agostino, Avvenire, 17 dicembre 2008)

 

 

 


 

La traslazione a Loreto della casa di Nazareth

Siamo all'inizio di maggio del 1291. I Turchi hanno preso totale possesso della Terra Santa, dove a Nazareth si trovano le vestigia di quella piccola costruzione che la tradizione, dai primi secoli dell'era cristiana, indicava quale dimora della Vergine Santa, dove nacque, dove ebbe luogo l'Annuncio dell'Arcangelo Gabriele e dove visse Gesù nella Sacra Famiglia.

Dopo la Risurrezione, gli Apostoli si sarebbero riuniti in questa Casa, dove San Pietro avrebbe eretto un altare e avrebbe celebrato la Frazione del Pane conforme all'insegnamento di Gesù.

In quello stesso inizio di maggio (10 maggio 1291) a duemila chilometri di distanza, sulla collina di Tersatto, non lontano da Fiume (l'odierna Rijeka), dei boscaioli trovano una piccola casa che non avevano mai visto prima in quel luogo. Il fatto impressiona molto perché su quella collina che scende verso il mare non esistevano né capanne né tanto meno case. La piccola costruzione, posata sul terreno, ha una lunghezza di m.9,52, una larghezza di m.4,10 e un'altezza (all'interno) di m.4,30.

Di fronte all'entrata c'è un altare di pietra e, al di sopra, sul muro, una Croce greca. Su questa la figura del Cristo e un'iscrizione: "Gesù di Nazareth, Re dei Giudei". Sull'altare una statua in legno della Madonna con il Bambino in braccio: la mano destra di Gesù è levata per benedire.

Oltre l'altare, un focolare nero di fumo, che ne comprova un lungo uso. Non lontano da questo atrio, un armadio scavato nel muro e degli utensili da tavola: "Sembra una Cappella che sia stata abitata", dicono i boscaioli.

Il curato di Tersatto, don Alessandro De Giorgio, viene informato del fatto, ma, molto ammalato, non può muoversi. Gli appare la Madonna che gli attesta essere quella la sua Casa di Nazareth dove nacque, dove avvenne l'Annuncio dell'Arcangelo Gabriele e dove visse con Gesù. Sull'altare, l'Apostolo Pietro celebrò la prima Frazione del Pane, e la statua di legno di cedro è opera di San Luca. Quale sigillo dell'Apparizione, don Alessandro viene improvvisamente guarito della sua infermità (Notizie provenienti da un pregevole studio del 1893 di Guillaume Garratt, dell'Università di Cambridge).

È in quegli anni signore di Tersatto il conte Nicolò Frangipani, governatore delle tre province di Dalmazia, Croazia e Illiria. Costui invia a Nazareth una commissione di tre persone, tra cui il curato, che può constatare come realmente la Casa di Nazareth, con grande stupore dei Turchi, fosse improvvisamente sparita. Tale notizia, prima ancora che la spedizione sia di ritorno (un viaggio di duemila chilometri per via mare), si ha da parte dei pellegrini che tornano dalla Terra Santa. Si viene a sapere altresì che i musulmani ricavano da tempo cospicui profitti dalle visite dei pellegrini alla Santa Casa.

Il 10 dicembre 1294 (tre anni e sette mesi esatti dalla miracolosa Traslazione), la casa sparisce e si ritrova dall'altra parte dell'Adriatico in boschi non lontani da Recanati di proprietà di una certa signora Lauretta. Dei pastori della regione vedono quel mattino una luce abbagliante uscire dalle nubi. Molta gente accorre e dei briganti ne approfittano per derubare i pellegrini.

Passano otto mesi e la Casa di Nazareth, una notte, ancora sparisce e si ritrova a un chilometro e mezzo di distanza, in un campo che appartiene a due fratelli, i conti Stefano e Simone Rinaldi di Antici. Anche questi vorrebbero trarre profitto personale dalle offerte dei pellegrini giungendo per questo a fare una petizione al papa Bonifacio VIII per ottenere il titolo di proprietà.

Ma ecco che una notte di dicembre del 1295, la Santa Casa si sposta ancora su una strada che va da Recanati a Porto Recanati, fuori cioè di ogni proprietà, e come le altre volte si posa sul terreno senza fondamenta alcuna. I magistrati di Recanati sono obbligati a fare una deviazione della strada. Anche costoro formano una missione di 16 nobili e notabili del luogo che inviano dall'altra parte dell'Adriatico per verificare i fatti.

Il Conte Frangipani, al corrente di quanto era avvenuto, mostra a detta commissione una Cappella da lui edificata in ricordo con l'iscrizione (ancora esistente): "La Santa Casa della Beatissima Vergine Maria venne da Nazareth a Tersatto il 10 maggio 1291 e si ritirò il 10 dicembre 1294".

Le stesse 16 persone raggiungono poi la Galilea, confermando i risultati della prima spedizione: eguali le dimensioni, eguali le pietre della costruzione e ancora si constata che "la data di partenza della Casa per l'Illiria coincide con quella dell'arrivo sulla collina di Tersatto".

Oggi, a fine XX secolo, una grande Basilica in marmo bianco, concepita nel XVI secolo dal Bramante, riveste degnamente la piccola-grande Casa. Migliaia di pellegrini in tutti questi anni hanno lasciato la loro testimonianza in questo Santuario dove si verificarono molti e grandiosi miracoli. Tanti uomini illustri hanno scritto su Loreto. Tra gli altri Montaigne, che lo visitò nel suo "Journal de Voyage en Italie par la Suisse e l'Allemagne", ricordando i fatti sopra riportati e descrivendo miracoli e riferimenti importanti con i Re di Francia (nascita di Luigi XIV) (Cfr. A. Colin-Simard, Les Apparitions de la Vierge, Fayard-Mame, 1981, pp.32ss.).

Anche Papa Giovanni Paolo II volle dare una risposta alla veridicità della Santa Casa recandosi a Loreto fin dall'8 settembre 1979, all'inizio del suo Pontificato, dichiarandosi "felice che l'umile prato di Loreto sia diventato uno dei più celebri Santuari Mariani d'Italia" e aggiungendo "Io vengo a cercare, con l'intercessione di Maria, la Luce!".

L'iter delle traslazioni sopra descritte nei loro modi e nei loro tempi non lascia dubbi che, se veridiche, si riferiscano ad avvenimenti scientificamente non spiegabili.

Invero: anche oggi, con le tecnologie più avanzate, la rimozione "in toto" di una casa, pur delle dimensioni di quella di Loreto, presenterebbe enorme difficoltà e questo quindi appare tanto più impossibile per l'epoca in cui è avvenuta.

Si pensi a quale lavoro di preparazione e di avanzata tecnologia ha comportato il "taglio a fettine" e successiva ricostruzione di alcuni monumenti dell'antico Egitto, per salvarli dall'invaso della grande diga di Assuan, per avere un'idea delle grandi difficoltà di queste operazioni.

Si deve quindi dedurre che anche l'ipotesi di una scomposizione dei muri della Casa nei singoli blocchi di pietra effettuata a Nazareth e ricomposta prima in Dalmazia (e poi ripetutamente sulla costa adriatica), dopo duemila chilometri di peregrinazione per terra e per mare, è molto difficilmente accettabile ed urta contro i fatti sopra riportati, quali la simultaneità delle date di partenza e di arrivo e la lapide tuttora esistente in Dalmazia.

L'analisi della malta, inoltre, come diremo qui di seguito, nei punti dove attualmente tiene unite le pietre, presenta caratteristiche chimiche particolari non riconoscibili dalle persone che, nel 1294, avrebbero rimesso insieme i singoli blocchi portati da Nazareth.

Recenti scavi archeologici "in loco" hanno confermato che la Casa risulta posata sul terreno senza fondamenta come voleva la tradizione. Il Grimaldi (cfr. Storia e Arte del Santuario Lauretano, p.24, in Pellegrini a Loreto, ed. Paoline, 1992) conferma in dette indagini archeologiche il ritrovamento di un antico tipo di malta e l'omogeneità della tessitura muraria, e come l'edificio originale risultasse posato su una strada. Venne constatata dal basso l'esistenza di resti di una necropoli romana del III secolo d. C. e sovrapposta a quanto rimaneva di un abitato tardo piceno attraversato in senso Nord-Est da una fossa di scolo, tipico delle strade, riempito di detriti, ossicini di topo e conchiglie di chiocciole di terra.

Tale recente constatazione trova appunto preciso riferimento a documenti del 1531, 1672 e 1751 che attestano come ogni volta che per lavori di manutenzione si dovettero rimuovere le lastre del suolo o il rivestimento esterno, ci si accorse sempre con grande meraviglia, che i muri erano posati sulla terra nuda.

Un cespuglio spinoso che si trovava sul bordo della strada al momento che la Casa "si posava" vi rimase imprigionato.

Si trovarono così, e furono raccolti, dei piccoli sassi identici a quelli della strada, residui di ghiande, gusci di lumache, una noce disseccata, della terra polverosa: tutto ciò che era presente al momento dell'impatto (cfr. Colin-Simard, op. cit.).

Ora appare ovvio che per semplici e sprovveduti che fossero i muratori di quell'epoca non avrebbero certo sistemate le pietre trasportate da Nazareth, a parte la scelta sulla strada, senza pulire almeno il fondo e strappare il cespuglio spinoso.

Il materiale dei muri, di notevole spessore (37,5 cm), venne ripetutamente verificato, e dopo la metà del secolo scorso, come sopra ricordato, analizzato con cura (Analisi chimiche eseguite a Roma. Cfr. Colin-Simard, op. cit.). Si tratta di due tipi di calcare, l'uno duro, l'altro tenero, di un colore che non si trova in Italia mentre è comune in Palestina e in particolare a Nazareth. Si è proceduto per questo a confronti accurati fatti direttamente in Palestina su piccoli campioni provenienti da Loreto, e trovando sempre una stupefacente identità.

I risultati delle indagini analitiche, permisero appunto di accertare come la malta che tiene unite le pietre fosse uniforme in tutti i punti e risultasse costituita da solfato di calcio idrato (gesso) impastato con polvere di carbone di legna secondo una tecnica dell'epoca, nota in Palestina, ma mai impiegata in Italia.

Qualora fosse avvenuta una nuova rimessa in opera dei singoli blocchi di pietra, si sarebbe dovuta evidenziare per la differenza della composizione chimica della malta in questione.

Sono questi controlli scientifici che, ci sembra, dovrebbero in modo definitivo porre fine alla dibattuta questione sulla traslazione della Casa di Loreto al di sopra di ogni ricerca documentaria sempre legata alla veridicità di chi scrive.

Se si consulta la letteratura recente sulla Casa di Loreto si riscontra una quasi unanimità nell'affermare che le pietre originarie provengano sicuramente da Nazareth, ma sarebbero state trasportate da uomini, anche se non esistono documenti che lo comprovino. La "traslazione soprannaturale", secondo tale letteratura, non sarebbe che leggenda e favola.

Le prove scientifiche sopra ricordate vengono ignorate per incompetenza o volutamente trascurate.

Un fatto è comunque evidente: due secoli, dalla proclamazione dei diritti dell'uomo, del vecchio Adamo che ha ribattuto il suo "Sì" a Satana e il suo "No" a Dio, hanno consentito la diffusione capillare di questi princìpi ad ogni ceto e livello sociale (illuminismo, razionalismo, modernismo, emancipazione dal dogma e dai tabù.). Secondo tali princìpi, tutto ciò che non può essere spiegato dalla mente umana non può essere vero, non è che favola da raccontare ai pargoli. Se Dio interviene in qualche miracolo, è sempre, se mai, nell'ordine del razionale. Gli stessi grandi miracoli del Vangelo vengono taciuti, sminuiti, non creduti se non si spiegano razionalmente.

Gli studiosi della "questione lauretana", ritenendo razionalmente impossibile che una casa venga traslata in modo soprannaturale, come la montagna del Vangelo, preferiscono la tesi del trasporto materiale, anche se manca ogni documentazione al riguardo. Non è forse la peggiore forma di apostasia e un comportamento opposto a quello che Gesù vorrebbe da noi, limitare col nostro razionalismo le possibilità di Dio? L'orgoglio dell'uomo decaduto nel suo nuovo attacco a Dio non ammette che il soprannaturale vada oltre quello che egli giudica possibile! E' un peccato mostruoso nei riguardi della divinità! (Emanuele Mor, Noicattolici, 12/2008)

 

 

 


 

L'anno liturgico narrato da Joseph Ratzinger

A proposito della presentazione del volume curato da Sandro Magister “Omelie. L'anno liturgico narrato da Joseph Ratzinger, Papa” (Milano, Scheiwiller, 2008, pagine 280). All'incontro ha partecipa anche il cardinale patriarca di Venezia del quale pubblichiamo l'intervento.

«Penso sia un'esperienza comune di parecchi vescovi e sacerdoti aver visto balenare un'ombra di scetticismo sul volto dell'editore a cui si era appena proposta la pubblicazione di una raccolta di omelie. Non di rado, infatti, il fondato timore di magre vendite mette sulla bocca dell'editore tutta una serie di ragionevolissimi motivi per cui sarebbe molto più opportuno trasformare il contenuto del volume in una raccolta di saggi brevi, togliendo ogni riferimento agli interlocutori e alle occasioni concrete in cui i testi furono pronunciati, senza scartare l'ipotesi - ovviamente ritenuta di gran lunga preferibile - di scrivere ex novo un testo più agile e capace di intercettare i famosi "problemi reali" dell'uomo di oggi.

Questa sera invece presentiamo una vera e propria raccolta di testi di predicazione liturgica che, per giunta, si è avuto l'ardire di intitolare Omelie. Ovviamente non sfugge a nessuno l'eccezionalità dell'autore. Pubblicare le omelie di Benedetto XVI/Joseph Ratzinger è un'altra cosa, anche dal punto di vista della resa editoriale.

Ma la ragione profonda di questa sfida dell'editore Scheiwiller è stata ben individuata dall'ideatore e curatore, Sandro Magister. Egli ha identificato come uno degli assi portanti del pensiero del cardinale Ratzinger prima e di Benedetto XVI poi un'affermazione tratta da un celebre intervento dell'allora cardinale sulla catechesi: "Dio è il tema pratico e il tema realistico per l'uomo - allora e sempre".

Una tale affermazione, lungi da implicare una considerazione a-storica dell'umana avventura, pretende di coglierla nel suo aspetto più radicale e quindi critico: la questione del significato e, pertanto, del senso/direzione della storia, del suo destino. La centralità della "questione Dio" per la storia degli uomini accompagna la predicazione di Papa Benedetto e giustifica l'interesse del volume su cui oggi ci chiniamo.

È proprio questa convinzione che guida anche la narrazione. Il vocabolo è nel titolo ed è doppiamente pregnante: l'anno liturgico infatti è l'espressione potente del conversatus est cum hominibus di Dio in Gesù Cristo e la teologia di Ratzinger, feconda confluenza di dogma e storia, è in senso pieno narrazione dell'avvenimento dell'incontro personale con Cristo nella Chiesa. Una narrazione dell'anno liturgico compiuta da Papa Benedetto, a dire il grande interesse di questo volume non solo per i credenti.

La predicazione del Papa, come tutta l'opera del pensatore Ratzinger, è caratterizzata da un profondo teocentrismo. Ma questo termine non può essere adeguatamente compreso se, magari inconsapevolmente, fosse inteso in antitesi con la centralità dell'uomo, della sua storia e di tutta la realtà creata. La centralità di Dio, infatti, lungi dall'andare a detrimento dell'uomo e del cosmo, ne assicura la reale consistenza. Nell'omelia dei Primi Vespri della i Domenica di Avvento, riportata nel volume, dice in proposito il Papa:  "Se manca Dio, viene meno la speranza. Tutto perde di "spessore". È come se venisse a mancare la dimensione della profondità e ogni cosa si appiattisse, privata del suo rilievo simbolico, della sua "sporgenza" rispetto alla mera materialità". Il simbolo rimanda al linguaggio cioè alla relazione interpersonale. E il simbolo cristiano, che ha il suo vertice nell'azione liturgica, è incontro, nella persona, tra cielo e terra, tra eterno e tempo. È storia in senso pieno perché è presente inteso come dinamica unità di passato e futuro.

Ma perché "Dio non manchi" è necessario che lo si possa riconoscere, cioè incontrare di persona. Infatti, se è vero che la "grande speranza può essere solo Dio", occorre riconoscere che non parliamo di "un qualsiasi Dio, ma (di) quel Dio che possiede un volto umano: il Dio che si è manifestato nel Bambino di Betlemme e nel Crocifisso-Risorto". È l'evento salvifico di Gesù Cristo, presente nella storia in modo eminente attraverso la liturgia sacramentale ad assicurare che la centralità di Dio non confligge con la centralità dell'uomo-cosmo. Il Dio dal volto umano precede sempre l'uomo - lo aspetta, dice Benedetto XVI - suscitando la sua domanda di salvezza. Di libertà e di felicità potremmo anche dire con le due parole preferite dalla nostra sensibilità di uomini dell'epoca cosiddetta post-moderna. L'invito alla partecipazione alla vita divina è la risposta che fa sorgere la domanda, che scioglie l'enigma dell'uomo senza predeciderne il dramma, come affermava un grande amico del Papa, Hans Urs von Balthasar. ""Sufficiente" è soltanto la realtà di Cristo". Dove il termine "sufficiente" dice l'unico indispensabile. Così il giovane teologo Joseph Ratzinger. Ora, con la sua predicazione da Papa, è permanentemente teso a proporre con umile tenacia la forza onnicomprensiva di questa affermazione, perché "la fede non dev'essere presupposta, ma proposta". Queste parole con cui il teologo basilese von Balthasar aveva voluto ringraziarlo per l'invio di un suo volumetto negli anni del postconcilio, impressionano il nostro autore per il quale centrale è la consapevolezza che il cristianesimo è "l'incontro tra due libertà: la libertà di Dio, operante mediante lo Spirito Santo, e la libertà dell'uomo".

Questo incontro tra la libertà di Dio e la libertà dell'uomo è ben espresso dalla struttura liturgica del destino dell'uomo. Nella solennità dell'Epifania del 2007, Papa Benedetto, parlando del mistero della fedeltà di Dio, affermò con chiarezza che "la Chiesa è, nella storia, al servizio di questo mistero di benedizione per l'intera umanità. In questo mistero di fedeltà di Dio, la Chiesa assolve appieno la sua missione solo quando riflette in se stessa la luce di Cristo Signore, e così è di aiuto ai popoli del mondo sulla via della pace e dell'autentico progresso".

Riflettere la luce di Cristo nel mondo:  questo è il dono e il compito che la Chiesa ha ricevuto dal Signore. Dono e compito che, ultimamente, si identificano con la sua santità. Essa è, infatti, anzitutto un dono permanentemente ricevuto dal Signore.

A questo proposito non possiamo dimenticare che il senso originale e primario dell'espressione communio sanctorum - contenuta nel simbolo apostolico - è quello di "comunione nelle cose sante", cioè nei sacramenti. La santità della Chiesa, quindi, è innanzitutto un dono ricevuto. Ecco perché ultimamente non può venire meno.

Ma questa santità è anche compito per i cristiani. Per indicare la necessaria implicazione di dono e compito, Papa Benedetto nella bella omelia della Missa in Coena Domini, usa una delle sue geniali espressioni di disarmante semplicità ed efficacia. Egli, parlando del dono della riconciliazione che deve diventare pratica di perdono reciproco, afferma: "Il Signore allarga il sacramentum facendone l'exemplum".

La santità della Chiesa riverbera in tal modo sul volto del cristiano, del santo (i "cieli" come ricorda Benedetto XVI citando Agostino), la cui libertà si è coinvolta in modo deciso e permanente con Gesù Cristo in forza del dono dello Spirito. La predicazione del Papa abbonda di riferimenti ai santi. Emblematiche, in questo senso, sono le catechesi che ha voluto dedicare prima agli apostoli e poi ai padri della Chiesa. In questo modo il Papa riprende e approfondisce la grande idea di Guardini che la Chiesa deve rinascere dalle anime, dalle persone. Decisiva è per l'uomo di oggi la domanda "Chi è la Chiesa?".

Più di trent'anni fa diceva in proposito Joseph Ratzinger nel volume Dogma e predicazione:  "Chi incomincia a considerare la vita dei santi, trova un'inesauribile ricchezza di storie che sono più di un esempio omiletico:  testimoniano l'efficacia della chiamata di Cristo in millenni colmi di sangue e di lacrime. Solo se riscopriremo i santi, ritroveremo anche la Chiesa". Ma i santi, nella vita della Chiesa, non sono solo la documentazione della potenza della grazia accolta dalla libertà. Essi sono anche il criterio, il canone, per l'approfondimento dei misteri della fede. Il lettore delle omelie di Papa Ratzinger si imbatte a ogni piè sospinto in riferimenti e citazioni di grandi santi, che illuminano la profondità del mistero: Ireneo, Agostino - la cui presenza è imponente - Gregorio di Nissa, Giovanni Crisostomo, Cromazio di Aquileia, Paolino di Aquileia, Germano di Costantinopoli, Anselmo di Canterbury. I santi dicono, meglio di qualsiasi altra realtà, che "la Chiesa è viva", come affermò il Papa nell'omelia della Santa Messa di inizio pontificato in piazza San Pietro. I santi, in un certo senso, sono l'espressione della "mia memoria della Chiesa", perché "la Chiesa come memoria, è (...) il luogo di ogni fede. Essa sopravvive ai tempi, con degli alti e bassi, sempre però come lo spazio comune della fede". I santi sono i testimoni che nutrono il presente dell'umanità.

Questa attenzione al soggetto Chiesa che celebra la liturgia, che interpreta la scrittura, che contempla e adora i misteri della fede, spiega anche i pressanti richiami alla conversione presenti nelle omelie di Papa Benedetto. In quella della Veglia Pasquale - madre di tutte le veglie e celebrazioni liturgiche - il Papa dice: "Conversi ad Dominum”: sempre di nuovo dobbiamo distoglierci dalle direzioni sbagliate, nelle quali ci muoviamo così spesso con il nostro pensare e agire. Sempre di nuovo dobbiamo volgerci verso di Lui, che è la Via, la Verità e la Vita. Sempre di nuovo dobbiamo diventare dei "convertiti", rivolti con tutta la vita verso il Signore. E sempre di nuovo dobbiamo lasciare che il nostro cuore sia sottratto alla forza di gravità, che lo tira giù, e sollevarlo interiormente in alto: nella verità e nell'amore". La liturgia, l'opera di santificazione che lo Spirito compie nella Chiesa, ha come orizzonte l'adorazione di Dio e la conversione dell'uomo. Una conversione che è determinata dal richiamo al "volgersi della nostra anima verso Gesù Cristo e così verso il Dio vivente, verso la luce vera".

Potremmo così domandarci se esista ed eventualmente quale sia la chiave unitaria di lettura delle omelie pubblicate in questo volume. Tale chiave, ovviamente, dovrebbe tener conto degli altri pronunciamenti del Papa, poiché il suo ministero pastorale non è divisibile.

In altra sede ho affermato che il filo rosso che percorre l'insegnamento di Benedetto XVI, e in esso rientrano le omelie, può essere identificato con il titolo della sua prima enciclica:  Deus caritas est. Il Papa mostra che tutte le domande che premono oggi sul cuore dell'uomo meritano una risposta. Egli non cessa di richiamare la sete di verità di ogni uomo e la capacità dell'umana ragione di perseguire la risposta. I testi qui pubblicati alludono spesso, nell'ovvio rispetto della loro specifica natura, non solo alle odierne brucianti questioni antropologiche, ma anche a quelle sociali e cosmologiche. Storia e destino dell'uomo nell'orizzonte del Dio/destino che si è compromesso con la storia sono continuamente intrecciate. Ma la domanda delle domande, quella che la ragione non cessa di porre, in modo più o meno elaborato, è la domanda sull'amore. Non soprattutto la domanda astratta circa la natura dell'amore, ma quella concreta e personale, che ferisce l'esperienza del singolo: "Alla fine, qualcuno mi ama?".

A questa domanda radicale risponde Dio stesso rivelando il Suo nome: "Gesù ci ha manifestato il volto di Dio, uno nell'essenza e trino nelle persone: Dio è Amore, Amore Padre, Amore Figlio, Amore Spirito Santo (...) Dal nome di Dio dipende la nostra storia; dalla luce del suo volto il nostro cammino".

L'esperienza dell'amore sgorga per ciascuno di noi da quella dell'essere amati che permanentemente ci precede e ci costituisce. Una precedenza che vive eucaristicamente nella Chiesa. Infatti è proprio nell'Eucaristia che il Dio che ci ha amato per primo viene permanentemente al nostro incontro. E incorporandoci sacramentalmente a Lui ci fa partecipi della sua dinamica di donazione: "Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Lògos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione" (Deus caritas est, 13). Così l'esperienza dell'essere amati genera la possibilità di amare, espressione compiuta di un cuore convertito e in cammino verso il Signore.

Nel celeberrimo volume Introduzione al Cristianesimo Joseph Ratzinger afferma con chiarezza che "il Lògos dell'universo, il pensiero creativo fontale è al contempo amore; anzi, è questo pensiero stesso che si estrinseca in maniera creativa, perché in quanto pensiero è amore, è in quanto amore è pensiero. Sussiste una primordiale identità fra verità e amore". Il Dio Amore, che è la verità chiede all'uomo che la sua libertà si esprima in grado massimo nell'adorazione. Dice il Papa: "Adorare il Dio di Gesù Cristo, fattosi pane spezzato per amore, è il rimedio più valido e radicale contro le idolatrie di ieri e di oggi. Inginocchiarsi davanti all'Eucaristia è professione di libertà". Sono parole che ricordano quelle del gesuita tedesco Alfred Delp, massacrato dai nazisti, citate dall'allora cardinale Ratzinger nella basilica di San Giovanni in Laterano: "Il pane è importante; la libertà è più importante, ma la cosa più importante di tutte è l'adorazione".

Annota, a proposito dei grandi oratori romani, Leopardi nello Zibaldone: "Osservate come l'eloquenza vera non abbia fiorito mai se non quando ha avuto il popolo per uditore. Intendo un popolo padrone di sé, e non servo, un popolo vivo e non un popolo morto". Le omelie di Papa Benedetto hanno certamente come interlocutore un simile popolo e non solo il popolo dei fedeli. La commovente dedizione e decisione con cui il Papa prende sul serio questo popolo spiega lo spessore della sua predicazione e lo straordinario ascolto che riceve da parte di tutti, giovani e adulti, semplici ed eruditi, dai bambini fino agli intellettuali e ai capi di Stato».  (Card. Angelo Scola, ©L'Osservatore Romano, 19 dicembre 2008)

 

 

 


 

Quando le critiche prescindono dalla realtà

Quarant'anni fa, in pieno Sessantotto, il libro sul Simbolo apostolico (una delle più antiche formulazioni della fede cristiana) di un giovane e brillante teologo tedesco si rivelò un sorprendente successo editoriale, che il trascorrere del tempo ha confermato e rafforzato. Un best seller inatteso e di lunga durata che ha conosciuto un'ulteriore diffusione dopo che il suo autore, Joseph Ratzinger, è stato eletto vescovo di Roma e ha scelto il nome di Benedetto XVI.

Proprio all'inizio della sua “Introduzione al cristianesimo”, per mostrare la difficoltà di parlare di Dio nel mondo di oggi l'autore si serve di un apologo narrato da Søren Kierkegaard. Un circo s'incendiò e a chiamare aiuto nel villaggio vicino fu mandato in tutta fretta un clown, "già abbigliato per la recita". C'era infatti il pericolo che s'incendiasse anche il villaggio. Ma i paesani "presero le grida del pagliaccio unicamente per un astutissimo trucco del mestiere", e lo applaudivano. "Il povero clown aveva più voglia di piangere che di ridere; e tentava inutilmente di scongiurare gli uomini ad andare, spiegando loro che non si trattava affatto d'una finzione, d'un trucco, bensì d'una amara realtà, giacché il circo stava bruciando per davvero. Il suo pianto non faceva altro che intensificare le risate: si trovava che egli recitava la sua parte in maniera stupenda". E quando il fuoco arrivò al villaggio era troppo tardi, cosicché circo e villaggio finirono distrutti.

Per il teologo Ratzinger tuttavia la questione di chi getta l'allarme non basta per risolvere il problema della credibilità della fede cristiana, che resta comunque l'unica salvezza dall'abisso. La questione non è infatti solo teologica in senso astratto, ma riguarda ognuno perché il villaggio evocato da Kierkegaard rischia davvero d'incendiarsi. Come avviene nella vita di ogni giorno tra difficoltà economiche, ingiustizie e uno smarrimento etico che arriva a dubitare della stessa natura dell'identità umana, messa in discussione e che anzi una parte del mondo scientifico vorrebbe manipolare o addirittura trasformare.

Da teologo e da pastore, per tutta la vita Ratzinger ha, senza stancarsi, cercato di allargare gli spazi della ragione e di rendere comprensibile la scelta cristiana alle donne e agli uomini di oggi, e questo compito ha assunto sin dal primo giorno del suo pontificato.

Benedetto XVI non alza la voce, ragiona pacatamente e invita a ragionare, chiedendo di essere ascoltato, mirando sempre all'essenziale e invitando alla concretezza. Rivolto ai cattolici e a quanti non lo sono, con risultati già molto positivi, come sta avvenendo, per esempio, nei confronti dell'ebraismo e dell'islam. Questo intento e questo sforzo continuo del Papa sono in genere riconosciuti, ma spesso si levano critiche.

Critiche discutibili se manifestano un disaccordo che, naturalmente, è più che legittimo; inaccettabili invece quando stravolgono l'immagine di un uomo che è sotto gli occhi di tutti: come quest'anno è avvenuto, oltre che nella vita quotidiana del vescovo di Roma, soprattutto nelle visite che ha compiuto negli Stati Uniti, in Australia, in Francia, e in particolare tra i giovani.

Visite che hanno cancellato la caricatura del "grande inquisitore", un'etichetta applicata malamente al cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

Ora la caricatura ritorna con l'immagine di un Papa che sarebbe chiuso in raffinate elaborazioni intellettuali, intenzionato a ripetere sempre no, con spietatezza, sordo alla modernità, ostile alle altre religioni, capace solo di avere ripristinato la messa preconciliare in latino e riformato le uniformi della sua gendarmeria.

Se questi giudizi non si fossero letti su un diffuso quotidiano italiano sembrerebbero battute, e vanno respinti perché possono fare opinione, prescindendo dalla realtà in modo irresponsabile.

Benedetto XVI è criticato perché non solo sostiene la visione cristiana della vita umana ma perché la dichiara ragionevole e condivisibile anche da molti che cristiani non sono, levando alta e pacata la voce in difesa di ogni essere umano. E questo a molti non piace. (G.M. Vian, (©L'Osservatore Romano, 17 dicembre 2008)

 

 

 


 

Il Natale e la “Dignitas Personae”

"Non ce lo aspettavamo, non ce lo saremmo mai sognato, era impossibile, non è reperibile altrove" (don Luigi Giussani). "Natale è la festa dell'uomo. Nasce l'Uomo. Uno dei miliardi di uomini che sono nati, nascono e nasceranno sulla terra. L'uomo, un elemento componente della grande statistica... L'uomo, oggetto del calcolo, considerato sotto la categoria della quantità; uno fra miliardi. E nello stesso tempo, uno, unico e irrepetibile. Se noi celebriamo così solennemente la Nascita di Gesù, lo facciamo per testimoniare che ogni uomo è qualcuno, unico e irrepetibile. Se le nostre statistiche umane, le catalogazioni umane, gli umani sistemi politici, economici e sociali, le semplici umane possibilità non riescono ad assicurare all'uomo che egli possa nascere, esistere ed operare come unico e irrepetibile, allora tutto ciò glielo assicura Iddio. Per Lui e di fronte a Lui, l'uomo è sempre unico e irrepetibile; qualcuno eternamente ideato ed eternamente prescelto; qualcuno chiamato e denominato con il proprio nome" (Giovanni Paolo II, Radiomessaggio natalizio, 25 dicembre 1978). Che commozione rileggere dopo trent'anni il primo messaggio natalizio di Giovanni Paolo II, tutto giocato sulla grandezza dell'uomo e sulla condiscendenza amorosa di Cristo, unitosi in qualche modo ad ogni uomo! E dopo pochi mesi, ecco la "Redemptor Hominis", la prima enciclica di Papa Wojtila, nel cui respiro grandioso la dignità umana risplendeva come nel salmo 8: "lo hai fatto poco meno degli angeli...". "L'uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo - non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere - deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in Lui con tutto se stesso, deve «appropriarsi» ed assimilare tutta la realtà dell'Incarnazione e della Redenzione per ritrovare se stesso. Se in lui si attua questo profondo processo, allora egli produce frutti non soltanto di adorazione di Dio, ma anche di profonda meraviglia di se stesso. Quale valore deve avere l'uomo davanti agli occhi del Creatore se «ha meritato di avere un tanto nobile e grande Redentore» (Exsultet della Veglia Pasquale), se «Dio ha dato il suo Figlio», affinché egli, l'uomo, «non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv,3,16)" (Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, n. 10).

Nella stessa enciclica Giovanni Paolo II, "il papa sull'orizzonte del Duemila", intravvedeva i nuovi scenari del XXI secolo, tempo di Grazia ma anche di terribili prove. Dopo l'11 settembre, attentati non meno gravi hanno sfigurato il volto di Adamo: si chiamano eutanasia, manipolazione genetica, clonazione, ibridazione uomo-animale, razzismo eugenetico, aborto selettivo... E la Chiesa, come ha recentemente affermato Benedetto XVI, è rimasta l'ultima sentinella sul limitare della difesa dell'umano. La dichiarazione "Dignitas Personae" riprende e sviluppa i temi della "Redemptor Hominis".

"L'essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento e, pertanto, da quello stesso momento gli si devono riconoscere i diritti della persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni essere umano innocente alla vita... Il rispetto di tale dignità compete a ogni essere umano, perché esso porta impressi in sé in maniera indelebile la propria dignità e il proprio valore" (Dignitas Personae, nn. 4-6).

"Il Figlio di Dio nel mistero dell'Incarnazione ha confermato la dignità del corpo e dell'anima costitutivi dell'essere umano. Il Cristo non ha disdegnato la corporeità umana, ma ne ha svelato pienamente il significato e il valore: «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo». Divenendo uno di noi, il Figlio fa sì che possiamo diventare «figli di Dio» (Gv 1,12), «partecipi della natura divina» (2 Pt 1, 4). Questa nuova dimensione non contrasta con la dignità della creatura riconoscibile con la ragione da parte di tutti gli uomini, ma la eleva ad un ulteriore orizzonte di vita, che è quella propria di Dio e consente di riflettere più adeguatamente sulla vita umana e sugli atti che la pongono in essere. Alla luce di questi dati di fede, risulta ancor più accentuato e rafforzato il rispetto nei riguardi dell'individuo umano che è richiesto dalla ragione: per questo non c'è contrapposizione tra l'affermazione della dignità e quella della sacralità della vita umana" (Dignitas Personae, n. 7).

La linfa che da duemila anni pervade la Chiesa è la stessa fede del primo Natale: Dio si è fatto uomo perché l'uomo si facesse Dio. Dove, in quale parte del mondo risuona oggi una voce così?

(E. Leonardi, © Cultura Cattolica, 17 dicembre 2008 )

 

 

 


 

La vulnerabilità psichica, le sette e la chiaroveggenza di Belloc

L'assenza di certezze e di verità assolute, la perdita progressiva di punti di riferimento - etici, culturali, spirituali - possono esporre a miraggi, a raggiri, a truffe, nonché a ben più seri pericoli, diversi soggetti psichicamente fragili: giovanissimi, giovani, adulti solo anagraficamente "maturi".

L'idea di fede, non da oggi, si presta a equivoci. E "credere" di per sé può significare tutto e niente. San Giacomo stesso rammenta che "anche i demoni credono - e tremano". La fede deve essere congiunta a una verità che solo la carità vissuta rende riconoscibile nei tratti di un volto preciso. Tale consapevolezza, per il cristiano, non può che suscitare riflessioni prossime all'esame di coscienza. Se molti infatti oggi rifiutano, o ignorano, Cristo e sono incapaci di riconoscere nel prossimo un fratello, non sarà anche per effetto di un'incoerenza o, quantomeno, per carenza di testimonianze di vita e di mancata predicazione di non pochi battezzati? Non è sintomatico che il cristianesimo in Europa sia oggetto di una crescente estromissione culturale prima che religiosa? Nella società dell'"usa e getta" e del "tutto e subito", l'uomo - sempre più individuo, e sempre meno persona - persegue sicurezze e felicità molto terrene e del più facile e rapido accesso. Per esse è disposto a rinunciare anche alla propria autonomia di giudizio e, nei fatti, perfino alla libertà. Sono considerazioni che sorgono di fronte al volume di Aureliano Pacciolla e Stefano Luca, “La vulnerabilità psichica e il pericolo delle sette”, (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2008, pagine 226). Gli autori, entrambi psicologi, articolano la loro indagine partendo dal presupposto che lo studio dei condizionamenti aiuti a comprendere i propri limiti - in quanto tutti siamo in diversa misura influenzabili - ma serva anche di difesa da chi volesse, per fini mirati, condizionarci. Essi, a ragione, sottolineano che la facoltà di poter controllare gli altri è sempre stato il desiderio - e la strategia - di molti leader politici, religiosi, nonché di altre categorie come commercianti o medici.

Il volume si snoda a partire dall'attualità e nella prospettiva giuridica dei fenomeni. Un primo capitolo riguarda la "vulnerabilità sociale" ove si esamina il concetto di "pericolosità". Si considerano i contesti più elementari: della famiglia, della scuola, del lavoro; degli ambiti giovanili dove si manifestano più facilmente i fenomeni di devianza e di criminalità. E si avverte la necessità di ripensare il concetto della facoltà "di intendere" e "di volere" che comunemente viene fatto coincidere con la raggiunta "maggiore età" a diciotto anni. Così "con il concetto di "immaturità" si viene a delineare una sostanziale differenza nell'ordine del procedimento penale fra adulti e infradiciottenni: l'adulto può essere ritenuto non imputabile solo in presenza di una infermità o di condizioni specificatamente invalidanti". È poi vero che l'infermità o l'invalidità possono essere legate a stati transitori prodotti da uso e abuso di alcolici o di sostanze stupefacenti. Si impone quindi una strategia a livello educativo e giuridico - non solo giudiziario - che riproponga il valore della "responsabilità", sia in ottica riparativa, in sede processuale, sia, prima ancora, in sede educativa, limitando al massimo, ove possibile, l'entrata del minore in strutture penali.

Un passo successivo si attua nel capitolo: "Dal culto alla manipolazione". C'è modo di riflettere sui casi di plagio, fenomeno non sempre giuridicamente circoscrivibile, anzi. Perfino in contesti e in soggetti animati da fervida fede religiosa può andare smarrito il senso dei diritti inviolabili di cui tutti devono godere. E qui vien fatto di pensare a certe situazioni familiari fino a talune comunità, o gruppi religiosi, dove vengono lese, talvolta anche con metodi violenti e coercitivi - materiali, fisici e morali - la libertà e la dignità personali; e l'intento correttivo stesso scantona nell'abuso e nel maltrattamento. Parole durissime vengono poi riservate ai casi di pedofilia nel clero con riferimento ai numerosi casi accertati nel Nord America. Significativamente il volume dedica ampio spazio al tema della "vittimologia" distinguendo la diversità di ruoli, di fisionomia, dei fattori di rischio e di responsabilità.

Lo scenario gradualmente si amplia e la disamina, con l'ausilio costante di schemi e diagrammi, mette a fuoco anche i reati causati da movente religioso, se non addirittura magico, ove vengono ad aggiungersi l'inganno e la truffa. Un capitolo a parte è dedicato alla "persuasione", figura filosofica, se non vera e propria divinità, nel mondo classico. Gli autori qui si soffermano su modi ed espressioni diversi di persuasione: da quelli manifesti a quelli più subdoli: di natura psicologica, tendenti a far leva sugli istinti, e in grado di agire perfino a livello inconscio. È il caso della persuasione occulta e dei messaggi subliminali - dal latino sub limen ossia "sotto la soglia" - concetto riferito alla possibilità che un dato messaggio si imprima nella mente del destinatario senza che questi ne sia consapevole. I primi esempi di messaggio subliminale risalgono a mezzo secolo fa e furono adottati in un cinema di Fort Lee nel New Jersey per pubblicizzare pop corn e Coca cola. Ma esistono anche messaggi subliminali di tipo uditivo. Gli autori qui ricordano anche quelli - negativi: inneggianti perfino alla violenza e al suicidio - che talvolta sarebbero stati celati in certa musica rock, inseriti, con vari accorgimenti, nelle registrazioni di brani musicali anche di complessi molto famosi di musica leggera.

Non è certo una novità che legami tra satanismo, esoterismo e certa musica moderna siano rintracciabili, e anche riconoscibili, in alcune mode giovanili, nell'uso e nell'abuso di simboli e di certa estetica dai connotati oscuri e cadaverici. Ma gli stessi autori sembrano suggerire l'idea di un fenomeno riconducibile più a escamotages pubblicitari che a realtà autentiche. Anche per quanto riguarda le sette, alla cui complessa realtà è dedicato l'ultimo e più interessante capitolo del libro, gli autori sembrano suggerire un atteggiamento equilibrato:  vigile sui fenomeni legati all'attività delle sette sataniche propriamente dette, ma senza enfatizzarne eccessivamente il carattere. Un aspetto, nell'insieme del fenomeno, meno esteso di quanto sovente l'informazione sembra suggerire - e, forse, prediligere morbosamente - di fronte a fatti di sangue efferati di cui non sempre, o non subito, vengano trovati moventi, mandanti ed esecutori.

Di fatto l'influsso e la diffusione indiscutibile di nuovi culti e gruppi settari che - come dimostrano accanto alla cronaca, l'attività e il monitoraggio di istituti sociologici ad hoc e l'ampia bibliografia sul tema - sono comunque all'origine di un crescente disagio sociale che richiede rimedio a partire da un'opera di studio specializzato e di prevenzione che consideri i fenomeni soprattutto dal punto di vista psicologico "evitando di soffermarsi ad analizzare la matrice teologica o ideologica" di questo o quel gruppo. "Ciò che conta sapere e conoscere esattamente - sostengono gli autori - è l'operato del gruppo, non tanto ciò in cui crede. Nei gruppi settari il sistema di credenze finisce per essere uno strumento che serve desideri, capricci e progetti nascosti del leader". È poi necessario che "siano le famiglie in primo luogo, a saper vigilare e a essere in grado di leggere gli eventuali segnali di allarme" riscontrabili sui più giovani. Essi vanno seguiti nei loro comportamenti: nei repentini cambi di abitudini, nel tipo di musica che prediligono, osservando disegni, simboli nuovi, modo di vestire e di atteggiarsi. "Nell'epoca del computer e della conquista dello spazio, sembra incredibile dover ricorrere a un talismano per riuscire a ritrovare fiducia in se stessi, l'amore, il denaro, la felicità. Eppure tutto ciò sta accadendo". I raggiri umanamente e socialmente devastanti delle sette - alcune delle quali famose e potenti a livello internazionale e che non di rado si avvalgono di volti universalmente noti di attori, sportivi, cantanti - e le stesse truffe dei maghi, muovono "un giro di affari di miliardi grazie alle sofferenze delle persone (...) È forse arrivato allora il tempo - concludono gli autori - di promuovere una "cultura dell'impegno" che valorizzi i piccoli sforzi della vita quotidiana per raggiungere un determinato obbiettivo. Non dare la possibilità a un ragazzo di affidarsi alla "cultura del non-impegno" proposta da maghi, guru e santoni vari che distribuiscono illusioni sulla formula "Avrai tutto e subito, senza sforzi"".

Non solo la psicologia e la giurisprudenza, ma anche la storia, e la filosofia della storia - a nostro avviso - potrebbero contribuire a illuminare il cammino. Viene in mente quanto affermato negli anni della grande guerra dal pensatore anglo-francese Joseph Hilaire Belloc nel suo saggio Europe and Faith - L'anima cattolica dell'Europa (traduzione di Mario Bendiscioli, Morcelliana, 1927). In quelle pagine egli analizzava le cause della frattura dell'unità spirituale europea, riconducendole in buona parte agli sconvolgimenti politico-religiosi del XVI secolo. L'effetto della divisione - diceva - fu l'isolamento dell'anima. Dal venir meno di quella unità sarebbero derivate gravi conseguenze e, in particolare, elencava Belloc: "Il sorgere (...) di quello che oggi chiamiamo "capitalismo", il quale consiste nella concentrazione dei mezzi di produzione nelle mani di pochi individui che ne usano per sfruttare i più; la corruzione del principio dell'autorità fino a confonderlo con la mera forza; l'aumento generale (...) della ricchezza in rapporto allo sviluppo delle scienze della natura"; e di conseguenza: "Il dilagare senza limiti dello scetticismo, che, sia sotto le forme tradizionali, sia senza di esse, fu fin dall'inizio spirito di "completa" e radicale negazione e condusse a dubitare non solo di ogni istituzione umana, ma anche di ogni forma di conoscenza, incluse le verità matematiche". Emerge evidente qui il germe del relativismo odierno; ma nel riferirsi a tali effetti, il grande amico di Chesterton coglieva soprattutto "l'universalizzarsi progressivo di una nota: quella della disperazione".

All'isolamento dell'anima si ricondurrebbe la perenne insoddisfazione della modernità. "L'anima isolata, in quanto costretta a un grande vagabondaggio non può rimanere nel vuoto: se l'accecate, essa si muoverà a tentoni; se non potrà afferrare gli oggetti nelle varie qualità come i diversi sensi gliele presentano, s'accontenterà di attenersi a ciò che per mezzo di uno solo percepisce". E quindi il razionalismo settecentesco e la sua naturale prosecuzione, il materialismo ottocentesco e, parallelamente i dubbi irrazionali di Kant "includenti tanto vecchiume sentimentale, sviluppati fino al deciso caos dei più recenti metafisici, col loro ripudio della contraddizione e dello stesso concetto di essere, tutti questi movimenti scaturirono dal bisogno dell'anima senza appoggio di crearsi da sola un sistema traendolo dal suo intimo".

Così rifletteva Belloc, dopo il primo conflitto mondiale.

Abbiamo ben presente come il secondo dopoguerra nel ventesimo secolo abbia visto instaurarsi, e persistere fino al 1989, una situazione sostanziale di equilibrio e di tregua armata tra le maggiori potenze - punteggiata da frequenti e circoscritti conflitti d'interesse e di supremazia giocati per lo più sulla pelle dei più deboli - tra il blocco occidentale e quello orientale, cioè tra capitalismo e socialismo. Con il crollo dei muri - e delle ideologie - e, di fatto, con il disfacimento del materialismo scientifico a vantaggio del materialismo pratico consumistico ed edonistico, soggiogato a uno strapotere mediatico padre naturale dell'inesorabile declino culturale circostante, si conferma la premonizione di Belloc sull'Europa quando alla fine del vagabondaggio disperato dell'anima scorge "un'universale negazione e una sfida universale a ogni istituzione e a ogni principio razionale". E conclude "poiché l'umanità non può acquietarsi in tale condizione d'anarchia, dobbiamo ben credere che stia per annunziarsi, ovvero sia già cominciata, un'altra epoca in cui l'anima in cerca di un sostegno collettivo farà ricorso a strane religioni:  alla magia e alla negromanzia". Nel 1963 Paolo vi diceva agli universitari cattolici:  "Il cattolicesimo purtroppo non copre più che in parte l'area europea, e nemmeno arriva oggi a tanto la cristianità; ma è certo però che tutta l'Europa attinge dal patrimonio tradizionale della religione di Cristo la superiorità del suo costume giuridico, la nobiltà delle grandi idee del suo umanesimo, la ricchezza dei principi distintivi e vivificanti della sua civiltà. Quel giorno che l'Europa ripudiasse questo suo fondamentale patrimonio ideologico cesserebbe di essere se stessa. È ancora vera la parola apparentemente paradossale dello storico inglese Belloc che stabilisce un'equazione fra la fede cattolica e l'Europa. Il Rosmini a suo tempo aveva già detto qualcosa di simile" (2 settembre 1963).

(Raffaele Alessandrini, ©L'Osservatore Romano, 17 dicembre 2008)

 

 

 


 

«Fini sconcertante, conosce poco la storia»

Nella sede della Civiltà Cattolica a Roma le dichiarazioni del presidente della Camera Gianfranco Fini sulla Chiesa e le leggi razziali non scuotono più del dovuto il quotidiano lavoro. Tutto passa. E passerà pure l'ultima uscita di Fini la quale, a detta del massimo esperto gesuita del periodo delle leggi razziali, ovvero padre Giovanni Sale, è «sconcertante». «Credo che Fini - racconta padre Sale al Riformista - tirando fuori la storia che la Chiesa, al pari di parte della società italiana, si sia adeguata nel suo insieme alla legislazione antiebraica dimostri di conoscere poco la storia del nostro paese e l'aspra, direi asprissima, contrapposizione che contraddistinse i rapporti tra Benito Mussolini e Papa Pio XI».

Padre Sale è consapevole che, spesso, chi ha in qualche modo fatto parte di una storia poi rinnegata, cerchi altri imputati: «E probabilmente Fini - spiega - è questo esercizio che ha messo in campo con le sue parole». Il presidente della Camera non ha ritrattato le sue dichiarazioni. Anzi, ieri pomeriggio, ha voluto spiegarsi meglio dicendo di riferirsi al 1938 e non al 1942. Ma è proprio sul 1938 che padre Sale vuole snocciolare punti di vista che divergono dalle convinzioni di Fini: «Tutto - dice - accadde proprio nel 1938, esattamente nel giorno in cui il Giornale d'Italia pubblicò il Manifesto che fissava la posizione del fascismo nei confronti della razza. A differenza della stampa cattolica e di buona parte delle gerarchie interessate a non scontrarsi con il Duce con il quale, dieci anni prima, si era sottoscritto un Concordato (c'era, dunque, una certa volontà di non estendere le occasioni di conflitto con il regime), Achille Ratti giudicò il Manifesto e tutte le iniziative che il governo stava organizzando per la tutela della razza in modo piuttosto severo. Pio XI ricevette in udienza le suore del Cenacolo, le fece partecipi di ciò che in quel momento angustiava il suo cuore di Padre, vale a dire le idee che venivano dappertutto affermate e diffuse in materia di nazionalismo estremo e di razzismo, e disse loro testualmente: "Siamo di fronte a una vera e propria apostasia". E ancora: "Non è soltanto l'una o l'altra idea errata: è tutto lo spirito della dottrina che è contrario alla fede di Cristo"».

Padre Sale ricorda anche una lettera del gesuita statunitense padre John La Farge «il quale, il 22 giugno dello stesso anno, era stato incaricato da Pio XI in persona di scrivere un'enciclica contro il razzismo: Humani generis unitas. Come tutti sanno, questa enciclica non uscì mai, rimase allo stato di bozza perché fu ritenuta dal Generale dei gesuiti e da altri suoi collaboratori "non conforme alla mente del Papa" e poi la malattia, assieme alla successiva morte dello stesso Pontefice, impedirono che il testo venisse corretto, completato e pubblicato».

Insomma, se le parole di Fini hanno un fondo di verità, ce l'hanno se riferite ad alcuni collaboratori di Pio XI: «Sull'antisemitismo - spiega padre Sale - ci fu una certa prudenza della Segreteria di Stato perché si pensava che in tal modo si potesse ottenere qualcosa di concreto a vantaggio degli ebrei, in particolare di quelli convertiti al cattolicesimo». Parallelamente, anche alcuni vescovi italiani mostrarono prudenza perché «erano interessati a mantenere controllati i rapporti tra il Vaticano e il governo». Infatti, «a proposito di un discorso durissimo contro il razzismo che Pio XI tenne il 29 luglio del 1938 ricevendo gli studenti del collegio urbaniano di Propaganda Fide, il vescovo di Cremona Giovanni Cazzani scrisse una lettera all'onorevole Roberto Farinacci (ras di Cremona) in cui spiegava che in realtà Ratti "non parlava contro un razzismo fascista, ma parendogli che una certa corrente di stampa fascista volesse promuovere e caldeggiare anche in Italia un razzismo alla hitleriana, ha voluto mettere l'avviso contro il pericolo di un tale razzismo, e perciò ha parlato di mutazione dai tedeschi».

Dunque, un conto fu Pio XI, un altro la gerarchia. Dice padre Sale: «Mentre la curia e la diplomazia lavorarono senza sosta per un accomodamento con il regime mussoliniano, in modo da contenere entro limiti accettabili la programmata legislazione antiebraica, così che questa non si discostasse troppo dai princìpi della morale cattolica e non violasse punti significativi degli accordi del Laterano, Pio XI continuò la sua lotta solitaria contro le "ideologie totalitarie". Egli non sottopose a censura, come voleva il Duce, il suo pensiero e continuò sino alla fine dei suoi giorni a condannare le aberranti dottrine del "nazionalismo estremo" e soprattutto del cosiddetto "razzismo esagerato", che considerava un'eresia in quanto contraddiceva il fondamentale principio sull'originale uguaglianza tra gli esseri umani». Pio XI - dice ancora padre Sale - «scrisse anche, il 13 novembre 1938, una Nota diplomatica di protesta all'ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede. Papa Ratti avrebbe voluto la pubblicazione integrale di quella Nota, ma la curia (segretario di Stato era allora il futuro Pio XII, Eugenio Pacelli), per ragioni prudenziali, preferì la pubblicazione di un testo meno compromettente».

La posizione tenuta da Pio XI fu inequivocabile. Quella della curia e delle gerarchie fu di gran lunga più prudente. E la linea di Pio XI venne confermata anche da alcune parole che il Duce riservò al Pontefice parlando con terze persone. Egli, conclude padre Sale, «ebbe a dire in privato che "quel Papa rappresentava una rovina per l'Italia e la Chiesa"». E ancora: «Fu anche la stampa internazionale a dare ampio spazio all'antagonismo esistente tra i due, fino addirittura a ipotizzare un possibile abbandono della Città Eterna e dell'Italia da parte del Papa». Una possibilità, quest'ultima, senz'altro enfatizzata dalla stampa ma che rende bene l'idea dell'acredine che, a scanso di equivoci, divideva allora Achille Ratti e Benito Mussolini. (P. Rodari © Il Riformista, 17 dicembre 2008)

 

 

 


 

14 dicembre 2008

 

Benedetto XVI: la Chiesa è un corpo, non un'organizzazione

Benedetto XVI ha spiegato questo mercoledì che la Chiesa non è un'organizzazione o una corporazione, ma un corpo, il corpo di Cristo, presente nell'Eucaristia. È questa la conclusione alla quale è giunto nell'udienza generale, in occasione della quale circa cinquemila pellegrini si sono riuniti nell'Aula Paolo VI del Vaticano.

Continuando la serie di catechesi su San Paolo, nel bimillenario della sua nascita, il Papa ha parlato della sua predicazione sui sacramenti. In questa occasione ha lasciato da parte i fogli, come quando era professore universitario, per offrire una spiegazione personale. Per questo motivo, la Santa Sede non ha ancora potuto fornire il testo del suo intervento. Cosa del tutto straordinaria, “L'Osservatore Romano”, il quotidiano ufficioso della Santa Sede, ha potuto offrire solamente un'ampia cronaca del discorso.

Il Vescovo di Roma ha approfondito in modo particolare il sacramento dell'Eucaristia, soprattutto il suo “carattere personale e quello sociale”. “Cristo si unisce personalmente con ognuno di noi ma lo stesso Cristo si unisce anche con l'uomo e con la donna accanto a me”, ha osservato il Pontefice secondo quanto riporta il quotidiano vaticano. “E il pane è per me e per l'altro. Così ci unisce tutti a sé e tutti noi uno con l'altro. Riceviamo nella comunione Cristo. Ma Cristo si unisce ugualmente con il mio prossimo”, ha spiegato.

“Cristo e il prossimo sono inseparabili nell'Eucaristia. Un pane, un corpo siamo noi tutti. Eucaristia senza solidarietà con gli altri è Eucaristia abusata”. “E qui siamo anche alla radice e nello stesso tempo al centro della dottrina sulla Chiesa come corpo di Cristo, del Cristo risorto”. “Vediamo anche tutto il realismo di questa dottrina. Cristo ci dà nell'Eucaristia il suo corpo, dà se stesso nel suo corpo e così ci fa suo corpo, ci unisce al suo corpo risorto. Se l'uomo mangia pane normale, questo pane diventa parte del suo corpo, trasformato in sostanza di vita umana”.

Nella Comunione, avverte Benedetto XVI, “si realizza il processo inverso. Cristo, il Signore, ci assimila a sé, ci introduce nel suo corpo glorioso e così noi tutti insieme diventiamo corpo suo”. “Nella politologia romana questa parabola del corpo con diverse membra che formano una unità era usata per lo Stato stesso, per dire che lo Stato è un organismo nel quale ognuno ha la sua funzione: la molteplicità e diversità delle funzioni formano un corpo e ognuno ha il suo posto”. Nelle lettere di San Paolo, tuttavia, “vediamo che il realismo della Chiesa è tutt'altro, molto più profondo e vero di quello di uno Stato-organismo”. “Perché realmente Cristo dà il suo corpo e ci fa suo corpo. Diventiamo realmente uniti col corpo risuscitato di Cristo, e così uniti l'uno con l'altro. La Chiesa non è solo una corporazione come lo Stato, è un corpo. Non è una organizzazione ma è un organismo”, ha concluso. (Zenit, 10 dicembre 2008)

 

 

 


 

Una psicologia per l’ammissione dei seminaristi solo come integrazione

La Congregazione per l’Educazione Cattolica ha presentato il 30 ottobre 2008 gli “Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio”.

Più volte il Magistero post–conciliare ha accennato sull’opportunità, ma solo opportunità, di fare uso, in occasioni particolari, delle competenze psicologiche nel discernimento dell’autenticità della vocazione sacerdotale, prima dell’eventuale ordinazione.

Nel presentarlo il prefetto della Congregazione card. Zenon Grocholewski ha precisato che “il documento non intende risolvere questioni teoriche che riguardano i rapporti tra psicologia, teologia e spiritualità, e nemmeno addentrarsi nel campo delle diverse scuole psicologiche, ma si limita ad offrire un contributo di ordine pratico”. Ha anche precisato che “il ricorso agli esperti nelle scienze psicologiche non può che essere soltanto ausiliare”, ossia utile solo “in alcuni casi” per dare il parere circa la diagnosi, o circa l’eventuale terapia, o il sostegno psicologico allo sviluppo delle qualità umane richieste dall’esercizio del ministero (n. 5). In altre parole, si deve ricorrere a loro solo “nei casi eccezionali che presentano particolari difficoltà” (n. 5).

In ogni modo, risulta chiaro l’utilizzo delle competenze psicologiche non deve essere una pratica obbligatoria né ordinaria nell’ammissione o nella formazione dei candidati al sacerdozio. In questo senso, il suo ruolo è di integrazione, non di sostituzione, sia nel discernimento iniziale, sia nella formazione successiva di un ethos, di un vissuto conseguente ad un dono. La vocazione sacerdotale è innanzitutto un dono soprannaturale per la chiamata, attraverso il celibato, ad “una tenera fraternità sacramentale” (Presbiterorum ordinis, n. 8) del sacramento dell’ordine, da cui consegue tutta la fecondità di carità pastorale.

Altra direttiva importante è che “L’ausilio delle scienze psicologiche deve integrarsi nel quadro della globale formazione del candidato, così da non ostacolare, ma da assicurare in modo particolare la salvaguardia del valore irrinunciabile dell’accompagnamento spirituale, il cui compito è di mantenere orientato il candidato alla verità del ministero ordinato, secondo la visione della Chiesa” (n. 6 d). Di conseguenza tali esperti “non possono far parte dell’équipe dei formatori” (n. 6).

Il documento, con tutte le precise direttive per mantenerlo “soltanto ausiliare”, ossia utile solo “in alcuni casi”, non fondamento del discernimento della vocazione ma descrizione della modalità con cui rispondere, può costituire un apporto nella descrizione dei problemi psichici dell’anima umana di un candidato in fase di maturazione. Ma quello che non si può disattendere, per avere degli esperti adeguati, è come coniugare tra loro psicologia, filosofia, teologia e spiritualità, nel pieno rispetto dei loro metodi propri, ma anche nella consapevolezza dell’intrinseca unità che le tiene insieme cioè una antropologia adeguata.

E questa unità è un compito, una urgenza che sta davanti a noi, anzi un’avventura affascinante nella quale merita spendersi ma non è un dato sufficientemente raggiunto, come il documento riconosce affermando di non intendere risolvere il problema dei rapporti tra psicologia, teologia e spiritualità. In gran parte l’attuale impostazione delle scienze psicologiche si muove nella pretesa di abbracciare con le loro conoscenze tutta la realtà della psiche umana.

E qui entra la tentazione di lasciare l’ultima parola, per il discernimento, non al confronto con il Direttore spirituale ma a psicologi e psicanalisti. E rimane ancora aperto il problema di come allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprendola alla grandi questioni del vero e del bello perché l’uomo non sia considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato solo psicologicamente, capovolgendo la centralità di ogni io nel proprio e altrui essere dono del Donatore divino e quindi della sua libertà anche da condizionamenti psicologici.

Ecco perché [come affermato dall’allora Card. Ratzinger al Sinodo del 1990] il c. 220 del CIC afferma “Non è lecito ad alcuno… violare il diritto che ogni persona ha di difendere la propria intimità”, non solo intellettiva, volitiva ma anche psicologica. E come gli orientamenti richiamano, a nessuno, neppure ai superiori diocesani o religiosi, è lecito entrare nell’intimità psicologica o morale d’una persona, senza averne avuto il previo, esplicito, informato e soprattutto assolutamente libero consenso

Ecco perché vengono considerate illecite tutte le pratiche psicologico-proiettive e d’altro tipo, usate con i candidati alla vita sacerdotale e religiosa in occasione dell’ammissione e della permanenza in seminari e noviziati, se manca il previo e libero consenso dell’interessato, che non può essere estorto in alcun modo.

Altra attenzione, in conseguenza del can. 220, riguarda il mantenimento del segreto, al quale sono tenuti lo psicologo o lo psicanalista, dopo aver esplorato, con il consenso dell’interessato, l’intimità psicologica o morale di una persona. In questo senso va considerata illecita l’esibizione o la conservazione di schede e schedari riguardanti l’intimità d’una persona, perché ciascuno deve restare il solo depositario dei segreti della propria intimità, di cui deve poter decidere sempre liberamente.

Eventualmente l’esaminatore, con il consenso dell’esaminando, può conservare per il periodo dell’esame o della cura annotazioni redatte in forma che, se casualmente dovessero pervenire in mano d’una terza persona, questa non potrebbe risalire all’esaminato. Tutto questo perché nell’antropologia cristiana adeguata ogni io è persona unica e irripetibile nel proprio essere dono del Donatore divino, unitariamente in relazione con Dio, con se stessa, con gli altri.

Aiuto della psicologia

In rapporto al dono soprannaturale, cui ci si sente chiamati da Cristo, per una “tenera fraternità sacramentale” il compito della psicologia è in rapporto all’ethos o responsabilità di una possibile risposta per un vissuto fraterno cioè un’attenzione ai sentimenti e motivazioni, di cuore – mente – volontà, dei sensi interni ed esterni, di affettività e sessualità perché il futuro presbitero, “innamorato dell’Eterno (del Dio dal volto umano attraverso questa tenera fraternità sacramentale), è proteso all’autentica e integrale valorizzazione dell’uomo e a vivere sempre la ricchezza della propria affettività nel dono di sé…” (2d).

Qui può esserci l’ambito in cui può avvenire anche un utile, anche se non necessario, intervento psicologico. A livello di vissuto come può innamorarsi di Dio dal volto umano attraverso una “tenera fraternità sacramentale”, di un amore pastorale gratuito, un cuore che non è disponibile a leggersi e a scrutarsi, a lasciarsi amare e amare senza paura, o scoprire in sé quei raggiri e inganni che coprono spesso il non amore?

Il documento parla di “quel mirabile e impegnativo intreccio delle dinamiche umane e spirituali nella vocazione”; e aggiunge che “è dovere della Chiesa fornire ai candidati un’efficace integrazione delle dimensioni umane e morali, alla luce della dimensione spirituale” (2f).

Ma cosa si intende per dimensione spirituale? Solo la constatazione conoscitiva di quello che uno è nella propria modalità psicologica o quello che può divenire attraverso una totale apertura all’incontro con la Persona di Gesù Cristo risorto nell’Eucaristia, nella Penitenza, in vissuti fraterni di comunione ecclesiale autorevolmente guidata cioè con il tocco sacramentale della Persona di Cristo Risorto che ricrea anche ciò che non è psicologicamente perfetto?

Intervento dello psicologo

L’intervento dello psicologo è possibile “nei casi eccezionali che presentano particolari difficoltà… sia prima dell’ammissione al seminario sia durante il cammino formativo” (5f), con finalità diagnostico-terapeutiche. Questa è l’indicazione normativa che sembra mutare nel contesto e nel seguito.

Finalità ultima dell’intervento dello psicologo, infatti, è considerato non solo nell’indicare l’esigenza di superare eventuali ferite psicologiche del soggetto ma “la sempre più stabile e profonda interiorizzazione dello stile di vita del Buon Pastore” (5f) , o – nella fase del discernimento iniziale – la possibilità di “delineare un cammino formativo personalizzato secondo le specifiche esigenze del candidato” (8e), mentre – in quella successiva – l’aiuto dello psicologo può “sostenere il candidato verso un più sicuro possesso delle virtù umane e morali; può fornire al candidato una più profonda conoscenza della propria personalità e può contribuire a superare, o a rendere meno rigide, le resistenze psichiche alle proposte formative” (9°).

Ora queste specificazioni rischiano di fatto di divenire un obiettivo normale di ogni cammino di ciascun candidato al sacerdozio e quindi di vedere la psicologia oltre i “casi eccezionali che presentano particolari difficoltà”, oltre una finalità esclusivamente diagnostica (= per discernere i casi dubbi) o terapeutica (= per guarire le patologie) ma di acquisire un senso pure pedagogico-formativo solo a livello conoscitivo, senza il taglio sacramentale dell’incontro con Cristo. Quindi il testo rischia di proporre, almeno in prospettiva, un’interpretazione non solo eccezionale, utile ma non necessaria, contrariamente a quanto affermato all’inizio.

Esperto psicologo e preparazione dei formatori

Il testo afferma chiaramente, nella linea tradizionale, che l’esperto psicologo cui ricorrere in alcuni casi non faccia parte dell’équipe dei formatori (6°). Però, poi, raccomanda che “ogni formatore abbia la sensibilità e la preparazione psicologica adeguate per essere in grado, per quanto possibile, di percepire le reali motivazioni del candidato, di discernere gli ostacoli nell’integrazione tra maturità umana e cristiana e le eventuali psicopatologie. Egli deve ponderare accuratamente con molta prudenza la storia del candidato” (4b).

E qui è facile ricondurre la competenza psicologica all’interno del gruppo dei formatori, come addirittura modo normale d’esercitare il ruolo del formatore, per cogliere non solo la modalità psicologica ma il contenuto delle reali motivazioni del giovane (sovente inconsce), scoprire ciò che ne ostacola il processo d’integrazione personale, e persino le psicopatologie. Difatti – continua il testo – “ogni formatore va preparato, anche con adeguati corsi specifici, alla più profonda comprensione della persona umana e delle esigenze della sua formazione”, anche “con esperti in scienze psicologiche” (4c).

Anche qui se non si allargano gli spazi della nostra razionalità per riaprirla alle grandi questioni nella ricerca del vero, del bene, di Dio (non per innamorarsi di qualsiasi Eterno ma di quel Dio che possiede un volto umano e che incontro nella via umana di vissuti di comunione ecclesiale autorevolmente guidata, con il quale tutto è possibile, anche correggere modalità psicologiche non adeguate) e su questo cammino coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze psicologiche, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell’intrinseca unità di una antropologia cristiana adeguata che le tiene insieme, l’utilizzo delle attuali competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio possono provocare grandi rischi. (Gino Oliosi, Zenit, 10 dicembre 2008)

 

 

 


 

Messaggio per la Pace 2009: i poveri, il tesoro del mondo

Del diacono san Lorenzo si dice che quando un giorno l’imperatore gli chiese di consegnargli tutti i tesori della Chiesa di Roma, lui gli portò numerosi poveri aiutati dalla comunità, esclamando: “Questo è il tesoro della Chiesa!”. Con il Messaggio per la Giornata della Pace 2009, Benedetto XVI allarga questa visione per affermare che i poveri sono il tesoro della società mondiale. Non nel senso banale di un pauperismo moralista e inutile: il messaggio non chiede di essere poveri, ma anzi di “combattere la povertà”. La proposta del papa è invece quella di tener conto di essi come la misura dell’umanità delle nostre società.

È la presenza dei poveri che ci dice quanto la globalizzazione stia andando nel verso giusto e quanto sta occludendo le coscienze, disinteressandoci del resto del mondo e accontentandoci di usare il nostro raggiunto benessere come una droga soporifera. “Solo la stoltezza può … indurre a costruire una casa dorata, ma con attorno il deserto o il degrado” (n. 14). Lo stuolo dei poveri e degli emarginati misura la stabilità o l’instabilità di una società. Basta vedere cosa succede alla Cina, dove lo sviluppo corrotto di pochi e l’abissale miseria di molti continua a provocare rivolte sociali che mettono a repentaglio tutti i successi decantati dal Partito comunista cinese in questi decenni.

Quanto succede in Cina (o in Grecia) può essere applicato a livello planetario. I poveri sono gli interlocutori del nostro modello di sviluppo, costruttori insieme ai ricchi di una società che possa vivere nella pace. Purtroppo, finora molti Stati e perfino le agenzie Onu sulla popolazione, preferiscono “combattere la povertà” eliminando anche fisicamente i poveri. Il Messaggio si sofferma sulla iniqua politica di controlli sulla popolazione (aborti, sterilizzazioni, aborti selettivi sulle bambine), mostrandone l’irrazionalità, dato che le Nazioni a maggior indice di sviluppo sono quelle più popolate: “In altri termini, la popolazione sta confermandosi come una ricchezza e non come un fattore di povertà” (n. 3). Dunque è irrazionale l’eliminazione annua di 500 mila feti femminili in India, o l’aborto selettivo di 40 milioni di bambine negli ultimi 20 anni in Cina. Irrazionale è anche la corsa agli armamenti, la banalizzazione della lotta contro l’Aids, le speculazioni che creano la crisi alimentare mondiale (nn. 4-8).

Il Messaggio suggerisce che per accrescere la ricchezza e la pace, le Nazioni devono dare spazio ai poveri, “mettere i poveri al primo posto” dando loro voce in politica, dando loro spazio nell’economia, rendendoli attori partecipi dello sviluppo. La Chiesa e i missionari svolgono da secoli questa dinamica con le scuole, gli ospedali, le università aperti anche ai poveri.

Il papa giudica “illusorie” le politiche ideologiche di ridistribuzione della ricchezza, trasformatesi sempre in demagogici flop (basta pensare al Venezuela o allo Zimbabwe). E reputa “piatto”, senza profondità e spessore l’attuale sistema finanziario e le sue tecniche (nn. 10-12), che si preoccupa di creare ricchezze dal nulla, conducendo il pianeta al disastro attuale. Egli propone una rivoluzione “morale”: che ogni uomo si senta “personalmente ferito dalle ingiustizie esistenti nel mondo e dalle violazioni dei diritti umani ad esse connesse” (n. 8) e che i poveri possano “mettere a frutto la loro capacità di lavoro” (n. 14). Varrebbe la pena che queste consigli fossero seguiti da Paesi come gli Stati Uniti, dove si sta cercando di salvare l’economia coprendo solo i buchi abissali dei colossi finanziari in crisi. E che ascoltasse anche la Cina, dove ai poveri non si dà nemmeno il diritto di parlare. (Bernardo Cervelliera, AsiaNews, 11 dicembre 2008)

 

 

 


 

Quelle tre o quattro cose forti che il sinodo sulla "Parola di Dio" ha lasciato in eredità

A sette settimane dalla sua chiusura, il sinodo dei vescovi tenuto a Roma in ottobre su "La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa" sembra quasi non aver lasciato traccia.

Le 55 proposizioni finali sono state consegnate al papa e provvederà lui a darvi corso, nell'esortazione postsinodale che egli promulgherà tra un anno o anche più.

Quanto al messaggio rivolto dal sinodo al "popolo di Dio" al termine dell'assise, è caduto subito nel dimenticatoio. A differenza dei messaggi finali dei precedenti sinodi, questo era scritto con stile più comunicativo. Tradiva la mano sapiente del suo principale estensore, l'arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del pontificio consiglio della cultura e biblista di fama mondiale. Ma la sua lunghezza spropositata ne ha reso difficile il rilancio da parte dei media cattolici di tutto il mondo. E di conseguenza ha impedito che divenisse oggetto di lettura e di riflessione da parte di un consistente numero di vescovi, preti e fedeli.

Ciò non toglie, però, che il sinodo che si è tenuto lo scorso ottobre sulla Parola di Dio possa avere effetti importanti e di lunga durata sulla vita della Chiesa. A condizione che i circa 250 vescovi che vi hanno partecipato sappiano raccoglierne le indicazioni e parteciparle ai rispettivi episcopati e Chiese nazionali.

Ma, appunto, quali sono le indicazioni maggiori che il sinodo ha dato? Quali le linee maestre lungo le quali tradurlo in pratica?

Sul sinodo si è scritto molto. Ma rare sono state le valutazioni sintetiche. Qui di seguito ne è riportata una delle più interessanti e acute. È apparsa su "L'Osservatore Romano" del 27 novembre ed è stata scritta non da un padre sinodale ma da un osservatore esterno, un professore di teologia del Boston College, sacerdote della diocesi di New York, padre Robert Imbelli.

Per tutta la durata del sinodo padre Imbelli ha alloggiato, a Roma, al Collegio Capranica, avendo modo di incontrare quotidianamente vari padri sinodali, e di seguirne i lavori.

Il 14 ottobre egli ha avuto anche la possibilità di entrare nell'aula del sinodo e di assistere a una seduta. Per fortunata combinazione, quello fu il giorno in cui Benedetto XVI prese la parola, pronunciando un intervento di straordinaria importanza.

Ecco dunque che cosa il nostro osservatore ha ricavato dal suo soggiorno romano:

Riflessioni sul sinodo (di Robert Imbelli)

Godendo di un anno sabbatico come docente di teologia al Boston College, ho voluto essere presente a Roma durante il sinodo dei vescovi dedicato a un più profondo apprezzamento e a una rinnovata affermazione della "Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa". Pochi altri argomenti, infatti, sono così fondamentali dal punto di vista teologico e pertinenti da quello pastorale. [...]

La mia prima forte impressione è che il sinodo sia stato una profonda esperienza ecclesiale, in primo luogo, com'è ovvio, per i partecipanti, ma sperabilmente, tramite loro e i resoconti dei media, per l'intera Chiesa cattolica. Vescovi e teologi, laici e preti, donne e uomini, come pure rappresentanti di altre comunità cristiane hanno condiviso tre intense settimane. Si sono reciprocamente arricchiti attraverso le loro esperienze, idee, opinioni e interessi. Lo hanno fatto formalmente con dichiarazioni e dibattiti svoltisi in gruppi linguistici più piccoli. Tuttavia lo hanno fatto anche in maniera informale durante le pause per il caffè o i pasti. La Parola di Dio si è riflessa nelle numerose parole della famiglia umana, mostrando la sua variegata ricchezza e forza trasformatrice: "suaviter et fortiter"

Una delle idee più cruciali emerse nel corso del sinodo è stata la necessità di comprendere le multiformi dimensioni della Parola di Dio. Nel linguaggio dei teologi questo è un concetto "analogo". La Parola di Dio non si può semplicemente identificare con le Sacre Scritture. Queste sono le testimoni privilegiate della Parola di Dio, ma quest'ultima trascende persino la sua incarnazione biblica.

Infatti, in definitiva, la Parola di Dio è una Persona. È Gesù Cristo stesso l'incarnazione piena e definitiva della Parola di Dio. A questo proposito nessun verso biblico è più importante di questo del Vangelo di Giovanni: "E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (1, 14). In Gesù Cristo, nella sua vita, morte e resurrezione, la Rivelazione di Dio trova la sua espressione perfetta e ottiene la riconciliazione del mondo.

Significativamente, questo riconoscimento nutrito di fede implica che il cristianesimo può essere definito solo impropriamente una "religione del libro". Per quanto la testimonianza biblica di Gesù sia preziosa e indispensabile, il cristianesimo è più precisamente la "religione della persona": la persona di Gesù Cristo che chiama tutti alla comunione personale col Padre, attraverso lui.

Un'ulteriore conseguenza, rilevata da numerosi vescovi, è che Gesù Cristo offre ai cristiani la "chiave ermeneutica" per comprendere le Scritture. La Bibbia non è una raccolta disparata di libri del mondo antico. Essa trova in Gesù il suo "principium": il suo principio interpretativo perché, in quanto Parola di Dio, egli è anche la sua origine e il suo obiettivo.

Dalla "relatio" di apertura del cardinale Ouellet, passando per l'intervento del papa, fino alle proposizioni conclusive presentate al Santo Padre, questo riconoscimento ha portato a insistere sulla necessità di utilizzare vari metodi di interpretazione delle Scritture. Il metodo cosiddetto storico-critico è indispensabile, perché la Parola di Dio è veramente entrata nella storia umana: nata durante il regno di Cesare Augusto e crocifissa sotto Ponzio Pilato. Come ha affermato il Santo Padre: "La storia della salvezza non è mitologia, ma vera storia, ed è perciò da studiare con i metodi della seria ricerca storica".

Per lo stesso motivo un metodo esclusivamente storico-critico presenta forti limiti. La Parola di Dio, alla quale la Bibbia reca testimonianza, chiaramente trascende la dimensione storica per accogliere il piano di Dio per il mondo. La Bibbia non è solo relegata al passato, ma sfida il presente e apre a un compimento futuro.

Quindi l'approccio storico-critico deve essere accompagnato da un approccio teologico-spirituale che affermi l'unità delle Scritture e riconosca che, attraverso il mistero pasquale di Cristo, lo Spirito Santo si è effuso ed ha avuto inizio la nuova creazione.

Di conseguenza, il contesto proprio e privilegiato per ascoltare la Parola di Dio è la liturgia della Chiesa, in special modo l'Eucaristia. In essa si compie l'unità dei Testamenti e si celebra la presenza del Cristo vivo, che svela il significato delle Scritture. In essa diviene chiaro che è in seno alla comunità di fede e alla sua tradizione che la Parola di Dio continua a nutrire il popolo di Dio in ogni epoca fino al ritorno del Signore nella gloria.

Da questo punto di vista il sinodo ci ha lanciato due sfide urgenti. La prima è che tutti i membri della Chiesa sono chiamati ad appropriarsi in modo disciplinato della Parola di Dio nella loro vita quotidiana, facendosi da essa guidare e sostenere. Da qui sono derivate le frequenti esortazioni del sinodo allo sviluppo e alla diffusione di una lettura spirituale della Bibbia che vada oltre il nome generico di "lectio divina". Sebbene siano necessari modalità e metodi differenti per soddisfare le esigenze dei diversi interlocutori e delle diverse situazioni culturali, un requisito permanente è la necessità per tutti, soprattutto per quanti sono immersi in culture occidentali spesso frenetiche, di acquisire familiarità con il silenzio. Solo con un silenzio vigile possiamo udire la Parola di Dio con rinnovato vigore.

La seconda sfida è il bisogno urgente di compiere sforzi creativi per ricreare i vincoli fra esegesi e teologia sistematica, oppure, più concretamente, fra esegeti e teologi. Questo è particolarmente difficile nel contesto attuale delle università, così protese a una ricerca specialistica che spesso separa invece di unire. Ciononostante, si tratta di un imperativo. Come afferma il Santo Padre nel suo intervento al sinodo: "Dove l'esegesi non è teologica, la Scrittura non può essere l'anima della teologia e, viceversa, dove la teologia non è essenzialmente interpretazione della Scrittura nella Chiesa, questa teologia non ha più fondamento".

Un altro argomento che ha suscitato grande interesse al sinodo è stato quello della predicazione. I vescovi sanno bene che la Parola di Dio deve essere spezzata e condivisa con il popolo di Dio, proprio come il pane eucaristico. È evidente che ciò assume forme diverse secondo l'età e la formazione degli uditori, ma una caratteristica comune che scaturisce dalla meditazione sulla Parola di Dio nella sua realtà trascendente è che le omelie dovrebbero essere "mistagogiche", vale a dire condurre l'assemblea a un incontro vivificante con Gesù Cristo, vera Parola incarnata.

Penso che il Papa stesso offra una guida preziosa all'arte di questa predicazione mistagogica. Le sue omelie, così attente alla situazione concreta e alle sensibilità di coloro a cui si rivolgono, cercano sempre di promuovere un rinnovato apprezzamento dell'altezza, dell'ampiezza, della lunghezza e della profondità dell'amore di Cristo per il suo corpo, la Chiesa, e, attraverso di essa, per il mondo intero. Benedetto XVI, nelle sue omelie, mira a introdurre quanti lo ascoltano nel mistero pasquale di Cristo, in cui essi non sono meri osservatori, ma partecipanti.

Questa predicazione mistagogica è in sé potenziata e rafforzata dalla qualità estetica del luogo in cui si compie. Questo tema è emerso spesso al sinodo, ma ha avuto un'importanza particolare nello storico discorso del patriarca ecumenico Bartolomeo I. Nella fede incarnazionale della Chiesa, la Parola di Dio non solo viene udita, ma anche vista. È mediata da icone e immagini. Bartolomeo ha detto delle icone: "Ci incoraggiano a cercare lo straordinario dell'ordinario".

È stato quindi provvidenziale che, svolgendosi il sinodo in Vaticano, si sia organizzata a Roma, nello splendido spazio espositivo delle Scuderie del Quirinale, una magnifica mostra dell'artista veneziano del primo Rinascimento Giovanni Bellini (1435-1516). Nelle sue meravigliose raffigurazioni della Madonna col Bambino, della crocifissione e della risurrezione di Cristo, lo straordinario e l'ordinario si integrano in modo affascinante, l'uno gettando luce sull'altro. O meglio, la luce di Cristo trasfigura tutto, rivelando l'autentica dignità e il vero destino dell'ordinario.

I dipinti del Bellini, fortemente influenzati dalla tradizione iconica orientale, fanno da splendido commento alla Parola incarnata di Dio, unendo indissolubilmente la lettera e lo spirito. Di fronte a molti suoi dipinti ciascuno può sostare e praticare la "lectio divina", attingendo dalla loro grazia e bellezza acqua per anime assetate.

Alla fine del sinodo, un vescovo mio amico ha osservato che, a suo parere, esso ha rappresentato da parte della Chiesa una "ricezione" nuova e più profonda della costituzione del Vaticano II sulla divina rivelazione, "Dei Verbum". Se quel vescovo ha ragione, e penso di sì, questo è un momento di grande significato. Infatti, delle quattro costituzioni, vale a dire dei più importanti documenti del Concilio, la "Dei Verbum" è forse la meno apprezzata e studiata, sebbene sia assolutamente fondamentale.

Nella sua "relatio" di apertura del sinodo, il cardinale Ouellet ha detto molto. Ha parlato della rinnovata comprensione, nella "Dei Verbum", della rivelazione divina come "dinamica e dialogica". Tuttavia ha ammesso che il documento non è stato "recepito a sufficienza" e non ha ancora dato i frutti sperati.

Quando ci si chiede come questo sia potuto accadere, un possibile indizio è offerto più avanti proprio dal cardinale Ouellet nella sua "relatio", là dove afferma, in modo un po' provocatorio, che "l'ecclesiocentrismo è estraneo alla riforma del Concilio". In effetti, è possibile che troppi dibattiti e contrasti conciliari siano stati eccessivamente ecclesiocentrici. Non abbiamo forse avuto la tendenza a dimenticare che Cristo, non la Chiesa, è la luce del mondo ("Lumen gentium")? Nel sottolineare la necessità della "partecipatio actuosa" alla liturgia, non ci siamo forse accontentati di leggerla solo in termini di funzioni liturgiche da compiere invece che come chiamata a penetrare più in profondità nel mistero pasquale di Cristo? A volte, la legittima insistenza sul ruolo dell'assemblea nell'azione liturgica non ha forse messo in ombra il soggetto primario che è Cristo che si offre al Padre e abilita il popolo di Dio a condividere il suo unico perfetto sacrificio?

La riforma del Concilio è cristocentrica, non ecclesiocentrica. Solo attraverso Cristo la Chiesa è introdotta nella comunione della santissima Trinità che è vita eterna. È questo il cuore del messaggio della "Dei Verbum" e il sinodo da poco conclusosi ci offre la possibilità provvidenziale di ricevere nuovamente questo Vangelo salvifico.

Molto spesso, dopo il Concilio, ci siamo sentiti dire che dovevamo "appropriarci" della Tradizione della Chiesa, che dovevamo farla nostra. Tuttavia, a un livello più profondo ed esigente sarebbe meglio dire: dobbiamo noi far sì che la Tradizione si appropri di noi e consenta alla Parola di Dio di trasformarci. Questo farsi possedere quotidianamente dalla Parola è la vita della Chiesa ed è l'unica base credibile per la sua missione. (Sandro Magister, Focus, 11 dicembre 2008)

 

 

 


 

Imputato: il diritto alla vita

«Alla legge, alla legge», è il grido che si è alzato dopo la sentenza della Corte di Cassazione dell’ottobre 2007 e della Corte di Appello di Milano del luglio 2008 sul caso Eluana Englaro che, di fatto, aprono la porta all’eutanasia. La Cassazione, chiamata a pronunciarsi sul caso della giovane lecchese in coma dal 1992 in seguito a incidente stradale e alimentata con un sondino, ha detto che questo si può staccare a due condizioni: se lo stato vegetativo è irreversibile, cioè se la scienza medica stabilisce che Eluana non potrà mai tornare indietro, e se si accerta che lei non avrebbe mai accettato sostegni vitali per vivere in condizioni simili, preferendo piuttosto morire. La Corte di Appello di Milano ha poi decretato che nel caso di Eluana le condizioni ci sono. Da qui la scelta, anche della Conferenza episcopale italiana, di invocare un intervento legislativo in modo da evitare la deriva dell’eutanasia.

La scelta non è stata indolore e numerose sono state le polemiche e i dibattiti al proposito tra chi difende il diritto alla vita, cattolici e non.

Non vogliamo qui entrare nel cuore della discussione sui contenuti di una eventuale legge sul “fine vita” (come la chiamano il presidente delta Conferenza episcopale italiana, card. Angelo Bagnasco e il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella) o sul “testamento biologico”, come la chiamano un po’ quasi tutti gli altri.

Vogliamo invece affrontare la questione da un’angolazione diversa, iniziando dall’atto che ha dato il via al dibattito, ovvero la sentenza della Cassazione, sono stati in molti a stigmatizzare questa invasione di campo dei giudici che — con il pretesto dell’interpretazione — di fatto ridisegnano la legge a modo loro saltando il Parlamento, espressione della volontà popolare e unico organo legittimato a decidere le leggi.

La domanda che dobbiamo porci allora è: possiamo ritenere questa “invasione di campo” un semplice incidente? O è parte di una strategia più ampia per forzare le leggi e imporre in questo modo princìpi e norme che attraverso la volontà popolare non passerebbero così facilmente?

Sicuramente in Italia dai tempi di Tangentopoli assistiamo a un continuo tentativo del potere giudiziario sostituirsi al potere politico, e questo ha senza dubbio creato un’abitudine, un’inclinazione. In questo caso, il discorso sarebbe più o meno questo: “Visto che di testamento biologico ed eutanasia si parla tempo ma in Parlamento non si arriva a nulla, ci pensiamo noi con una bella sentenza, che diventa un precedente per tutti i casi analoghi”. In fondo si tratterebbe di un incidente dovuto a una anomalia tutta italiana.

Per verificare la correttezza di questa ipotesi è necessario confrontare ciò che sta avvenendo nel nostro Paese con ciò che avviene altrove. Ed è allora che scopriamo che a livello internazionale già da anni opera una potente ed efficace lobby contro la vita che ha scelto la via giudiziaria per scardinare le legislazioni nazionali che ancora resistono alla cultura della morte. Il massimo dello sforzo si concentra sull’aborto, che si vuole “promuovere” a diritto umano universale, ma per l’eutanasia la strada non è diversa. Senza contare che se davvero l’aborto venisse riconosciuto quale diritto fondamentale, lo stesso principio dell’autodeterminazione si applicherebbe tale a quale all’eutanasia.

Ad esempio, negli Stati Uniti ha sede una organizzazione, The Center for Reproductive Rights (CRR), che può contare sull’apporto di decine e decine di avvocati che studiano sia la singole legislazioni nazionali sia le convenzioni internazionali al solo scopo di trovare i cavilli che permettano di forzare le leggi e di fornire le interpretazioni “corrette” ai documenti firmati dai governi sotto l’egida dell’ONU. Il CRR è collegato a numerose organizzazioni non governative nazionali che si avvalgono della sua consulenza: obiettivo principale sono le legislazioni dell’America Latina — che ancora sono le più favorevoli alla vita — ma il CRR ha avuto una parte importante anche nella prima stesura delta Costituzione del neonato stato del Kosovo, dove si cercava di introdurre in modo subdolo sia l’aborto sia il matrimonio omosessuale. Solo pochi mesi fa, in marzo, il CAR ha pubblicato un documento (“Bringing Rights to Bear”, fare dei diritti una realtà) in cui intende dimostrare che, in base a una sane di raccomandazioni fatte dalle Commissioni ONU, i singoli Paesi sarebbero obbligati a legalizzare l’aborto in quanto parte degli impegni giuridici internazionali sottoscritti.

Il CRR, creato nel 1992, è da sempre in prima linea nel condurre una strategia “mascherata” per ridefinire il diritto alla vita, ma è soprattutto dopo la metà degli anni ‘90 che la sua azione ha moltiplicato la propria efficacia. Il motivo e soprattutto nel fatto che l’azione del CRR diventava strategica per un gruppo di agenzie dell’ONU che, dopo le Conferenze internazionali del Cairo (sulla popolazione, 1994) e di Pechino (sulla donna, 1995), aveva deciso una strategia per integrare l’ideologia radicale nel diritto internazionale in materia di diritti umani (della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ai trattati più recenti). Tale strategia è il risultato di una conferenza tenutasi nel dicembre 1996 a Glen Cove, New York, organizzata da Fondo Onu per la Popolazione (UNFPA), Alto Commissariato per i Diritti umani e Divisione Onu per la Promozione della Donna (DAW). Tutti i dettagli di questo incontro e della strategia messa in atto si possono leggere in un interessante libro bianco pubblicato dal Catholic Family and Human Rights Institute (scaricabile dal sito dell’istituto www.c-fam.org) dal titolo “Rights by Stealth”. Ciò che è comunque importante sapere è che in questa strategia è fondamentale il ruolo delle organizzazioni non governative che in ogni Paese si incaricano poi di pressare governi e parlamenti, anche attraverso iniziative giudiziarie. L’America Latina è piena di esempi al proposito e non solo per quel che riguarda l’aborto: basti ricordare che in Colombia l’eutanasia è stata introdotta da una sentenza della Corte Costituzionale undici anni fa malgrado la forte opposizione sociale. Tanto che soltanto in questi mesi il Parlamento sta dando seguito a quella sentenza con una legge che, al momento in cui scriviamo, attende l’approvazione definitiva in Parlamento.

La stessa strategia viene seguita nell’ambito dell’Unione Europea, come ad esempio nel tentativo di eliminare la possibilità dell’obiezione di coscienza del personale sanitario in materia di aborto (cfr. Il Timone, n. 51, pp. 18-19) o di imporre la legalizzazione dei matrimoni omosessuali.

Se questo è l’orizzonte in cui ci si muove, appare evidente che se ne debba tenere ben conto in Italia nel momento in cui si propone una legge sul fine vita. Non c’è dubbio che qualsiasi minimo cedimento nella direzione voluta dalla succitata lobby non potrà che incoraggiare altre iniziative giudiziarie e rafforzare il “partito della morte”. (Riccardo Cascioli, ® Il Timone, novembre 2008)

 

 

 


 

Un ruggito rosso porpora

L’ultima catechesi del cardinal Biffi. I cristiani devono annunciare la Verità, non adattarsi al mondo...

"Agli ultimi Sinodi cui ho partecipato, ho visto tante brave persone, ma il livello non è quello dei vescovi del Concilio. Tutti sono gentili e pieni di buone intenzioni, ma mi sembra che manchi un po’ d’intelligenza, che non guasta mai. Un’intelligenza del cuore”. A dirlo non è stato il cardinale Giacomo Biffi, ma il suo collega cardinale Godfried Danneels, vescovo di Mechelen-Bruxelles e primate del Belgio, in una lunga intervista per il mensile 30Giorni.

A parte la berretta porpora e l’appartenenza alla stessa generazione (Danneels, nato nel 1933, è di cinque anni minore), probabilmente tra i due pastori e cardinali di Santa Romana Chiesa c’è poco altro in comune. Danneels è sempre stato arruolato, per semplificazione e “malgré lui”, nelle schiere dei progressisti; non è un nostalgico del Concilio per partito preso, ma è uno di quelli che il suo insegnamento, ad esempio sulla Parola di Dio e sul ruolo dei vescovi, vorrebbe fosse meglio attuato. Biffi legge i fatti in maniera quasi opposta, e anche nel suo nuovo libro in uscita in questi giorni, “Pecore e Pastori. Riflessioni sul gregge di Cristo” (Cantagalli, 256 pp., 13,80 euro) affonda la sua schietta ma tagliente lama ambrosiana nei danni ecclesiali (ma anche più genericamente culturali: perché se il sale non sala, diventa melassa anche il resto del mondo) prodotti dalla mentalità eccessivamente “conciliante” dei pastori della chiesa di oggi. E in questo senso, per una volta, il teologo ambrosiano che insegnò dalla cattedra di Petronio sarebbe probabilmente d’accordo con il giudizio inclemente sull’attuale generazione di pastori espresso dal suo confratello teologo delle Fiandre.

Vecchio leone in porpora, fedele al suo motto episcopale “Ubi fides ibi libertas”, anche stavolta Biffi non le manda a dire. Ma allo stesso tempo, memore anche del motto di San Carlo, “Humilitas”, nella sua “riflessione sul gregge di Cristo”, non si atteggia a giudice occhiuto dei cristiani. E anzi, la prima evidenza che mette in luce a suon di Sacre Scritture è che, nella chiesa, a parte l’unico Buon Pastore, “tutti nella Chiesa sono prima di ogni altra cosa appartenenti all’ovile di Cristo. Tutti, dal Papa al più recente dei battezzati, possiedono il motivo vero della loro grandezza non tanto nel venire caricati da questo o quel compito nella comunità cristiana, quanto nell’essere parte del ‘piccolo gregge’. C’è dunque una sostanziale parità di tutti i credenti, purché davvero credano: solo credendo si entra tra le pecore di Cristo”.

Ciò non esime però nessuno, è un po’ il senso generale di questa nuova “catechesi” del cardinale Biffi, dal praticare la Verità, senza annacquare e confondere. E qui, le strigliate del cardinale riguardano innanzitutto i “colleghi”, i teologi e in generale il clero. Lo fa, come sempre, con il suo linguaggio saporito, diretto, mai tecnicistico anche quando è strettamente teologico. O esegetico.

Il che è già di per sé un tratto distintivo rispetto alle correnti dominanti della chiesa attuale, in cui spesso la parola, anche dei pastori, prende il largo dalla schiettezza evangelica e si perde in una serie di circumnavigazioni e circonlocuzioni che sembrano più adatte a opacizzare che non a rendere trasparente il contenuto.

“Una delle cose che mi impressionano di più è che al giorno d’oggi non è più l’eresia, ma l’ortodossia a fare notizia”, dice il cardinale. E ancora: “Oggi sempre più frequentemente ci si meraviglia quando un Papa o un vescovo dice ciò che la Chiesa ha sempre detto (e non può non dire perché appartiene al suo patrimonio inalienabile); come se fosse ormai persuasione pacifica che anche la chiesa non creda più al suo messaggio di sempre”.

Così il contenuto del libro, intessuto e saldamente appoggiato alle citazioni della Bibbia e dei Vangeli, fino a divenirne a tratti una semplice e letterale esegesi, è in fondo l’essere cristiani, l’essere chiesa in quanto tale, il valore teologico di questo fatto e la naturale disciplina interna che deriva dall’appartenenza a questo “organismo”. E il senso e valore dell’essere dentro al mondo. Quello non facile, di oggi: “La prima frase che Gesù pronuncia inaugurando il suo apostolato non è: ‘Il mondo va bene così come va; adattatevi al mondo e siate credibili alle orecchie di chi non crede’; ma è: ‘Il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al Vangelo’”.

Difficile sfuggire a un senso di stringente attualità, leggendo queste parole e molti altri passaggi taglienti del cardinale Biffi. Il quale evita ogni rimando alla cronaca, ma indirettamente coglie in certi vizi (verrebbe da chiamarli capitali) della teologia e della chiesa contemporanea la radice profonda di quell’insipido “andate e adeguatevi” che minaccia la fede.

E il primo peccato, trattandosi di annunciatori del Vangelo, sta proprio nel linguaggio. Da parte dei pastori: “Assistiamo oggi a una frequenza nell’uso della parola ‘pastorale’ ignota al linguaggio ecclesiale delle epoche precedenti. Una volta il vocabolo serviva, più che altro, per indicare il bastone usato dal vescovo nelle celebrazioni pontificali e la lettera indirizzata sempre dal vescovo alla sua diocesi, contenente i richiami dottrinali e le direttive del successore degli Apostoli. Oggi – dopo che il Vaticano II è stato qualificato esplicitamente come un ‘concilio pastorale’ e ha denominato ‘pastorale’ una sua costituzione (la Gaudium et spes) – il termine ritorna spesso nella vita della Chiesa: ‘consiglio pastorale’, ‘piano pastorale’, ‘vicario pastorale’, ‘teologia pastorale’”, ragiona Biffi: “Capita però che l’uso reiterato dei vocaboli a proposito di un argomento si accompagni all’indebolimento della sua comprensione effettiva e sia occasione di qualche confusione. Così, ad esempio, ci si compiace di parlare di ‘comunità’, quasi per nostalgia, adesso che sociologicamente prevale l’individualismo e il disimpegno”. Insomma l’autocoscienza e la tradizione della chiesa ridotte a parole in libertà, fino agli esiti grotteschi che Biffi individua e distilla con rara puntualità.

Così che a “richiamarsi assiduamente alla ‘povertà’ e a decantarla con entusiasmo sono proprio i cristiani benestanti e gli uomini di Chiesa di estrazione borghese, che non hanno mai avuto modo di farne personalmente qualche esperienza”. E via così, passando in rassegna “oltre ogni retorica, i contenuti autentici ed esatti delle parole che godono di così larga preferenza”.

L’interesse centrale del cardinale non è però ovviamente quella di una rassegna tematica o linguistica. Anche adessso che non è più sulla cattedra vescovile, non cessa di certo di sentirsi pastore e di fremere per l’urgenza (lo si nota a pelle, in certe pagine) di voler comunicare ai fedeli il senso più vero della “appartenenza” al “gregge di Cristo” e che, per lui, è l’esatto contario di avere delle opinioni più o meno personali, più o meno adattabili alla situazione, con cui “tradurre” il mesaggio evangelico. “Tanto per intenderci (anche col rischio di apparire provocatori) – dice ad un certo punto commentando dei passi del Vangelo – potremmo parlare di concezione ‘clericale’. Che conta è che ci sia il drappello consapevole e motivato dei Dodici (e dei discepoli designati), in modo che sia assicurato l’annuncio; poi gli uomini risponderanno in diversa misura. Che conta è che sia predicato l’evangelo dai responsabili, in seguito il seme germoglierà come potrà”. Ed è da qui, da questa “necessità di predicazione del Vangelo”, e non da una presunta necessità di comunicare con il mondo, che deve discendere nella chiesa la responsabilità dei pastori: “Nessuno è pastore in proprio – dice Biffi in un altro punto – ma tutti quelli che lo sono legittimamente, lo sono in quanto riflettono la ‘pastoralità’ di Cristo e del Padre”. Significa, per Biffi, che “colui che esercita – a qualunque livello legittimo – il ministero pastorale, deve verificare quotidianamente la sua consonanza con il ‘Pastore supremo”.

Al centro di tutta “riflessione” del cardinale, il punto centrale è però, forse, ancora un altro. Ed è un punto che riguarda non solo e non tanto “le regole del gregge” (se possiamo chiamarle così), ma il suo rapporto, la sua ragion d’essere nel mondo. Lo si coglie con evidenza nei punti in cui Biffi parla di “dimensione ontologica della verità”. E dove di capisce, ad esempio, che anche la “carità”, per i cristiani, può essere solo una “epifania della verità”. Come dire che non si può avere una concezione retta dell’agire “caritatevole”, se non la si fonda sulla Verità. E così, il problema torna ad essere ancora quello del linguaggio, anzi soprattutto, scrive Biffi, “quello del ‘non linguaggio’, vale a dire quello di un mondo cristiano che è reticente nel presentare una concezione della realtà e un insegnamento esistenziale troppo diversi da quelli universalmente conclamati. Il problema principale è quello di recuperare la fede nella fede e nella sua capacità di toccare i cuori”.

Quando l’arcivescovo emerito di Bologna scrive con ruvida concretezza che “farsi capire è necessario, e perciò bisogna parlare con chiarezza e semplicità; ma la difficoltà maggiore non sta nel farsi capire.

I nostri contemporanei non sono ottusi: quando si sentono annunciare che Gesù Cristo è risorto (cioè è passato dalla morte alla vita), comprendono benissimo di che cosa si tratta”, probabilmente iniziano a ronzare le orecchie di tanti suoi colleghi, in cattedra o parimenti emeriti che siano: “Perché anche i più sprovveduti sanno la differenza che intercorre tra un uomo morto e un uomo vivo”. E invece, scrive ancora il cardinale, nella attuale “vita pastorale” della chiesa “ciò che riprovevole è l’uso del ‘teologhese’: cioè un modo di parlare e di scrivere che rifugge dalla chiarezza senza riuscire per altro a essere davvero sostanzioso e profondo”. Ci sono i pastori, ci sono le pecore, e ci sono coloro che l’annuncio evangelico lo annacquano, e “di solito non è perché non lo capiscono; è perché non gli piace”. Biffi ricorda che solo la verità fa liberi, e ogni altra “liberazione è illusoria”. (Maurizio Crippa, Il Foglio 23 novembre 2008)

 

 

 


 

La Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo: Ciascuno faccia la sua parte

Sessant'anni dopo la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo - proclamata il 10 dicembre 1948 dalle Nazioni Unite come risposta alla più spaventosa guerra conosciuta - ecco un nuovo messaggio del Papa per la giornata mondiale della pace. All'indomani di una solenne celebrazione tenutasi in Vaticano a cui ha voluto partecipare lo stesso Benedetto XVI con il suo segretario di Stato, insieme al direttore generale dell'Organizzazione internazionale del lavoro, al presidente della Repubblica italiana e a diverse altre autorità istituzionali. Per ribadire una volta di più, e senza possibilità di equivoci, l'importanza attribuita dalla Santa Sede alla dichiarazione del 1948, in un momento in cui di nuovo sulla Chiesa cattolica piovono accuse infondate, che vogliono cancellare la sua volontà di difendere l'essere umano, ogni essere umano.

I diritti dell'uomo - ha ripetuto ancora una volta il Papa - sono un dato universale "insito nella stessa natura dell'uomo" perché derivano da quella legge che, "scritta da Dio nella coscienza umana, è un denominatore comune a tutti gli uomini e a tutti i popoli". Benedetto XVI non è naturalmente un ingenuo, ed è ben consapevole che questi diritti possono avere nelle varie culture "differente formulazione" e un "diverso peso", ma ha fiducia, come sempre l'ha avuta la sua Chiesa, che proprio questa base ragionevole può essere conosciuta da tutti, credenti e non, e può costituire un punto di partenza su cui è possibile confrontarsi e intendersi.

Senza preclusioni e senza chiusure, e meno che mai con discriminazioni o durezze che alla Chiesa si imputano, mentre essa con pacata e rispettosa chiarezza chiede di essere ascoltata, come ha confermato l'importante discorso tenuto nel sessantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dal cardinale segretario di Stato:  volere escludere la religione "dalla possibilità di concorrere alla costruzione dell'ordine sociale" è una tendenza contraria all'affermazione dei diritti umani. Tra l'altro, con rinnovate persecuzioni, con il cedimento a un dilagante materialismo relativista - che appare nella stessa Europa, preoccupando e scandalizzando popoli appartenenti a tradizioni religiose diverse - e con punte di vera e propria "cristianofobia", tendenza quest'ultima che alti rappresentanti della Santa Sede di recente hanno più volte denunciato.

Un nuovo esempio dell'atteggiamento fiducioso e nello stesso tempo realista della Santa Sede a proposito dei diritti umani viene appunto dal messaggio per la prossima giornata mondiale della pace:  se si vuole costruirla - dice questa volta il vescovo di Roma - bisogna combattere la povertà. Anch'essa offende la dignità della persona umana, mentre il fenomeno della globalizzazione investe il pianeta e mostra come il destino di ognuno sia legato a quello di tutti.

Il documento di Benedetto XVI non predica principi vuoti né ripete sterilmente buoni propositi. Il testo, infatti, si caratterizza, in continuità con gli insegnamenti papali soprattutto dell'ultimo secolo, per la concretezza e il realismo:  sulla globalizzazione, appunto, e su luoghi comuni diffusi ideologicamente come quello che lega la povertà allo sviluppo demografico, quando proprio i dati economici e sociali degli ultimi decenni dimostrano il contrario. E tocca aspetti di immediata attualità come la diffusione di pandemie, la condizione dei bambini, l'urgenza del disarmo legato allo sviluppo, la crisi alimentare, il divario tra ricchi e poveri, la necessità di una solidarietà globale e una radicale correzione degli indirizzi del commercio e della finanza, che deve guardare non all'immediato ma al lungo periodo. Ciascuno - scriveva già nel 1891 Leone XIII - "faccia la parte che gli spetta", mentre la Chiesa "non lascerà mancare mai e in nessun modo l'opera sua". (©L'Osservatore Romano - 12 dicembre 2008)

 

 

 


 

7 dicembre 2008

 

Plinio Corrêa de Oliveira ricordato a cent’anni dalla nascita

Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), una delle massime personalità intellettuali cattoliche del secolo scorso, è stato un testimone e un critico delle contraddizioni del cattolicesimo post-conciliare e, al tempo stesso, ha incarnato l’assoluta fiducia in una rinascita del Cristianesimo.

La figura del grande storico brasiliano è stata ricordata in un convegno in occasione del centenario della nascita, tenutosi il 26 novembre scorso, al Palazzo della Cancelleria, a Roma. Il dibattito è stato moderato da Julio Loredo, dell’associazione “Tradizione, Famiglia, Proprietà”. Per l’occasione è stato presentato il libro di Massimo Introvigne Una battaglia nella notte. Plinio Corrêa de Oliveira e la crisi del secolo XX nella Chiesa (Sugarco).

Massimo Introvigne, presidente del CESNUR e professore di Sociologia della religione, ha illustrato i contenuti del proprio volume «di genere non biografico ma storico-sociologico» che inquadra la figura di Corrêa de Oliveira nel contesto della crisi della Chiesa nel secolo XX. «Per chi domanda se quella del secolo scorso sia stata una delle crisi più gravi nella storia della Chiesa, la risposta è affermativa», ha esordito Introvigne.

«La crisi fu reale per quattro ordini di motivi: 1) ogni crisi morale della storia umana si riverbera sempre sulla Chiesa; 2) nel secolo scorso sono calati vistosamente il numero dei sacerdoti e delle vocazioni sacerdotali, e della pratica del sacramento della confessione; 3) lo stesso Magistero della Chiesa ha denunciato tale crisi, insieme all’errata interpretazione del concilio, arrivando a denunciare vere e proprie eresie; 4) è diminuita o, forse cambiata qualitativamente – per usare un termine economico – la “domanda” religiosa, cui però faceva fronte l’aumento di interesse per altre fedi (si pensi al protestantesimo pentecostale in Brasile)».

Analizzando la più importante opera di Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e controrivoluzione, Massimo de Leonardis, docente di Storia delle relazioni internazionali, all’Università Cattolica di Milano, ha spiegato come la Chiesa, secondo l’autore «è il punto più sensibile nella lotta tra rivoluzione e controrivoluzione». In tale dialettica «la difesa della civiltà cristiana» è identificabile con «la più grande forza controrivoluzionaria», opposta a quella rivoluzione che, nel pensiero correiano, si manifesta in quattro tappe:

1) Riforma Protestante; 2) Illuminismo; 3) Marxismo; 4) Contestazione studentesca del ’68 e attacco ai valori non negoziabili della vita, della famiglia e della morale sessuale.

Lo storico brasiliano considerava la civiltà cristiana «come un elemento in grado di plasmare lo Stato e la società», ha aggiunto de Leonardis. Inoltre riteneva l’azione storica della Chiesa come «elemento di civilizzazione» e affermava che «le nazioni raggiungono il massimo livello di civilizzazione, quando animate dalla grazia e dalla fede».

Un’analisi del versante filosofico del pensiero di Plinio Corrêa de Oliveira è stato, altresì, tracciato da Giovanni Cantoni, reggente nazionale di Alleanza Cattolica e direttore del periodico “Cristianità”. «Intuì che le istituzioni storiche sono il risultato di azioni umane – ha sottolineato Cantoni –. Pertanto le varie crisi che la civiltà moderna ha affrontato, non sono altro che molteplici aspetti della crisi dell’uomo». «Corrêa de Oliveira – ha proseguito Cantoni – riteneva che le istituzioni e le costituzioni fossero importanti ma che, alla base di tutto, ci fossero gli uomini; credeva, in altre parole, al primato del soggetto umano. Ciascuno di noi è il luogo dell’inculturazione della fede e, nel nostro cuore, Dio incontra la nostra libertà di scegliere tra Lui e satana».

A chiusura del convegno è intervenuto Roberto de Mattei, presidente della Fondazione Lepanto e professore di storia del cristianesimo all’Università Europea di Roma. De Mattei ha ricordato il grande valore umano e cristiano del pensatore e uomo d’azione brasiliano.

«Il cardinale Pizzardo lo definì “eco fedelissima del supremo Magistero della Chiesa”», di cui seppe fare un insegnamento «vissuto a immagine di Nostro Signore che di sé disse “Io sono la Via, la Verità, la Vita”».

La Provvidenza volle però che «il suo campo di battaglia» fosse «la lunga notte del secolo XX», forse il «più oscuro della storia», durante il quale avrebbe «affrontato e combattuto, fino alla morte il Comunismo, la III Grande Rivoluzione nella storia e con esso ogni forma di totalitarismo, e ogni forma di progressismo, laico e cattolico, a cui sempre oppose il perenne Magistero della Chiesa».

«Egli amò tutto ciò che in duemila anni la Chiesa aveva amato, definito e promosso; detestò tutto ciò che la Chiesa, in duemila anni, aveva rifiutato, combattuto, anatemizzato».

Morto il 3 ottobre 1995, memoria di Santa Teresina, al pari della carmelitana di Lisieux, avrebbe potuto dire «vorrei morire su un campo di battaglia per la difesa della Chiesa». (Corrispondenza Romana, n. 1070 del 6 dicembre 2008)

 

 

 


 

In tempi di crisi economica, l'etica e la religione “hanno qualcosa da dire”

Nel contesto della crisi economica che ha investito tutto il mondo, l'etica e la religione “hanno qualcosa da dire”, sostiene l'Arcivescovo di Burgos (Spagna), monsignor Francisco Gil Hellin.

Il Vescovo e il sacerdote, ha osservato, “hanno la missione di annunciare il Vangelo, non quella di gestire l'economia e la politica”. “Non abbiamo la competenza tecnica necessaria per affrontare una questione così complessa come l'attuale crisi economica e finanziaria”, ha aggiunto, sottolineando che questo tuttavia “non presuppone che dobbiamo ritirarci negli accampamenti d'inverno delle nostre sacrestie e lasciare che siano solo gli 'esperti' a dire l'ultima e la penultima parola”. Secondo l'Arcivescovo, “anche l'etica e la religione hanno qualcosa da dire”, “in primo luogo e soprattutto perché la crisi attuale è molto più di un fenomeno economico o tecnico”. Per comprenderlo, osserva, basta avvertire come stia portando “famiglie intere a perdere l'alloggio, a rimanere senza lavoro o con uno stipendio che impedisce di far fronte all'ipoteca”.

Dall'altro lato, non si nasconde che nella crisi hanno giocato “un ruolo molto importante – e a volte determinante – l'avarizia, la speculazione, lo sfruttamento dei più deboli e le pratiche fraudolente che hanno portato a guadagni esorbitanti e scandalosi da parte di alcuni dirigenti d'impresa, così come a correre rischi al di là del ragionevole”.

In questa situazione, la cattiva condotta individuale arriva a intaccare “la stabilità delle imprese, delle Nazioni e degli uomini e delle donne della società in cui viviamo”, al punto che “un uomo d'affari non solo gioca con il futuro di una grande impresa, multinazionale o meno, ma anche con la vita di molta gente, e a volte con quella di tutta una Nazione o di un continente”. Dal canto loro, aggiunge, i Governi hanno la “gravissima responsabilità” di “ricercare il bene comune con professionalità, onestà e giustizia”.

A questo proposito, secondo l'Arcivescovo Hellín bisognerebbe chiedersi se “nella situazione attuale i Governi hanno saputo rispondere a queste necessità fondamentali o hanno lasciato fare alle imprese economiche e finanziarie, senza altri limiti che i propri interessi e le leggi del mercato”. Ad ogni modo, in una prospettiva futura è necessario che i Governi si dotino di “nuovi strumenti di controllo e correzione in queste entità, perché non si ripetano le cause e le situazioni che hanno provocato la crisi attuale”.

Tutta questa situazione, prosegue il presule, dimostra che “il dibattito etico non può rimanere al margine della soluzione della attuale crisi economica”. L'economia, infatti, ha certamente “leggi proprie e una legittima autonomia”, ma ha anche “una funzione sociale”, e lo sviluppo economico “non è mai un fine in se stesso e deve essere sempre accompagnato dalla responsabilità sociale”, perché “quando si pensa che si può mantenere uno sviluppo incontrollato, ciò che in genere avviene è che si arriva a una strada senza altra uscita che le tensioni sociali e gli scontri tra persone e gruppi sociali”. E' dunque necessario, conclude l'Arcivescovo, riconoscere che l'economia e la politica “non sono solo questioni tecniche, ma sono anche regolate dall'etica”. “Dimenticarlo – avverte – sarebbe un suicidio anche per la propria sopravvivenza”. (Zenit, 1 dicembre 2008)

 

 

 


 

Perfino i cattolici non leggono più Bibbia e Vangelo

Qualche volta capita di essere fulminati da un’evidenza. In Italia non sappiamo niente del Vangelo. Lo orecchiamo e pure male. La Bibbia poi: zero o quasi. L’altra sera, per consolarmi della melanconia suscitata da Annozero di Santoro, sono trasmigrato dal secondo al primo canale della Rai. Ed è stato molto istruttivo. C’era “Porta a porta” e si parlava di “Sangue dei vinti”, il film tratto dal libro di Giampaolo Pansa. Va visto, bisogna portarci gli studenti a vederlo, ripara molta ignoranza e molte falsificazioni dei testi di storia sulla Liberazione. Con Bruno Vespa e Pansa c’era anche un protagonista di quella pellicola: Michele Placido. Il quale tirando la morale della serata, citando sue recenti letture di classici greci, ha detto più o meno: «Come si sostiene nell’Antigone: “Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti”».

Intorno c’era gente molto attrezzata, laureati, intellettuali, tutti - a sentire citare Sofocle e i tragici di Atene - hanno pensosamente accondisceso con cenni del capo alla profondità di questi nostri antenati attici (non si allude qui agli abitanti degli appartamenti siti all’ultimo piano, ma ai residenti in Attica: siamo gente colta noi di Libero, quasi come Placido). Lì ho capito che noi italiani siamo ignoranti sulla guerra civile 1943-1945, e qualcosa però si sta facendo finalmente; ma siamo conciati peggio sulle Sacre Scritture, e invece lì non si sta facendo nulla di nulla.

Ho controllato. Non era Sofocle ma Gesù a scandire quelle parole. Capitolo 8 versetto 22 del Vangelo di Matteo. Possibile che nessuno abbia eccepito? Possibilissimo. In Italia si può tranquillamente frequentare dalle scuole materne sino alla laurea e al dottorato uscendone coi massimi voti senza che sia necessario rispondere ad una qualsiasi domanda sul Vangelo e neppure se ne sia letta una pagina. Questo vale anche per l’Antico Testamento. (Non vale più per il Corano: nelle medie inferiori è infatti ormai obbligatorio leggere la storia di Maometto con ampie citazioni del libro del Profeta).

Non esiste nella scuola italiana come materia obbligatoria. Certo c’è l’insegnamento della religione cattolica. Ma esso è facoltativo, il voto non è determinante. Oltretutto, ahinoi, durante l’ora di religione il Vangelo non è un libro di testo previsto. I professori inoltre si dedicano a tutto, meno che alle pagine di Luca, Marco, Matteo e Giovanni. Le lettere di Paolo e i salmi, l’Esodo e il libro di Geremia o quelli di Isaia, Giobbe e Giona? Non esistono. Gomorra ormai è diventato sinonimo di Camorra ed è considerato un libro sui Casalesi, non una città incenerita da Dio come narra la Genesi.

Non è un’ignoranza recente. Non diamo la colpa ai professori di oggi e ai ragazzi propensi ai videogiochi invece che alle letture sacre. Ricordo un’antica trasmissione di Maurizio Costanzo. Ci fu un austero e coltissimo comunista, di cui non faccio il nome per non incorrere in errore, che sostenne che il detto: «Chi non lavora non mangia» fosse di Lenin. Al che un altro ospite lo derise: «Eh, eh, è di Marx».

Avevo appena letto (per caso, lo ammetto) una lettera di San Paolo. E stava davvero lì: seconda lettera ai Tessalonicesi, capitolo 3 versetto 10. Peraltro ho controllato anche nelle opere complete di Lenin, tramite Internet. La frase c’è anche in Lenin, che la cita da Marx, come si noterà presto dal virgolettato. Sul serio. Trattasi dell’opuscolo “Stato e Rivoluzione”, parte quinta, capitolo sulle “Premesse economiche della morte dello Stato”: «"Chi non lavora non mangia": questo principio socialista è già realizzato; "a uguale quantità di lavoro, uguale quantità di prodotti": quest'altro principio socialista è anche esso già realizzato. Tuttavia ciò non è ancora il comunismo».

Sia Marx sia Lenin hanno in realtà realizzato un esproprio proletario dal Nuovo Testamento.

Conclusione. Ci vuole un altro piccolo decreto Gelmini. Il primo articolo della legge 133 inserisce come obbligatori la lettura e lo studio della Costituzione italiana. D’accordo. La Lega ha fatto aggiungere: vanno meditati anche gli Statuti regionali. Come no? Come si fa a vivere senza conoscere il quinto articolo dello Statuto dell’Abruzzo? Io mi permetterei di rendere obbligatoria un’altra oretta di insegnamento: la lettura dei Vangeli. E ancora: dell’Antico Testamento e delle lettere di San Paolo.

In fondo sono la sostanza della nostra cultura anche per chi non crede.

Il fatto è che ignorano questi testi anche i cattolici che pure la considerano parola di Dio, e su di essa si basa la loro fede visto che vi si annuncia nascita morte e resurrezione di Gesù Cristo. Invece niente. Si è chiuso da poco il Sinodo dei vescovi sulla “Parola di Dio”, il Papa ha invocato di rileggere quei testi insieme. Qualche giornale ne ha parlato? Lo si considera ovvio. Balle. I musulmani al contrario sanno tutto del Corano. Imparano a leggere su quel testo. Così assorbono l’alfabeto ed insieme la (spesso) nefasta potenza della loro religione. Forza Mariastella, rimedia. Io intanto da piccolo deputato presenterò una proposta di legge. Tanto non passa. Non siamo integralisti, noialtri poveri italiani bamba. (Renato Farina, Libero, 2 dicembre 2008)

 

 

 


 

I divorziati non sono fuori dalla Chiesa

C’è un filo comune che unisce l’atteggiamento delle Chiese cristiane nei confronti di coloro che hanno alle spalle un matrimonio fallito e hanno scelto di legarsi con una nuova persona: la mancanza di ogni giudizio morale sul comportamento delle persone, unita alla consapevolezza di avere a che fare con uomini e donne bisognose di sentire la vicinanza di una comunità cristiana attenta ai loro problemi.

Se questa è la base di un comportamento fondato più sulla misericordia che sulla rigida applicazione delle sanzioni canoniche, ben diversa è la riflessione teologica maturata nel corso dei secoli all’interno del cristianesimo. Un confronto su queste tematiche è stato al centro della giornata interdisciplinare organizzata la settimana scorsa dal Seminario arcivescovile di Milano e dalla Sezione parallela della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale nell’aula magna della sede di Seveso.

“Matrimonio indissolubile: divorzio e nuove nozze nelle confessioni cristiane” è stato il tema dibattuto dai tre relatori: i teologi don Aristide Fumagalli e don Marco Paleari e il professor Alberto Conci, docente di Filosofia a Trento, nonché grande conoscitore del pensiero di Dietrich Bonhoeffer.

A loro è spettato il compito di presentare il problema alla luce della disciplina della Chiesa cattolica e della prassi delle Chiese ortodosse e protestanti. C’è subito un elemento a fare la differenza: mentre per cattolici e ortodossi il matrimonio è un sacramento, per i protestanti abbiamo a che fare con una «realtà della buona creazione di Dio, che è diventata una delle istituzioni fondamentali della realtà umana». Una sorta di patto fra un uomo e una donna. È da qui che derivano diversi atteggiamenti nei confronti dei coniugi che decidono di divorziare e di contrarre un nuovo matrimonio.

«L’attuale disciplina della Chiesa cattolica - sottolinea don Aristide Fumagalli - appare senza dubbio la più severa. Essa, infatti, esclude la possibilità di nuove nozze sacramentali a seguito del fallimento di un precedente matrimonio valido». Ma non è tutto. Coloro che vivono in una situazione definita irregolare non possono assumere incarichi rilevanti a livello liturgico (lettore), educativo (catechista, padrino o madrina) o essere membro di un consiglio pastorale.

Diversa è la situazione tra gli ortodossi. «Il matrimonio è indissolubile - precisa Marco Paleari - e contratto a vita; anzi, anche la morte non avrebbe la forza di scioglierlo. Il divorzio è però ammesso e concesso solo in casi specifici, come una concessione alla debolezza del peccato dell’uomo. Se il matrimonio fallisce, la Chiesa si pone il problema della salute spirituale degli sposi e delle loro anime affinché non si perdano». Alle seconde e alle eventuali terze nozze non viene tuttavia riconosciuto lo stesso carattere sacramentale delle prime.

Più articolata è la situazione nel mondo protestante dovuta alla sua frammentarietà. «Questa differenza di atteggiamento - chiarisce Alberto Conci - non va però enfatizzata. Più che essere espressione di una pluralità di valutazioni di carattere etico e di diversità nell’approccio ai passi biblici, essa appare come legata alla percezione del limite umano, così marcata nella riflessione protestante, di fronte alla quale le Chiese hanno elaborato posizioni diversificate».

Che si tratti di un’accettazione “naturale” del fallimento di un matrimonio, o di una grave rottura di un legame sacramentale, comune a tutte le tre confessioni religiose è l’atteggiamento di rispetto e vicinanza nei confronti di quelle persone che desiderano continuare a vivere all’interno della Chiesa.

Giovanni Paolo II, nella Familiaris consortio, non si limita a ritenere i divorziati parte della Chiesa, ma si spinge sino a prevedere, anzi a sollecitare la loro partecipazione attiva. Cattolici, ortodossi e protestanti stanno già sperimentando forme di “pastorale di accompagnamento” per divorziati risposati. Il problema di base è infatti questo: evitare che un passaggio così traumatico si traduca nell’allontanamento dalla comunità e nella perdita della fede. (Saverio Clementi, Incrocinews, 4 dicembre 2008)

 

 

 


 

Una corretta ermeneutica per una nuova vita religiosa

Pubblichiamo alcuni stralci di un intervento pronunciato a Boston dal prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica Card. Franc Rodé, in occasione di un incontro con religiosi e religiose dell'America del Nord.

Negli ultimi quarant'anni, la Chiesa è passata attraverso una delle maggiori crisi della propria storia. Noi tutti sappiamo che la drammatica situazione della vita consacrata non è stata marginale in questa faccenda. Praticamente in tutti i Paesi dell'Occidente gli osservatori notano che la maggioranza delle comunità religiose sta entrando nella fase finale di una prolungata crisi il cui risultato - dicono - è già stabilito dalle statistiche.

In molti di questi Paesi occidentali, i religiosi hanno perso speranza. Sono rassegnati alla perdita di vitalità, di significato, di gioia, di attrattiva, di vita. Ma l'America è diversa. La vitalità, la creatività, l'esuberanza che denotano la fiorente cultura degli Stati Uniti si riflettono nella vita cristiana e anche nella vita consacrata. Basti pensare che dal concilio Vaticano ii più di cento nuove comunità religiose sono sbocciate da questo fertile suolo.

Questo è il Paese che Papa Benedetto ha visitato in aprile al fine di portare il messaggio della speranza di Cristo. Ma quando egli è ritornato a Roma, ha detto: "Ho trovato una grande vitalità e la volontà ferma di vivere e testimoniare la fede in Gesù". Con grande gioia, ha confessato che lui stesso è stato "confermato nella speranza dai cattolici americani".

Nonostante questo passato grandioso e l'attuale vitalità, noi sappiamo - e questa è una delle principali ragioni per cui siamo riuniti qui oggi - che non tutto va bene nella vita religiosa in America. Oggi, le mie osservazioni sono dirette specialmente ai religiosi di vita attiva.

Primo, ci sono numerose nuove comunità, alcune più conosciute di altre, molte delle quali sono fiorenti e le loro statistiche indicano il contrario rispetto alla tendenza generale. Secondo, ci sono comunità più antiche che hanno agito per preservare e riformare la genuina vita religiosa all'interno del proprio carisma; anche queste sono in fase di crescita, contrariamente alla tendenza generale, e l'età media dei loro religiosi è inferiore a quella generale dei religiosi. Nessuno di questi due gruppi vede avvicinarsi "la fine" nel senso che gli osservatori delle tendenze generali sono soliti dire; al contrario il loro futuro si presenta promettente, se continueranno a essere quello che sono e come sono. Terzo, ci sono ancora coloro che accettano l'attuale situazione di declino come - dicono loro - il segno dello Spirito nella Chiesa, il segno di una nuova direzione da seguire. In questo gruppo vi sono coloro che hanno semplicemente accettato la scomparsa della vita religiosa o, per lo meno, delle loro comunità, e si impegnano affinché questo avvenga nella forma più pacifica possibile, ringraziando Dio per i benefici del passato.

Oltre a ciò, dobbiamo ammettere l'esistenza di quelli che hanno optato per vie che li hanno allontanati dalla comunione con Cristo nella Chiesa cattolica, sebbene possano aver deciso di "stare" nella Chiesa fisicamente. Questi possono essere individui o gruppi in istituti che hanno una visione differente, o possono essere intere comunità.

Infine, vorrei distinguere quelli che credono fervidamente nella loro vocazione personale e nel carisma della loro comunità, e cercano mezzi di invertire la tendenza attuale, o, in altre parole, di compiere un autentico rinnovamento. Questi possono essere istituzioni intere, individui, gruppi di individui o persino comunità in seno a un istituto. Mi rivolgo oggi specialmente a quest'ultimo gruppo, con l'intenzione di offrire loro un incoraggiamento e delle idee da seguire. Ma le mie riflessioni possono essere utili anche ai primi due gruppi, perché non perdano quello che già hanno, come avverte san Paolo ai Corinzi: "Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere" (1Cor 10,12).

A tal fine, sarà molto importante esaminare le radici della crisi. Qui ci imbatteremo in una domanda necessaria e brutale: "rinnovamento" non è stato esattamente ciò che abbiamo fatto dopo il concilio? Questo non doveva condurci a una nuova era? E non è stato esattamente questo "rinnovamento" che ci ha fatti giungere dove siamo oggi?

Il concilio, in realtà, ha offerto chiare e abbondanti direttive per la necessaria riforma della vita consacrata. La questione cruciale è: come sono state interpretate e applicate queste direttive? Complessivamente, il concilio è stato interpretato e applicato, nel suo insieme, in due forme molto diverse e opposte che noi dobbiamo analizzare più da vicino se vogliamo comprendere quello che è accaduto e tracciare un cammino da seguire in futuro.

"Perché la recezione del concilio, in grandi parti della Chiesa finora si è svolta in modo così difficile?", ha chiesto Benedetto XVI in un importante discorso tre anni fa. La risposta che egli offre è profonda e cristallina: "Tutto dipende dalla giusta interpretazione del concilio o - come diremmo oggi - dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione". C'è un eccellente equilibrio nei documenti conciliari, ma al momento, dato che il mandato è stato per l'aggiornamento, è stato più facile giustificare i cambiamenti che difendere la continuità.

Nel secondo paragrafo di Perfectae caritatis si legge: "Il rinnovamento della vita religiosa comporta il continuo ritorno alle fonti di ogni forma di vita cristiana e alla primitiva ispirazione degli istituti, e nello stesso tempo l'adattamento degli istituti stessi alle mutate condizioni dei tempi". Lette attraverso le ermeneutiche di rottura e discontinuità "il continuo ritorno alle fonti di ogni forma di vita cristiana e alla primitiva ispirazione degli Istituti" hanno avuto la tendenza a essere interpretati alla luce dell'"adattamento alle nuove condizioni del nostro tempo" piuttosto che al contrario.

Dobbiamo cominciare col riconoscere che c'è stato, sicuramente, molto da correggere nella vita religiosa e molto da migliorare nella formazione dei religiosi. Dobbiamo anche ammettere che la società ha proposto delle sfide alle quali molti religiosi non erano preparati. In alcuni casi, bisognava scuotersi di dosso la routine e le incrostazioni di usanze superate. In questo senso, dobbiamo affermare categoricamente non solo che il concilio non si sbagliava nel suo impulso al rinnovamento della vita religiosa, ma che è stato veramente ispirato dallo Spirito Santo a farlo.

La vita religiosa, essendo un dono dello Spirito Santo al singolo religioso e alla Chiesa, dipende specialmente dalla fedeltà alle sue origini, fedeltà al fondatore e fedeltà al carisma particolare. La fedeltà a questo carisma è essenziale, poiché Dio benedice la fedeltà, mentre "resiste ai superbi" (Giacomo, 4, 6). La completa rottura di alcuni con il passato va, pertanto, contro la natura di una congregazione religiosa e, in sostanza, provoca il rifiuto di Dio.

Appena il naturalismo è stato accettato come la nuova via, l'obbedienza è diventata la sua prima vittima, perché essa non può sopravvivere senza fede e speranza. La preghiera, specialmente la preghiera comunitaria e la liturgia sacramentale, è stata minimizzata o abbandonata. La penitenza, l'ascetismo, e ciò che è stato denominato come "spiritualità negativa" sono diventate cose del passato. Molti religiosi si sono sentiti a disagio nel vestire l'abito. L'agitazione sociale e politica divenne l'acme della loro azione apostolica. La nuova teologia ha condotto all'interpretazione personale e alla diluizione della fede. Tutto è diventato un problema da discutere. Respinta la preghiera tradizionale, le genuine aspirazioni spirituali dei religiosi hanno cercato forme più esoteriche.

I risultati non si sono fatti attendere, sotto forma di un esodo di membri. Di conseguenza, apostolati e ministeri che erano essenziali per la vita della comunità cattolica e del suo raggio di azione caritativa - soprattutto le scuole - sono scomparsi velocemente. Le vocazioni si sono esaurite rapidamente. Nonostante i risultati cominciassero a parlare di per se stessi, c'erano quelli secondo cui le cose non andavano bene perché non c'erano stati cambiamenti sufficienti, il progetto non era completo. E così il danno è andato aumentando. Si deve notare, inoltre, che molti responsabili delle decisioni e delle azioni disastrose di questi anni postconciliari in seguito hanno essi stessi abbandonato la vita religiosa. Molti di voi si sono mantenuti fedeli. Con immenso coraggio vi siete accollati l'onere di rimediare al danno e ricostruire le vostre famiglie religiose. Il mio cuore e le mie preghiere sono con voi.

Il vero spirito del concilio è stato descritto alla sua inaugurazione da Papa Giovanni XXIII, quando ha affermato che esso mira a "trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica". E ha continuato:  "Però noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro, come se ci preoccupassimo della sola antichità, ma, alacri, senza timore, dobbiamo continuare nell'opera che la nostra epoca esige, proseguendo il cammino che la Chiesa ha percorso per quasi venti secoli. (...) Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l'intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi, (...); occorre che questa dottrina certa e immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione". Queste parole permettono di interpretare il concilio in modo molto differente da quello descritto in precedenza. Qui abbiamo, in essenza, l'ermeneutica della continuità e della riforma.

La continuità suscita un armonioso dialogo tra fede e ragione. La ragione illuminata dalla fede non cadrà nel tranello del secolarismo moderno. L'autentico profetismo nella Chiesa vuole rettificare i comportamenti e non cambiare la rivelazione apostolica.

Oggi guardiamo con gratitudine al concilio Vaticano II, per averci provvisto di direttive chiare per distinguere tra la sostanza del deposito della fede e le sue manifestazioni circostanziali. La continuità con ciò che è essenziale nella vita religiosa non sopprime ma incoraggia la riforma di quanto è obsoleto, accidentale e perfettibile. Questo diventa evidente quando leggiamo i criteri e le direttive, attentamente equilibrati, di Perfectae caritatis (1-18), ai quali abbiamo già fatto riferimento parlando della rottura e discontinuità.

Se questi stessi numeri sono interpretati in termini di continuità, si nota che i cambiamenti non sono mai dissociati dalle radici. Quanti cercano la continuità nel rinnovamento noteranno che il concilio ha chiamato a un rinnovamento che è eminentemente rinnovamento dello spirito, enfatizzando la centralità di Cristo come si incontra nei Vangeli, seguendolo nel cammino tracciato dal fondatore attraverso i voti (cfr. Perfectae caritatis, 2).

Dobbiamo ora affrontare la questione: in quale direzione possiamo andare? C'è una nuova vita per le comunità religiose del Nord America che aspirano a una autentica riforma? Qui dobbiamo notare che, sebbene lo sfondo del problema sia lo stesso, e vi siano problemi e sfide comuni per i religiosi e le religiose (l'ingegneria del linguaggio, il declino verso il relativismo, lo smarrimento del senso del soprannaturale e, in alcuni casi, dubbi sulla rilevanza e centralità di Cristo), è anche vero che ogni gruppo deve affrontare le proprie sfide particolari. Le religiose, in particolare, hanno bisogno di impegnarsi criticamente nei confronti di un certo tipo di femminismo, attualmente fuori moda, ma che continua, nonostante questo, a esercitare molta influenza in certi ambienti. Lasciate che mi concentri su alcuni degli elementi comuni. Se la rottura e la confusione sono ciò che caratterizza le recenti difficoltà nella vita religiosa allora il cammino da seguire deve essere una maggiore ricerca di continuità e chiarezza. Come lo scriba che è stato istruito nel Regno dei Cieli, dobbiamo avere nel nostro tesoro "cose nuove e cose antiche" (cfr. Mt 13,52).

Potrebbe apparire superfluo fare questa osservazione, poiché sarebbe giusto immaginare che su questo punto non vi sia discussione. Invece, tutti noi abbiamo fatto esperienza della presenza di gruppi o singole persone che, sotto la propria responsabilità, si sono "spostati oltre la Chiesa", pur rimanendo esteriormente "all'interno" della Chiesa. Sicuramente, un'esistenza così ambivalente non può portare frutti di gioia e pace (cfr. Galati, 5, 22), né per loro stessi né per la Chiesa. Preghiamo affinché lo Spirito Santo li illumini affinché vedano il cammino della vera pace e libertà, e il coraggio di seguirlo.

In accordo con il concilio "la stessa autorità della Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, si è data cura di interpretarli (i consigli evangelici), di regolarne la pratica e anche di stabilire sulla loro base delle forme stabili di vita". L'autorità e la tradizione della Chiesa hanno parlato, nel corso dei secoli, della sostanza della vita consacrata. Benedetto XVI l'ha formulata in questo modo:  "Appartenere al Signore: ecco la missione degli uomini e delle donne che hanno scelto di seguire Cristo casto, povero e obbediente, affinché il mondo creda e sia salvato".

Questo punto è di capitale importanza, ed è la chiave per rinnovare e rivitalizzare le nostre congregazioni, attrarre vocazioni e compiere i nostri obblighi nei confronti dei giovani che eventualmente entrano nelle nostre famiglie religiose. Il concilio insiste su questo punto. Dobbiamo garantire che, nelle nostre congregazioni, la vita sia pienamente cattolica e interamente allineata al carisma del fondatore o della fondatrice. Su questa materia, non possono esserci contraddizioni, dal momento che il carisma è stato dato ai fondatori nel contesto ecclesiale ed è stato sottoposto all'approvazione della Chiesa. Molte congregazioni stanno facendo vigorosi sforzi in questo senso.

Ciò nonostante, alcuni superiori religiosi hanno scoperto che questo non è sufficiente. Stanno facendo grandi sforzi per ravvivare la figura e la centralità dei loro fondatori; stanno rinnovando l'osservanza religiosa e la vita nelle loro comunità; ma dicono che le vocazioni ancora non stanno arrivando. Ci sono altri due elementi, entrambi molto importanti, da essere presi in considerazione.

Nelle attuali circostanze, offrire un programma di formazione adeguato e fedele è una sfida particolarmente significativa. Offro alcune considerazioni al riguardo:  vale la pena fare qualsiasi sacrificio per dedicare alla formazione i membri migliori. Essi devono essere pienamente in comunione con la Chiesa. Devono essere prudenti, eminentemente spirituali e pratici. Devono amare la loro congregazione e identificarsi con il carisma del fondatore, possedere un amore spirituale per le loro incombenze, essere consapevoli delle forze e debolezze dei giovani d'oggi, e avere la completa assistenza dei superiori.

I programmi di postulato e noviziato sono più facili da soddisfare, ma la sfida è maggiore per quel che concerne gli studi di filosofia e teologia, o altre carriere universitarie necessarie per l'apostolato svolto dai membri. Quando si rendono necessari studi religiosi in centri al di fuori della congregazione di appartenenza, questi devono essere scelti con prudenza in modo che la dottrina che i giovani religiosi riceveranno sia sicura e profonda, e le circostanze esterne permetteranno che essi vivano un'autentica vita comunitaria e religiosa, continuando a coltivare tutte le aree della loro formazione, incluse quella spirituale, sacramentale e umana.

Le nuove vocazioni devono essere educate alla luce dei ricchi contributi di Giovanni Paolo ii e Benedetto XVI riguardo la comprensione della dignità della persona umana, la natura della libertà, la natura della dimensione religiosa delle nostre vite, la necessità della formazione umana. Essi devono essere imbevuti d'amore per il loro fondatore, la storia, le tradizioni, i contributi, e di una salutare ambizione a servire le anime.

La fedeltà allo spirito della vita religiosa e a un istituto non dovrebbe essere spersonalizzata o statica. Piuttosto, dovrebbe essere creativa, capace di trovare vie innovative per sviluppare e applicare il carisma e per raggiungere le nuove generazioni di cattolici e i potenziali membri dell'istituto.

Distinguo due modi differenti e complementari per promuovere le vocazioni:  uno lo chiamerei indiretto, l'altro diretto. E, diversamente da quanto si potrebbe intuire, ritengo che la cosiddetta promozione indiretta sia la più importante nell'attuale contesto della Chiesa, perché ciascuno di noi può impegnarsi in essa, l'intero corpo ecclesiale ne trae benefici, e senza di essa la promozione diretta delle vocazioni resta in gran parte sterile.

Promozione indiretta è tutto ciò che costruisce la vita di Cristo nella Chiesa, e può essere sintetizzata in tre dimensioni di vita:  spiritualità, catechesi e apostolato o ministero. Noi dobbiamo centrare l'attenzione su queste dimensioni della vita cristiana nei due luoghi che più influenzano la vocazione alla consacrazione:  sulla famiglia e sul cuore, mente e anima del giovane. Molto spesso nelle nostre vite e comunità la ragione per cui il seme non porta frutti non è perché il suolo sia roccioso o scadente, ma perché molti altri interessi richiamano il nostro tempo e attenzione. Intendo dire che oggi noi siamo coinvolti e preoccupati per molte cose, come Marta (Luca, 10, 41). Comitati, conferenze, dibattiti sulla giustizia sociale, comunicati stampa e cose del genere, riempiono il nostro calendario. Ma c'è una cosa e una cosa sola che, in ultima analisi, cambia il mondo:  l'intima trasformazione della persona attraverso il contatto con la grazia di Cristo.

La spiritualità non è centrata nel vago sentimento religioso dello star bene con Dio e il prossimo, e avere esperienze piacevoli nella preghiera. La sua essenza è la continua conversione, nutrita dai Sacramenti e il compimento del piano di Dio per la propria vita. Essa ha una dimensione oggettiva.

La catechesi non è limitata a una istruzione iniziale, ma è il continuo approfondimento delle ricchezze della nostra fede cattolica che, sola tra tutte le religioni e versioni del cristianesimo, offre un solido e pienamente soddisfacente alimento per l'intelletto come per l'anima. È essenziale che la catechesi vada di pari passo con la spiritualità e sia capace di giustificare le nostre speranze, come ha detto san Pietro (cfr. Pietro, 3, 15). Come testimonia Papa Benedetto.

La terza dimensione è l'azione:  vivere esternamente la carità di Cristo che porta al di là dei confini della propria comodità. Per la persona, questa è una nuova esperienza di Cristo.

Normalmente Dio andrà a piantare il seme di una vocazione nelle famiglie e nella vita delle persone. E questo ci conduce al prossimo punto:  la promozione diretta. La promozione diretta delle vocazioni si verifica quando abbiamo iniziato a trovare e incoraggiare quei giovani che Dio sta chiamando alle nostre comunità. Questo suppone che noi realmente crediamo che Dio stia lavorando in quelle anime, per questa ragione ci impegniamo con fiducia e non ci scoraggiamo se il successo non arriva immediatamente.

Facciamo promozione diretta in molte forme: facciamo propaganda, parliamo in scuole e università, scriviamo, invitiamo, offriamo ritiri ed esperienze, e così via. Questo deve e può continuare e aumentare se possibile, utilizzando tutti i mezzi che oggi abbiamo a nostra disposizione.

Io credo che tre elementi contribuiscano a rendere questa promozione diretta effettiva:  primo, la preparazione indiretta sopra menzionata (che sia stata fatta per mezzo di un apostolato o ministero di una delle nostre comunità, o di un'altra comunità o movimento ecclesiale, o anche nella parrocchia della persona). Secondo:  ciò che noi offriamo deve essere genuino. In altre parole, la vita della comunità e la formazione alla quale io invito questo giovane, deve riflettere il carisma particolare della mia famiglia religiosa ed essere in piena e gioiosa comunione con la Chiesa. Infine, i promotori vocazionali devono possedere una preparazione umana, intellettuale e spirituale adatta al loro delicato compito.

Non deve sorprenderci il fatto che il cammino da seguire sia irto di difficoltà e sfide. Tuttavia, desidero che siate sicuri del mio totale appoggio a qualsiasi sforzo sincero di rinnovamento di ognuna delle famiglie religiose sulla linea della fedeltà alla Chiesa e al fondatore. Molta onestà, umiltà, coraggio, apertura di mente, dialogo, sacrificio, perseveranza e preghiera saranno necessari, come ci ha ricordato Papa Benedetto. Nel Vangelo, Gesù ci ha avvertito che due sono le vie: una è la via stretta che conduce alla vita, l'altra è la via larga che conduce alla perdizione (cfr. Mt 7,13-14).

Lasciatemi concludere con una preghiera tratta dall'orazione di apertura e da quella dopo la Comunione della messa per i religiosi del Messale Romano: "O Dio, che ispiri e porti a termine ogni buon proposito, guida i tuoi servi e le tue serve nella via della salvezza. Concedi, a quelli che fanno ogni cosa per amore tuo, di seguire Cristo e rinunciare al mondo, servendo Te e i loro fratelli e sorelle, con spirito di povertà e umiltà di cuore. Concedi che le religiose e i religiosi, riuniti nel tuo amore, si animino gli uni con gli altri nell'esercizio della carità e nella pratica delle buone opere, siano con la loro vita santa autentici testimoni di Cristo nel mondo. Per il Nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, nell'unità dello Spirito Santo. Amen". (Card. Franc Rodé, ©L'Osservatore Romano, 4 dicembre 2008)

 

 

 


 

La mariologia nei centri accademici della Chiesa

L'insegnamento della mariologia nei centri accademici della Chiesa negli ultimi venti anni è progredito in quantità e qualità e la situazione appare incoraggiante per il futuro. È il dato più evidente emerso dal recente convegno - 28-29 novembre - che si è svolto presso l'università Antonianum su iniziativa della Pontificia Accademia Mariana Internationale e della Pontificia Facoltà Teologica Marianum, a vent'anni dalla lettera circolare sull'insegnamento della mariologia nei centri accademici della Chiesa, pubblicata dalla Congregazione per l'Educazione Cattolica con il titolo "La Vergine Maria nella formazione intellettuale e spirituale". Al convegno hanno partecipato il prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica, cardinale Zenon Grocholewski e il Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, l'arcivescovo Gianfranco Ravasi.

La circolare del 25 marzo 1988, a un anno dalla promulgazione dell'enciclica Redemptoris Mater e nel pieno svolgimento dell'Anno mariano indetto da Giovanni Paolo ii è indirizzata ai vescovi delle Chiese locali e loro tramite ai rettori dei seminari, ai presidi e decani delle facoltà teologiche ed ecclesiastiche, allo scopo di fornire agli studenti di teologia una formazione mariologica integrale che abbracci lo studio, il culto e la vita, dando praticamente all'insegnamento della mariologia il giusto posto e l'adeguato spazio nel curriculum studiorum.

Rispetto al passato, la mariologia come disciplina teologica non si può isolare dalle altre scienze teologiche. Addentrarsi nella conoscenza di Maria significa penetrare più a fondo nella conoscenza di Cristo, della Chiesa e dell'uomo. A sua volta la verità su Cristo, sulla Chiesa e sull'uomo illumina la verità circa Maria; per queste ragioni la mariologia realizzata e insegnata con criteri scientifici e con la doverosa sensibilità interdisciplinare fornisce un contributo importante all'investigazione teologica. Essa, infatti, è strettamente legata alle altre discipline teologiche, ciò significa che non è una disciplina né autonoma né isolata, ma è una disciplina teologica eminentemente relazionale. Come Maria nella sua realtà di grazia e di natura è donna di relazione e di dialogo, così la mariologia si può considerare una "disciplina di raccordo", un luogo d'incontro dei vari trattati teologici - cristologia, pneumatologia, ecclesiologia, trinitaria, antropologia, liturgia, escatologia, ecumenismo - quindi un eminente "spazio di sintesi". La riflessione teologica sulla persona, sul ruolo-servizio e sul significato della Vergine nell'ambito della fede, della celebrazione della fede e della vita di fede, è necessariamente connessa con gli altri grandi temi del cristianesimo.

La lettera circolare del 1988, riferendosi dell'insegnamento della mariologia, tocca un punto importante della questione, stabilendo la necessità e la congruità formativa, intellettuale e pastorale di tale insegnamento:  "Considerata l'importanza della figura della Vergine nella storia della salvezza e nella vita del popolo di Dio, e dopo le indicazioni del Vaticano ii e dei sommi Pontefici, sarebbe impensabile che oggi l'insegnamento della mariologia fosse trascurato: occorre pertanto dare a esso il giusto posto nei seminari e nelle facoltà teologiche" (Ibidem, 27). La lettera non dice nulla sul "come" e il "quando" tale insegnamento sia entrato nel curriculum studiorum dei centri accademici; per cui non contesta né difende il passato di tale insegnamento. Al documento sta a cuore "l'oggi" e il "futuro" della mariologia e del suo insegnamento; un insegnamento che dovrà essere "organico, inserito cioè adeguatamente nel piano di studi del curricolo teologico" (Ibidem, 28). Ciò significa che bisogna offrire in modo adeguato agli alunni l'intera connessione interna dei vari aspetti della persona, del ruolo e del significato della Madre di Gesù, collegandoli con le principali discipline teologiche e nel contesto del principio conciliare della hierarchia veritatum (cfr. Unitatis redintegratio 11). Il mistero-evento mariano deve essere insegnato e studiato in tutte le sue parti, con metodo rispondente ai criteri dettati da Optatam totius 13-18, adatto per la retta sua comprensione e nel quadro globale della teologia. Per cui l'insegnamento deve perciò essere: "Completo, in modo che la persona della Vergine sia considerata nell'intera storia della salvezza, cioè nel suo rapporto con Dio; con Cristo, Verbo incarnato, salvatore e mediatore; con lo Spirito Santo, santificatore e datore di vita; con la Chiesa, sacramento di salvezza; con l'uomo - le sue origini e il suo sviluppo nella vita della grazia, il suo destino di gloria" (La Vergine Maria nella formazione intellettuale e spirituale, 28). Maria di Nazareth non è un elemento marginale della fede cristiana, ma in lei umile serva del Signore si concentra, si riassume e si riverbera il Mistero (cfr. Lumen gentium 65). Perciò, l'insegnamento su di lei deve essere "completo"; cioè Maria deve essere considerata nel suo singolare rapporto con il mistero di Dio Padre, di Cristo, dello Spirito, della Chiesa, dell'uomo-donna, del cosmo; al contrario una presentazione solipsistica della Madre di Gesù rischia quasi di deformare l'icona biblica, teologale e simbolica, con deleteri effetti nella prassi pastorale ed ecumenica. Perciò l'insegnamento della mariologia dovrà anche essere:  "Rispondente ai vari tipi di istituzione (centri di cultura religiosa, seminari, facoltà teologiche...) e a livello degli studenti: futuri sacerdoti e docenti di mariologia, animatori della pietà mariana nelle diocesi, formatori di vita religiosa, catechisti, conferenzieri e quanti sono desiderosi di approfondire la conoscenza mariana" (La Vergine Maria nella formazione intellettuale e spirituale, 28). La lettera circolare parla di inserire l'insegnamento mariologico "nel giusto posto". Come materia dalla grande rilevanza dottrinale, pastorale ed ecumenica, essa dovrebbe essere insegnata, per un'ora settimanale in un semestre, ma sarebbero ideali due ore settimanali in un semestre del triennio istituzionale; tale servizio accademico darebbe agli studenti, specie quelli di prima formazione teologica, l'opportunità di una buona e sufficiente conoscenza. Riguardo alla collocazione dell'insegnamento in questione, Bruno Forte ritiene: "La mariologia, inserita organicamente nell'insieme della teologia, è al tempo stesso cifra dell'intero: contenuta dal tutto, essa contiene il tutto in forma densa, fedele riflesso di quell'evento della storia, la Pasqua, in cui la storia intera si lascia contenere. In altri termini, proprio perché rinvia ai vari capitoli della dogmatica cristiana, la mariologia può costituirne efficacemente l'ultimo capitolo, una sorta di verbum abbreviatum, di compendio argomentativo, narrativo e simbolico insieme, ricco di forza evocativa e di stimoli pratico-critici". Un trattato teologico sensibile alle indicazioni che provengono dalla vita della Chiesa, dalla liturgia e dalla pietà del popolo, e alle esigenze ecumeniche, interreligiose e pastorali, grazie alla doverosa attenzione ed empatia prestata ai problemi, alle gioie e alle speranze degli uomini e delle donne del nostro tempo. Quindi un trattato e un insegnamento in cui non si dovranno lamentare eccessi di astrattismo, di mariocentrismo o di mariofobia, o nel contempo denunciare incresciose assenze o reticenze. Risulta evidente il riferimento al capitolo VIII della Lumen gentium del Vaticano II, alla Marialis cultus di Paolo VI, alla Mulieris dignitatem e alla Redemptoris Mater di Giovanni Paolo II, alla Deus caritas est e alla Spe salvi di Benedetto XVI, che ritengono la parabola evangelica, teologale, teologica e tipologico-ecclesiale della Vergine "paradigmatica e significativa" per la fede del nostro tempo.

Circa la questione della struttura dell'insegnamento mariologico tra il "corso unitario" e il "corso frazionato", sulla base della nostra esperienza di docenza, ci pronunciamo a favore del primo nel senso che tra la proposta del "corso frazionato" e quella del "corso unitario", sia preferibile la seconda, cioè quella di un corso in cui il docente, con uno "spazio" sufficiente, con rigorosa adesione alle fonti e con apertura a rigorose prospettive interdisciplinari, illustri sistematicamente quanto la Chiesa insegna su Maria, santa sorella dell'umanità. Infatti:  la formazione degli studenti deve "possedere una conoscenza completa ed esatta della dottrina della Chiesa sulla Vergine Maria, che consenta loro di discernere la vera dalla falsa devozione, e l'autentica dottrina dalle sue deformazioni, per eccesso o per difetto; e soprattutto che dischiuda a essi la via per contemplare e comprendere la superna bellezza della gloriosa madre del Cristo; alimentare un amore autentico verso la Madre del Salvatore e madre degli uomini, che si esprima in genuine forme di venerazione e si traduca in imitazione delle sue virtù e soprattutto in un deciso impegno a vivere secondo i comandamenti di Dio e a fare la sua volontà (cfr. Matteo 7, 21; Giovanni 15, 14); sviluppare la capacità di comunicare tale amore con la parola, gli scritti, la vita, al popolo cristiano, la cui pietà mariana è da promuovere e coltivare" (La Vergine Maria nella formazione intellettuale e spirituale, 34). La lettera nella conclusione si sofferma sul rapporto stretto esistente tra mariologia e spiritualità mariana, affermando che lo studio della mariologia tende, come sua ultima meta, all'acquisizione di una solida spiritualità mariana, aspetto qualificante l'unica spiritualità cristiana. Questo rapporto, inoltre, si prolunga in un altro importante passaggio: dalla spiritualità mariana alla corrispondente devozione mariana, che trova la massima espressione nella celebrazione liturgica dei misteri di Cristo e di Dio a cui è stata associata la Madre del Signore. La recente indagine statistica compiuta da Jean-Pierre Sieme Lasoul ha dimostrato che all'interno dei centri accademici della Chiesa ci sono diversità sul modo di interpretare e attuare il dispositivo della lettera circolare. Infatti, su 282 istituti dell'urbe e dell'orbe cattolico presi in considerazione, il 68% hanno un corso di mariologia all'interno del triennio teologico istituzionale; ciò significa che il rimanente 32% di essi non hanno ancora dato corso alla disposizione della Congregazione per l'Educazione Cattolica. Tra quelli che offrono agli studenti di teologia un corso di mariologia, il 60% ha un corso sistematico (intero) mentre il 40% offrono un corso frazionato (mariologia inclusa nel corso dell'ecclesiologia o della cristologia). Il risultato dell'indagine, comunque, è tutto sommato incoraggiante; la mariologia sempre più diventa materia di insegnamento e questo è stato ed è lo scopo principale della lettera circolare del 1988. (Salvatore M. Perrella, ©L'Osservatore Romano, 4 dicembre 2008)

 

 

 


 

Con la pazienza dell'amore

Viene presentato giovedì 4 dicembre a Bari il volume La riforma di Benedetto XVI (Casale Monferrato, Piemme, 2008). Ne pubblichiamo le conclusioni.

Sta nascendo un nuovo movimento liturgico che guarda alle liturgie di Benedetto XVI; non bastano le istruzioni preparate da esperti, ci vogliono liturgie esemplari che facciano incontrare Dio. Solo degli spiriti volontariamente superficiali non se ne accorgerebbero. È un nuovo inizio che nasce dal profondo della liturgia proprio come il movimento liturgico del secolo scorso giunto al culmine col concilio. La liturgia come luogo dell'incontro col Dio vivente, non uno show per rendere interessante la religione, non un museo di forme rituali grandiose. Il popolo di Dio celebra il nuovo rito con rispetto e solennità, ma resta disorientato dalle contraddizioni dei due estremi. La liturgia torna a essere azione ecclesiale, non di specialisti ed équipe liturgiche ma di padri e maestri che grazie alla conoscenza delle fonti vedevano la liturgia occidentale come frutto di uno sviluppo storico e quella orientale riflesso di quella eterna. Questi ultimi si opposero alla mistificazione della liturgia e conoscendo la storia ci hanno mostrato le forme molteplici del suo cammino.

Di essi il Santo Padre raccoglie l'eredità e la fa fruttificare, ne ha esaudito l'auspicio che le forme antica e nuova del rito romano coesistessero una accanto all'altra come già avviene con l'ambrosiana e le orientali.

Fidiamoci di lui: egli porta pazientemente la saggezza dell'immaginazione cattolica nella vita della Chiesa odierna. Egli comprende bene quanto l'innovazione non sia ostile alla tradizione ma ne faccia parte come linfa dello Spirito Santo. Non è un conservatore e nemmeno un innovatore, ma un missionario "umile lavoratore della vigna del Signore". Nel libro Gesù di Nazareth egli mette in rilievo la "comprensione" che nel vangelo di Luca - a differenza dagli altri vangeli - Gesù dimostra nei confronti degli israeliti: "A me sembra particolarmente significativo - egli osserva - il modo in cui egli conclude la storia del vino nuovo e degli otri vecchi o nuovi. In Marco si legge: "Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi" (Marco 2, 22). In Matteo, 9, 17 il testo è simile. Luca ci tramanda la stessa conversazione, aggiungendo tuttavia alla fine: "Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: "Il vecchio è buono'" (5, 39) - un'aggiunta che forse è lecito interpretare come un'espressione di comprensione nei confronti di coloro che volevano restare "al vino vecchio" (pp. 216-217)". Non è applicabile questo apologo al dibattito tra usus antiquior e usus novus della messa, seguito al motu proprio?

La liturgia cristiana, come lo stesso avvenimento cristiano, non è fatta da noi. Un termine come attualizzazione ha ingenerato l'idea che noi avessimo le capacità per replicarlo, creare le condizioni giuste perché possa accadere, di organizzarlo, quasi fossimo creatori di ciò che affermiamo di credere. In realtà è Gesù Cristo che fa la sacra liturgia con lo Spirito Santo. A noi tocca seguire, fare spazio alla sua opera. Il metodo a portata di tutti è guardare a quello che accade - si usava dire "assistere" cioè ad-stare - stare davanti alla sua presenza; significa aderire a Qualcosa che viene prima, seguire quello che lui fa in mezzo a noi, capace sempre di capovolgere in un attimo l'idea che il culto sia fatto da noi. La liturgia è sacra e divina perché è una Cosa che viene dall'altro mondo.

Vorremmo aiutare a comprendere e a celebrare degnamente la liturgia come possibilità di incontro con la realtà di Dio e causa della moralità dell'uomo, a leggere le degradazioni sintomo di vuoto spirituale indicando la via per restaurarne lo spirito nel segno dell'unità della fede apostolica e cattolica, a promuovere un dibattito serio e un cammino educativo seguendo il pensiero e l'esempio del Papa che consenta di riprendere il movimento liturgico. Bisogna mirare allo spirito della liturgia come adorazione di Dio Padre per Gesù Cristo nello Spirito Santo e come pedagogia per entrare nel mistero ed esserne trasformati in moralità e santità. È un invito anche ai laici non credenti ma desiderosi del vero, perché nessuno è immune dal dubbio che forse esista Qualcun altro a cui dedicare il tempo! Su questo "forse", che la liturgia non svela del tutto, - per questo si chiede che venga preservato il senso del mistero e del sacro, - si instaurerà la comunicazione tra credenti e non o diversamente credenti. (Nicola Bux, ©L'Osservatore Romano, 4 dicembre 2008)

 

 

 


 

Chi dice che la Chiesa è intollerante non può essere che in malafede

La posizione assunta dalla Chiesa cattolica nei confronti della cosiddetta proposta di "depenalizzazione dell'omosessualità" del presidente francese Sarkozy non può stupire nessuno che non sia in malafede. Il motivo è molto semplice: quella proposta non propone solo la depenalizzazione ma anche la collocazione degli omosessuali tra le categorie da proteggere contro l'omofobia, paragonata al razzismo e all'intolleranza. La proposta Sarkozy, in altre parole, identifica omosessualità ed omosessuali, sostenendo che non si può essere contro l'omosessualità ma non contro gli omosessuali o, al contrario, che chiunque è contro l'omosessualità è anche contro gli omosessuali. Questa è invece la posizione della Chiesa e anche di tante persone che adoperano semplicemente la ragione. Si può sostenere che l'omosessualità è un "disordine", come disse Benedetto XVI, e contemporaneamente affermare che gli omosessuali hanno tutta la dignità della persona umana e come tali meritano rispetto. L'omosessualità non è l'unico disordine perché tutti noi ne portiamo e sopportiamo qualcuno. Non è il disordine più grave. Ma è un disordine ed è doveroso per tutti non trasformare un disordine in un ordine. L'omosessualità non va quindi promossa o insegnata come una scelta sessuale indifferente, la coppia omosessuale non va equiparata giuridicamente alla famiglia tradizionale e non deve essere possibile per coppie gay adottare bambini. Ciò non contrasta con il chiedere rispetto per gli omosessuali e, dal punto di vista cristiano, con l'amarli come fratelli.

Proprio ieri la Santa Sede affermava di non voler sottoscrivere la convenzione ONU sui disabili. La Chiesa ce l'ha con i disabili? Certamente no. Il fatto è che quella convenzione stabilisce anche il diritto alla "salute riproduttiva" della madre in caso di disabilità del feto. In pratica apre le porte all'aborto eugenetico, cosa che la Chiesa non può accettare. Le convenzioni e le leggi hanno molti aspetti. Siccome la Chiesa ritiene che non si possa fare il bene attraverso il male, se alcuni aspetti sono condivisibili - come è il caso della depenalizzazione dell'omosessualità - ma altri sono fortemente negativi, la Chiesa non accetta e mette in guardia dai pericoli presenti e futuri. Noi europei, tra l'altro, abbiamo una lunga esperienza a riguardo. Il Parlamento europeo ha più volte tentato di forzare gli Stati membri sul tema del riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali proprio equiparando l'omofobia al razzismo, all'intolleranza e perfino al sionismo. La probabilità, quindi, che la proposta Sarkozy, se approvata, venga adoperata per stigmatizzare gli Stati che non riconoscono le coppie gay come intolleranti e contrari alla Dichiarazione universale sui diritti umani si avvicina molto alla certezza. Paragonare l'Iran, che incarcera i gay, e l'Italia, che non vuole il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali, è un salto logicamente molto spericolato, ma che una simile legge favorirebbe senz'altro.

Con ciò non è stato ancora chiarito il motivo di fondo per cui la Chiesa non accetta di equiparare l'omosessualità all'eterosessualità. Questo motivo è che essa ritiene che all'origine della società ci sia una coppia maschio e femmina e non due individui asessuati o indifferentemente sessuati. Si è ormai dimenticato il significato sociale della sessualità, la quale è stata privatizzata dalla morale individualistica anche se molto pubblicizzata dall'industria del consumo. Due fenomeni in fondo complementari. Ma la Chiesa non può dimenticare. Due individui indifferentemente sessuati - omo o trans - non si completano accogliendosi nella complementare diversità e non sono aperti, insieme, all'accoglienza della vita. La sessualità, qui, si individualizza e si tecnicizza. Ebbene, la Chiesa ritiene che se l'accoglienza - nella forma della diversità / complementarietà sessuale e nella forma della accoglienza della vita - non si dà in questo momento iniziale non si ricostruirà più in seguito. La società sarà in mucchio di individui accostati l'uno all'altro, ma non una comunità. Quando si dice, talvolta con un po' di retorica, che la famiglia è la cellula della società, si vuole intendere proprio questo. (Stefano Fontana, L'Occidentale, 3 Dicembre 2008)

 

 

 


 

Il matrimonio religioso non è possibile per chi ha cambiato sesso

A dicembre dell’anno scorso, una coppia fiorentina, già sposata civilmente da molti anni, ha chiesto il matrimonio religioso. La moglie però è divenuta tale solo in seguito ad un’operazione chirurgica. La legge italiana le ha consentito il cambio di sesso all’anagrafe e quindi la possibilità del matrimonio civile. Mentre per quello religioso, la coppia si è rivolta a don Alessandro Santoro, che guida la Comunità di base delle Piagge, alla periferia di Firenze. Nonostante il divieto dell’autorità ecclesiastica, don Santoro, pur non avendo celebrato il matrimonio, ha benedetto pubblicamente la coppia durante la Messa domenicale.

Del caso ne abbiamo parlato con uno dei più autorevoli canonisti italiani, padre Luigi Sabbarese, decano della Facoltà di diritto canonico della Pontificia Università Urbaniana in Roma.

Padre Sabbarese, dal punto di vista della morale cattolica come si colloca una persona che cambia sesso?

«Si parte dalla concezione della persona umana come sessuale e sessuata, perché così voluta da Dio creatore; questo almeno nell’ottica di una sana antropologia cristiana. La differenza sessuale è, dunque, dono di Dio creatore; ogni uomo viene al mondo come essere sessuto (uomo-donna). Se si accetta questo presupposto si capisce che nessuna persona può essere padrona, per così dire, della propria origine, né decidere arbitrariamente circa la propria identità sessuale, in quanto la sessualità è una dimensione originaria, creaturale e non derivata. Nella concezione cristiana della creazione, l’uomo esiste sempre come maschio e come femmina; il rapporto di differenza tra maschile e femminile si caratterizza come rapporto di identità e di differenza. Quest’ultima, poi, non può essere confusa semplicisticamente come problema di ruoli, né investe unicamente una diversità di tipo bio-psicologico, ma esige di essere fondata e compresa a livello metafisico. Su questa base ontologica si può anche comprendere che la differenza sessuale appartiene alla natura dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio».

Quale identità di genere le viene riconosciuta?

«Alle persone che cambiano sesso evidentemente non può essere riconosciuta altra identità se non quella insita nella originaria struttura metafisica: l’uomo è e rimane come è stato creato, maschio e femmina; in caso contrario si ammette la negazione della dimensione trascendente della persona e con questa la negazione della relazione tra dimensione trascendente della sessualità e aspetto fisiologico-genitale della sessualità stessa. Si tratta di un moderno divorzio in cui la persona può scegliere il proprio sesso, può scegliere di cambiarlo. L’identità sessuale trascende la mera genitalità, dove il genere non si pone in opposizione al sesso, ma ne costituisce una specifica dimensione intrinseca e al tempo stesso la trascende. Le posizioni ideologiche che propongono di eliminare i ruoli di genere comportano diverse conseguenze; anzitutto che la persona cessa di essere maschio o femmina e divenga di genere neutro, in modo quasi che il suo sesso sia indipendente da lui o da lei; la differenza di genere si riduce ad una mera costruzione sociale dove il singolo può decidere se, quando, per quanto tempo, quante volte cambiare sesso; in questa visione la diversità sessuale diviene indifferente di fronte al genere e quindi dinanzi all’identità personale e, soprattutto il genere, parte dell’identità sessuale, non necessariamente corrisponde al sesso».

Nel caso specifico della coppia fiorentina sposata civilmente e in cui la moglie è diventata donna in seguito ad un’operazione chirurgica, non è quindi assolutamente possibile chiedere anche il matrimonio religioso?

«Sulla base degli elementi sopra enucleati non è possibile celebrare il matrimonio canonico o religioso. Ci troviamo dinanzi ad una caso di transessualismo e, nel matrimonio canonico, per diritto naturale, si può instaurare una comunione di tutta la vita solo tra un maschio e una femmina. Quando uno dei due opera una trasformazione fisica della propria identità sessuale viene a mancare la struttura ontologica di unione matrimoniale che vuole unite due persone di sesso diverso. In questo caso la persona transessuale è radicalmente incapace al matrimonio se ha subito operazioni chirurgiche atte a mutare il proprio sesso. Nel caso venisse celebrato il matrimonio in tali circostanze, esso sarebbe senz’altro un matrimonio attentato, come si dice con linguaggio tecnico. L’incapacità al matrimonio si basa sostanzialmente su tre motivi; anzitutto per mancanza di equilibrio psichico dovuto a disturbi della personalità; poi, per incapacità di stabilire la comunione di tutta la vita tra uomo e donna con compiti specifici per entrambi i sessi. Nel matrimonio di una persona transessuale manca l’alterità sessuale, atteso che gli interventi chirurgici non mutano l’identità ontologica del sesso; perciò se un uomo apparentemente mutato in donna attenta matrimonio con un uomo in realtà il matrimonio si attenta tra due maschi; lo stesso vale se una donna apparentemente mutata in uomo attenta matrimonio con una donna, il matrimonio in realtà è tra due donne. Questo perché gli interventi chirurgici non mutano la struttura genetica, cromosomica e gonadica dell’individuo. Infine, la persona transessuale dopo l’operazione chirurgica diviene incapace al matrimonio per impotenza (impotentia coeundi). Pertanto, nel matrimonio con una persona transessuale non si può realizzare la eterosessualità propria del patto coniugale».

Dov’è l’errore del sacerdote che insiste per celebrare il matrimonio e che domenica scorsa ha benedetto pubblicamente la coppia in questione durante la Messa parrocchiale?

«Senza voler entrare nel merito del fatto specifico, certamente chi si ostina a voler sostenere che è possibile celebrare il matrimonio canonico in simili casi contravviene non solo le norme canoniche ma anche ciò che è scritto nell’ordine naturale della creazione. Ma prima di questo si tratta di una scelta priva di ragionevolezza e di prudenza. Un sacerdote che agisce in tal modo non fa altro che creare confusione, in una società dove è già messa gravemente in crisi la struttura naturale del matrimonio, e genera scandalo nei fedeli. Utilizzare anche la sola benedizione, che per la Chiesa cattolica è un sacramentale, significa misconoscerne il genuino significato di segno sacro, mezzo pubblico di santificazione, diretto a produrre effetti spirituali, che rientra tra gli atti di culto pubblico della Chiesa». (Andrea Fagioli, Toscana oggi, 26 novembre 2008)

 

 

 


 

Marcello Pera: perché dobbiamo dirci cristiani

Perché dovremmo dirci cristiani? Oggi siamo liberali, e perciò non c’è bisogno di rivolgersi al cristianesimo per giustificare i nostri diritti e libertà fondamentali. Siamo laici, e perciò possiamo considerare le fedi religiose come credenze private. Siamo moderni, e perciò crediamo che l’uomo debba farsi da sé, senza bisogno di guide che non derivino dalla sua propria ragione. Senza contare il resto. In Europa stiamo per unificarci, e dunque dobbiamo evitare di dividerci menzionando il cristianesimo fra le radici dell’identità europea. Nel mondo stanno rinascendo guerre di religione, e dunque dobbiamo evitare di accendere altri focolai. In casa nostra stiamo integrando milioni di islamici, e dunque non possiamo chiedere conversioni di massa al cristianesimo. E così via.

In questo libro Marcello Pera rifiuta tutti questi “perciò” e questi “dunque” con la sua posizione di laico e liberale che si rivolge al cristianesimo per chiedergli le ragioni della speranza. Non per esibire conversioni o illuminazioni o ravvedimenti, ma per indicare come si possa coltivare una fede (altra espressione appropriata non c’è) in valori e principi che caratterizzano la nostra civiltà, e riaffermare i capisaldi di una tradizione della quale siamo figli, con la quale siamo cresciuti, e senza la quale saremmo tutti più poveri. Ne discutono oggi, 4 dicembre a Roma, a Palazzo Wedekind – Sala Angiolillo di piazza Colonna 366, l'autore Marcello Pera, il cardinale Camillo Ruini e l'ex presidente del Consiglio, Massimo D'Alema, coordinati dall'ex vicedirettore ciellino del Tg1, Roberto Fontolan.

Ecco il testo della densissima lettera-prefazione di Benedetto XVI: «Il dialogo tra le religioni non è possibile. La fede non si può mettere tra parentesi». Caro Senatore Pera, in questi giorni ho potuto leggere il Suo nuovo libro Perché dobbiamo dirci cristiani. Era per me una lettura affascinante. Con una conoscenza stupenda delle fonti e con una logica cogente Ella analizza l’essenza del liberalismo a partire dai suoi fondamenti, mostrando che all’essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell’immagine cristiana di Dio: la sua relazione con Dio di cui l’uomo è immagine e da cui abbiamo ricevuto il dono della libertà. Con una logica inconfutabile Ella fa vedere che il liberalismo perde la sua base e distrugge se stesso se abbandona questo suo fondamento. Non meno impressionato sono stato dalla Sua analisi della libertà e dall’analisi della multiculturalità in cui Ella mostra la contraddittorietà interna di questo concetto e quindi la sua impossibilità politica e culturale. Di importanza fondamentale è la Sua analisi di ciò che possono essere l’Europa e una Costituzione europea in cui l’Europa non si trasformi in una realtà cosmopolita, ma trovi, a partire dal suo fondamento cristiano-liberale, la sua propria identità. Particolarmente significativa è per me anche la Sua analisi dei concetti di dialogo interreligioso e interculturale. Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo. Mentre su quest’ultima un vero dialogo non è possibile senza mettere fra parentesi la propria fede, occorre affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo. Qui il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari. Del contributo circa il significato di tutto questo per la crisi contemporanea dell’etica trovo importante ciò che Ella dice sulla parabola dell’etica liberale. Ella mostra che il liberalismo, senza cessare di essere liberalismo ma, al contrario, per essere fedele a se stesso, può collegarsi con una dottrina del bene, in particolare quella cristiana che gli è congenere, offrendo così veramente un contributo al superamento della crisi. Con la sua sobria razionalità, la sua ampia informazione filosofica e la forza della sua argomentazione, il presente libro è, a mio parere, di fondamentale importanza in quest’ora dell’Europa e del mondo. Spero che trovi larga accoglienza e aiuti a dare al dibattito politico, al di là dei problemi urgenti, quella profondità senza la quale non possiamo superare la sfida del nostro momento storico. Grato per la Sua opera Le auguro di cuore la benedizione di Dio». (Giacomo Galeazzi, Oltretevere, 4 dicembre 2008)

 

 

 


 

30 novembre 2008

 

Quegli interrogativi che la morte propone

Le rivelazioni di monsignor Luigi De Magistris sulla morte 'religiosa' di Gramsci non risolvono storicamente la questione, ma potrebbero illuminarla con una luce differente dalla verità 'ufficiale'. Una sorta di lettura 'non autorizzata' di una personalità che per volere stesso dei suoi compagni di partito, è divenuta l’icona del comunismo italiano. Il suo nome, infatti, evoca piuttosto l’idea di un mito depurato di ogni passione, di ogni umana e comprensibile propensione, quale è riscontrabile in tutti gli altri uomini. Una icona alla quale il famoso (anche se poco letto) poema di Pasolini intitolato, appunto, Le ceneri di Gramsci, ha conferito un incancellabile suggello letterario, trasponendo la sua memoria nel cuore stesso dell’intellettualità italiana del Novecento. Tutto questo spiega certa sottile irritazione – tale è sembrata a me – dei custodi di ciò che resta in Italia del comunismo, di fronte al ricordo di piccoli gesti che, prima di essere classificabili in una schema religioso, sono fondamentalmente umani. Anzi, umanissimi, e per ciò stesso scandalosi per chi vive rinchiuso nei pregiudizi.

La vera questione suscitata dal racconto dell’arcivescovo – di orgine sarda, come Gramsci – va ben oltre la violazione dell’intangibilità del mito; essa, infatti, riguarda la rimozione e la deformazione dell’idea di morte nel nostro tempo. Da una parte il pensiero laicista sembra volerla ridurre ad una sorta di impersonale procedura burocratica, dall’altra pare non voler considerare tutti gli interrogativi che la morte continua a proporre ad ogni uomo. In altre parole si può dire che la modernità (e le ideologie che contraddittoriamente l’hanno costituita) reca con sé l’immagine mitologica dell’uomo privo di debolezze o di inclinazioni, e che è sufficiente a se stesso, senza alcun bisogno di un pensiero trascendente e men che meno della misericordia di un Dio.

La realtà che ci descrivono le differenti memorie sulla morte di Gramsci, ma non solo loro, ci dicono che quando ogni altro dèmone per sfinimento si placa, il cuore dell’uomo, lo si voglia o no, comunque si affaccia all’infinito. Perché stupirsene? È stato sempre così, e se si può parlare di una 'sapienza cristiana' anche in questo tempo apparentemente dominato dall’empietà, è perché essa è via via cresciuta proprio sui limiti estremi della vita. Proprio quando improvvisamente si chiude il catalogo delle occupazioni temporali, e si apre quello delle cose eterne, spesso custodito (anche inconsapevolmente nella memoria profonda) nelle parole e nei gesti semplici della pietà.

Perché allora Gramsci che ha esplorato per molte vie l’animo umano (conoscenza essenziale per ogni pensatore e uomo politico) non avrebbe potuto avere se non un desiderio, almeno un dubbio sull’immortalità? In Italia dove per secoli si è esercitato il potere temporale dei papi, e dove più recentemente la parola 'cattolico' ha finito per avere prevalentemente un significato politico e di potere, si è formata una sorta di pregiudizio che tende a respingere in blocco tutto ciò che è cristiano. La conseguenza più grave di questa tendenza, però, più che sul piano religioso, si registra in un impoverimento dell’idea stessa di uomo, per forza prigioniero di schemi ideologici e, comunque, sperduto in una rappresentazione amorfa e incolore. Anonimo.

Ed è proprio per arginare questa deriva che oggi possiamo ricordare il provvidenziale grido di Giovanni Paolo II, il quale all’inizio del suo pontificato disse: «Solo Dio sa cosa c’è nel cuore dell’uomo». E perché per Gramsci no? (Pio Crocchi, Avvenire, 27 novembre 2008)

 

 

 


 

Il samurai con la croce. Dagli atti dei martiri del Giappone

Un samurai che porta la croce non è un'immagine consueta. Ma vi furono anche questi fra i 188 martiri giapponesi del XVII secolo che due giorni fa sono stati proclamati beati a Nagasaki. Vi furono dei nobili, dei sacerdoti, quattro, e un religioso. La maggior parte erano però cristiani comuni: contadini, donne, ragazzi sotto i vent'anni, bambini anche piccoli, intere famiglie. Tutti uccisi per non aver abiurato la fede cristiana.

La beatificazione "padre Pietro Kibe e i suoi 187 compagni" – come detto nel titolo della cerimonia – è la prima mai celebrata in Giappone. I nuovi beati si aggiungono ai 42 santi e ai 395 beati giapponesi, tutti martiri, già elevati agli altari da Pio IX in poi.

I nuovi beati furono martirizzati tra il 1603 e il 1639. A quell'epoca in Giappone si contavano circa 300 mila cattolici, evangelizzati prima dai gesuiti, con san Francesco Saverio, e poi anche dai francescani.

All'iniziale fioritura del cristianesimo seguirono terribili persecuzioni. Molti furono uccisi con inaudite crudeltà che non risparmiarono donne e bambini. Oltre che dalle uccisioni, la comunità cattolica fu falcidiata dalle apostasie di quelli che abiuravano per paura. Eppure non fu annientata. Una parte si celò nella clandestinità e mantenne viva la fede trasmettendola dai genitori ai figli per due secoli, pur senza vescovi, preti e sacramenti. Si racconta che il venerdì santo del 1865 ben diecimila di questi "kakure kirisitan", cristiani nascosti, sbucarono dai villaggi e si presentarono a Nagasaki agli stupiti missionari che avevano da poco riavuto accesso in Giappone.

Come già tre secoli prima, ai primi del Novecento Nagasaki tornò ad essere la città a più forte presenza cattolica del Giappone. Alla vigilia della seconda guerra mondiale due su tre dei cattolici giapponesi vivevano a Nagasaki. Ma nel 1945 subirono una nuova, terribile falcidia. Questa volta non per una persecuzione, ma per la bomba atomica che fu sganciata proprio sulla loro città.

Oggi i cattolici giapponesi sono poco più di mezzo milione. Una piccola porzione in rapporto a una popolazione di 126 milioni. Ma rispettati e influenti, anche grazie a una fitta rete di loro scuole e università. E se ai giapponesi di nascita si sommano gli immigrati da altri paesi dell'Asia, il numero dei cattolici raddoppia e supera il milione.

"Non credo però che il criterio delle statistiche sia il migliore per giudicare il valore di una Chiesa", ha detto il cardinale Pietro Seichi Shirayanagi, arcivescovo emerito di Tokyo, in un'intervista ad "Asia News" alla vigilia della beatificazione dei 188 martiri.

Quello della difficile penetrazione del cattolicesimo non solo in Giappone ma nell'intera Asia è un problema che preoccupa da molto tempo la Chiesa.

Tra i gesuiti, ad esempio, all'indomani della seconda guerra mondiale c'era la convinzione che il Giappone fosse terreno fertile di una grande espansione missionaria. Per questo inviarono in quel paese persone di prim'ordine. L'attuale superiore generale della Compagnia di Gesù, Adolfo Nicolás, 71 anni, ha vissuto in Estremo Oriente dal 1964, prevalentemente a Tokyo, come insegnante di teologia alla Sophia University, come provinciale dei gesuiti del Giappone e da ultimo, tra il 2004 e il 2007, come moderatore della conferenza dei gesuiti dell’Asia Orientale e Oceania. Oltre allo spagnolo, all'italiano, all'inglese e al francese, parla correntemente il giapponese. Anche padre Pedro Arrupe, generale dei gesuiti tra il 1965 e il 1983, passò molti anni in Giappone. E così padre Giuseppe Pittau, che fu reggente della Compagnia.

La beatificazione dei 188 martiri ha comunque richiamato l'attenzione dell'intero Giappone sulla presenza in esso di quel "piccolo gregge" che è la Chiesa cattolica. La vicenda del loro martirio per la fede in Cristo è stata conosciuta da un pubblico molto ampio. Ed è una vicenda che per molti aspetti ricorda gli atti dei martiri dei primi secoli cristiani, nella Roma imperiale. (Sandro Magister, www.chiesa, 26 novembre 2008)

 

 

 


 

Imputato: il diritto alla vita

«Alla legge, alla legge», è il grido che si è alzato dopo la sentenza della Corte di Cassazione dell’ottobre 2007 e della Corte di Appello di Milano del luglio 2008 sul caso Eluana Englaro che, di fatto, aprono la porta all’eutanasia. La Cassazione, chiamata a pronunciarsi sul caso della giovane lecchese in coma dal 1992 in seguito a incidente stradale e alimentata con un sondino, ha detto che questo si può staccare a due condizioni: se lo stato vegetativo è irreversibile, cioè se la scienza medica stabilisce che Eluana non potrà mai tornare indietro, e se si accerta che lei non avrebbe mai accettato sostegni vitali per vivere in condizioni simili, preferendo piuttosto morire. La Corte di Appello di Milano ha poi decretato che nel caso di Eluana le condizioni ci sono. Da qui la scelta, anche della Conferenza episcopale italiana, di invocare un intervento legislativo in modo da evitare la deriva dell’eutanasia.

La scelta non è stata indolore e numerose sono state le polemiche e i dibattiti al proposito tra chi difende il diritto alla vita, cattolici e non.

Non vogliamo qui entrare nel cuore della discussione sui contenuti di una eventuale legge sul “fine vita” (come la chiamano il presidente delta Conferenza episcopale italiana, card. Angelo Bagnasco e il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella) o sul “testamento biologico”, come la chiamano un po’ quasi tutti gli altri.

Vogliamo invece affrontare la questione da un’angolazione diversa, iniziando dall’atto che ha dato il via al dibattito, ovvero la sentenza della Cassazione, sono stati in molti a stigmatizzare questa invasione di campo del giudici che — con il pretesto dell’interpretazione — di fatto ridisegnano la legge a modo toro saltando il Parlamento, espressione della volontà popolare e unico organo legittimato a decidere le leggi.

La domanda che dobbiamo porci allora è: possiamo ritenere questa “invasione di campo” un semplice incidente? O è parte di una strategia più ampia per forzare le leggi e imporre in questo modo princìpi e norme che attraverso la volontà popolare non passerebbero così facilmente?

Sicuramente in Italia dai tempi di Tangentopoli assistiamo a un continuo tentativo del potere giudiziario sostituirsi al potere politico, e questo ha senza dubbio creato un’abitudine, un’inclinazione. In questo caso, il discorso sarebbe più o meno questo: “Visto che di testamento biologico ed eutanasia si parla tempo ma in Parlamento non si arriva a nulla, ci pensiamo noi con una bella sentenza, che diventa un precedente per tutti i casi analoghi”. In fondo si tratterebbe di un incidente dovuto a una anomalia tutta italiana.

Per verificare la correttezza di questa ipotesi è necessario confrontare ciò che sta avvenendo nel nostro Paese con ciò che avviene altrove. Ed è allora che scopriamo che a livello internazionale già da anni opera una potente ed efficace lobby contro la vita che ha scelto la via giudiziaria per scardinare le legislazioni nazionali che ancora resistono alla cultura della morte. Il massimo dello sforzo si concentra sull’aborto, che si vuole “promuovere” a diritto umano universale, ma per l’eutanasia la strada non è diversa. Senza contare che se davvero l’aborto venisse riconosciuto quale diritto fondamentale, lo stesso principio dell’autodeterminazione si applicherebbe tale a quale all’eutanasia.

Ad esempio, negli Stati Uniti ha sede una organizzazione, The Center for Reproductive Rights (CRR), che può contare sull’apporto di decine e decine di avvocati che studiano sia la singole legislazioni nazionali sia le convenzioni internazionali al solo scopo di trovare i cavilli che permettano di forzare le leggi e di fornire le interpretazioni “corrette” ai documenti firmati dai governi sotto l’egida dell’ONU. Il CRR è collegato a numerose organizzazioni non governative nazionali che si avvalgono della sua consulenza: obiettivo principale sono le legislazioni dell’America Latina — che ancora sono le più favorevoli alla vita — ma il CRR ha avuto una parte importante anche nella prima stesura delta Costituzione del neonato stato del Kosovo, dove si cercava di introdurre in modo subdolo sia l’aborto sia il matrimonio omosessuale. Solo pochi mesi fa, in marzo, il CAR ha pubblicato un documento (“Bringing Rights to Bear”, fare dei diritti una realtà) in cui intende dimostrare che, in base a una sane di raccomandazioni fatte dalle Commissioni ONU, i singoli Paesi sarebbero obbligati a legalizzare l’aborto in quanto parte degli impegni giuridici internazionali sottoscritti.

Il CRR, creato nel 1992, è da sempre in prima linea nel condurre una strategia “mascherata” per ridefinire il diritto alla vita, ma è soprattutto dopo la metà degli anni ‘90 che la sua azione ha moltiplicato la propria efficacia. Il motivo e soprattutto nel fatto che l’azione del CRR diventava strategica per un gruppo di agenzie dell’ONU che, dopo le Conferenze internazionali del Cairo (sulla popolazione, 1994) e di Pechino (sulla donna, 1995), aveva deciso una strategia per integrare l’ideologia radicale nel diritto internazionale in materia di diritti umani (della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ai trattati più recenti). Tale strategia è il risultato di una conferenza tenutasi nel dicembre 1996 a Glen Cove, New York, organizzata da Fondo Onu per la Popolazione (UNFPA), Alto Commissariato per i Diritti umani e Divisione Onu per la Promozione della Donna (DAW). Tutti i dettagli di questo incontro e della strategia messa in atto si possono leggere in un interessante libro bianco pubblicato dal Catholic Family and Human Rights Institute dal titolo “Rights by Stealth”. Ciò che è comunque importante sapere è che in questa strategia è fondamentale il ruolo delle organizzazioni non governative che in ogni Paese si incaricano poi di pressare governi e parlamenti, anche attraverso iniziative giudiziarie. L’America Latina è piena di esempi al proposito e non solo per quel che riguarda l’aborto: basti ricordare che in Colombia l’eutanasia è stata introdotta da una sentenza della Corte Costituzionale undici anni fa malgrado la forte opposizione sociale. Tanto che soltanto in questi mesi il Parlamento sta dando seguito a quella sentenza con una legge che, al momento in cui scriviamo, attende l’approvazione definitiva in Parlamento.

La stessa strategia viene seguita nell’ambito dell’Unione Europea, come ad esempio nel tentativo di eliminare la possibilità dell’obiezione di coscienza del personale sanitario in materia di aborto (cfr. Il Timone, n. 51, pp. 18-19) o di imporre la legalizzazione dei matrimoni omosessuali.

Se questo è l’orizzonte in cui ci si muove, appare evidente che se ne debba tenere ben conto in Italia nel momento in cui si propone una legge sul fine vita. Non c’è dubbio che qualsiasi minimo cedimento nella direzione voluta dalla succitata lobby non potrà che incoraggiare altre iniziative giudiziarie e rafforzare il “partito della morte”. (Riccardo Cascioli, Il Timone, n. 77, Novembre 2008)

 

 

 


 

"Il dibattito sulla vita umana. Aperti alla ragione senza fondamentalismi".

Le tematiche di natura etica rimarranno in primo piano per ancora molto tempo. Pensare che si possano ridurre a un dibattito televisivo di pochi minuti o a un lancio di agenzia non può rendere ragione della profondità che questi temi richiedono. Alla base è necessaria, in primo luogo, la competenza su quanto si discute, superando spinte emotive suscitate, volta per volta, da singoli casi.

L'importanza della posta in gioco non può sfuggire a nessuno: né allo scienziato che vuole procedere alla sperimentazione, né al legislatore che con le sue leggi crea di fatto una cultura. Pensare che su tali questioni la competenza sia esclusiva degli uomini di scienza porta con sé un vizio di fondo che è difficile negare.

Non esiste una posizione neutrale della scienza: in nessun ambito, e tanto meno in quello che tocca direttamente la vita umana, che come tale comporta delle implicazioni etiche. La scienza vive di ricerca e non avremmo raggiunto alcune tappe fondamentali del progresso attuale senza il suo apporto faticoso, a volte difficile, ma sempre necessario.

La scienza, tuttavia, non vive senza regole; alcune le raggiunge a partire da sé, altre deve necessariamente richiederle. Una scienza che volesse sperimentare sulla vita umana senza sentire il bisogno di un richiamo etico si porrebbe da se stessa fuori gioco, perché presterebbe il fianco al sospetto di essere al servizio del potente di turno e non del bene di tutta l'umanità.

È inutile ricordare che anche l'economia e la finanza - che hanno investito e investono molto in questi ambiti - hanno loro pure bisogno di criteri etici. Quando oggetto di sperimentazione è l'uomo, allora gli stessi scienziati devono convincersi che è necessario l'apporto di quanti avanzano una competenza antropologica. Questa esigenza non può essere rifiutata, e tanto meno schernita o emarginata.

Davanti alla promozione e alla difesa della vita umana non si deve parlare di ingerenza nei confronti degli Stati, né esistono ragioni di opportunità politica per impedire di esprimere un giudizio in proposito. La libertà degli Stati nel legiferare in materia bioetica non può certo essere intaccata da elementi esterni ai propri sistemi giuridici. Allo stesso modo, la libertà della Chiesa di esprimere il proprio insegnamento non può essere limitata dall'arroganza di alcuni scienziati o intellettuali, i quali ritengono che su tali contenuti non dobbiamo parlare.

La vita possiede per i cristiani una sua sacralità perché è innanzi tutto mistero, e dal suo inizio sino alla sua fine evidenzia quanto la natura abbia in sé qualcosa di talmente inintelligibile, che ancora sfugge all'analisi più critica e alla macchina più precisa e, proprio per questo, deve essere rispettata da tutti.

Quando si parla di vita umana, insomma, non si è mai in presenza di pura materia manipolabile; c'è in essa una dignità intrinseca che merita almeno il rispetto.

Che senso ha dividersi sulla necessità di difendere la vita quando tutti ne sentiamo profondamente la responsabilità per il suo giusto sviluppo e per la conservazione della sua dignità? Non saranno le vaghe promesse di guarigione che alcuni avanzano, sapendo pietosamente di mentire, a poter permettere l'utilizzo di embrioni per la ricerca, fossero anche quelli che per l'avidità di alcuni sono stati congelati e di cui ora ci si ricorda come panacea, per suscitare ulteriori emozioni.

Su alcune questioni vitali tacere sarebbe ipocrita e questo non ci appartiene. Molte cose si possono rimproverare agli uomini di Chiesa in diversi momenti della sua storia bimillenaria, ma su questi temi la nostra posizione permane da sempre cristallina, immutata e proprio per questo credibile.

Non siamo soliti fare promesse che non possiamo mantenere. Qualcuno potrà sorridere davanti alla nostra fede. Ne siamo abituati. Da duemila anni veniamo sbeffeggiati e fino ai nostri giorni proprio per questo motivo molti cristiani vengono uccisi ed emarginati. Ma questa è la nostra forza e ci rende - come disse Paolo vi davanti alle Nazioni Unite - esperti in umanità.

Se altri trovano le loro certezze nella scienza non troveranno certo in noi degli oppositori. Solo desideriamo con grande rispetto ricordare che anche la scienza non ha certezze definitive e che il mistero dell'esistenza umana, con le sue domande inevitabili di senso, vale anche per loro. Non necessariamente dovranno dare ascolto alla Chiesa cattolica, ma se mantengono aperta la loro ragione e danno spazio alla forza del ragionamento a noi basta: non andranno lontano dalle nostre posizioni.

Questo, alla fine, sarà anche lo spartiacque per verificare chi aderisce a fondamentalismi confessionali o laicisti; questi infatti non servono per approdare a una visione condivisa per la salvaguardia e il rispetto della vita umana.

Ciò di cui abbiamo maggiormente bisogno è la capacità di ascoltare gli uni le ragioni degli altri. Questo è un punto fermo. Al contrario non è per nulla vero che abbia ragione chi grida di più, forse perché a corto di argomentazioni, oppure chi sbandiera un consenso scientifico che non si vede all'orizzonte. (Mons. Rino Fisichella, ©L'Osservatore Romano, 14 novembre 2008)

 

 

 


 

È falsa una fede senza carità

“Disastrose sono le conseguenze di una fede che non si incarna nell’amore, perché si riduce all’arbitrio e al soggettivismo più nocivo per noi e per i fratelli”. Lo ha detto questa mattina Benedetto XVI, che nell’udienza generale è tornato sulla dottrina paolina della giustificazione, e in particolare “sulle conseguenze che scaturiscono dall’essere giustificati per la fede”. Benedetto XVI ha messo in guardia da alcuni fraintendimenti sulla teoria della giustificazione, che già nella comunità di Corinto avevano fatto credere che “ci è lecito creare divisioni nella Chiesa, celebrare l’Eucaristia senza farci carico dei fratelli più bisognosi, aspirare ai carismi migliori senza renderci conto che siamo membra gli uni degli altri”. “A che cosa si ridurrebbe una liturgia rivolta al Signore – si è chiesto il Santo Padre – senza diventare, nello stesso tempo, servizio per i fratelli, una fede che non si esprimesse nella carità?”. “La centralità della giustificazione senza le opere, oggetto primario della predicazione di Paolo – ha spiegato, in sintesi, Benedetto XVI – non entra affatto in contraddizione con una fede operante nell’amore”. Al contrario, “giustificati per il dono della fede in Cristo, siamo chiamati a vivere nell’amore di Cristo per il prossimo, perché è su questo criterio che saremo alla fine della nostra esistenza giudicati”.

La fede cristiana “non è pensiero, non è un’idea, è comunione, e perciò diventa conformità con Cristo”, ha detto il Papa a braccio, e ha proseguito: “Una fede senza carità non sarebbe una vera fede, sarebbe una fede morta”. L’amore di Cristo – ha detto ancora fuori testo Benedetto XVI – “ci sostiene fino a tormentarci, perché spinge ciascuno di noi a vivere non più per se stesso, ma per colui che è morto e risorto per noi”. In questa prospettiva, si comprende come “l’etica cristiana non nasce da un sistema di comandamenti, ma è una conseguenza della nostra amicizia con Cristo, e questa amicizia ci mostra la vita”. “Dobbiamo prendere rinnovata coscienza che, proprio perché giustificati in Cristo, non apparteniamo più a noi stessi, ma siamo diventati tempio dello Spirito e siamo perciò chiamati a glorificare Dio nel nostro corpo”, ha ammonito il Santo Padre, secondo il quale “sarebbe uno svendere il valore inestimabile della giustificazione se, comprati a caro prezzo dal sangue di Cristo, non lo glorificassimo con il nostro corpo”. No, quindi, alla “svalutazione della vita personale e comunitaria”. “Lasciamoci raggiungere dall’amore folle di Dio per noi”, la conclusione della catechesi, sempre a braccio: “Niente e nessuno potranno mai separarci dal suo amore. Questa certezza sia la forza per vivere realmente la fede che opera nell’amore”. (Da Blog Nella Piazza, 26 Novembre 2008)

 

 

 


 

Speculazioni sul cibo in Kenya. La voce della Chiesa

"Condanniamo con forza" quanti hanno artificiosamente aumentato i prezzi degli alimenti. Con questa espressione monsignor Boniface Lele, arcivescovo di Mombasa, in Kenya, denuncia la grave situazione patita dalle popolazioni, già segnate da antiche e nuove povertà.

"Siamo rimasti scioccati nell'apprendere che alti funzionari governativi e uomini d'affari sono responsabili dell'aumento artificioso dei prezzi dei generi alimentari", afferma il presule in una nota inviata all'Agenzia Fides.

Secondo le inchieste della stampa locale, alcuni funzionari governativi avrebbero di proposito provocato la penuria di mais e farina di granturco in diverse parti del Paese. Una speculazione su beni di prima necessità che penalizza le fasce più povere della popolazione, specialmente bambini e anziani.

"Così - afferma la nota - un pacchetto di due chili di farina di granturco è venduto al dettaglio a centoventi scellini, quando fino a una settimana fa costava in media ottantacinque scellini".

L'arcivescovo Lele nota che oltreché della farina di granturco, le indagini di mercato condotte dall'Ufficio sviluppo della diocesi di Bombasa indicano un forte aumento dei prezzi di altri prodotti alimentari di base tra giugno e novembre 2008.

L'aumento dei prezzi include quello dei fagioli, del pane, della farina di grano e dello zucchero. È inoltre scoraggiante constatare che, sottolinea il presule, "mentre il prezzo del petrolio e della benzina è sceso di quasi del cinquanta per cento sui mercati internazionali, i prezzi del carburante in Kenya rimangono elevati, con una riduzione di soli sette scellini".

"Come Chiesa cattolica - prosegue la nota - ci identifichiamo con e parliamo per i poveri, i senza voce, gli oppressi e ci facciamo sostenitori di una società, che sia giusta, dove i bisogni fondamentali siano rispettati. Non possiamo rimanere in silenzio, con migliaia di persone alla fame a causa delle azioni di una piccola cricca di personalità di rilievo".

Secondo l'arcivescovo di Mombasa "l'accumulo individualistico incessante di ricchezze a scapito di un miliardo di persone che soffrono, può solo portare a un conflitto infinito". Ci sarà la vera pace solo quando a tutti i keniani "potranno essere garantiti i prodotti alimentari e le altre necessità di base".

Il presule, insieme con i fratelli nell'episcopato del Kenya, i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i missionari e tutte le componenti ecclesiali, condanna "con la massima, fermezza il silenzio" su questa crisi e la incapacità di prendere misure nei confronti di singoli individui corrotti che sono la fonte della crisi alimentare. La situazione che stanno patendo le popolazioni del Kenya è immorale e inaccettabile".

L'arcivescovo di Mombasa rivolge un pressante appello al Governo perché "conduca una vera lotta alla corruzione e arresti le persone responsabili del racket del cibo. Non vi è alcuna giustificazione perché gli autori di questi odiosi reati economici non vengano arrestati e portati di fronte a un tribunale di diritto. Ciò servirà a dissuadere altri dal contare sull'impunità".

Per uscire dalla crisi, che sta lacerando il tessuto sociale e le prospettive di bene comune e per dotare il Kenya di un'agricoltura il più possibile efficiente, il presule suggerisce alcune proposte concrete:  "È responsabilità del Governo intervenire e garantire che i prezzi delle materie prime di base, come la farina di granturco, siano accessibili a tutti. Questo può essere fatto rimuovendo le inutili tassazioni sui beni di prima necessità ed esercitando pressioni sulle compagnie petrolifere per ridurre i prezzi del carburante. È giunto il momento per il Governo di affrontare seriamente il problema a lungo termine dell'insufficiente produzione alimentare".

E ancora suggerisce monsignor Lele:  "I nostri leader devono mettere in atto misure per sostenere gli agricoltori locali mediante l'introduzione di sovvenzioni agricole al fine di promuovere l'agricoltura. Queste misure porteranno a un aumento dei raccolti, ad accrescere le riserve nazionali di cibo e a far guadagnare al Paese valuta estera attraverso le esportazioni alimentari. Questo non è un sogno".

L'arcivescovo, a questo punto, indica un esperienza socio-politica, dai risultati confortanti, di un Paese confinante:  " Il Malawi, il nostro vicino dell'Africa meridionale, ha seguito questo percorso registrando un grande successo. Il Malawi - sottolinea il presule - ci ha dimostrato che quello che è necessario per garantire la sicurezza alimentare è la volontà politica e una leadership con una visione e priva di egoismo".

Secondo l'arcivescovo di Mombasa "il ministero dell'Agricoltura può aumentare la produzione in regioni aride e semi-aride. Questo può essere fatto attraverso la fornitura di letame, l'irrigazione e informando gli agricoltori sulle opportune tecniche di allevamento".

Ma i molti problemi del Kenya - conclude il documento - e in particolare quello alimentare, oltre la buona volontà dei governanti e le possibili soluzioni di ordine operativo, devono essere affrontati a partire dalla riscoperta della politica come servizio all'uomo, nel rispetto della sua dignità e delle sue attese di giustizia e di carità.  (©L'Osservatore Romano - 28 novembre 20008)

 

 

 


 

Il Vangelo non soffoca ma valorizza la cultura di un popolo

"Africani e cattolici". È questa l'identità dei centri culturali del Continente tratteggiata da padre Bernard Ardura, segretario del Pontificio Consiglio della Cultura, nel suo intervento di apertura sul tema "La nostra identità culturale:  un'eredità di valori, una capacità di dialogo", del secondo incontro dei direttori dei centri culturali cattolici d'Africa, che si svolge dal 26 al 29 novembre a Ouagodougou in Burkina Faso.

"Africani e cattolici:  offrite la prova - ha detto padre Ardura - che l'espressione più autentica dell'anima di un popolo si rivela quando è toccata dal Vangelo di Cristo che la purifica e le conferisce una nuova fecondità, poiché la Buona Novella si inserisce sempre in una cultura locale e le permette di trasformare la vita quotidiana per mezzo dei valori evangelici che contribuiscono ad arricchire il patrimonio costituito nel corso dei secoli da costumi e da tradizioni".

Ogni Paese e ogni comunità ha una sua specifica cultura. Ciò è tanto più vero in Africa, dove i gruppi etnici e le lingue parlate sono molto numerose. Al di là di questa varietà, l'Africa possiede "un fondo comune di valori tradizionali che esprimono le ricchezze fondamentali del genere umano". Nonostante i rischi della mondializzazione, padre Ardura ha invitato i direttori dei centri culturali a far sì che l'identità culturale non sia "un monumento del passato", perché "i nostri valori non sono dei pezzi da museo: occorre che oggi siano una risorsa per irrigare le società contemporanee". Fin dai primi secoli, anche i cristiani hanno recepito gli apporti provenienti da culture e da tradizioni religiose d'origine giudaica e perfino pagana. "Questa è una realtà storica di cui dobbiamo scoprire la profonda dimensione religiosa". Il messaggio evangelico, ha precisato padre Ardura, deve essere presentato alle differenti culture "affinché germoglino e portino un frutto abbondante". "Non solo la trasfigurazione dei nostri valori per mezzo di Cristo - ha aggiunto il segretario del Pontificio Consiglio - non implica una perdita della nostra identità culturale, ma tende anche a valorizzare la cultura locale, stimolandola e aiutandola a produrre nuovi frutti e a un livello più elevato, al quale permette di accedere la presenza di Cristo con la grazia dello Spirito Santo e la luce del Vangelo".

Questo significa che i centri culturali cattolici hanno una missione educativa. "Essi devono - ha affermato il religioso premostratense - attingere alle immense risorse culturali e morali, religiose e artistiche dell'Africa, affinché gli africani restino sempre coscienti della loro identità culturale tradizionale, aprendosi a quanto vi è di meglio nell'insieme della società umana. Voi ne fate l'esperienza, in quanto cristiani. Il Vangelo di Cristo, che è un'istanza critica di tutte le culture, richiede una reinterpretazione e degli adattamenti del nostro patrimonio culturale al fine di promuovere i valori che le costituiscono e che sono più in armonia con la vocazione e la dignità della persona umana. Siccome è nella vostra cultura che siete chiamati a vivere e a esprimere la vostra fede cristiana, dovete essere particolarmente attenti a ben conoscere e a trasmettere questo patrimonio che è la vostra ricchezza e la vostra identità".

In particolare, padre Ardura ha sottolineato come la cultura debba condurre la persona umana alla sua piena realizzazione nel suo rapporto alla trascendenza e impedire che si dissolva nel materialismo e nel consumismo. Per quanto riguarda l'inculturazione, essa "ha per scopo di insegnarci a parlare la lingua di Dio nelle lingue degli uomini, in modo che tutti possano lodare il Padre dei cieli nella loro propria cultura. Così dobbiamo imparare a dialogare con coloro che ci appaiono differenti eppure appartengono fondamentalmente, come noi, all'unica natura umana. Aggiungiamo che in quanto cristiani, siamo convinti che l'altro, tutti gli altri, appartengono già o sono ordinati a far parte dell'unica Chiesa famiglia di Dio".

Davanti alle sfide della mondializzazione, c'è sempre il rischio "di identificare in maniera esclusiva la nostra propria cultura con il nostro Paese, la nostra regione, la nostra etnia, il nostro villaggio, ma questo genere di risposte priva in qualche modo la nostra identità culturale della sua capacità di dialogo con le altre culture". Rivolgendosi ai direttori presenti, padre Ardura ha concluso dicendo che i centri culturali cattolici "hanno per prima missione di essere delle scuole d'umanità, dei luoghi privilegiati della formazione delle persone e della società".  (©L'Osservatore Romano - 28 novembre 20008)

 

 

 


 

Ad un anno dalla pubblicazione dell’Enciclica “Spe salvi”

Spe salvi facti sumus, “Nella Speranza siamo stati salvati”: Benedetto XVI prende spunto da un passo della Lettera di San Paolo ai Romani per sviluppare la sua riflessione sulla fisionomia della speranza cristiana. E sottolinea innanzitutto la sua stretta connessione con la fede. La speranza, spiega il Papa, è un dono capace di cambiare la vita di chi lo riceve. Ma in che cosa, dunque, consiste questa speranza?

Ecco come Benedetto XVI ne delinea il tratto fondamentale nell’Angelus del 2 dicembre del 2007: “Consiste in sostanza nella conoscenza di Dio, nella scoperta del suo cuore di Padre buono e misericordioso. Gesù, con la sua morte in croce e la sua risurrezione, ci ha rivelato il suo volto, il volto di un Dio talmente grande nell’amore da comunicarci una speranza incrollabile, che nemmeno la morte può incrinare, perché la vita di chi si affida a questo Padre si apre sulla prospettiva dell’eterna beatitudine”.

Una speranza “affidabile”, dunque, di cui l’uomo ha bisogno anche in un tempo segnato da un tumultuoso sviluppo tecnologico: “Lo sviluppo della scienza moderna ha confinato sempre più la fede e la speranza nella sfera privata e individuale, così che oggi appare in modo evidente, e talvolta drammatico, che l’uomo e il mondo hanno bisogno di Dio – del vero Dio! – altrimenti restano privi di speranza”.

La scienza, riconosce il Santo Padre, “contribuisce molto al bene dell’umanità, - senza dubbio - ma non è in grado di redimerla”. L’uomo, avverte, “viene redento dall’amore, che rende buona e bella la vita personale e sociale”: “Per questo la grande speranza, quella piena e definitiva, è garantita da Dio, dal Dio che è l’amore, che in Gesù ci ha visitati e ci ha donato la vita, e in Lui tornerà alla fine dei tempi. E’ in Cristo che speriamo, è Lui che attendiamo!” (Alessandro Gisotti, Radio Vaticana, 25 novembre 2008)

 

 

 


 

La Parola di Dio unica base credibile per la missione della Chiesa

Nel corso del mio anno sabbatico mi è parso opportuno essere presente a Roma, durante il Sinodo dei vescovi dedicato a un più profondo apprezzamento e a una rinnovata affermazione della "Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa".

Infatti, alcuni argomenti sono fondamentali dal punto di vista teologico e pertinenti da quello pastorale. Non solo ho seguito i resoconti e i commenti esaustivi sulle pagine de "L'Osservatore Romano" ma ho anche avuto il privilegio di partecipare a una delle sessioni sinodali mattutine. È successo la mattina in cui il Santo Padre ha voluto rivolgersi ai partecipanti al Sinodo, rendendo dunque quell'occasione particolarmente memorabile per me.

Queste sono alcune riflessioni preliminari basate sulla lettura attenta e su conversazioni con alcuni partecipanti al Sinodo. Com'è naturale, le mie impressioni rispecchiano un po' la visione che ho della situazione teologica e pastorale negli Stati Uniti. Tuttavia, come il Sinodo ha dimostrato, la vita della Chiesa nel mondo e quella della Chiesa negli Stati Uniti condividono numerose speranze e molti interessi.

Innanzitutto ho avuto la forte impressione che il Sinodo sia stato una profonda esperienza ecclesiale, in primo luogo, com'è ovvio, per i partecipanti, ma anche, tramite loro e i mezzi di comunicazione sociale, per l'intera Chiesa cattolica. Vescovi e teologi, laici e membri del clero, donne e uomini, rappresentanti di altre comunità cristiane hanno condiviso tre intense settimane. Si sono reciprocamente arricchiti attraverso le loro esperienze, idee, opinioni e interessi. Lo hanno fatto formalmente con le dichiarazioni e con dibattiti svoltisi in gruppi linguistici più piccoli. Tuttavia lo hanno fatto anche in maniera informale durante le pause per il caffè o i pasti. La Parola di Dio si è riflessa nelle numerose parole della famiglia umana, mostrando la sua variegata ricchezza e forza trasformatrice: suaviter et fortiter.

Una delle idee più importanti emerse nel corso del Sinodo è stata quella relativa alla necessità di comprendere le dimensioni della "Parola di Dio". Nel linguaggio teologico è un "concetto analogo". Quindi la "Parola di Dio" non si può semplicemente identificare con le sacre Scritture. Queste ultime sono le testimoni privilegiate della Parola di Dio, ma quest'ultima trascende persino la sua incarnazione biblica.

Infatti, in ultima analisi, la Parola di Dio è una Persona. È Gesù Cristo stesso l'incarnazione piena e definitiva della Parola di Dio. A questo proposito nessun verso biblico è più importante di quello evangelico di "E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Giovanni 1, 14). In Gesù Cristo, nella sua vita, morte e resurrezione, la Rivelazione di Dio trova la sua espressione perfetta e ottiene la riconciliazione del mondo.

In modo significativo questa realizzazione colma di fede implica che il cristianesimo è definito "religione del libro" solo impropriamente. Per quanto la testimonianza biblica di Gesù sia preziosa e indispensabile, il cristianesimo è più precisamente la "religione della persona": la persona di Gesù Cristo che, attraverso di sé, esorta tutti alla comunione interpersonale.

Un'ulteriore conseguenza, rilevata da numerosi vescovi, è che Gesù Cristo offre ai cristiani la "chiave ermeneutica" per comprendere le Scritture. La Bibbia non è una raccolta di libri fra i più disparati del mondo antico. Essa trova in Gesù il suo "principium": il suo principio interpretativo perché, in quanto Parola di Dio, è anche la sua origine e il suo obiettivo.

Dalla relatio di apertura del cardinale Ouellet, passando per l'intervento del Papa, fino alle proposte conclusive presentate al Santo Padre, questo riconoscimento ha portato a insistere sulla necessità di impiegare vari metodi di interpretazione scritturale. Il metodo cosiddetto storico-critico è indispensabile, perché la Parola di Dio è veramente entrata nella storia umana: nato durante il regno di Cesare Augusto e crocifisso sotto Ponzio Pilato. Come ha dichiarato il Santo Padre: "La storia della salvezza non è una mitologia, ma una vera storia ed è perciò da studiare con i metodi della seria ricerca storica".

Per lo stesso motivo un metodo esclusivamente storico-critico ha seri limiti. La Parola di Dio, della quale la Bibbia reca testimonianza, trascende chiaramente la dimensione storica per accogliere il proposito di Dio per il mondo. La Bibbia non è solo relegata al passato, ma sfida il presente e dà accesso a una realizzazione futura.

Quindi il metodo storico-critico deve essere accompagnato da uno teologico-spirituale che affermi l'unità delle Scritture e riconosca che, attraverso il mistero pasquale di Cristo, si è riversato lo Spirito Santo ed è cominciata una nuova creazione.

Di conseguenza, il contesto adeguato e privilegiato per ascoltare la Parola di Dio è la liturgia ecclesiale, in particolare l'Eucaristia. Vi viene rappresentata l'unità dei Testamenti e celebrata la presenza del Cristo vivo, che svela il significato delle Scritture. Vi diviene chiaro che è in seno alla comunità di fede e alla sua tradizione che la Parola di Dio continua a nutrire il popolo di Dio in ogni epoca fino al ritorno della gloria di Dio.

Da questo punto di vista il Sinodo ci ha lanciato due sfide urgenti. La prima riguarda il fatto che tutti i membri della Chiesa sono chiamati ad appropriarsi in modo disciplinato della Parola di Dio nella loro vita quotidiana, facendosi da essa guidare e sostenere. Da qui sono derivate le frequenti esortazioni del Sinodo allo sviluppo e alla diffusione di una lettura spirituale della Bibbia che vada oltre il nome generico di lectio divina. Sebbene siano necessari modalità e metodi differenti per soddisfare le esigenze dei diversi interlocutori e delle diverse situazioni culturali, un requisito permanente è la necessità per tutti, soprattutto per quanti sono immersi in culture occidentali spesso frenetiche, di acquisire familiarità con il silenzio. Solo con un silenzio vigile possiamo udire la Parola di Dio con rinnovato vigore.

La seconda sfida è il bisogno urgente di compiere sforzi creativi per ricreare i vincoli fra esegesi e teologia sistematica, oppure, più concretamente, fra esegeti e teologi. Questo è particolarmente difficile nel contesto attuale dell'università tanto dedita alla ricerca specialistica, che spesso separa invece di unire. Ciononostante, si tratta di un imperativo. Come afferma il Santo Padre nel suo intervento al Sinodo: "Dove l'esegesi non è teologia, la Scrittura non può essere l'anima della teologia e, viceversa, dove la teologia non è essenzialmente interpretazione della Scrittura nella Chiesa, questa teologia non ha più fondamento".

Un altro argomento che ha suscitato grande interesse al Sinodo è stato quello della predicazione. I vescovi sanno bene che la Parola di Dio deve essere frazionata e condivisa con il popolo di Dio, proprio come il pane eucaristico. È evidente che ciò assume forme diverse secondo l'età e la formazione delle persone a cui è rivolta, ma una caratteristica comune che scaturisce dalla meditazione sulla Parola di Dio nella sua realtà trascendente è che le omelie dovrebbero essere "mistagogiche", vale a dire condurre l'assemblea a un incontro donatore di vita con Gesù Cristo, il Verbo Incarnato.

Penso che il Papa stesso offra una guida preziosa a proposito di questa predicazione mistagogica. Le sue omelie, così attente alla situazione concreta e alle sensibilità di chi le ascolta, cercano sempre di promuovere un rinnovato apprezzamento dell'altezza, dell'ampiezza, della lunghezza e della profondità dell'amore di Cristo per il suo corpo, la Chiesa, e, attraverso di essa, per il mondo intero. Benedetto XVI, nelle sue omelie, mira ad avvicinare quanti lo ascoltano al mistero pasquale di Cristo, in cui essi non sono meri osservatori, ma partecipanti.

Questa predicazione mistagogica è in sé potenziata e rafforzata dalla qualità estetica del luogo in cui si compie. Questo tema è emerso spesso al Sinodo, ma gli è stata accordata un'importanza particolare nel discorso del Patriarca ecumenico, Bartolomeo i. Nella fede incarnazionale della Chiesa, la Parola di Dio non viene solo ascoltata, ma anche vista. Su di essa si medita guardando icone e immagini. Bartolomeo ha detto delle icone: "Ci incoraggiano a cercare lo straordinario dell'ordinario".

Per questo è stato provvidenziale che, svolgendosi il Sinodo in Vaticano, si sia organizzata nello splendido spazio espositivo romano delle Scuderie del Quirinale una mostra magnifica sull'artista veneziano del primo Rinascimento Giovanni Bellini (1435?-1516). Nei suoi meravigliosi ritratti Madonna con Bambino, Crocifissione e Resurrezione di Cristo, lo straordinario e l'ordinario si sono integrati in modo affascinante, in quanto ognuno getta luce sull'altro, o meglio, la luce di Cristo ha trasfigurato tutto, rivelando l'autentica dignità e il vero destino dell'ordinario.

I dipinti del Bellini, fortemente influenzati dalla tradizione iconica orientale, sono uno splendido commento alla Parola Incarnata di Dio, unendo indissolubilmente la lettera e lo spirito. Si può sostare di fronte a molti dei suoi dipinti e praticare la lectio divina, traendo dalla loro grazia e bellezza acqua per anime assetate.

Alla fine del Sinodo, un vescovo mio amico ha osservato che, a suo parere, esso ha rappresentato da parte della Chiesa una "ricezione" nuova e più profonda della Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione Dei Verbum. Se ha ragione, e credo di sì, è un momento molto importante. Infatti, delle quattro Costituzioni, vale a dire dei più importanti documenti del Concilio vaticano II, la Dei Verbum è forse la meno apprezzata e studiata, sebbene sia assolutamente fondamentale.

Nella sua relatio di apertura del Sinodo, il cardinale Ouellet ha detto molto. Ha parlato della rinnovata comprensione nella Dei Verbum della rivelazione come "dinamica e dialogica". Tuttavia ha ammesso che il documento non è stato recepito a sufficienza e non ha ancora recato i suoi frutti.

Quando ci si chiede come questo sia potuto accadere, un possibile indizio è offerto proprio dal cardinale Ouellet nella sua relatio, nella quale afferma, in modo un po' provocatorio, che "l'ecclesiocentrismo è estraneo alla riforma del Concilio". Ora, è possibile che troppi dibattiti e contrasti conciliari siano stati eccessivamente ecclesiocentrici? Abbiamo avuto la tendenza a dimenticare che Cristo, non la Chiesa, è la luce del mondo (Lumen gentium)? Nel sottolineare la necessità della partecipatio actuosa alla liturgia ci siamo accontentati di leggerla solo in termini di funzioni liturgiche invece che come chiamata a penetrare più in profondità nel mistero pasquale di Cristo? A volte, la legittima insistenza sul ruolo dell'assemblea nell'azione liturgica ha messo in ombra il soggetto primario che è Cristo, che si offre al Padre e permette al popolo di Dio di condividere il suo sacrificio perfetto?

La riforma del Concilio è cristocentrica, non ecclesiocentrica. Solo attraverso Cristo la Chiesa è introdotta nella comunione della santissima Trinità che è vita eterna. È questo il centro del messaggio della Dei Verbum e il Sinodo appena conclusosi ci offre la possibilità provvidenziale di ricevere nuovamente questo Vangelo salvifico.

Molto spesso, dopo il Concilio, ci siamo sentiti dire di doverci "appropriare" della tradizione ecclesiale, di doverla fare nostra. Tuttavia a un livello più profondo e impegnativo sarebbe meglio dire: dobbiamo far sì che la tradizione si appropri di noi, permettendo alla Parola di Dio di trasformarci. Questo farsi possedere quotidianamente dalla Parola è la vita della Chiesa e l'unica base credibile per la sua missione. (Robert Imbelli, ©L'Osservatore Romano - 27 novembre 2008)

 

 

 


 

23 novembre 2008

 

Scrittori, quel tabù su Gesù

«Di Gesù non si parla tra persone educate». Così comincia il libro di Vittorio Messori Ipotesi su Gesù, uscito 32 anni fa. Ancora oggi, però, Cristo è uno «scandalo» per il mondo, specialmente per il mondo della cultura, abitato per definizione da «persone educate» . Il pregiudizio anticristiano è talmente forte e radicato da aver condizionato pesantemente anche il mondo cattolico, in cui è diffusa l’opinione che uno scrittore cristiano debba limitarsi a rappresentare il male, le contraddizioni dell’animo umano o tutt’al più i valori del cristianesimo, trascurando Cristo. L’interesse per gli aspetti materiali della vita umana ha caratterizzato tutta la storia della Chiesa, a partire dall’incarnazione di Gesù, ovvero dal momento in cui «il Verbo si fece carne».

Tuttavia, molti scrittori che si definiscono «cattolici» sembrano aver dimenticato la centralità di Cristo.

Questo atteggiamento è tanto più significativo se si considera che ogni scrittore, inevitabilmente, esprime nelle sue opere il rapporto con ciò che per lui è Dio. Eppure, non si può ridurre la questione a un problema di fede. In diversi casi, grandi scrittori cristiani sembrano aver scelto di nascondere la figura di Cristo nella convinzione che fosse il modo migliore per permettergli di parlare ancora a un mondo ormai scristianizzato, se non a lui ostile, al livello profondo dei simboli e dei miti.

Penso in particolare a Manzoni, che nei Promessi sposi non nomina mai Gesù ma ce lo rappresenta in Lucia e diversi altri personaggi segnati dal cristianesimo; o a Tolkien, che nel Signore degli anelli tratteggia la figura di Cristo re, profeta e sacerdote rispettivamente in Aragorn, Gandalf e Frodo, come ha rilevato Andrea Monda; o a Lewis, che nelle Cronache di Narnia sviluppa l’ipotesi di un’incarnazione alternativa, mostrandoci Gesù nel leone Aslan.

Il mondo, infatti, generalmente è disposto ad accettare i valori cristiani, soprattutto quando stanno ben chiusi nei libri; ma se gli viene proposto Cristo, cioè di seguirlo fino alla croce, si mette sulla difensiva.

In pratica, di solito i critici non prendono nemmeno in considerazione autori ritenuti cristiani ( quasi sempre liquidandoli con scuse di ordine stilistico, com’è successo a Guareschi e a Chesterton), i salotti buoni e il «sistema letterario» che si identifica di serie A li tengono alla larga, le librerie laiche (e buona parte di quelle «cattoliche») non espongono i loro libri. Forse è questo che temono molti scrittori di ispirazione cristiana e cattolica?

Allargando brevemente il campo, è innegabile che diversi intellettuali credenti cerchino in vari modi l’approvazione di quel mondo laicista che può solo disprezzarli, spesso rendendosi ridicoli. Tuttavia, qualcuno potrebbe obiettare che il vero problema della Chiesa non sono i pochi intellettuali più «cattolici» che «cristiani», ma i moltissimi cristiani che pensano di essere cattolici e invece sono protestanti (non riconoscendo l’autorità del Papa, costruendosi sincretistiche religioni personali, scegliendo di seguire solo certi aspetti di Gesù e insegnamenti della Chiesa...). Ciò è sicuramente vero, ma non dovrebbe indurre gli intellettuali cristiani a chiedersi se questa situazione dipende anche da loro?

Negli ultimi anni si è registrata una significativa recrudescenza dell’anticristianesimo militante. A parte il solito tentativo gnostico di svuotare il cristianesimo dall’interno, sostituendo alla Rivelazione una spiegazione e a Dio Padre l’«eterno femminino» (vedi Dan Brown), ci sono stati attacchi oggettivamente più interessanti, come la lettura in chiave «aliena» del Vangelo da parte di Steven Spielberg. E.T. l’extraterrestre, infatti, come Gesù viene dal cielo, compie miracoli, piace ai semplici (i bambini) ma viene osteggiato dai sapienti (gli adulti), muore, risorge e torna al cielo, dopo aver detto ai suoi amici che sarà sempre con loro, nel loro cuore. Insomma, oggi che i nemici di Gesù parlano di lui esplicitamente o con efficaci metafore per screditarlo e separare sempre più persone dal suo corpo mistico che è la Chiesa, gli scrittori cristiani- cattolici possono permettersi di limitarsi ad accennare all’azione ineffabile della grazia, fare riferimento genericamente a valori che il cristianesimo condivide con altre religioni, e rappresentare quasi esclusivamente il male? (Guido Copes, Avvenire, 18 novembre 2008)

 

 

 


 

Bibbia: ripartire dall’abc

Si riparte dall’abc: «Tutti i fedeli abbiano una Bibbia», dicono i vescovi a conclusione del Sinodo. A maggioranza avevano chiesto al Papa che dopo il tema dell’Eucaristia, discusso nella precedente assise, si mettesse a fuoco La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. E l’appuntamento, tenutosi in Vaticano dal 5 al 26 ottobre, ha dato ragione della scelta. Perché in una religione fondata «non su un Libro, ma sulla Parola incarnata», come si è più volte ripetuto, «i filtri e le resistenze rendono la Scrittura talvolta ancora straniera, nonostante il cammino fatto dal Concilio a oggi». E non è scontato chiedere, come si fa nel messaggio finale, che tutti abbiano una Bibbia. Non lo è per l’Africa, dove un testo costa quanto il salario di un mese; e non lo è per i milioni di persone che ancora aspettano una traduzione nella loro lingua madre. Non è scontato nemmeno per chi una Bibbia in casa ce l’ha – dicono i vescovi –, perché la Scrittura va tolta dalla libreria e collocata sul comodino. Diventando compagna di vita, letta, studiata, pregata «sulle ginocchia della Chiesa», come diceva sant’Agostino.

Le tre settimane di lavoro – confluite nel Messaggio finale e nelle 55 proposizioni consegnate a Benedetto XVI come materiali per l’esortazione apostolica postsinodale – offrono uno spaccato interessante sullo stato di salute della Chiesa cattolica. Alcuni temi – dalla teologia alla pastorale spicciola – hanno attraversato più di altri il dibattito, all’interno di un’assemblea formata da circa 400 persone (con il 60 per cento dei 253 padri sinodali alla loro prima esperienza).

"Le tensioni tra il magistero ecclesiale e la teologia universitaria" è stato il primo dei temi "caldi", introdotto dalla relazione affidata al cardinale Marc Ouellet, arcivescovo di Quebec. Facendo riferimento alla Costituzione conciliare Dei Verbum, che parla del delicato equilibrio tra Tradizione, Scrittura e Magistero, Ouellet ha osservato che, per «il permanere di alcune tensioni, occorre proseguire la riflessione su questioni fondamentali che determinano il modo di leggere le Scritture, interpretarle e di farne un uso proficuo per la vita e la missione della Chiesa».

Tale appello ha avuto seguito nel dibattito assembleare con echi diversi: c’è chi ha messo un accento maggiore sul ruolo del Magistero (cardinali Sodano, Levada e Meisner), arrivando a chiedere alla Congregazione della dottrina della fede un documento sulla Sacra scrittura (cardinale Pell); c’è addirittura chi ha messo sul banco degli imputati l’esegesi storico-critica, accusandola di creare confusione tra i fedeli (cardinale Pengo) e chi invece, dall’altro lato, è stato applaudito per aver chiesto un maggior riconoscimento dell’importanza del lavoro degli esegeti. Una difesa, questa, che ha trovato man forte, il 14 mattina, in un intervento a sorpresa dello stesso Benedetto XVI. Il Papa, pur riconoscendo «i problemi e i rischi» che vengono dalla moderna esegesi, ha riaffermato «la necessità dell’uso del metodo storico-critico». Su questi temi il Sinodo, nelle proposizione finali, ha invitato a «superare il dualismo tra esegesi e teologia». E ha chiesto a biblisti, teologi e pastori di «incontrarsi regolarmente con lo scopo di promuovere una maggiore comunione nel servizio della Parola».

Un altro nodo affrontato in assemblea è stato la scarsa conoscenza della Parola in tutto il popolo di Dio. Certamente, dal Concilio a oggi, le esperienze di studio e di avvicinamento alla Scrittura sono cresciute. Lo hanno testimoniato soprattutto i vescovi del Sud del mondo, portando l’esperienza dei loro Paesi dove le comunità ecclesiali di base si ritrovano intorno alla mensa della Parola, spesso senza un prete che possa seguirne il cammino costantemente. O i prelati dell’Europa dell’Est, che hanno ricordato la fede delle comunità tenuta viva, sotto le dittature del secolo scorso, proprio grazie alla fedeltà e ai martiri della Scrittura. Ma la Bibbia resta ancora poco conosciuta e viene percepita come «un testo importante, ma di difficile approccio», come ha rilevato un’indagine europea condotta dall’Eurisko. Ciò avviene non solo tra i laici. Anche tra i sacerdoti, talvolta, «il tempo dello studio biblico è visto come tempo perso», ha rilevato un vescovo africano. E laddove la conoscenza non manca, talora rischia di restare pura speculazione senza contatto con la vita di fede: «Disponiamo più di studiosi e meno di uomini spirituali», ha osservato il cardinale Agostino Vallini, vicario di Roma.

È significativo che, tra le idee emerse in assemblea e trasformate poi in proposizioni – oltre alla richiesta di investire nella formazione biblica dei seminaristi, di privilegiare la conoscenza della Parola attraverso il metodo della lectio divina, di riconoscere un maggiore ruolo alle donne nella Chiesa concedendo loro il ministero del lettorato, di moltiplicare le occasioni di incontro tra Bibbia e mondo della cultura laica –, spicchi la questione della maggior cura dell’omelia. Moralistiche, sciatte, ideologiche, pretestuose, le vecchie "prediche" sono state indicate come una delle strade più dirette per raggiungere il cuore dei fedeli. Ma anche, se mal fatte, come un potenziale boomerang, che allontana e infastidisce i credenti. Da qui la richiesta ufficiale di dar vita a un «Direttorio sull’omelia».

Anche il tema del dialogo tra le Chiese cristiane e con le altre religioni è stato assai dibattuto. Vari vescovi hanno riconosciuto il lavoro insostituibile e la felice collaborazione con le Chiese della Riforma nella diffusione e nella traduzione dei testi sacri. E la preghiera del vespro, che il 18 ottobre il patriarca ecumenico Bartolomeo I ha celebrato con i padri sinodali nella Cappella Sistina, ha segnato un ulteriore passo in avanti nell’amicizia con gli ortodossi. Un riverbero di tale questione compare nelle proposizioni finali insieme con la richiesta di «intensificare le celebrazioni interconfessionali dell’ascolto della Parola» e di «promuovere incontri e dialoghi tra ebrei e cristiani», anche perché «la conoscenza della Bibbia ebraica può aiutare l’intelligenza delle Sacre Scritture da parte dei cristiani».

A proposito di ebrei, occorre rilevare che il clima di simpatia registrato in apertura del Sinodo per l’intervento del rabbino capo di Haifa, Shear-Yashuv Cohen, è stato poi turbato dalle polemiche sulla beatificazione di Pio XII, ricordato dal Papa con una solenne concelebrazione nel cinquantesimo anniversario della morte. Riguardo alle relazioni con i musulmani, invece, il Sinodo invita le Conferenze episcopali a promuovere incontri di dialogo per «conoscersi meglio e collaborare nella promozione di valori etici e spirituali». Il dialogo, secondo i vescovi, dovrà vertere sull’importanza della vita, i diritti dell’uomo e della donna, la distinzione tra ordine socio-politico e religioso nella promozione della giustizia e della pace nel mondo, la reciprocità e la libertà di coscienza e di religione. Nessun riferimento a incontri di studio comune sulle Sacre Scritture, così come è stata bocciata anche la proposta, avanzata durante i lavori, di un Forum della Parola con ebrei e musulmani. Grande preoccupazione, infine, è stata espressa per il dilagare delle sette e dei fondamentalismi.

L’assemblea non ha accettato proposte di carattere eccezionale – nessun "Congresso internazionale della Parola", per intenderci – e nemmeno quelle che potevano relegare la Bibbia nel campo ristretto degli addetti ai lavori. Lo slogan, ripetuto da tutte le latitudini, è stato uno solo: «No a una pastorale biblica specifica, sì a un’animazione biblica di tutta la pastorale». (Vittoria Prisciandaro e Annachiara Valle, Jesus, 11 novembre 2008)

 

 

 


 

Il sorprendente cammino dell'ecumenismo

"Abbiamo tante cose in comune ed è sorprendente il cammino che abbiamo fatto insieme":  il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, presente al Meeting interreligioso di Cipro, commenta così i progressi fatti in campo ecumenico tra le Chiese cristiane. Una convinzione, quella del porporato, maturata grazie anche a un documento, che sarà presentato a dicembre, sulla ricezione della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della Giustificazione del 1999. Il cardinale ha spiegato che attraverso il movimento ecumenico si "è lavorato per la pace" e che soprattutto in Europa, che ha sperimentato prima la divisione con gli ortodossi e poi la Riforma protestante, "non si può raggiungere una piena unità senza ecumenismo". "Siamo chiamati all'unità cristiana perché questo darà credibilità al nostro messaggio - ha aggiunto il cardinale - ma la riconciliazione ha anche valore politico perché dimostra che è possibile superare le ferite e le difficoltà della storia". Il cardinale Kasper ha sottolineato che l'ecumenismo non è solo "produzione di documenti", ma un processo che coinvolge la vita attraverso "l'amicizia", "l'amore reciproco" e la "costruzione di relazioni".

Durante l'incontro interreligioso organizzato a Cipro dalla Comunità di sant'Egidio, si è parlato anche del dialogo tra ebrei e cristiani, che ha raggiunto "traguardi irreversibili", ed è "inevitabile" che sia chiamato ad aprirsi alla famiglia dell'islam, secondo quanto si è affermato nel corso della tavola rotonda dedicata al tema Ebrei e cristiani:  il dialogo ineluttabile. "È indubbio - ha detto monsignor Ambrogio Spreafico, Rettore Magnifico della Pontificia Università Urbaniana - che il rapporto ebraico-cristiano, soprattutto dopo il Vaticano ii, ha raggiunto traguardi irreversibili. È nostro compito non permettere che incidenti di percorso mettano in discussione il prezioso cammino di riflessione compiuto in questi anni, pur nel rispetto della nostra diversità e nella libertà delle nostre scelte. Qui a Cipro - ha aggiunto monsignor Spreafico - nel cuore del Mediterraneo, dove l'ebraismo e il cristianesimo hanno vissuto l'uno accanto all'altro da sempre, scopriamo la forza di una vocazione che ci lega indissolubilmente, radicata in quella chiamata rivolta da Dio ad Abramo, quella di essere donne e uomini che si affidano al Dio onnipotente, Padre dell'umanità, e si fanno guidare solo da lui. Questa vocazione può essere per ognuno sorgente di umanità e di misericordia nell'incertezza e nello spaesamento del mondo". Il cardinale Theodore Edgar McCarrick, arcivescovo emerito di Washington, ha invece sottolineato che il dialogo "è inevitabile". E lo è perché "per la maggior parte della nostra storia siamo stati spiritualmente una cosa sola"; "il cristianesimo è apparso meno di 2000 anni fa", ma la storia del popolo di Israele, "il popolo scelto da Dio", è "una storia che condividiamo e senza la quale saremmo vuoti e senza scopo". "In tutto questo - ha concluso l'arcivescovo - spero di vedere la chiamata per un altro dialogo inevitabile che è il dialogo con la famiglia dell'islam. Anche loro sono figli di Abramo e accettano l'unicità di Dio che ci ama. Anche con loro dobbiamo imparare a condividere e a lavorare insieme per tutte le cose buone che Dio ci vuole fare avere e per tutte le benedizioni che derivano dal trovarci insieme qui in questo mondo sempre più piccolo che siamo chiamati a rendere un luogo di pace e armonia, dove capiremo che siamo tutti fratelli e sorelle dell'unica famiglia umana di Dio".

Un appello sentito all'"umanesimo di tutti" è stato poi rivolto ieri, a conclusione del meeting, dall'arcivescovo ortodosso di Nea Giustiniana e di Tutta Cipro, Chrysostomos. Il patriarca ha ricordato che "mentre l'Europa è unita, Nicosia è divisa dal muro" e "noi non abbiamo il diritto di far ritorno nelle nostre case". Chrysostomos si è appellato ai "sentimenti religiosi di tutti perché anche noi possiamo trovare giustizia e pace" e ha concluso dicendo che "la pace è la coesistenza della libertà di uno con la libertà di tutti gli altri:  siamo convinti che non resterete sordi a questo appello".

Un appello alla pace rilanciato già dal segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, nel messaggio inviato in occasione dell'apertura dei lavori del meeting:  "Non possiamo non essere fermamente convinti - è scritto nel messaggio che contiene anche il saluto del Papa ai partecipanti all'incontro di Cipro - che la pace, come ricorda il Santo Padre Benedetto XVI, "è insieme un dono e un compito":  dono e compito che va accolto perché proviene dalla multiforme sapienza di Dio, ma anche custodito, fatto crescere e maturare perché i rigogliosi frutti che possono scaturire da questa feconda pianta dipendono anche dalla nostra personale responsabilità e dal nostro instancabile impegno".

Che a Cipro qualcosa debba cambiare è anche la convinzione espressa dalla Comunità di sant'Egidio attraverso le parole del suo fondatore Andrea Riccardi. Si tratta di un Paese, ha ricordato Riccardi, diviso in due e dove dagli Anni '70 si sta vivendo una "situazione di dolori profondi, case abbandonate, monumenti e luoghi di culto distrutti", "in una pace che non viene mai e una guerra che è divenuta normalità". Per queste ragioni, ha proseguito Riccardi, "abbiamo scelto Cipro come tappa della carovana della pace, per favorire una cultura di pace e di riconciliazione e attirare l'attenzione su una situazione dimenticata". Riccardi ha poi reso noto che in occasione del meeting, una delegazione di leader religiosi (ne hanno fatto parte anche il rappresentante di Pax Christi Francia, i rabbini David Rosen e Israel Singer, e lo stesso monsignor Spreafico) ha incontrato e parlato con i due negoziatori del governo cipriota e della comunità turco-cipriota e con il rappresentante speciale delle Nazioni Unite. Nel corso dei colloqui sono state anche individuate "piste di lavoro" nel campo soprattutto della ristrutturazione dei luoghi sacri (chiese e moschee), colpiti dall'odio etnico. (©L'Osservatore Romano - 20 novembre 2008)

 

 

 


 

Accanto alla famiglia e ai sofferenti il futuro della Chiesa in Italia

In Italia il vincolo sociale appare friabile ed esige che sia continuamente ricostruito nel profondo delle persone. Contestualmente, in campo politico, si fa fatica a fare emergere l'ineliminabile soggettività della famiglia. La Chiesa, in tale contesto, ha e deve continuare ad avere nel suo dna un'attenzione speciale per i poveri e per i sofferenti e comunque per tutte quelle situazioni che reclamano il servizio della carità. Sono alcuni dei passaggi della lectio magistralis tenuta dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università Europea di Roma. L'intervento del porporato è stato dedicato a Il futuro della Chiesa cattolica in Italia:  "Occorre riconoscere - ha detto aprendo il suo intervento - che viviamo in tempi in cui sembra rarefarsi la capacità di inoltrarsi verso il futuro. Forse perché per la prima volta il tempo che ci sta davanti è vissuto più come una minaccia che come promessa. Ma dietro questa tristezza che si annida nello sguardo e che coinvolge spesso proprio le giovani generazioni, si nasconde a ben guardare un deficit di speranza che solo la fede riesce a colmare".

Diverse questioni sociali si pongono dunque all'attenzione dei cattolici nel Paese, dalla criminalità, con il perdurante fenomeno delle mafie, alla povertà crescente, ha affermato il cardinale. "Situazioni specificamente delicate - ha spiegato - si presentano in alcuni territori del Paese, quelli più interessati dalla malavita organizzata, dalla 'ndrangheta e dalla mafia, fenomeni che da tempo tendono peraltro a ramificarsi all'estero". Non solo in tali contesti degradati ma più in generale, ha aggiunto, "il vincolo sociale appare friabile ed esige che sia continuamente ricostruito a partire dalle persuasioni di fondo nelle persone". Per il porporato famiglia, integrazione, lavoro, casa, scuola e sanità rappresentano le altre urgenze dell'Italia di oggi, per le quali anche la Chiesa cattolica è chiamata all'impegno, a dire cioè "il suo sì" sui temi della "moralità sociale" e della "legalità pubblica", che sono "dimensioni proprie della cittadinanza rispetto ai vincoli collettivi". Permane, ha continuato nella sua lectio il presidente della Cei, "una serie di obiettive situazioni a rischio che coinvolgono la famiglia, la quale stenta a trovare una propria serenità in ambito economico e per la quale si fatica a fare emergere in campo politico la sua ineliminabile soggettività". Così come, "nel nostro Paese - ha aggiunto Bagnasco - l'integrazione, il lavoro, la casa, la scuola, la sanità presentano diffuse criticità su cui attirare la comune attenzione per affrontare e non rinviare i problemi a essi sottesi". Da qui la necessità dell'attenzione speciale "per i poveri e sofferenti e comunque per tutte quelle situazioni che reclamano il servizio della carità".

Di fronte a tali emergenze, di fronte a quella che negli anni è diventata una sorta di "deregulation educativa", è più evidente "il significato e la portata di quello che in Italia ormai da più di un decennio va sotto il nome di "progetto culturale". Sono convinto - ha aggiunto il cardinale - che questo progetto abbia ancora molto da offrire alla Chiesa e alla stessa società italiana, soprattutto se riuscirà nell'intento di mostrare la plausibilità del Vangelo in ordine alle grandi sfide della società contemporanea".

Compito della comunità cristiana è dunque quello, ha spiegato ancora il cardinale, "di far emergere dentro le aspirazioni degli uomini e delle donne di oggi i buoni sogni e i buoni desideri, fra tutti il desiderio di Dio". In questo servizio "la Chiesa in Italia appare normalmente estranea", ha detto il cardinale, a contrapposizioni ideologiche, "poiché il popolo cristiano sa coniugare insieme le differenti dimensioni e i relativi servizi ministeriali senza creare fratture o contrapposizioni". In questo senso, il presidente della Cei ha osservato come la Chiesa in Italia abbia saputo proseguire con equilibrio lungo il cammino indicato dal concilio Vaticano ii, sapendo sempre restare unita al Papa, nonostante "approcci unilaterali" che hanno fatto emergere in qualche caso "presunte antinomie", che hanno portato, "non senza gratuite semplificazioni", a "contrapporre la comunione verticale a quella orizzontale", come se non ci fosse più identità tra "la comunione eucaristica e quella gerarchica", garantita "nella Chiesa universale grazie al ministero di Pietro".

In Italia, ha detto il cardinale Bagnasco, "la secolarizzazione non è stata incontrastata, anzi gli ultimi anni - vedi il referendum sulla Legge 40 o il Family day - hanno fatto emergere momenti particolari in cui la Chiesa è riuscita ad aggregare intorno a cruciali questioni antropologiche dei consensi significativi, ben oltre la compagine credente". Ha aggiunto il porporato:  "L'Italia rappresenta un terreno favorevole per la testimonianza cristiana, perché in essa la Chiesa è una realtà molto viva che può dare risposte positive e convincenti agli interrogativi della gente". Da parte sua, la Chiesa in Italia presenta "un carattere non elitario, grazie a una presenza capillare che ancora è garantita dalla parrocchia e da una serie di esperienze riconducibili al territorio e ai vissuti della gente comune". Dunque, ha concluso Bagnasco, "si può affermare con ragionevole convinzione che la Chiesa nel nostro Paese è viva nonostante il processo di secolarizzazione l'abbia investita, senza peraltro travolgerla, anzi essa conserva una indubbia presenza sulla scena pubblica e allo stesso tempo è capillarmente diffusa tra la gente".

"Mi piace - ha concluso il cardinale - evocare un'immagine sintetica:  quella del "sagrato" come figura simbolica della Chiesa vicina e incarnata fra la gente in tutte le sue forme:  dalle parrocchie alle aggregazioni antiche e nuove. Il sagrato è stato nell'ultima stagione riscoperto nelle sue valenze religiose e civili, non solo a cerniera tra il sacro e il profano - come era stato in tempi antichi - ma anche quale luogo dell'accoglienza e dell'incontro, dell'orientamento a Dio come al prossimo. In altre parole sarà utile se lo spazio antecedente la chiesa, anziché via di fuga o spiazzo che si attraversa frettolosamente, diventi luogo del dialogo, dell'amicizia, dell'ascolto". A margine dell'inaugurazione dell'anno accademico, il cardinale ha anche risposto a qualche domanda rivoltagli dai giornalisti presenti a proposito della vicenda di Eluana Englaro, la donna in coma da oltre sedici anni per la quale la Cassazione ha deciso si possa sospendere l'alimentazione e l'idratazione. Un caso che pone con ulteriore urgenza la necessità di un intervento legislativo in materia. Su una regolamentazione normativa, il presidente della Cei ha detto di non aver posto nessuna condizione:  "Pongo - ha detto - solo la dottrina cattolica riguardo all'indisponibilità della vita". Un'eventuale legge sul "fine vita", ha aggiunto, "sarà opera di chi ha la responsabilità di farla". Ha detto il cardinale:  "Tutti noi mangiamo, senza prendere medicine:  si tratta di funzioni non curative, ma vitali". "Non mi pare - ha spiegato - che la comunità scientifica internazionale abbia una linea assolutamente certa e univoca a riguardo di questa, come di altre questioni. Per la dottrina cattolica, c'è un consenso univoco". (©L'Osservatore Romano - 20 novembre 2008)

 

 

 


 

Declino umanistico, declino dell'uomo

È opportuno chiedersi se ciò che sta accadendo da qualche mese in Italia sia un caso solo italiano, quasi si trattasse della scoperta, giunta all'improvviso e sorprendentemente, dell'ennesima e perversa anomalia del Paese. O se invece colpi e sommovimenti, da cui è scosso il nostro sistema universitario, non possano costituire i segnali che preannunciano una più profonda e generale crisi della realtà e dell'immagine di università anche in altri Paesi europei.

Che anche in gran parte dell'Europa si possano più intensamente avvertire, tra breve, i segni di una generale e profonda crisi della realtà e dell'immagine di università, non è - a mio giudizio - da escludere. Soprattutto laddove i sistemi universitari sono storicamente divenuti parte costitutiva del cosiddetto "Stato dei servizi", l'ordinario funzionamento e le necessarie linee di sviluppo di tutti gli atenei non potranno non gravare sulla crescente insostenibilità delle forme esclusivamente stato-centriche di welfare, ossia di un welfare interamente mantenuto per il presente, e più o meno fondatamente garantito per il futuro, dallo Stato. Insostenibilità economica, innanzi tutto, poiché causata dagli ostacoli che già oggi si frappongono, e sempre più si frapporranno domani, a incrementi di risorse sino ai livelli ritenuti indispensabili o ragionevolmente desiderati dalle numerose istituzioni, e dalle molteplici parti, della comunità nazionale. Insostenibilità, o quasi impossibile sostenibilità politico-sociale, in secondo luogo:  ogni significativa ripartizione delle più limitate risorse a disposizione andrà infatti effettuata tra grandi ambiti di servizi che, proprio perché nevralgici rispetto ai bisogni della generalità dei cittadini - si pensi solo, per una sin troppo facile esemplificazione, ai bisogni legati alla salute o all'ordine pubblico - ben difficilmente patirebbero di essere in dura concorrenza fra di loro. Insostenibilità, infine, che solo con poche esitazioni qui qualificherei come "istituzionale", proprio pensando allo strettissimo nesso che ha visto procedere insieme, nella storia dal Basso Medioevo sino a oggi, l'università come istituzione e il complesso di istituzioni - a partire, appunto, dallo Stato - con cui si è stabilmente - e con successo, almeno fino ai nostri giorni - organizzata la vita sociale, economica, politica, dentro e tra le comunità nazionali.

A chi è convinto dell'accelerato e fatale declino dello Stato e del sistema degli Stati, quali - nel loro ordine storicamente specifico e nella loro capacità ordinante - creatura e prodotto della cultura dell'Europa moderna, anche la sorte dell'università appare inesorabilmente segnata. Ma è davvero così? O non piuttosto l'università, che ha contribuito a far nascere, prosperare, succedere le une alle altre pressoché tutte le forme di stabile organizzazione economica, sociale e politica, in cui ancora viviamo, nuovamente si trova di fronte alla funzione e alla responsabilità di diradare le nebbie che avvolgono i grandi cambiamenti in corso, di elaborare idee e progetti con cui orientare tali trasformazioni, di creare autenticamente, mediante la ricerca e la formazione dei giovani, "cultura"?

Sì, cultura. È la funzione culturale dell'università ciò di cui oggi abbiamo soprattutto necessità. Ma tale funzione comincia a indebolirsi, e l'essenza stessa dell'università si smarrisce o si snatura, quando la prospettiva dello studium generale diventa poco più che una parola del passato; talvolta anche per chi negli atenei e per gli atenei vive e lavora. Non sono gli eventi collocati alla superficie dei cambiamenti in corso ad allontanarci sempre più dall'essenza dell'università; né il comprensibile svolgimento e l'accentuata divaricazione delle specializzazioni disciplinari; né, infine, il diverso grado con cui le ricerche in alcuni campi sono oggi socialmente più utili di altre, o tali vengono considerate dalle convinzioni e convenzioni più diffuse:  le ricerche su come renderci più belli o esteticamente meno sgradevoli sono certamente più interessanti, e attraenti da finanziare, rispetto a qualsiasi seria indagine che abbia per oggetto il più o meno recente passato. Siamo noi, nelle nostre università, a non praticare più lo studium generale, a non credere nella sua capacità di saper produrre ciò che per il presente e il domani è davvero nuovo e utile.

L'infiacchirsi dell'idea di studium generale consegue - o, più probabilmente, vi si lega in stretta interdipendenza - al declinare dell'idea di humanitas, quale architrave di ogni forma di sapere, di una "visione umanistica" quale componente indispensabile affinché ogni passo in avanti della conoscenza scientifica sia autenticamente un suo progresso.

Riflettere sull'essenza dell'università, sulle sue funzioni ancora indispensabili, sul nesso fra didattica e ricerca, significa volere e saper pensare - anche nei frangenti di questi mesi - al domani incombente di questa nostra istituzione. Ed è proprio il domani dell'università, quello immediato e quello meno vicino, che soprattutto ci deve stare a cuore.

Pur in mezzo a tante fatiche, al domani della nostra università ci siamo preparati e ci stiamo preparando nel solco rispettoso di tutta la nostra quasi secolare tradizione. Fortissima sentiamo infatti la responsabilità di corrispondere alla nostra identità, alle ragioni e alla fede grazie alle quali l'ateneo dei cattolici italiani è nato e cresciuto, a quella missione di libertà da cui - a partire dalla libertà stessa di scegliere i giovani da avviare alla ricerca scientifica e all'insegnamento - interamente dipende la fecondità del nostro servizio alla Chiesa e alla società italiana, dipende la nostra possibilità di educare quella "nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile" richiesta dal Santo Padre Benedetto XVI nell'omelia pronunciata in occasione della recente visita pastorale in Sardegna. L'educazione e la preparazione di questi laici cristiani è, per un'università come la nostra, un dovere indeclinabile.

Lungo questo solco procederemo. E, a suggello di questa determinazione, vorrei apporre l'annotazione di un grande autore che già in altre occasioni mi è parso importante richiamare. È una frase di John Henry Newman, tratta da una pagina del secondo capitolo del suo Origine e sviluppo delle Università (1856). Ricorderemo e celebreremo il cardinale Newman alla fine del prossimo marzo, con un convegno internazionale e una santa messa nella cappella maggiore, che, interamente e sapientemente restaurata anche nelle bellissime decorazioni scultoree di Giacomo Manzù da cui è adornata, si offre ora a tutti nel suo originario splendore.

Tra le moltissime possibili ho trascelto questa annotazione, poiché essa mi sembra quella che meglio illumina il cammino che abbiamo davanti e maggiormente incoraggia tutti noi che apparteniamo all'Università Cattolica del Sacro Cuore. Nell'enunciazione del cardinale Newman, se bene la meditiamo, vi sono infatti compresi l'"idea" di università e tutto il senso del nostro quotidiano operare in questa università. Eccola:  "Per natura grandezza e unità vanno insieme; l'eccellenza implica un centro. E tale (...) è l'università (...) È un luogo che conquista l'ammirazione del giovane con la sua fama, suscita l'affetto degli adulti con la sua bellezza, e fissa la fedeltà dei vecchi con le sue associazioni. È una sede della sapienza, una luce del mondo, un ministero della fede, un'Alma Mater della generazione nascente. È questo e molto di più". (Lorenzo Ornaghi, L'Osservatore Romano - 20 novembre 2008)

 

 

 


 

Il Papa: è vero che ci si salva per fede, ma se non la si contrappone a carità e amore

L’affermazione che si è giustificati per la sola fede “è vera se non la si contrappone alla carità e all’amore”. Il fondamento della divisione teologica tra protestanti e cattolici è stato evocato oggi dal Papa che, proseguendo nell’illustrazione della figura e del pensiero di San Paolo, oggi ha parlato proprio della “giustificazione” alle circa 20mila persone presenti in piazza San Pietro per l’udienza generale. In una mattinata soleggiata, ma fredda - che ha spinto ad una modifica dell’auto scoperta usata dal Papa, alla quale è stato messo un grande parabrezza, che copre anche la parte superiore – Benedetto XVI ha affrontato “un tema centrale delle controversie del secolo della Riforma”, la “questione della giustificazione, cioè come diventa giusto un uomo agli occhi di Dio”.

Paolo “era un uomo irreprensibile secondo i criteri della osservanza delle prescrizioni mosaiche”, ma “l’illuminazione di Damasco gli cambiò l’esistenza”. Il passato gli sembrò “spazzatura”: c’era una giustizia fondata sulla legge ed una basata sulla fede in Cristo. ”. E Paolo decise di “scommettere tutta la sua vita su Cristo”.

“Il rapporto tra Paolo e il Risorto è talmente profondo che Cristo non era più solo la sua vita, ma il suo vivere, al punto che perfino il morire diventava un guadagno”. “Non che Paolo disprezzasse la vita, ma il suo scopo era raggiungere Cristo”, “il Redentore era l’inizio ed il fine della sua esistenza”, “come in una gara, la corsa era verso il suo Signore”, era “correre per raggiungere colui dal quale era stato conquistato”.

Siamo di fronte a “due percorsi alternativi:; uno costruito sulle opere della legge, l’altro fondato sulla fede in Cristo”, “l’alternativa tra i due diventa motivo dominante”: “l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per la sua fede in Gesù Cristo. Paolo scriveva che “per le opere della legge non verrà mai giustificato nessuno”: “tutti abbiamo peccato, ma siamo giustificati gratuitamente per la sua grazia”, “per la fede indipendentemente dalle opere della legge”.

“Lutero – ha osservato il Papa - ha tradotto questo, affermando che si è giustificati per la sola fede”.

Ma “cos’è questa legge per la quale siamo giustificati?”. Già nella comunità di Corinto si pensava che fosse la legge morale e “la libertà cristiana sarebbe la liberazione dall’etica”. Questo è “sbagliato, la libertà cristiana non è libertinismo, non è liberazione dal fare il bene”. Cosa significa allora “la legge dalla quale siamo liberati e non salva”. “Per Paolo è la torah nella sua totalità, cioè i cinque libri di Mosè”, che “implicano nella interpretazione farisaica, quella studiata da Paolo, un complesso di comportamenti, dal nucleo etico fino alle prescrizioni rituali, che determinavano sostanzialmente l'identità dell'uomo giusto, e comprendevano la circoncisione, l’osservanza cibo puro, del sabato e cosi via”. “Sono comportamenti che compaiono già nei dibattiti tra Gesù e i suoi contemporanei”.

Il fatto è che allora era dominante la cultura ellenistica, “universale, apparentemente tollerante”, che “formava una pressione forte all’uniformità e minacciava l’identità di Israele”, “una perdita di identità anche della fede”. Contro questa minaccia “era necessario creare un muro di difesa e questo muro di opposizione che proteggeva la preziosa eredità della fede erano proprio queste osservanze”. “Paolo ha visto minacciata questa identità dalla libertà dei cristiani e per questo li perseguitava”. Ma, nel momento dell’incontro ha capito che “con Cristo il Dio di Israele, l’unico vero Dio diventa il Dio di tutti i popoli”, “il muro tra Israele e i pagani non è piu necessario, è Cristo che ci protegge contro il politeismo e tutte le sue deviazioni, è Cristo che ci garantisce la nostra vera identità nella diversità delle culture”. “E’ lui che ci fa giusti. Essere giusto vuol semplicemente dire essere con Cristo, essere in Cristo”. “Altre osservanze non sono più necessarie, basta Lui solo”.

Perciò l’affermazione che si è giustificati per la sola fede “è vera se non la si contrappone alla carità e all’amore”. "Attaccarsi a Cristo diventa necessariamente anche conformarsi a Cristo” ed “è l’amore, è entrare nel suo amore”. Paolo “parla della fede che opera per mezzo della carità”. Nella comunione con Cristo che crea la carità, tutta la fede è realizzata”. “Unico criterio è l’amore”, come testimoniano le parole sul “mi hai dato da mangiare quando avevo fame..”, “così si decide la giustizia nella carità, nell’amore”. “Non c’è contraddizione, la carità è realizzazione della fede”. “Uniti a Gesù siamo giusti e in nessun altro modo lo siamo”.

“Possiamo solo – ha concluso - chiedere di credere”, “credere diventa vita, trasformazione della nostra vita e così trasformati possiamo essere veramente giusti agli occhi di Dio”. (© Copyright Asianews, 19 novembre 2008)

 

 

 


 

La diversità dà fastidio?

Alcune notizie diventano opprimenti e forse per questo non finiscono nei titoli dei giornali, perché ci sconvolgono. Quindi è meglio passarle sotto silenzio, in modo che la nostra coscienza sia tranquillizzata ed anestetizzata. Ma la morte non concede alla coscienza tregua e tra le righe ci dice quello che non volevamo conoscere: stiamo uccidendo i nostri figli che non sono perfetti.

In una società perfettamente democratica non possiamo tollerare la diversità, che mette a rischio la fiducia in una scienza illimitata. A Firenze, in un convegno medico il professor Gianfranco Vazzoler, della Consulta di Bioetica di Pordenone, ex primario presso l’Ospedale Civile e Policlinico di Pordenone, ha svolto una relazione su "Il neonato è persona?". Ecco cosa ha detto.

“I feti, i neonati, gli infanti, i ritardati mentali gravi e coloro che sono in uno stato vegetativo permanente, cioè senza speranza, costituiscono esempi di non persone umane. Tali entità fanno parte della specie umana, ma non sono persone”. Parlando di rianimazione dei prematuri, ha aggiunto che “alcuni neonati sono neurologicamente e fisicamente così compromessi da essere impossibilitati irreversibilmente ad acquisire il loro potenziale di conquista dei diritti. Non potranno mai diventare persone e quindi il loro migliore interesse non sta nel perseguire la vita”.

Avete capito bene il significato del punto interrogativo della sua relazione? Serviva a dire che, purtroppo, il concetto di ‘persona’ non può accordarsi a tutti, ma solo a quelli sani e belli. Forse, in questo caso il termine ‘persona’ si potrebbe non attribuire anche a chi, pur potendo, non usa completamente la sua mente. Come è possibile che qualche luminare possa fare questo discorso senza che nessuno intervenga? Senza che l’Ordine dei Medici non abbia nulla da dire? Siamo al colmo della ‘cultura della morte’.

In fondo, tutte le società hanno preferito non avere rapporti con chi è diverso, perché è capace di rompere il nostro gioco: allora uccidiamolo, così purifichiamo la nostra coscienza! Infatti un ragazzo down o disabile è un costo per la società. Lo sostiene anche la società australiana. Un medico tedesco, Bernhard Moeller, sposato con tre figli, due anni fa è andato a lavorare nell’ospedale della cittadina di Horsham, nello stato di Victoria, dove è cronica la carenza di personale qualificato e dove è l’unico medico specializzato in terapia intensiva per una comunità di più di cinquantamila persone.

Moeller, in possesso di un visto temporaneo fino al 2010, si è visto negare dalle autorità per l’immigrazione il permesso permanente perché il più piccolo dei suoi figli, il tredicenne Lukas, è affetto da sindrome di Down. Oggi Lukas frequenta normalmente la scuola, gioca a calcio e a cricket, ma rischia nel tempo di rappresentare un “onere significativo” per la sanità australiana, si è sentito dire Moeller.

Qualche mese fa uguale storia in Italia. In un supermercato milanese una madre di una bambina disabile ha denunciato un episodio successo al figlio disabile, un bimbo bellissimo, ma che non parla e che ha reazioni diverse dagli altri, desiderava essere fotografato, accanto alle auto a grandezza naturale, copie di quelle del film ‘Cars’. Invece il fotografo si spazientisce perché il bimbo non si mette in posa nei due secondi due che sono dedicati a lui, gli urla, lo allontana, e nessuno reagisce. Una hostess del centro commerciale si avvicina e quando capisce, dalla mamma, che il bimbo è autistico, se ne esce con una splendida frase da incorniciare a futura memoria: “Ma se non è norlame non lo deve portare in mezzo alla gente".

Lo sapevamo che i figli erano solo costi per le nostre società, ma purtroppo fino a questi alti pensieri filosofici non era arrivato nemmeno Goebbels. A distanza di secoli, nel nostro progressista e democratico mondo possiamo dire che ci sono molti più ‘Erode’ che ai tempi di Gesù, senza che nessuno se ne scandalizzi. Anzi è una normalità, visto che nei mass-media queste notizie sono state come sempre relegate alle brevi. (Korazym.org, 13 Novembre 2008)

 

 

 


 

16 novembre 2008

 

Dalla sapienza medievale i quattro sensi delle Scritture

Una delle eredità che i medievali raccolsero dai padri della Chiesa è quella del metodo esegetico simbolico, che, al senso storico immediato, aggiunge "un secondo modo di leggere e di intendere il testo" (Yves Congar). E, infatti, "sull'esempio dei padri i medievali saldano in uno stesso comportamento esegetico i procedimenti e le categorie ereditate dalla cultura ellenistica. Presso gli autori pagani, presso Filone, presso Origene, si era costituito un genere letterario per interpretare i testi (Omero, Virgilio, e così via) di là dalla loro lettera, con uno sdoppiamento, in cui il corpo del racconto, del mito, del mistero, era di fatto disgiunto a supposto vantaggio di uno "spirito", divenuto eterogeneo alla lettera. I cristiani (e Filone stesso) mantenevano certamente il dato storico primitivo:  essi accettarono tuttavia, specialmente ad Alessandria, i metodi dei loro contemporanei.

Attraverso Ambrogio, Agostino, Gregorio, questi metodi penetrarono l'esegesi medievale occidentale. L'allegorismo unisce, così, la trasfigurazione cristiana della storia con una trasposizione morale nella quale i racconti biblici simboleggiano la vita interiore del giusto". Si tratta di una interpretazione della Bibbia "in cui la storia - la littera - è il supporto di una trasposizione continua a realtà soprastoriche di cui gli eventi terreni sono figura" (Marie-Dominique Chenu).

Esattamente, quindi, come i padri, i medievali sono portati a cogliere nella Scrittura una "lettera" e uno "spirito", e viene in mente il libro di Henri-Marie de Lubac Histoire et esprit. L'intelligence de l'Écriture d'après Origène. Sono, infatti, tratte dalle omelie di Origene le espressioni:  "Nelle Sante Scritture difendiamo la lettera e lo spirito", la "narrazione della storia", e l'"intelligenza mistica".

Ed è il principio che Alano di Lilla nel De planctu naturae enunciava in questi termini:  "Nella corteccia esteriore della lettera il suono della lira è inautentico; ma in maggior profondità esso rivela agli ascoltatori il segreto di una intelligenza più penetrante; in tal modo, rimosso il guscio esterno di un'ingannevole apparenza, il lettore trova all'interno, come in segreto, un più dolce nucleo di verità".

Per esprimere i diversi livelli, cioè i quattro sensi, della Scrittura, i medievali composero un celebre distico sui quattro sensi della Scrittura:  "La lettera insegna quanto è avvenuto, / l'allegoria quello che devi credere, / la morale quello che devi fare / l'anagogia il fine a cui devi tendere". (Littera gesta docet, / quid credas allegoria, / moralis quid agas, / quo tendas anagogia) (Nicola di Lyre, Postilla in Gal., 4, 3; cfr. H. de Lubac, Esegesi medievale, ii, Milano, Jaca Book, 1988, pp. 345-364).

Sono in tal modo rilevati il senso letterale o storico, il senso allegorico, quello morale o tropologico e quello anagogico:  "Sui quali come fossero ruote, si muove tutta la sacra pagina" (Guiberto di Nogent, Moralia in Genesim. Liber quo ordine sermo fieri debeat, Proemium, in Patrologia Latina 156, 25).

Nicola di Lyre commenta così il distico citato:  "Secondo il primo significato, che si manifesta attraverso le parole, si coglie il senso letterale o storico; in rapporto poi al secondo significato - che si esprime attraverso i fatti stessi - si percepisce il senso mistico o spirituale, che in generale presenta tre dimensioni; precisamente:  se le cose significate attraverso le parole rivelano ciò che nella nuova legge si deve credere, si attinge il senso allegorico; se rivelano quello che si deve sperare nella beatitudine futura, si attinge il senso anagogico, e da qui il verso citato; se poi si fa riferimento a quanto dobbiamo fare, si attinge il senso morale o tropologico" (Patrologia Latina 113, 28).

Quanto a Stefano di Langton ricorda:  "Il maestro Ugo di san Vittore dice:  la sacra pagina è talmente superiore rispetto alle altre discipline che ciò che è da queste significato in teologia ha funzione significante. Le realtà che nelle altre facoltà sono indicate dai nomi e dalle parole, in teologia corrispondono a dei nomi" (da Beryl Smalley, Lo studio della Bibbia, p. 280).

D'altra parte, questa viva sensibilità alla stratigrafia scritturistica - che certamente non mancò di essere rischiosa nel suo declinare in un allegorismo arbitrario, evacuante la "realtà" e attentante, alla fine, lo stesso spessore simbolico – si accordava felicemente, oltre che alla Scrittura stessa, a tutto l'orizzonte del medioevo, ossia alla "mentalità" universalmente simbolica, che contrassegnava i diversi settori della sua cultura, tutta impregnata di "segni", dalla teologia, alla filosofia, all'arte.

Secondo Marie-Dominique Chenu, al quale dobbiamo gli studi più acuti e suggestivi sull'argomento, non si può "fare la storia delle dottrine cristiane, senza prendere in considerazione le risorse del simbolismo che nella natura, nella storia, nella pratica del culto, le ha continuamente alimentate".

Scrive: "Maestri di scuola e mistici, esegeti e naturalisti, religiosi e profani, scrittori e artisti, gli uomini del xii secolo, fra tutti i medievali, hanno in comune, imposta dal loro ambiente e come regolante il loro giudizio in una tavola innata delle categorie e dei valori, la convinzione che ogni realtà naturale o storica ha un significato che trascende il suo contenuto immediato, e che è rivelato al nostro spirito da una certa densità simbolica. Rendere ragione delle cose non vuol dire soltanto offrirne la spiegazione mediante le loro cause interne, ma scoprire questa misteriosa densità", e non attraverso una "dimostrazione" (demonstratio) intesa come prova aristotelica, ma una "ostensione" (monstratio).

Senza dubbio non è possibile ripetere semplicemente il metodo simbolico sia dei padri sia dei medievali, non solo per un mutamento di mentalità simbolica - anche se questa è, in ogni caso, una risorsa della realtà e della sua intelligenza e la nostra cultura la va sempre più scoprendo - ma anche e soprattutto per una più acuta sensibilità e possibilità nei confronti del senso "letterale" o "storico" della Scrittura, scientificamente studiata. Non esiste, tuttavia, un'opposizione tra esegesi scientifica ed esegesi simbolica, se questa è intesa come sforzo per ritrovare e leggere compiutamente la Parola di Dio. Questa Parola è in atto all'interno del testo e della storia scritturistica con i suoi avvenimenti, ed è espressa in una pluralità di linguaggi, compreso quello simbolico ossia quello della relazione e connessione non solo tra le parole ma anche tra gli eventi che sono segni o profezia.

In tal modo, non ci si sovrappone alla Parola di Dio con gli artifici dell'allegoresi, né ci si dedica a estrarre dalla Scrittura delle tesi o enunciazioni, bensì a ritrovare in essa tutta l'infinita e inesauribile "realtà", che Dio manifesta e comunica, non solo per l'illustrazione della mente, ma altresì per il coinvolgimento dell'esperienza - è il senso "morale", cui faceva riferimento il distico medievale - e per l'adombramento e la rappresentazione escatologica, cioè l'"anagogia", ossia il quarto senso inteso dagli esegeti e teologi medievali, che non cessano di fare scuola. (Inos Biffi, ©L'Osservatore Romano - 12 novembre 2008)

 

 

 


 

Attraverso la pittura la “Parola” diventa celluloide

Al convegno "... E la "Parola" si fece film" che si è svolto a Imperia Porto Maurizio, il film cristologico ha fatto da comune denominatore di poliedrici saperi, di formazioni e impostazioni metodologiche differenti, producendo una sorprendente convergenza nella profondità di un dialogo dinamico e vitale. L'iniziativa (università di Genova - Associazione "Monsignor Nicolò Palmarini") si è svolta nel contesto delle seconde "Giornate Genovesi di Cultura Cristiana" (Ggcc), inaugurate nel 2004 dal convegno "Letteratura cristiana e Letterature europee", di cui ha conservato la collaudata formula dell'abbinamento antichista-modernista. Allo scopo, si sono scelti film debitori oltre che della tradizione cristiana antica - vangeli canonici, apocrifi, letteratura patristica - anche di moderne rivisitazioni, artistiche e letterarie, secondo tre direttive:  "Gesù storico:  arte e cinema"; "A imitazione di Cristo"; "Apocrifi, narrativa e grande schermo".

Alla lucidità espositiva del semiologo dell'audiovisivo (Dario Edoardo Viganò), propedeutica al problema della traduzione dal segno scritto a quello visivo (cfr. "L'Osservatore Romano" del 17 ottobre), ha fatto da contrappunto l'emozione suscitata dalla corrispondenza tra arte e cinema (Lauro Magnani) nelle tre paradigmatiche pellicole cristologiche, di Pier Paolo Pasolini, Franco Zeffirelli e Mel Gibson.

Le proiezioni iconografiche, incalzate dalle sequenze filmiche, hanno dimostrato come la parola di Matteo diventi celluloide passando attraverso lo sguardo tormentato di Caravaggio, il pathos di Masaccio, la stilizzazione di Carrà e di Morandi, la commozione di Piero della Francesca per Maria e Giuseppe, l'occhio sulla folla delle composizioni giottesche. Accostata alla fedeltà semantica, quasi devozionale di Pasolini per il "frammento matteano", eccessiva se non "idolatrica" è apparsa la narrativa filmica e la bellezza del Gesù (Robert Powell) di Zeffirelli, che tradisce la sua dipendenza dall'oleografica pittura ottocentesca, nella quale confluiscono solo rievocazioni da Beato Angelico, da Brunelleschi, da Rembrandt, da Guercino. Il misticismo, con l'elezione narrativa e visiva del sangue versato per la salvezza, sono emersi come filigrana della pellicola di Gibson, che scorre sull'afflato della mistica, letteraria e artistica. Si è svolto poi il filo della continuità tipologica dell'apostolo dall'epoca antica a quella moderna, teso, in una sorta di emozione silenziosa, sulla figura Christi per eccellenza che mette Gesù al centro della propria vita in una perfetta imitatio (Enrico dal Covolo e Pierluigi Pinelli). Paolo, prigioniero a Roma, scrive a Timoteo "Tutti mi hanno abbandonato". È solo, come Cristo rifuggito tradito e rinnegato. È la medesima dolorosa situazione di isolamento e di abbandono del Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos (1936), tradotto nell'omonimo film di Robert Bresson, dove il giovane prete di Ambricourt affida al diario, "un quaderno da scolaro", "il tesoro nascosto", il suo dialogo con Dio e il sentimento della sua "solitudine profonda(...) inumana". Il bianco e nero della pellicola un po' deteriorata dal tempo e la partecipazione anche emotiva dei relatori hanno reso ancora più vibranti le sequenze di passione cristologica restituite dal film, con l'inquadratura finale di un'agonia simile a quella di Cristo, una via crucis che termina con le ultime parole pronunciate dal curato "Che cosa importa? Tutto è grazia". L'interlocutore ostile dell'apostolo è spesso l'ipocrisia della gente, oggi come ieri indifferente o incredula in un Dio crocifisso, "che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia" (1 Corinzi, 1, 23). È la "follia della croce" tracciata nel disegno filmico del surrealista Luis Buñuel, Nazarin, tratto dal romanzo di Benito Pérez Galdós. Dalla lettura della pagina scritta, sullo sfondo della degenerata società madrilena, è risaltata la santità e/o follia di un prete di fede incrollabile, novello don Chisciotte, che arriva a spogliarsi dell'abito per farsi mendicante e vivere tra gli emarginati dei sobborghi di Madrid, mentre la traduzione filmica sposta l'azione nella Città del Messico di Porfirio Diaz (Marco Salotti). Figure di Cristo, nel primitivo processo di cristianizzazione della cultura classica come nelle successive rivisitazioni letterarie, divengono anche personaggi e modelli del mito e del dramma antico. È il caso di Antigone, l'eroina sofoclea in cui la pietas prevale sulla legge dello Stato. Come nella tragedia, anche nel film di Liliana Cavani, I cannibali, il conflitto è scatenato dallo scontro tra Antigone e la società, quella capitalistica e mediatica, ma la pellicola restituisce indubbi "segni" cristiani (Margherita Rubino e Giorgio Barbaria): il simbolo del pesce disegnato sui muri della città disseminata di cadaveri è il modo di comunicare di Antigone e Tiresia, giovane di un paese sconosciuto che parla una lingua incomprensibile e che dai suoi "aguzzini" è additato con le parole evangeliche "questo è l'uomo". Risalendo la tradizione del racconto, dalle radici ellenistiche confluite nei vangeli e atti non canonici alla letteratura moderna, sul grande schermo sono apparse quelle figure che anche la più antica tradizione cristiana ha cercato di indagare, o meglio di immaginare, per penetrarne la loro fondamentale valenza. Nel 1919 il giovane regista Carl Theodor Dreyer, con il muto Pagine dal Libro di Satana tratto dal romanzo di Marie Corelli (1895), presentava la sua riflessione sulla presenza continua del male e del maligno nella storia dell'umanità. L'originalità e l'efficacia del messaggio filmico sono affidate alla struttura in quattro episodi, ambientati in epoche e luoghi differenti che iniziano con il primo piano di un medesimo interprete. È sempre lui in quel bel volto dagli occhi cerulei, il principe dell'inganno, Satana monoliticamente uguale a se stesso nella sua volontà distruttiva:  travestito nel fariseo che istiga il tradimento di Giuda, nelle vesti dell'inquisitore sivigliano, nell'astuzia del giacobino Giuseppe, nel saio dello spretato monaco finlandese Ivan. Il Pilato neotestamentario o apocrifo arriva sullo schermo di Andrzej Wajda (Pilato e gli altri) tramite il solido "ponte letterario" dell'incompiuto Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov (Clementina Mazzucco).

Del romanzo, a più riprese censurato dalla dittatura sovietica per il pensiero libero che intreccia alla trama di vinti e oppressi la più grande Vittima della storia, predicatore di un'uguaglianza dell'amore e non dello Stato, è conservata da Wajda la cornice attualizzante, ma arricchita di un corredo simbolico cristiano che rivela una capillare analisi delle fonti. Oggi più che mai la Vergine Maria è al centro della vita della Chiesa, l'esempio per eccellenza del vangelo della carità, della dolce obbedienza, dell'ascolto incondizionato della Parola, "la maestra del cristianesimo". L'anima più spontanea e popolare dell'antica società cristiana, durante l'urgenza del dibattito cristologico dei primi secoli, contribuiva con una semplice, ma insieme ricca e poetica letteratura mariana, avvertendo il medesimo bisogno attuale e, per allora, la necessità di "creare", il modello femminile e ecclesiale, costruendone la docilità dell'infanzia, dell'adolescenza, della maternità. In relazione a questa esigenza che attraversa la storia del cristianesimo è stato posto il film Je vous salue Marie di Jean-Luc Godard, riletto come "un apocrifo moderno", che nella costruzione di un dialogo talora drammatico tra Marie - la giovane benzinaia vergine e madre - e il marito Joseph, pone in risalto la valenza del sacrificio, dell'obbedienza della serva di Dio, dell'esemplarità femminile. Quello che è considerato capolavoro e sintesi della tematica in materia di fede di Buñuel, il film La via lattea, si svolge sulla strada per Compostela, secondo la leggenda percorsa dall'apostolo Giacomo. È un film di difficile lettura per la spessa sostanza storica rielaborata in chiave surreale:  in dodici incontri la cinepresa inquadra l'inquietudine religiosa, eterna compagna di viaggio della storia (Marcello Marin). Quale riflessione può scaturire dalla constatazione di una presenza così intensa della Parola sul grande schermo? Un primo pensiero corre all'utilità dell'immagine filmica nella società odierna, alle potenzialità positive e catechetiche, se opportunamente sfruttate e vigilate, della settima arte. Un'altra considerazione è inevitabile: anche il grande schermo quando "grida" contro la malattia della storia e del mondo, ingiustizia, sopraffazione, amoralità e violenza, e diventa ideologico, ricorre alla Parola - la polemica contro il regime socialista in Polonia di Wajda o la denuncia dell'ipocrisia borghese di Buñuel - e per essa compone un'armonica assonanza di arte, letteratura, musica. E quindi educa. (Sandra Isetta, ©L'Osservatore Romano - 12 novrmbre 2008)

 

 

 


 

Muoiono troppi neonati. Salvarli è un dovere

"Anche il più piccolo dei neonati vivi ha il diritto di continuare a vivere" e deve essere aiutato a combattere e vincere la sua battaglia. "Il neonatologo che si trova in una terapia intensiva pediatrica ha il dovere di usare tutte le tecniche e le tecnologie a disposizione per tenerlo in vita. Non esiste alternativa". Al dibattito suscitato da un recente intervento di Carlo Bellieni del nostro giornale a proposito della sospensione delle cure ai prematuri (cfr. "L'Osservatore Romano" di mercoledì 29 ottobre, pagina 1), questa mattina, martedì 11 novembre, è stato messo un punto fermo nell'ambito della presentazione della XXIII conferenza internazionale su "La pastorale nella cura dei bambini malati" promossa dal Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, che si svolgerà in Vaticano, nell'Aula del Sinodo, nei giorni dal 13 al 15 novembre.

Durante l'incontro con i giornalisti, svoltosi nella Sala Stampa della Santa Sede, Alberto Ugazio, coordinatore del dipartimento di medicina pediatrica dell'ospedale romano Bambino Gesù e relatore al congresso, ha risposto ad alcune domande a proposito delle leggi non scritte - ma che alcuni vorrebbero tradurre in leggi degli Stati - che regolano in qualche modo il comportamento di un medico dinnanzi a casi di bambini malati terminali o di nati prematuri. In proposito ha innanzitutto precisato che "un bambino non è mai da considerare come malattia ma come una persona in tutta la sua integralità" e dunque "anche se malato incurabile va accompagnato con tutte le tecnologie possibili sino alla fine della sua vita. E non parlo di accanimento terapeutico ma di accompagnamento". Quanto ai bambini nati tra la ventitreesima e la venticinquesima settimana non si capisce perché, si è chiesto il medico "non dovrebbero avere lo stesso diritto alle cure degli altri neonati. Tanto più che la scienza pediatrica ha fatto passi da gigante e dunque si è oggi in grado di sostenere e assistere bambini che potrebbero avere in seguito problemi e anomalie cronicizzate".

Anche per il cardinale Javier Lozano Barragán, presidente del Pontificio Consiglio organizzatore, "i quattro milioni di neonati che ogni anno muoiono entro i primi 26 giorni di vita" costituiscono una sfida seria da affrontare concretamente. "Occorre fare ogni sforzo, ha aggiunto, per salvarli e per assicurare loro la massima assistenza, sanitaria e spirituale".

Il cardinale nel suo intervento, dopo aver illustrato la tre giorni di studio riservata a specialisti provenienti da diversi Paesi e indicata la metodologia che la conferenza seguirà - tre sessioni dedicate la prima alla descrizione della situazione a tutt'oggi; la seconda alla riflessione e la terza a cosa fare - ha colto l'occasione anche per ribadire il no deciso alla ricerca sulle cellule staminali fetali. Rispondendo alla domanda di una giornalista del "Washington Post" a proposito della dichiarata intenzione del neo presidente statunitense Barack Obama di dare nuovo impulso alla ricerca sulle staminali, il cardinale Lozano Barragán ha fatto notare "la dimostrata inutilità dell'uso di cellule staminali embrionali per curare qualcuno. Sino a oggi - ha detto - non esiste un solo caso scientificamente dimostrato di utilità nell'usare queste cellule staminali fetali, mentre al contrario esiste una casistica, quantificabile in qualche milione, di guarigioni di malattie dopo l'uso di cellule staminali tratte dal cordone ombelicale o di cellule staminali adulte. Dunque ben venga la ricerca, ma a patto che sia indirizzata alla salvaguardia della vita umana sin dal momento del concepimento".

Il cardinale si è poi spinto oltre, ribadendo la sua ferma condanna contro "tutte quelle pratiche attraverso le quali si distrugge una persona per curarne un'altra". E ha fatto esplicito riferimento al caso del bambino spagnolo che si intendeva curare "costruendo in provetta un essere umano simile per potergli fornire pezzi di ricambio". "Nessuno - ha riaffermato con forza - può essere usato come mezzo per far vivere un altro uomo. La dignità della persona umana va sempre garantita in maniera assoluta. Ci vuole un'etica di fondo nell'approccio con la persona umana. Un'etica cristiana. Il principio è e deve essere che tutto ciò che costruisce l'uomo è buono, ciò che lo distrugge è cattivo. In questo - ha concluso - credo che in linea di massima non ci possa essere nessuna contraddizione tra scienza e fede".

Alla conferenza stampa erano anche presenti il segretario del Pontificio Consiglio, il vescovo José Redrado Marchite, il sottosegretario padre Felice Ruffini, e Bruna Costacurta, ordinario di esegesi biblica nella facoltà di teologia della Pontificia Università Urbaniana.  (©L'Osservatore Romano - 12 novrmbre 2008)

 

 

 


 

Rapporti prematrimoniali: Why not?

La Chiesa insegna che l'intimità sessuale non è lecita prima o al di fuori del matrimonio. Lo fa per il bene delle persone, per la loro felicità. Ecco le ragioni...

Una questione di amore «vero». Dono e appartenenza. C'è chi dice: «Cosa c'è di male? Come mai non ne abbiamo diritto? Perché deve esserci negato oggi ciò che domani, compiuta la cerimonia nuziale, diviene un fatto grande e santo? Come si può congelare un'esperienza d'amore così vitale e profonda?». Questa richiesta, che ad una prima considerazione può sembrare legittima, non comprende appieno la portata dell'atto coniugale e non riconosce l'autentico valore del matrimonio. L'ambiente erotizzato che ci circonda non incoraggia certo a cercare vie diverse da quella, molto comoda, del «lasciarsi andare», né a considerare le nostre azioni secondo criteri diversi dal principio del piacere. La risposta al perché i due non ne abbiano ancora il diritto, anche se si amano e sono decisi a sposarsi, è in fondo molto semplice: fin tanto che non sono sposati non si appartengono ancora del tutto e l'atto coniugale è donare e ricevere mutuamente ciò che uno ha di più intimo del proprio corpo. Volerlo o darlo senza essere sposati è quindi ingiusto, è una specie di furto, è qualcosa di falso. Si può dire, con il filosofo Etienne Gilson, che «non basta mettersi d'accordo per rendere lecito un saccheggio reciproco». Particolarmente attento alla grandezza del matrimonio e della famiglia è stato Giovanni Paolo II che, fra l'altro, ha osservato: «La comunione fisica e sessuale è qualche cosa di grande e di bello. Ma è soltanto degna dell'uomo, se è integrata in una unione personale, riconosciuta dalla comunità civile ed ecclesiastica. La piena comunione sessuale tra l'uomo e la donna ha perciò il luogo legittimo soltanto nell'ambito dell'esclusivo e definitivo personale vincolo di fedeltà nel matrimonio». La differenza tra due fidanzati e due coniugi sta proprio qui: solo questi ultimi si sono donati pienamente l'un l'altro per sempre; una donazione piena non può infatti che essere per tutta la vita. Che donazione sarebbe quella di chi si impegnasse solo finché gli farà comodo? Ciò denoterebbe che non è la persona dell'altro a interessargli, ma solo ciò che, per un certo tempo, potrà ottenere da lei: la persona viene quindi trasformata in oggetto. Come reagiremmo se qualcuno ci dicesse: «Ecco, ti faccio un regalo, ma se poi cambio idea me lo riprendo». Si dovrebbe quantomeno dire che non si tratta di una vera donazione. Queste considerazioni aiutano anche a capire l'indissolubilità del matrimonio. La Chiesa non fa quindi altro che proporre la legge naturale quando afferma che l'atto coniugale è autentico solo fra coloro che si sono reciprocamente donati in un modo «totale e definitivo». Rifacendosi allo stesso principio, ricorda che «la donazione fisica totale sarebbe menzogna se non fosse segno e frutto della donazione personale totale, nella quale tutta la persona, anche nella sua dimensione temporale, è presente». L'atto coniugale va considerato come il coronamento della piena unione della coppia. L'unità affettiva, dei cuori, della mente e della vita deve quindi precedere l'unione dei corpi. Chi, cedendo alla sensualità, altera quest'ordine provoca l'illusione di una fusione già realizzata, quando invece c'è ancora solo una confusione. Il partner resterà facilmente con l'impressione di essere stato «usato», ridotto cioè a strumento di piacere. C'è un «amore per prova» dopo il quale ci si sente particolarmente soli, con la triste consapevolezza di non avere costruito nulla e di aver solo consumato qualcosa di sé. L'unione sessuale nel matrimonio è invece piena di bellezza, di verità e di gioia quando conferma e manifesta l'unione della vita di entrambi i coniugi.

«Prove d'amore» o pretesti?

Quanto detto fino ad ora dimostra anche l'inconsistenza, l'infondatezza della richiesta di rapporti prematrimoniali come «prova d'amore» o come mezzo per verificare l'affinità di coppia. A chi dice: «Se mi ami, dimostralo», intendendo i rapporti prematrimoniali come «prova d'amore», si potrebbe rispondere che tali rapporti non provano proprio niente. L'amore non si prova, dal momento che le persone coinvolte non si provano, ma si scelgono e si accettano. Provare una persona è ridurla a oggetto di sperimentazione circa un certo rendimento, mentre le realtà più significative e fondamentali (nascere, morire, amare fino a dare la vita) sono tanto importanti da essere uniche, irripetibili. Il matrimonio non si prova: lo si vive responsabilmente. Alla domanda: «Non mi ami abbastanza per venire a letto con me?» bisogna perciò avere il coraggio di rispondere: «Certamente, anzi ti amo di più, tanto da sposarmi con te». E sposarsi vuol dire non solo condividere il letto, ma lavorare insieme per un progetto comune, fondare una famiglia. A chi dice: «Ma io non compro a scatola chiusa», si può far notare che se un matrimonio non «funziona» non è per l'inesperienza sessuale, ma per ben altri motivi come la debolezza di carattere e l'egoismo, e il volere subito rapporti sessuali non è certamente prova di fermezza di carattere, né di generosità e grandezza d'animo. Il matrimonio esige qualcosa di più del possesso sempre godibile; esige anche sacrifici e rinunce, fra l'altro anche il saper aspettare fino alle nozze per godere dell'atto coniugale.

Si potrebbe anche obiettare dicendo che l'atto sessuale è un modo di conoscersi e capire se si è fatti l'uno per l'altro. Ma l'atto sessuale non è affatto il modo adeguato per conoscersi. Il piacere intenso che si prova può infatti indurre a idealizzare l'altra persona in modo entusiastico e a minimizzare le differenze esistenti, nell'illusione che le differenze (di carattere, interessi e visione della vita) si possano facilmente superare. Di conseguenza, se le intimità sessuali divengono l'aspetto dominante del rapporto, la necessaria reciproca conoscenza tra due persone che desiderano sposarsi viene facilmente relegata in secondo piano. Le divergenze e le eventuali incompatibilità di carattere emergeranno poi, una volta sposati, quando l'iniziale entusiasmo viene meno. Perciò l'atto sessuale prematrimoniale non è affatto il miglior modo per una vera e profonda conoscenza. Si potrebbe dire che l'atto sessuale cementa un rapporto, ma solo quale coronamento di un percorso di conoscenza reciproca, condivisione e donazione, altrimenti è come fare una colata di cemento sulle strutture di una capanna distruggendola. Alcuni estendono il discorso, parlando dell'opportunità di una convivenza prematrimoniale quale test molto significativo per sapere se sono fatti l'uno per l'altro. Ma la convivenza non è un buon test per provare l'affinità di due soggetti. Ciò è ormai confermato da varie ricerche sociologiche e dal numero dei divorzi che è nettamente superiore fra coloro che hanno convissuto prima delle nozze. Al fidanzato/a che non volesse accettare le riflessioni e gli argomenti esposti, si può dire: «Anche se non riesci a capirlo fino in fondo, mi ami tu abbastanza per rispettare la mia coscienza, e aspettare?». E poi, se nonostante tutte le «precauzioni» nascesse un figlio? Un bambino ha il diritto sacrosanto alla famiglia. E allora? O si ha un matrimonio «riparatore», che precipitosamente deve risolvere una quantità di problemi, oppure si ha una madre senza marito e un figlio senza padre. Fine davvero triste di tanto «lieto e spensierato» inizio...

Un'esigenza per il bene e la felicità delle persone

In conclusione: se la Chiesa insegna - sulla base di riflessioni antropologiche e alla luce della Rivelazione - che l'intimità sessuale non è lecita prima o al di fuori del matrimonio, non lo fa certamente per rendere la vita difficile, ma per il bene delle persone, per la loro felicità. Viene in mente una frase di Simone Weil: «I beni più preziosi non devono essere cercati, ma attesi». Ogni cosa a suo tempo. Per gustarla come dono. Perciò il comportamento di oggi decide il matrimonio di domani. Se lui o lei diventerà un coniuge solo avido di piacere, un egoista pronto soltanto a esigere o addirittura a farla da tiranno; o un fedele compagno per la vita, pronto sia al comune piacere sia al comune sacrificio, tutto questo viene deciso quasi al cento per cento prima, non durante il matrimonio. Chi con disinvoltura chiede anticipi all'amore, dovrà poi pagarne le ipoteche mettendo a dura prova il suo equilibrio emotivo ed affettivo e a danno, non di rado, di se stesso e della propria felicità. Chi invece prende sul serio l'amore, vi troverà la gioia. Per tutta la vita. (Fonte: Il Timone, 12/11/2008)

 

 

 


 

Papa: il cristiano non vuole la fine del mondo, ma la fine dell’ingiustizia

Il cristiano attende con speranza il ritorno di Gesù, ma questo atteggiamento, se gli crea libertà interiore di fronte alle paure del mondo, accresce la sua responsabilità verso i fratelli e quando prega “vieni Gesù” non chiede la fine del mondo, quanto la fine dell’ingiustizia, del rifiuto di Dio, della violenza.

E’ l’insegnamento di San Paolo sul quale oggi si è centrata l’attenzione di Benedetto XVI che, ai 15mila fedeli presenti all’udienza generale, in una uggiosa giornata novembrina, ha parlato della “nuova prospettiva” aperta dalla Risurezione, “l’attesa del ritorno del Signore”, “il rapporto tra il tempo presente e il futuro, quando Cristo consegnerà il regno al Padre”.

Scritta intorno all’anno 52 la Lettera ai Tessallonicesi parla di “parousia”, “avvento”. Con “accento quanto mai vivo e immagini simboliche”, essa propone “un messaggio semplice: alla fine saremo sempre con il Signore”, “il nostro futuro è essere con il Signore”. “In quanto da credenti siamo già con il Signore, il futuro è già comnciato”. Nella II lettera ai Tessalonicesi, poi, Paolo “parla di eventi negativi che dovranno precedere l’evento finale”. Dice che “non bisogna lasciarsi ingannanre come se il ritorno fosse già imminente” e che “prima dell’arrivo vi sarà l’apostasia e ci dovra essere un non bene identificato uomo iniquo che poi la tradizione chiamerà l’anticristo”.

Il Papa ha sottolineato come “l’attesa non dispensa dall’impegno in questo mondo, ma al contrario crea responsabilità, cresce la nostra responsabilità di lavorare in questo mondo”. Benedetto XVI ha ricordato in proposito la parabola dei talenti, là dove il Signore chiede: “Avete portato frutto?”, per ribadire che “l’attesa del ritorno implica responsabilità per questo mondo”.

E’ un atteggiamento che si ritrova nello stesso Paolo, quando “è in carcere e aspetta la sentenza che può essere di morte. Pensa al suo futuro con il Signore, ma anche alla sua comunità. “Per me vivere è Cristo, ma se vivere significa lavorare con frutto non so davvero cosa scegliere: da una parte essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, dall’altra rimanere nella carne per essere di aiuto a voi”. “Paolo non ha paura della morte, al contrario essa indicherebbe il completo essere con Gesù. ma Paolo parteicpa i sentimenti di Gesù, che non ha vissuto per sé, ma per noi. Diventa il suo programma per la vita, disponibilità a cosa deciderà Dio. Vivere per Cristo e così per il rinnovamento del mondo”. La fede “crea grande libertà interire anche di fronte alla morte”.

“Possiamo adesso domandarci quali sono gli atti fondamentali del cristiano riguardo alle cose ultime.”. “In primo luogo la certezza che Gesù è risorto e col Padre è con noi per sempre e nessuno è più forte di Cristo: siano sicuri e liberati dalla paura” che “era diffusa nel mondo di allora ed anche oggi i missionari trovano accanto a cose buone la paura degli spiriti, di poteri che ci sovrastano”. Secondo. la certezza che Cristo è con me e come in Gesù il mondo futuro è già cominciato”, “certezza delle speranza”, “il futuro non è buio, anche oggi c’è tanta paura del futuro il cristiano sa che il futuro non è buio”. Terzo, “il giudice che ritorna è giudice e salvatore insieme”. Dio “ci ha consegnato i suoi talenti e perciò abbiamo responsablità per il mondo e i fratelli davanti a Cristo, ma nella certezza della sua misericordia”. Bene e male non uguali, siamo incarcati di lavorare perché questo mondo sia aperto a Gesù. Cristo è giudice, ma è buono e perciò possiamo esseere sicuri della sua bontà e andare avanti con grnande coraggio”.

Ultimo punto “un po’ difficile”, affrontato dl Papa è quando Paolo alla fine della II Lettera ai Corinzi “ripete una preghiera nata dalle prime comuità cristiane dell’area palestinese: maranatà, Signore vieni”. “Possiamo pregare anche noi così, ma sembra che per noi oggi è difficile pregare che perisca questo mondo”. Però “possiamo dire vieni Gesù. Certo non vogliamo la fine del mondo, ma vogliamo che finisca questo mondo ingiusto, che sia fondamentalmente cambiato, che sia di giustizia e di pace, senza violenza, senza fame, tutto questo vogliamo e come potrebbe succedere senza la presenza di Cristo? Senza presenza di Cristo non verrà mai un mondo giusto e rinnovato: dobbiamo dire anche noi con grande urgenza nelle circostanze del nostro tempo, 'vieni dove c'è ingiustizia e violenza, nei campi dei profughi nel Darfur, nel nord Kivu, vieni dove domina la droga, vieni anche dove i ricchi ti hanno dimenticato, e per loro sei sconosciuto; vieni e rinnova i nostri cuori, vieni nel nostro cuore perché noi stessi possiamo divenire presenza tua, luce, in questo senso preghiamo con san Paolo 'maranatà', vieni Gesù,', e che Cristo sia realmente presente oggi nel nostro mondo e lo rinnovi”. (© Copyright Asianews, 12 novembre 2008)

 

 

 


 

«Un omicidio bloccare l'alimentazione»

Monito del Vaticano alla vigilia della sentenza su Eluana «Ma non ci riferiamo al padre». Cassazione riunita.

La Cassazione ha esaminato quello che viene considerato l'ultimo capitolo della vicenda giudiziaria di Eluana Englaro e renderà nota la sua decisione nel più «breve tempo possibile».

Lo assicura il primo presidente della Suprema corte, Vincenzo Carbone, dopo aver presieduto le Sezioni unite civili nell'udienza pubblica sul ricorso della Procura generale di Milano contro il provvedimento della Corte d'appello del capoluogo lombardo, che nel luglio scorso aveva autorizzato l'interruzione della alimentazione artificiale che tiene in vita Eluana, in stato vegetativo permanente da quasi 17 anni. Un ricorso che il procuratore generale della Cassazione, Domenico Iannelli, ha chiesto di dichiarare inammissibile.

Sentenza a breve

I tempi per il deposito del verdetto, ha precisato Carbone, saranno brevi, «tenuto conto della particolarità del caso», ma sul pronunciamento già si sono innescate le prime, importanti, reazioni. Spicca soprattutto quella del cardinal Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio Consiglio per la Salute: «Sospendere idratazione e alimentazione in un paziente in stato vegetativo peggiora il suo stato – ha ammonito –, e la terribile morte per fame e per sete è una mostruosità disumana e un assassinio». Il porporato ha precisato che le sue parole non sono indirizzate al papà di Eluana, ma a chi «assumesse decisioni in questo senso».

«L'accanimento terapeutico – ha tenuto a spiegare – non si consiglia mai, ma l'idratazione e l'alimentazione non appartengono a questa categoria. Qualcuno obietta che, insieme all'alimentazione vengono somministrati anche i farmaci che tengono in vita. E allora io dico: togliete i farmaci», ha aggiunto. Al di là delle posizioni ribadite ieri dal cardinale Barragan, il caso di Eluana Englaro in questi mesi ha spinto l'episcopato italiano ad approfondire la propria posizione sul testamento biologico. E nell'ambito della Cei, da sempre contraria a decreti legislativi per sancire le volontà di un individuo rispetto alla propria morte, c'è chi ha ipotizzato che una legge sul «fine vita» costituisca il male minore, di fronte alla possibilità che la materia finisca per essere decisa a colpi di sentenze giudiziarie.

«I pronunciamenti giurisprudenziali» nella vicenda di Eluana mettono a rischio «la vita di tutti», aveva ammonito monsignor Giuseppe Betori nella sua ultima conferenza stampa da segretario della Conferenza episcopale italiana, prima di insediarsi, lo scorso 26 ottobre, come arcivescovo di Firenze. Secondo i vescovi italiani, la legge non deve portare né «ad abbandono terapeutico», né ad «accanimento terapeutico»: l'idratazione e l'alimentazione – questo è un punto fondamentale per la Cei – non possono però essere considerate terapie e vanno dunque garantite. Così come, secondo i vescovi, non può essere il paziente a decidere sulla sua morte: l'ultima parola spetta sempre al medico, pur se in «comunione» con i familiari dell'assistito.

«Serve una soluzione condivisa»

La sentenza che la Corte di Cassazione si appresta a pronunciare avrà sicuramente contraccolpi sulle varie proposte di legge riguardanti il «fine vita» all'esame del Parlamento. Tre giorni fa, ai microfoni di «Radio Vaticana», monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio della Vita, nonché cappellano di Montecitorio, aveva auspicato che fosse cercata una «soluzione condivisa e partecipata» da tutti. «Credo che sia importante in questo momento rispettare il lavoro parlamentare», aveva aggiunto. (© Copyright Eco di Bergamo, 12 novembre 2008)

 

 

 


 

Dio non è cattolico, parola di cardinale

L'ultimo libro del cardinale Carlo Maria Martini uscito in Italia, come già qualche mese fa in Germania e ora anche in Spagna, ha subito conquistato l'alta classifica dei più venduti. È intitolato "Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede", ed è in forma di intervista, col gesuita tedesco Georg Sporschill.

Le volte in cui Benedetto XVI ha parlato in pubblico del cardinale Martini – famoso biblista e arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002 – lo ha sempre elogiato come "un vero maestro della 'lectio divina', che aiuta ad entrare nel vivo della Sacra Scrittura".

In questo suo libro, però, il cardinale non appare altrettanto magnanimo, nel giudicare gli atti di governo e di magistero degli ultimi papi, da Paolo VI in poi.

In un precedente servizio, www.chiesa ha già riferito dell'attacco frontale portato da Martini contro l'enciclica "Humanae Vitae".

Ma nel libro c'è di più. C'è una ricorrente accusa alla Chiesa di "involuzione". Mentre all'opposto Martini reclama una Chiesa "coraggiosa" e "aperta", come dicono i titoli di due capitoli del libro.

C'è soprattutto una descrizione di Gesù legata a un'ideale di giustizia molto terreno. La distanza tra questo Gesù e il "Gesù di Nazaret" del libro di Benedetto XVI è impressionante.

Il quotidiano della conferenza episcopale italiana, "Avvenire", nel dare notizia del libro di Martini in occasione del suo lancio alla Fiera del Libro di Francoforte, il 17 ottobre, ha scritto che "molte delle considerazioni ivi espresse, comprensibilmente, faranno discutere".

Ma non ha aggiunto altro. "Avvenire" non ha sinora recensito il libro e nessuno si aspetta che lo farà in futuro. Silenzio assoluto anche a "L'Osservatore Romano".

In privato, ai gradi alti della gerarchia, le critiche all'autore del libro sono severe e preoccupate. Ma in pubblico la regola è di tacere. Il timore è che contestare pubblicamente le tesi di questo libro aggiunga danno a danno.

Ma qual è, più analiticamente, il "rischio della fede" che il cardinale Martini evoca?

Pietro De Marco, professore all'Università di Firenze e alla Facoltà Teologica dell'Italia Centrale, lo porta alla luce e lo sottopone a critica nel commento che segue.

Per De Marco il messaggio del cardinale appare "reticente quanto a completezza della confessione di fede". C'è in esso molta frequentazione delle Sacre Scritture, ma gli articoli del Credo "vivono in sordina come fosse superfluo menzionarli".

Un'evanescenza dei fondamenti della dottrina che ha contrassegnato non solo il percorso di un grande leader di Chiesa come Martini, ma larga parte della Chiesa cattolica degli ultimi decenni. (Sandro Magister, www.chiesa, 12 novembre 2008)

 

Osservazioni sulle "conversazioni notturne" di Carlo Maria Martini e Georg Sporschill (di Pietro De Marco)

La forma di questo libro, una ben costruita intervista scandita in capitoli introdotti da brevi testi, spesso domande, di "giovani", ne fa un testimone importante della mente del cardinale Carlo Maria Martini. E di quanti lo seguono dentro e fuori i confini ecclesiali.

Del libro sottolineerò quello che non mi sento di approvare e specialmente quella che mi appare l'intima contraddizione, una contraddizione che segna forse l’intera vicenda pubblica del gesuita, già arcivescovo di Milano. Ma rendo omaggio, anche filiale, alla personalità grande che si rivela, ancora una volta, in queste pagine, scritte assieme a Georg Sporschill, anch’egli un religioso della Compagnia di Gesù.

Parto dalla risposta del cardinale alla domanda: "come dovrebbe essere oggi l’educazione religiosa?" (p.19). Che equivale a: come educare qualcuno a essere un "buon cristiano"? Il cardinale aveva poco prima detto: un buon cristiano si distingue "perché crede in Dio, ha fiducia, conosce Cristo, impara a conoscerlo sempre meglio e lo ascolta".

Nello stile del libro, che sembra risolvere tutto nella dimensione quotidiana, nella verità dei "mondi vitali", Martini inizia con l'evocare scene familiari e "semplici usanze".

Tra queste ultime fa impressione vedere indicati anche il Natale e la Pasqua. Ci tornerò su. L'educazione religiosa proposta dal cardinale è di "ascoltare le domande e le scoperte dei giovani e accettarle", per arrivare al suo fondamento, la Bibbia: "Non pensare in modo biblico ci rende limitati, ci impone dei paraocchi, non consentendoci di cogliere l’ampiezza della visione di Dio" (p.20).

Va certamente apprezzato tale fiducioso e ragionato primato dato alla Scrittura, in anni in cui c'è chi propone nel cristianesimo una “religione della ragione", ovvero una ricerca di Dio che elimina la Bibbia quale coacervo di falsità. Ma quando il cardinale va a spiegare in che cosa si esprime la "ampiezza della visione di Dio" dischiusa dalla Scrittura, la indica in Gesù che si meraviglia della fede dei pagani e accoglie in cielo il ladrone, o in Dio che protegge Caino che ha ucciso il fratello. "Nella Bibbia Dio ama gli stranieri, aiuta i deboli", prosegue il cardinale. E con ciò slitta nel troppo detto, nel sermone, che prosegue nella risposta alla domanda successiva: "Dobbiamo imparare a vivere la vastità dell’essere cattolico. E dobbiamo imparare a conoscere gli altri. [...] Per proteggere questa immensità non conosco modo migliore che continuare sempre a leggere la Bibbia. [...] Se ascoltiamo Gesù e guardiamo i poveri, gli oppressi, i malati, [...] Dio ci conduce fuori, nell’immensità. Ci insegna a pensare in modo aperto". Si coglie qui un compendio di pensiero che merita un commento.

Intanto, se la fede/fiducia in Dio e la conoscenza/ascolto di Cristo sono l’essenza della condizione cristiana, questa bella formula non può essere usata come già per sé sufficiente. Il solo rimando a un leggere/pensare biblico e ad una "apertura" di cuore resta del tutto indeterminato. L'unica, minima determinatezza nelle parole del cardinale è quella che procede dalla “apertura agli altri” alla Scrittura, per ritrovare in questa quella medesima apertura. Una simile circolarità, per quanto importante, è veramente poco rispetto all’immensità del tesoro scritturistico. Che ne è della conoscenza delle cose divine? Del timore e dell'amor di Dio? Della economia trinitaria? Se la Rivelazione ci trasforma è perché essa implica “infinitamente” di più che un pensare "in modo aperto" alla maniera dei moderni; un "aperto" che si oppone a ciò che Sporschill liquida come "mentalità ristretta".

Questo orizzonte, che tanto piace all’intelligencija laica e cattolica, spiega anche la riduzione che Martini fa delle grandi festività dell’anno liturgico a "semplici usanze". Riduzione forse involontaria, eppure rivelatrice.

Quando mai nel pensoso e spesso profondo ragionare del cardinale si intravedono la "lex orandi" e la pienezza del mistero liturgico? A lui sfugge il legame tra l’immensità del "pensare in modo biblico" e l’immensità del culto cristiano che davvero ci apre a una liturgia cosmica, anche se non siamo né diventiamo per questo degli "spiriti aperti" alla maniera moderna. Non è questione da poco né recente. I cattolici e ancor più gli ortodossi sono in questo su sponde opposte rispetto alle comunità protestanti, alle quali non è bastato, per far fronte alla modernità, il frequentare la Scrittura e "pensare in modo biblico".

Il "vivere la vastità dell’essere cattolico" non si compie neppure nel guardare "i poveri, gli oppressi, i malati". Quello che il cardinale chiama il "rischio" della Chiesa di porsi come un assoluto non mi pare evocato in maniera pertinente. L’assolutezza della incarnazione del Logos nel cosmo e nella storia non è un "rischio" ma è il fondamento di quella "vastità", è ciò che davvero ci fa "aperti".

Senza sottovalutare i "mondi vitali" che il cardinale predilige, è nell’assolutezza che si radicano da sempre universalità e responsabilità cristiane. Solo qualche pensatore laico insiste ancora, specialmente in Italia, sull'equazione tra "pretesa di verità" e "chiusura" intellettuale e morale.

Mi preoccupa il passaggio in cui Martini dice: "Gli uomini si allontanano dai [...] dieci comandamenti e si costruiscono una propria religione; questo rischio esiste anche per noi. Non puoi rendere Dio cattolico. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo. Nella vita ne abbiamo bisogno, è ovvio, ma non dobbiamo confonderli con Dio".

Mi preoccupa perché è rischiosissima l’idea che una religione positiva sia in sé allontanamento da un fondamento indeterminato che la precede e le è superiore. Anche dal punto di vista della scienza delle religioni non sussiste per sé un religioso indeterminato, comune e primario. Solo le religioni sono religione.

Trovo infelice anche la formula del "Dio cattolico", quasi che le teologie su Dio della "Catholica Ecclesia" rappresentino un’indebita appropriazione e perdita del divino, invece che l’amorosa e gelosa sollecitudine spirituale e gerarchica per quanto è rivelato in Cristo. Certamente Dio è al di là delle nostre definizioni; ma non è "per la vita", cioè per motivi di praticità, che noi stabiliamo delle "definizioni"; infatti è molto più pratico non definire, come preferiscono tanti moderni e postmoderni. La mirabile teologia trinitaria dei concili e le "summae" teologiche sono più e altro che contingenze. Sono monumenti di lode al Dio di Gesù Cristo eretti dalla ragione cristiana. Forse è difficile per l’esegeta moderno, anche cattolico e della generazione di Martini, capirlo.

Tutto il percorso di queste conversazioni notturne nasconde molti passaggi rischiosi. Forse l’antica perizia da rocciatore di Martini li predilige, li cerca. Per restare nel capitolo primo, a p. 18 il cardinale dice: "Gesù si è battuto in nome di Dio perché viviamo secondo giustizia". E a p. 24: "Gesù ha osato intervenire e mostrare che l’amore di Dio deve cambiare il mondo e i suoi conflitti. Per questo ha rischiato la vita, sacrificandola infine sulla croce. La sua abnegazione, però, la vediamo già in precedenza. [...] Credo che questo sia il suo amore, che sento nella comunione, nella preghiera, con i miei amici, nella mia missione". Non ho alcun timore di impopolarità nel dire che questa cristologia di taglio liberazionista sarà anche pastoralmente utile con alcuni giovani aperti al progresso, ma mi appare seriamente lacunosa. È inutile che io ricordi a un grande conoscitore dei testi del Nuovo Testamento quanto sia criticamente infondato, oltre che profondamente riduttivo del significato della Rivelazione, affermare che Gesù "si è battuto in nome di Dio" come uno dei tanti ribelli religiosi, ed è morto sulla croce per cambiare il mondo secondo le contingenti istanze del mondo (pace e giustizia secondo chi e per chi?). Ammettiamo che la lettura che Martini fa di Gesù implichi un antagonismo più spirituale e meno “politico”; non vi scorgo, comunque, quasi niente della tradizione trinitaria e cristologica.

Tradizione che innerva invece profondamente il "Gesù di Nazaret" di Joseph Ratzinger, sul quale il padre Sporschill ironizza (“il buon Gesù di Ratzinger”) con scarsa intelligenza.

Inappropriati sul terreno ecclesiologico sono, poi, diversi passaggi del capitolo quinto dedicato all'enciclica di Paolo VI "Humanae vitae", che hanno naturalmente fatto scalpore. Anche il sincero dispiacere che il cardinale mostra per quella che egli considera una disavventura nel pontificato di papa Montini finisce con una coda polemica. Il papa pubblicò l’enciclica "con un solitario senso del dovere e mosso da profonda convinzione personale", dice Martini, marcandone fortemente il volontario isolamento. Ma ci si domanda: di chi Paolo VI poteva fidarsi, fuori di Roma, nel 1968? Di episcopati travolti dalle crisi del postconcilio? O di teologi trasformati in intelligencija ribelle? Appare poco accorto anche lasciar scrivere provocatoriamente a padre Sporschill: "Supponiamo che Benedetto XVI si scusi e ritiri l’enciclica Humanae Vitae".

Sbaglia Martini a coprire con la sua autorità la propensione di correnti ecclesiali a "chiedere scusa", naturalmente non dei propri errori ma di quelli della gerarchia: uno sport irresponsabile e senza discernimento.

Anche la metafora dei quarant’anni trascorsi dopo la "Humanae Vitae", da intendere come i quarant’anni di Israele nel deserto (p. 93), è ambigua. Chi avrebbe guidato chi, in questa traversata costellata di infedeltà? Pensa il cardinale Martini, come si pensa negli sparsi focolai della contestazione, che sia il popolo di Dio a guidare alla Terra Promessa una gerarchia resistente al richiamo dello Spirito? O riconosce che è avvenuto il contrario: la profonda conferma della insostituibilità della Chiesa "madre e maestra"? Il coraggio di Paolo VI, fondato nella sua coscienza del ruolo di Pietro, fu enorme e, nella lunga durata della sollecitudine della Chiesa per l’uomo, salutare, come possiamo valutare oggi, dopo decenni di disorientamento e presunzione modernizzante.

Insomma, anche apprezzando in queste pagine tante osservazioni misurate e di grande delicatezza pastorale, trovo nel cardinale una troppo debole consapevolezza di ciò che è in gioco nell'attuale passaggio di civiltà.

Prevale in lui l’ascolto delle opinioni, delle preoccupazioni e delle proteste, interne ed esterne alla Chiesa, e una programmatica sintonia con esse, tipica dell'intellettuale.

Valga la considerazione, davvero eccessiva, che riserva alle tesi del filosofo tedesco Herbert Schnädelbach in un saggio del 2000 sulle "colpe del cristianesimo".

Trovo rivelatrice anche la risposta di Martini alla domanda se ha mai avuto paura di prendere decisioni sbagliate (p. 64): "Per paura delle decisioni ci si può lasciar sfuggire la vita. Chi ha deciso qualcosa in modo troppo avventato o incauto sarà aiutato da Dio a correggersi. [...] Non mi spaventano tanto le defezioni dalla Chiesa. Mi angustiano, invece, le persone che non pensano. [...] Vorrei individui pensanti. [...] Soltanto allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti. Chi riflette sarà guidato nel suo cammino. Ho fiducia in questo".

Intravedo in queste formule un metodo talvolta adottato da uomini di Chiesa e in particolare dalla Compagnia di Gesù: attrarre le persone che pensano, non importa se credenti; non smarrirsi per le passate o presenti defezioni dall’istituzione; avere fiducia nella guida e nella correzione di Dio in questo genere di impresa. Questo coraggio spesso appare efficace, anche se non sappiamo cosa ne scaturirà di più profondo e decisivo per la formazione alla fede e per la Chiesa stessa. Ma c'è qualcosa di essenziale che sfugge. Chi giudica delle "persone pensanti"? E pensanti che cosa? Cosa intende esattamente il cardinale, se andiamo oltre le generali e generose formule educative ed entriamo nel cuore dell’istruzione cristiana?

È evidente che quella espressa dal cardinale è stata anche la scommessa di parte della Chiesa nella lunga crisi di uomini e di fede del postconcilio. È evidente anche l’ottimismo che regge una simile pedagogia della provvidenziale realizzazione di sé nella libertà. Così, però, si è sottovalutata e alla fine favorita la falcidie degli uomini dell’istituzione, del clero. Non era difficile, in anni ancora vicini a noi, sentir dire dai pastoralisti che la mancanza di clero è un falso problema ed è anzi una chance per il rinnovamento della trasmissione della fede e per la sua purificazione, naturalmente in senso "non clericale".

L’ottimismo che accompagna la conversazione notturna del cardinale Martini non può essere, dunque, proposto semplicemente alla futura sperimentazione. Ha già segnato pratiche del passato. E i risultati di questo ottimismo sono sotto il giudizio di tutti. Si può sospettare che, dietro il fascino delle formule e il consenso di tanti amici non credenti, tale ottimismo abbia alimentato quell’intima contraddizione di cui il cardinale appare portatore: da un lato una visibilità cristiana dotata di un profilo “aperto”, dall’altro un messaggio reticente quanto a completezza della confessione di fede. Nel suo modello pedagogico, tra frequentazione della Bibbia e confidenza con gli articoli del Credo lo squilibrio è vistoso: uno squilibrio in cui la Tradizione e il Credo vivono in sordina come fosse superfluo menzionarli.

Una contraddizione simile segna paradossalmente anche le pagine di Carlo Maria Martini sugli esercizi spirituali di sant’Ignazio. Essi sono per il cardinale "esercizi pratici e semplici che mantengono vivo l’amore. È un po’ come nella vita familiare [...]. Anche l’amore per Gesù e l’intimità con Dio vivono di una condotta quotidiana. Non riesco ad immaginare la mia vita senza l’acquasanta ecc.". Accolgo queste formule delicate, e alla base di esse la distinzione tra gli esercizi "nella loro forma completa, solo per pochi", e i "numerosi esercizi facili" per tutti (p. 88). Però perché riservare ai semplici la prima settimana, dedicata (dico per semplicità) all’esame di coscienza, e non farli accedere almeno alla seconda? Nel testo italiano del 1555, che traduce la cosiddetta "vulgata", si legge: "La seconda settimana è contemplare il regno di Iesù Christo per similitudine de uno re terreno il quale chiama li suoi soldati alla guerra". L’autografo di Ignazio è più secco: "El llamamiento del rey temporal ayuda a contemplar la vida del rey eternal", ma non muta la sostanza. La regalità di Cristo e la sua chiamata sono forse irrilevanti per il "buon cristiano" e per la sua vita di fede?

Evidentemente per il cardinale Martini non è essenziale, anzi è imbarazzante "considerare Christum vocantem omnes suos sub vexillum suum", salvo forse in una versione tutta spirituale. Ma credo che anche parte della Chiesa abbia troppo offuscato i propri "vexilla" e si sia autolimitata al domestico, sia familiare sia comunitario. Ne hanno sofferto i suoi necessari profili universali e pubblici. Ne ha sofferto la sua stessa dedizione e chiamata alla Verità; poiché se a una famiglia possono bastare la consuetudine privata del Pater Noster e la lettura dei Vangeli o dei Salmi, questo non basta alla fede e alla missione. Né può bastare, penso, alla Compagnia di Gesù, ai suoi uomini, alla sua ragione di vita.

È stato necessario che fosse la cattedra di Pietro a fare attiva e autorevole memoria di tutto questo, negli ultimi decenni.

 

 

 


 

L’altolà della Chiesa a Obama «Non vanno usati gli embrioni»

La Santa Sede non ha fatto commenti ufficiali sui programmi del nuovo presidente americano Barack Obama ma ieri mattina, rispondendo a una domanda riguardante l’uso delle cellule staminali embrionali, il cardinale Javier Lozano Barragán, «ministro della Sanità» vaticano, in occasione della presentazione della XXIII Conferenza internazionale sul tema della «pastorale nella cura dei bambini malati», ha preso le distanze dai propositi recentemente manifestati dal prossimo inquilino della Casa Bianca pur non nominandolo esplicitamente.

Com’è noto, Obama ha dichiarato nei giorni scorsi di voler togliere il veto imposto da George W. Bush nel 2001 all’uso delle staminali embrionali. (Vedi anche articolo nelle News di oggi. N.d.r.).

Rispondendo in conferenza stampa a una giornalista del Washington Post circa le «preoccupazioni» del Vaticano per gli orientamenti espressi in merito dal neopresidente americano, il porporato afferma che «le leggi sulle staminali si devono considerare secondo i progressi della scienza attuale. In un primo momento si credevano una panacea per tutto - ha osservato - e invece gli scienziati dicono ora che le staminali embrionali non servono a nulla, che non hanno mai portato a una guarigione». «Studi recenti - ha continuato Lozano Barragán - danno invece valenza positiva alle cellule adulte o prelevate da cordone ombelicale. La ricerca è ancora aperta ed è - spiega il “ministro della Sanità” vaticano - una promessa molto grande», come lo furono a suo tempo i trapianti, ma in entrambi casi «non deve essere messa in pericolo né la vita del donatore né quella del ricevente. A queste condizioni, va tutto bene».

Era quello del cardinale un «avvertimento» a Obama da parte dei sacri palazzi?

Barragán, subito dopo la conferenza stampa, cerca di aggiustare il tiro: «Ho riaffermato quello che sosteniamo da sempre - spiega - senza riferirmi esclusivamente al neopresidente degli Stati Uniti, di cui non conosco a fondo la posizione in materia». Ma a questo proposito il Vaticano preannuncia già il suo eventuale giudizio: «Se incoraggerà la ricerca sulle staminali adulte, lo applaudiremo - dice il cardinale Barragán - mentre se vorrà riparlare di embrioni, non saremo con lui».

Nell’agosto 2001 l’amministrazione americana guidata da Bush aveva fortemente limitato i finanziamenti federali alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, pur senza introdurre alcuna legge in materia. Non è ancora chiaro, anche alla luce degli ultimi orientamenti scientifici, che cosa voglia cambiare Obama. Nei comizi prima del voto del 4 novembre aveva ripetuto, non spesso, che su questo tema le posizioni di Bush «hanno ammanettato i nostri scienziati impedendo loro di competere con le altre nazioni».

In ogni caso il tema è tra quelli già segnalati dal presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti, insieme a quello del’aborto, come questioni eticamente sensibili e non negoziabili. Avendo ricevuto il voto del 54 per cento dei cattolici americani, Obama non potrà non tenerne conto.

La posizione della Santa sede in queste settimane è comunque attendista. Dai sacri palazzi si guarda alla svolta «storica» impressa dall’arrivo di Obama alla Casa Bianca, al tempo stesso si attende di vedere che cosa farà il nuovo presidente. Pur essendosi dichiarato personalmente contrario all’aborto ripetendo che «nessuno è a favore, ma accetto il principio di libertà di scelta della donna», Barack aveva assicurato che appena designato avrebbe firmato il «Freedom of Choice Act», proposta di legge che attribuisce alle donne il diritto di scegliere di abortire, in ogni Stato, compreso Porto Rico, e a ogni età, anche al di sotto dei 18 anni. Un possibile cambiamento liberal che Oltretevere desta preoccupazione. (Andrea Tornielli, Il Giornale, 12 novembre 2008)

 

 

 


 

9 novembre 2008

 

Perfino i cattolici non leggono più Bibbia e Vangelo

Qualche volta capita di essere fulminati da un’evidenza. In Italia non sappiamo niente del Vangelo. Lo orecchiamo e pure male. La Bibbia poi: zero o quasi. L’altra sera, per consolarmi della melancolia suscitata da Annozero di Santoro, sono trasmigrato dal secondo al primo canale della Rai. Ed è stato molto istruttivo. C’era “Porta a porta” e si parlava di “Sangue dei vinti”, il film tratto dal libro di Giampaolo Pansa. Va visto, bisogna portarci gli studenti a vederlo, ripara molta ignoranza e molte falsificazioni dei testi di storia sulla Liberazione. Con Bruno Vespa e Pansa c’era anche un protagonista di quella pellicola: Michele Placido. Il quale tirando la morale della serata, citando sue recenti letture di classici greci, ha detto più o meno: «Come si sostiene nell’Antigone: “Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti”».

Intorno c’era gente molto attrezzata, laureati, intellettuali, tutti - a sentire citare Sofocle e i tragici di Atene - hanno pensosamente accondisceso con cenni del capo alla profondità di questi nostri antenati attici (non si allude qui agli abitanti degli appartamenti siti all’ultimo piano, ma ai residenti in Attica: siamo gente colta noi di Libero, quasi come Placido). Lì ho capito che noi italiani siamo ignoranti sulla guerra civile 1943-1945, e qualcosa però si sta facendo finalmente; ma siamo conciati peggio sulle Sacre Scritture, e invece lì non si sta facendo nulla di nulla.

Ho controllato. Non era Sofocle ma Gesù a scandire quelle parole. Capitolo 8 versetto 22 del Vangelo di Matteo. Possibile che nessuno abbia eccepito? Possibilissimo. In Italia si può tranquillamente frequentare dalle scuole materne sino alla laurea e al dottorato uscendone coi massimi voti senza che sia necessario rispondere ad una qualsiasi domanda sul Vangelo e neppure se ne sia letta una pagina. Questo vale anche per l’Antico Testamento. (Non vale più per il Corano: nelle medie inferiori è infatti ormai obbligatorio leggere la storia di Maometto con ampie citazioni del libro del Profeta).

Non esiste nella scuola italiana come materia obbligatoria. Certo c’è l’insegnamento della religione cattolica. Ma esso è facoltativo, il voto non è determinante. Oltretutto, ahinoi, durante l’ora di religione il Vangelo non è un libro di testo previsto. I professori inoltre si dedicano a tutto, meno che alle pagine di Luca, Marco, Matteo e Giovanni. Le lettere di Paolo e i salmi, l’Esodo e il libro di Geremia o quelli di Isaia, Giobbe e Giona? Non esistono. Gomorra ormai è diventato sinonimo di Camorra ed è considerato un libro sui Casalesi, non una città incenerita da Dio come narra la Genesi.

Non è un’ignoranza recente. Non diamo la colpa ai professori di oggi e ai ragazzi propensi ai videogiochi invece che alle letture sacre. Ricordo un’antica trasmissione di Maurizio Costanzo. Ci fu un austero e coltissimo comunista, di cui non faccio il nome per non incorrere in errore, che sostenne che il detto: «Chi non lavora non mangia» fosse di Lenin. Al che un altro ospite lo derise: «Eh, eh, è di Marx».

Avevo appena letto (per caso, lo ammetto) una lettera di San Paolo. E stava davvero lì: seconda lettera ai Tessalonicesi, capitolo 3 versetto 10. Peraltro ho controllato anche nelle opere complete di Lenin, tramite Internet. La frase c’è anche in Lenin, che la cita da Marx, come si noterà presto dal virgolettato. Sul serio. Trattasi dell’opuscolo “Stato e Rivoluzione”, parte quinta, capitolo sulle “Premesse economiche della morte dello Stato”: «"Chi non lavora non mangia": questo principio socialista è già realizzato; "a uguale quantità di lavoro, uguale quantità di prodotti": quest'altro principio socialista è anche esso già realizzato. Tuttavia ciò non è ancora il comunismo».

Sia Marx sia Lenin hanno in realtà realizzato un esproprio proletario dal Nuovo Testamento.

Conclusione. Ci vuole un altro piccolo decreto Gelmini. Il primo articolo della legge 133 inserisce come obbligatori la lettura e lo studio della Costituzione italiana. D’accordo. La Lega ha fatto aggiungere: vanno meditati anche gli Statuti regionali. Come no? Come si fa a vivere senza conoscere il quinto articolo dello Statuto dell’Abruzzo? Io mi permetterei di rendere obbligatoria un’altra oretta di insegnamento: la lettura dei Vangeli. E ancora: dell’Antico Testamento e delle lettere di San Paolo.

In fondo sono la sostanza della nostra cultura anche per chi non crede.

Il fatto è che ignorano questi testi anche i cattolici che pure la considerano parola di Dio, e su di essa si basa la loro fede visto che vi si annuncia nascita morte e resurrezione di Gesù Cristo. Invece niente. Si è chiuso da poco il Sinodo dei vescovi sulla “Parola di Dio”, il Papa ha invocato di rileggere quei testi insieme. Qualche giornale ne ha parlato? Lo si considera ovvio. Balle. I musulmani al contrario sanno tutto del Corano. Imparano a leggere su quel testo. Così assorbono l’alfabeto ed insieme la (spesso) nefasta potenza della loro religione.
Forza Mariastella, rimedia. Io intanto da piccolo deputato presenterò una proposta di legge. Tanto non passa. Non siamo integralisti, noialtri poveri italiani bamba. (Renato Farina, Libero, 2novembre 2008

 

 

 


 

Il Gesù del cardinale Martini non avrebbe mai scritto la "Humanae Vitae"

Nel suo ultimo libro-intervista, uscito prima in Germania e ora anche in Italia, il cardinale Carlo Maria Martini si autodefinisce non un antipapa come spesso è dipinto dai media, ma "un ante-papa, un precursore e preparatore per il Santo Padre".

Stando comunque a quello che si legge nel libro, sono molti i punti su cui il cardinale Martini appare parecchio distante dal papa regnante e dai suoi ultimi predecessori.

Se si confrontano, ad esempio, il "Gesù di Nazaret" di Benedetto XVI e il Gesù descritto dal cardinale Martini in questo libro, la lontananza è impressionante. La dice bene il gesuita tedesco che fa da intervistatore, padre Georg Sporschill, senza nascondere a chi dà la sua preferenza:

"Il libro del pontefice è una professione di fede nel buon Gesù. Il cardinale Martini ci pone di fronte a Gesù da un'altra prospettiva. Gesù è l'amico del pubblicano e del peccatore. Ascolta le domande della gioventù. Porta scompiglio. Lotta con noi contro l'ingiustizia".

Proprio così. Nelle parole del cardinale, il Discorso della Montagna è una carta dei diritti degli oppressi. La giustizia è "l'attributo fondamentale di Dio" e "il criterio di distinzione" con cui Egli ci giudica. L'inferno "esiste ed è già sulla terra": nella predicazione di Gesù era semplicemente "un monito" a non produrre troppo inferno quaggiù. Il purgatorio è anch'esso "un'immagine", sviluppata questa volta dalla Chiesa, "una delle rappresentazioni umane che mostra come sia possibile essere preservati dall'inferno". La speranza finale è "che Dio ci accolga tutti", quando la giustizia cederà il passo alla misericordia.

Lo stile espressivo di Martini è come sempre il chiaroscuro, lo sfumato, fin dal titolo di questo suo ultimo libro: "Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede". Sul celibato del clero, ad esempio, dice e non dice. E così sulle donne prete. E così sull'omosessualità. E così sul preservativo. Anche quando critica la gerarchia della Chiesa non fa i nomi, né delle persone né delle cose.

Ma questa volta un'eccezione c'è. In un capitolo del libro, il bersaglio esplicito è l'enciclica di Paolo VI del 1968 "Humanae Vitae" sul matrimonio e la procreazione. Martini l'accusa d'aver prodotto "un grave danno" col divieto della contraccezione artificiale: "molte persone si sono allontanate dalla Chiesa e la Chiesa dalle persone".

A Paolo VI, Martini imputa d'aver celato deliberatamente la verità, lasciando che fossero poi i teologi e i pastori a rimediare, adattando i precetti alla pratica:

"Io Paolo VI l'ho conosciuto bene. Con l'enciclica voleva esprimere considerazione per la vita umana. Ad alcuni amici spiegò il suo intento servendosi di un paragone: anche se non si deve mentire, a volte non è possibile fare altrimenti; forse occorre nascondere la verità, oppure è inevitabile dire una bugia. Spetta ai moralisti spiegare dove comincia il peccato, soprattutto nei casi in cui esiste un dovere più grande della trasmissione della vita".

In effetti, prosegue il cardinale, "dopo l'enciclica Humanae Vitae i vescovi austriaci e tedeschi, e molti altri vescovi, seguirono, con le loro dichiarazioni di preoccupazione, un orientamento che oggi potremmo portare avanti". Un orientamento che esprime "una nuova cultura della tenerezza e un approccio alla sessualità più libero da pregiudizi".

Dopo Paolo VI venne però Giovanni Paolo II, che "seguì la via di una rigorosa applicazione" dei divieti dell'enciclica. "Non voleva che su questo punto sorgessero dubbi. Pare che avesse perfino pensato a una dichiarazione che godesse il privilegio dell'infallibilità papale".

E dopo Giovanni Paolo II è venuto Benedetto XVI. Martini non ne fa il nome e non sembra fare su di lui affidamento, ma azzarda questa previsione:

"Probabilmente il papa non ritirerà l'enciclica, ma può scriverne una nuova che ne sia la continuazione. Sono fermamente convinto che la direzione della Chiesa possa mostrare una via migliore di quanto non sia riuscito alla Humanae Vitae. Saper ammettere i propri errori e la limitatezza delle proprie vedute di ieri è segno di grandezza d'animo e di sicurezza. La Chiesa riacquisterà credibilità e competenza".

Fin qui Martini. Chi si limitasse però a leggere il suo ultimo libro non imparerebbe nulla né della lettera né tanto meno dello spirito di quella contestatissima enciclica.

Molto più istruttivo, da questo punto di vista, è il discorso che papa Joseph Ratzinger ha dedicato alla "Humanae Vitae" il 10 maggio di quest'anno. Illustrandone i contenuti, ha affermato che "a quarant’anni dalla sua pubblicazione quell’insegnamento non solo manifesta immutata la sua verità, ma rivela anche la lungimiranza con la quale il problema venne affrontato".

E ancor più interessante, per capire il contesto prossimo e remoto entro il quale la "Humanae Vitae" ha preso forma, è la lettura di un libro uscito in Italia poco prima di quello del cardinale Martini.

Il libro ha per titolo: "Due in una carne. Chiesa e sessualità nella storia". E ha per autrici due studiose, entrambe militanti femministe negli anni Settanta, entrambe storiche, l'una laica e l'altra cattolica: Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia.

Quest'ultima dedica alla "Humanae Vitae" un ampio capitolo, ricostruendone la genesi, i contenuti e gli sviluppi. (Sandro Magister, www.chiesa, 3 novembre 2008)

 

 

 


 

La cultura secondo Papa Pacelli

«L'eredità del Magistero di Pio XII» è il titolo del convegno organizzato per il cinquantesimo anniversario della morte di Papa Pacelli che si svolgerà il 6 e il 7 novembre alla Pontificia Università Gregoriana e alla Pontificia Università Lateranense. Dopo i saluti dei rettori dei due atenei pontifici - il gesuita Gianfranco Ghirlanda e l'arcivescovo Rino Fisichella - i lavori saranno introdotti da una relazione del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone. Il convegno si concluderà sabato 8 con l'udienza concessa da Papa Benedetto XVI. Pubblichiamo stralci dell'intervento dell'arcivescovo presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.

di Gianfranco Ravasi

La fluidità semantica che ormai accompagna il termine "cultura" - considerata sempre più come una dimensione "trasversale" e non più come circoscritta al perimetro delle arti liberali - rende piuttosto arduo un itinerario nel mondo culturale di Papa Pacelli. E questo non solo per la complessità della ricostruzione della sua formazione e della sua esperienza, ma anche per il piccolo oceano testuale da lui prodotto attraverso il suo lungo magistero ecclesiale. Consapevoli che la cultura di Papa Pacelli, nel senso soggettivo del genitivo, sia stata già sufficientemente esplorata secondo angolature diverse, noi opteremo più per una verifica, non certo esaustiva ma solo emblematica, della dimensione "oggettiva" di quel genitivo. (...) Nel nostro itinerario testuale all'interno del magistero più specificamente culturale di Pio XII, come è facile intuire, si aprirebbero davanti a noi tante piste possibili, anche secondo le diverse arti. Abbiamo, così, deciso - optando sempre per semplici sondaggi - di presentare una lettura pacelliana di due discipline distanti tra loro, poste quasi agli estremi dello spettro variegato delle arti (che, tra l'altro, si è arricchito di nuovi soggetti, come ad esempio il cinema, del quale pure Pio XII si è interessato con la Miranda prorsus del 1957). Noi, invece, affronteremo solo il tema della musica e dello sport.

Alla prima, grande arte, tanto cara alla tradizione ecclesiale, Papa Pacelli ha dedicato nel 1955 un'enciclica, la Musicae sacrae disciplina, celebrandola come "nobilissima e purissima arte", "riverbero dell'infinita bellezza di Dio". Ne viene anche tratteggiato "il lungo cammino" che, "dalle semplici e pure melodie gregoriane, nel loro genere però perfettissime", è giunto "alle grandiose e magnifiche opere d'arte nelle quali non solo la voce umana, ma altresì l'organo e gli strumenti aggiungono dignità, ornamento e prodigiosa ricchezza". Certo, non è compito del magistero "dettare leggi di carattere estetico o tecnico nei riguardi della nobile disciplina della musica". Ma appartiene alla missione della Chiesa "difendere la musica da tutto ciò che potrebbe menomarne la dignità, essendo essa chiamata a prestare servizio in un campo di così grande importanza qual è quello del culto divino".

L'angolo visuale è, quindi, quello liturgico e la musica viene considerata nella sua funzione - "per mezzo dei colori, delle linee e dell'armonia dei suoni" - di esprimere la fede e la pietà. Perciò, pur essendo nota la passione musicale di Pacelli (si dice che le sue ultime ore siano state accompagnate dalle musiche di Sibelius), il suo approccio è squisitamente pastorale e, proprio perché, a suo dire, "la musica sacra è più vicina al culto divino che le altre arti belle, come l'architettura, la pittura e la scultura (queste cercano di preparare una degna sede ai riti divini, quella invece occupa un posto di primaria importanza nello svolgimento stesso dei riti sacri)", diventa indispensabile "difenderla da tutto ciò che potrebbe menomarne la dignità", come sopra si affermava, correggendone le deviazioni.

Anche se il Pontefice non entra nel merito delle distinzioni tra arte sacra o liturgica o, più genericamente spirituale, né si impiglia nelle questioni delicate del rapporto tra "bello" e "buono", tra estetica ed etica - in altri casi in cui tocca il tema, il suo sembra essere il pensiero tradizionale dell'intima interconnessione tra le due dimensioni, viste come epifania della vera opera d'arte - in questa enciclica uno spazio a sé stante viene riservato alla musica popolare religiosa. Essa è capace di "ricreare l'animo" e di dare "un tono di maestà religiosa ai convegni e alle adunanze più solenni" ecclesiali, infonde gioia nelle famiglie, accompagna festosamente le processioni, i pellegrinaggi, gli eventi e i congressi religiosi. Un cenno viene riservato anche ai canti etnici dei paesi di missione che potrebbero fungere da modello per l'elaborazione di canti cristiani popolari. Non mancano neanche note concrete, come l'invito a ricorrere "a un linguaggio facile e a una melodia semplice", aborrendo dalla "profusione di parole gonfie e vuote" e costituendo "sodalizi per l'istruzione del popolo nella musica sacra".

Eccoci, infine, allo sport a cui viene dedicata una considerazione specifica in occasione del messaggio agli sportivi italiani (20 maggio 1945), perché la Chiesa deve "curarsi dei corpi e della cultura fisica", e questo sulla base del valore teologico assegnato al corpo dalla stessa Bibbia che ne fa "creatura di Dio al pari dell'anima". Anzi, lo considera tempio dello Spirito Santo (I Corinzi, 6, 19), "dimora di un'anima" e destinato alla risurrezione. Ammiccando a una metafora vegetale biblica ben nota (cfr. Salmi, 90, 5-6; 103, 15-16; Isaia, 40, 6-7; Giobbe, 14, 1-2), Pio XII osserva che il corpo umano non è mera "carne materiale, il cui vigore e la cui bellezza nascono e fioriscono per poi presto appassire e morire, come l'erba del campo che finisce nella cenere e nel fango". Il corpo è invece un "capolavoro di Dio", "destinato a fiorire quaggiù, per schiudersi immortale nella gloria del cielo".

C'è anche, per quanto concerne lo sport, il rimando a san Paolo che a più riprese fa riferimento alla corsa nello stadio o al pugilato per rappresentare il suo apostolato (cfr. i Corinzi, 9, 24-27; Filippesi, 3, 14; 2 Timoteo, 4, 7-8; cfr. i Corinzi, 10, 31:  quest'ultimo testo riceve un'applicazione "sportiva" dal Papa). È, allora, importante stabilire una riflessione spirituale ed etica su questa particolare arte. Pio XII elenca alcuni punti indispensabili di questa peculiare agenda che ha nelle attività sportive la sua espressione. Innanzitutto essa esige una disciplina rigorosa, "una formazione ed educazione perfetta ed equilibrata di tutto l'uomo", così da rivelare e coltivare la "dignità e armonia del corpo umano". Ma questa non è che la modalità estrinseca di un'educazione interiore profonda, posta "in stretto rapporto con la morale".

Infatti, lo sport correttamente esercitato abitua all'esame e alla padronanza di se stessi, passando dalla "robustezza fisica" alla "forza e grandezza morale". Nella linea di questa unità psicofisica che lo sport esalta, Papa Pacelli introduce - basandosi anche sulla testimonianza del suo predecessore, Pio XI appassionato alpinista - la funzione formativa nelle virtù che si devono ottenere attraverso l'arte sportiva. C'è, ad esempio, il fair play che definisce come "emulazione cavalleresca e cortese"; ma c'è soprattutto quel corteo di virtù umane e spirituali che accompagnano lo sport, come "la lealtà, il coraggio, la sopportazione, la risolutezza, la fratellanza universale".

Risalendo ancora idealmente a un monito dell'Apostolo Paolo, si esorta lo sportivo a non ridurre tutto il suo impegno alla semplice meta di "guadagnare una coppa" o, peggio, a "darsi arie da superuomo", ma a trasformare questa attività in un vero e proprio atto "simbolico", che sappia cioè tener insieme tutte le capacità dell'essere umano, creando un'armonia e una bellezza attraverso "il raffrenamento e l'assoggettamento del corpo all'anima immortale". Ed è per questa via che può nascere e fiorire una "balda, franca, generosa, audace gioventù". Proprio questa sequenza di aggettivi di tonalità retorica e datata, almeno per il nostro gusto attuale, ci permette di concludere con una piccola testimonianza sullo stile letterario di Papa Pacelli. Naturalmente si potrebbe eseguire un'analisi rigorosa di indole critica sul suo dettato, ma questo richiederebbe una ricerca ben più sistematica di quella da noi condotta.

È indubbio che i suoi testi manifestano costantemente una loro coerenza e coesione stilistica, rivelando l'unicità dell'autore che, pur usando eventuali contributi, li imposta e li impasta nell'omogeneità del suo dettato e del suo pensiero. Un pensiero che, pur nel suo nitore, si sviluppa spesso in modo ramificato con riprese tematiche, con scantonamenti lungo corollari, con applicazioni immediate. Tuttavia, rimane sempre abbastanza delineato il tronco del discorso nel suo messaggio fondamentale, impedendo ogni equivoco ermeneutico. Sostanzialmente si è in presenza dell'ars rhetorica ecclesiastica tradizionale con tutte le sue risorse, compresa quella dell'incisività, sostenuta dalla reiterazione parallelistica e dal crescendo.

Ecco un bell'esempio nella Summi pontificatus:  "L'ora della vittoria è un'ora dell'esterno trionfo per la parte che riesce a conseguirla; ma è in pari tempo l'ora della tentazione, in cui l'angelo della giustizia lotta con il demone della violenza; il cuore del vincitore troppo facilmente s'indurisce; la moderazione e una lungimirante saggezza gli appaiono debolezza; il bollore delle passioni popolari, attizzato dai sacrifici e dalle sofferenze sopportate, vela spesso l'occhio anche ai responsabili e fa sì che non badino alla voce ammonitrice dell'umanità e dell'equità, sopraffatta o spenta dall'inumano "Guai ai vinti!"".

Il ventaglio lessicale è ricco, non rifugge dal ricorso al linguaggio alto e a qualche vezzo arcaizzante; frequente è l'accumulo nell'aggettivazione, propria dell'eloquenza sacra e, più in genere, pubblica di quel periodo storico; non si disdegna l'uso del simbolo e la spezia della passione e del sentimento. Il cursus sintattico, che privilegia l'ipotassi, procede solenne, rivelando il dominio non solo della lingua, ma anche dell'arsenale delle sue potenzialità evocative, del repertorio del suo lessico, del patrimonio delle sue metafore. Quindi, pur con una semplice perlustrazione di superficie, la qualità letteraria dell'opera di Pio XII ne conferma lo spessore culturale, intimamente connesso alle coordinate storiche, alle loro urgenze e istanze. Si configura, così, un modello netto e caratteristico di cultura cattolica, contrassegnata da una sua identità che si àncora alla tradizione cristiana occidentale. (©L'Osservatore Romano - 6 novembre 2008)

 

 

 


 

Un filosofo rilancia la scommessa del papa: vivere come se Dio ci fosse

È uscito in questi giorni in Italia, dopo che era già uscito in Germania, un libro davvero importante. Ha per autore un filosofo cristiano di prima grandezza, Robert Spaemann (nella foto). Ha per titolo, nell'originale tedesco "Das unsterbliche Gerücht". Un titolo che l'autore spiega così:

"Che esista un essere che nella nostra lingua si chiama 'Dio' è una vecchia diceria che non si riesce a mettere a tacere. Questo essere non fa parte di ciò che esiste nel mondo. Dovrebbe essere piuttosto la causa e l’origine dell’universo. Fa parte della diceria, però, che nel mondo stesso ci siano tracce di quest’origine e riferimenti ad essa. E questa è la sola ragione per cui su Dio si possono fare affermazioni tanto diverse".

Il libro, edito in Italia da Cantagalli, è il primo di una collana che si intitola, non a caso: "Come se Dio fosse".

Vivere "come se Dio fosse" – si creda o no in Lui – è la proposta paradossale lanciata da Benedetto XVI alla cultura e agli uomini d'oggi.

Questa proposta Joseph Ratzinger la formulò per la prima volta, da filosofo oltre che da teologo, nel memorabile discorso da lui pronunciato a Subiaco il 1 aprile 2005, ultima sua conferenza pubblica prima d'essere eletto papa.

Ratzinger la espose così:

"Nell’epoca dell’illuminismo si è tentato di intendere e definire le norme morali essenziali dicendo che esse sarebbero valide 'etsi Deus non daretur', anche nel caso che Dio non esistesse. Nella contrapposizione delle confessioni e nella crisi incombente dell’immagine di Dio, si tentò di tenere i valori essenziali della morale fuori dalle contraddizioni e di cercare per loro un’evidenza che li rendesse indipendenti dalle molteplici divisioni e incertezze delle varie filosofie e confessioni. Così si vollero assicurare le basi della convivenza e, più in generale, le basi dell’umanità.

A quell’epoca sembrò possibile, in quanto le grandi convinzioni di fondo create dal cristianesimo in gran parte resistevano e sembravano innegabili. Ma non è più così. La ricerca di una tale rassicurante certezza, che potesse rimanere incontestata al di là di tutte le differenze, è fallita. Neppure lo sforzo, davvero grandioso, di Kant è stato in grado di creare la necessaria certezza condivisa. Kant aveva negato che Dio possa essere conoscibile nell’ambito della pura ragione, ma nello stesso tempo aveva rappresentato Dio, la libertà e l’immortalità come postulati della ragione pratica, senza la quale, coerentemente, per lui non era possibile alcun agire morale. La situazione odierna del mondo non ci fa forse pensare di nuovo che egli possa aver ragione?

Vorrei dirlo con altre parole: il tentativo, portato all’estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre di più sull’orlo dell’abisso, verso l’accantonamento totale dell’uomo. Dovremmo allora capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita 'veluti si Deus daretur', come se Dio ci fosse. Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti; è il consiglio che vorremmo dare anche oggi ai nostri amici che non credono. Così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgentemente bisogno".

Letto su questo sfondo, il libro di Spaemann riesce ancor più avvincente. (Sandro Magister, www.chiesa, 31 ottobre 2008)

 

 

 


 

Politiche coercitive in Brasile contro la donna e la vita

Il mezzo di controllo della natalità più diffuso nel mondo è la sterilizzazione delle donne. Secondo stime del 1995 - di recente richiamate in un dossier dell'Agenzia Fides - le ultime a disposizione, centosessanta milioni di donne in età riproduttiva hanno fatto ricorso alla legatura delle tube; centotrentotto milioni di loro vivono in Paesi in via di sviluppo.

Se nei Paesi occidentali, il ricorso alla legatura delle tube come metodo anticoncezionale è minimo - anche se nel Regno Unito, ad esempio, stando ai dati del servizio sanitario, ogni anno circa quarantamila donne sceglierebbero la sterilizzazione, un dato che fa riflettere sul come viene considerata la sterilizzazione in quel Paese, una pratica volontaria anticoncezionale - in zone del mondo povere e ad alta densità demografica, la sterilizzazione è stata usata negli ultimi decenni come una pratica di massa e questo lascia ritenere che non sia stata una libera scelta da parte delle donne.

Incentivi, disinformazione e politiche coercitive hanno fatto la loro parte. E la fanno tuttora, in alcuni casi. Del Brasile - dove la cifra degli aborti clandestini è stimata tra gli ottocentomila e il milione - parliamo con padre Marco Paini, sacerdote missionario della Comunità missionaria di Villaregia.

Partito a ventitré anni per Belo Horizonte, padre Marco ha terminato gli studi di teologia in Brasile, dov'è stato ordinato diacono e ha iniziato il ministero sacerdotale. Dopo quattro anni è rientrato in Italia e dopo nove anni è ripartito per Belo Horizonte, dove è stato fino a oggi, in una Comunità che ormai ha 22 anni di vita. Dal 1998 ha lavorato più direttamente nella pastorale della missione di Betânia, che conta circa quarantamila abitanti e, negli ultimi tre anni, ha prestato servizio nella vicaria e nell'arcidiocesi di Belo Horizonte.

Padre Marco delinea i principali problemi che ha dovuto affrontare nella sua opera missionaria. "Credo fondamentalmente tre. Il primo riguarda il processo di inculturazione. Spesso possiamo rischiare di sottovalutare l'importanza di questo aspetto nella vita missionaria. Per me - sottolinea - ha significato farmi semplice e povero per accostarmi alla gente che incontravo come fratello e amico, con il desiderio di conoscere e di imparare, di rallegrarmi per ogni bellezza vista e di rispettare quello che non riuscivo a comprendere. Il secondo si riferisce alla sfida di un meccanismo ingiusto, in cui le persone non possono realizzare i propri sogni a causa delle precarie condizioni economiche. In questi anni, innumerevoli volte mi sono trovato nella situazione di non sapere come aiutare gente capace e animata da buona volontà, ma costretta a lottare ogni giorno per la propria sopravvivenza; giovani, papà e mamme, adulti, persone intelligenti e buone, desiderose di realizzare tanti progetti per loro importanti, ma che, ogni giorno, devono fare i conti con una povertà che schiaccia, che opprime, che impedisce di vivere con dignità. Per loro esiste solo la speranza, o, in casi peggiori, la rabbia e la rassegnazione". Il terzo problema si situa a livello religioso. Secondo padre Paini "la presenza in Brasile di tantissime denominazioni religiose, cristiane e non, lascia spesso le persone confuse e insicure, sempre alla ricerca di quella "chiesa" che può soddisfare maggiormente le proprie esigenze e necessità. È stata questa una difficoltà che ci ha spinto a cercare le modalità più autentiche di testimoniare la nostra fede, prima ancora di annunciarla e predicarla".

Padre Paini illustra l'attività del Centro di Amore alla Vita. "Il Centro di Amore alla Vita (Ceavi) è nato nella nostra missione di Betânia nel 1992. Davanti a un sistema sociale che incentiva una mentalità contro la vita con la propaganda dei metodi contraccettivi tradizionali, la pillola, la spirale, il diaframma (sono forniti gratuitamente presso i centri di salute statali), abbiamo tentato di individuare proposte alternative per sostenere e incoraggiare chi desidera fare scelte in favore del diritto alla vita. Il Centro - ricorda il missionario - ha orientato il proprio lavoro alla scelta e all'applicazione dei "metodi naturali", come via a una sana ed equilibrata pianificazione familiare, rispettosa delle leggi naturali e delle persone. L'applicazione di tali metodi richiede un profondo rispetto dei ritmi naturali ed è possibile solo a persone che, in nome dell'amore, sanno rinunciare alla ricerca egoistica del proprio piacere per cercare sinceramente il bene del proprio partner e l'armonia del rapporto a due".

Padre Marco parla anche dei problemi più rilevanti che vivono la donna e la famiglia in Brasile. "Per quanto riguarda il lavoro, si sta verificando in Brasile la "femminilizzazione della povertà":  si tratta, in altri termini, di una disparità dei salari tra uomini e donne. In media, gli uomini ricevono uno stipendio del 42% superiore a quello delle donne. Inoltre, mentre essi occupano i posti di lavoro meglio retribuiti, le donne svolgono attività legate a servizi personali e sociali, con salari più bassi. Il tasso di disoccupazione è del 6,7% tra le donne e del 5,9% tra gli uomini. Sono meno, poi, le donne che vanno in pensione rispetto agli uomini che, quando raggiungono questo traguardo, ricevono uno stipendio maggiore. Negli ultimi anni, si è registrato, tuttavia, un maggior inserimento delle donne sia nel mondo del lavoro sia negli ambienti politici".

A riguardo della natalità e della condizione della donna "alcune politiche pubbliche del governo, dirette sia alle gestanti sia ai neonati, hanno portato - rileva padre Marco - alla diminuzione della mortalità infantile, ma i numeri sono ancora molto alti. Cinquemila donne muoiono dando alla luce un bambino, sebbene il 96% di esse potrebbe essere salvato attraverso interventi adeguati. Circa un milione di donne ricorre ogni anno all'aborto che, realizzato in condizioni poco sicure, è la quarta causa di mortalità delle donne in Brasile. Il 45% della popolazione brasiliana è composta da negri e mulatti; costituiscono il 69% dei poveri. Il 40,7% delle brasiliane negre o mulatte muore prima dei 50 anni. Su mille bambini, figli di madri bianche, trentasette muoiono; il numero sale a sessantadue in caso di figli di madri negre o mulatte. Oggi in Brasile ogni quindici secondi una donna viene picchiata".

Circa l'interruzione volontaria della gravidanza, padre Marco traccia una situazione inquietante.

"La pratica dell'aborto - evidenzia - è sempre più diffusa come sistema di controllo delle nascite. Trattandosi di una pratica illegale, non esistono statistiche ufficiali a riguardo. Comunque, è risaputo che la frequenza è altissima e le modalità tra le più svariate:  dall'intervento fatto presso cliniche clandestine alla classica "pesada" (un calcio dato con violenza nel ventre della gestante) diffusissima negli ambienti di povertà estrema. Esiste una buona parte della società brasiliana schierata a favore della legalizzazione dell'aborto; tanti la ritengono necessaria, in particolare, in riferimento a una situazione molto triste, quella cioè della prostituzione infantile. Con tutta la crudeltà e la violenza che la accompagna, la prostituzione infantile assume in questo Paese dimensioni e caratteristiche terrificanti".

Ciò che rende il problema ancora più drammatico è il fatto che esso si sta espandendo a macchia d'olio dal nord al sud del Brasile.

"In Brasile siamo di fronte a un grande paradosso. Mentre si impongono tagli drastici alle spese per la sanità, mentre il ricovero in ospedale è un lusso di una élite, - rileva ancora padre Marco Paini - le poche risorse destinate al benessere del cittadino sono investite contro il diritto alla vita. Per una polmonite si può morire perché lo Stato non fornisce gli antibiotici agli indigenti, ma per controllare la fertilità e favorire la sterilizzazione non si bada a spese. Ovviamente si evita ogni informazione sugli effetti deleteri dei contraccettivi, della sterilizzazione stessa. La voce profetica della Chiesa in Brasile ripete a tutti, senza stancarsi, "Scegli, dunque, la vita!"". (Danilo Quinto, ©L'Osservatore Romano,  6 novembre 2008)

 

 

 


 

I santi come fiori che non appassiscono

La festa di Tutti i Santi, immagine della Gerusalemme celeste; il giorno della Commemorazione dei Defunti. Due date che si susseguono nel calendario della vita, messaggio per il credente chiamato a vivere nella verità della fede il suo essere cristiano. Così se i Santi ci indicano la strada, come ricordava Papa Benedetto il 1° novembre, e ci dicono che la santità non è un qualcosa per pochi eletti ma obiettivo cui tendere tutti – l’immagine dell’orto botanico dove non meraviglia la varietà di piante e di fiori, e del giardino celeste, la Gerusalemme attesa, dove i Santi sono una moltitudine, diversi per cultura, lingua, condizione sociale – il giorno che fa memoria dei defunti suscita e chiede una corretta riflessione sulla vita e sulla morte. Invito a “non essere tristi come gli altri che non hanno speranza”.

Non è un caso, allora, che Benedetto XVI metta in evidenza come sia necessario “anche oggi evangelizzare la realtà della morte e della vita eterna, realtà particolarmente soggette a credenze superstiziose e a sincretismi, perché la verità cristiana non rischi di mischiarsi con mitologie di vario genere”.

A leggere bene questa frase viene alla mente l’attenzione che il mondo e, in particolare, quello scientifico e dei media, pone alla questione della medicalizzazione dell’inizio e della fine della vita. Importante e necessaria la ricerca e le conquiste medico-scientifiche, capaci di aiutare l’uomo a superare mali anche particolarmente gravi.

Troppo spesso però è solo l’aspetto tecnico, della ricerca, che sembra avere il sopravvento rispetto a quel mistero che accompagna la nascita e la morte di un essere umano.

Nelle parole di Papa Benedetto torna con forza il tema della speranza, e si chiede, come nella sua enciclica “Spe salvi”: “La fede cristiana è anche per gli uomini di oggi una speranza che trasforma e sorregge la loro vita? E più radicalmente: gli uomini e le donne di questa nostra epoca desiderano ancora la vita eterna? O forse l’esistenza terrena è diventata l’unico loro orizzonte?”.

Interrogativi che Benedetto XVI ripropone in questa prima domenica di novembre, in una piazza San Pietro affollata. Interrogativi che vogliono sottolineare la ricerca, il desiderio di “una vita beata, la felicità. Tutti vogliamo essere felici”. Ed ecco l’altra questione che si pone e offre, il Papa, al credente: “Non sappiamo bene che cosa sia e come sia, ma ci sentiamo attratti” dalla felicità.

“È questa una speranza universale, comune agli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi”.

Che cosa è, allora, la vita eterna se non una risposta a questa attesa insopprimibile, si chiede il Papa, e che si traduce non in una successione senza fine ma in un immergersi “nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo, il prima e il dopo non esistono più. Una pienezza di vita e di gioia”.

Immagini, come quella poesia brasiliana in cui raggiunti gli ultimi giorni della sua vita un uomo ripercorre con Cristo la storia della sua vita, passi sulla sabbia in riva al mare. Ti sono sempre stato accanto gli dice il Signore; e quando da quattro le orme diventano due l’uomo si rivolge così al Signore: questo è il momento in cui avevo più bisogno di te e tu mi hai abbandonato. È quando io ti ho portato sulle mie braccia, gli risponde il Signore.

Che cos’è allora la speranza per il credente nelle parole di Benedetto XVI? È la mano del Signore che sorregge: “Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani e sarò presente persino alla porta della morte. Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là io ti aspetto per trasformare per te le tenebre in luce”.

Immagine suggestiva che aiuta e accompagna chi in questo giorno ricorda il dolore di una separazione, la tristezza per un’assenza che non sarà più possibile colmare. Non soltanto il destino ultimo comune, quella Gerusalemme celeste appunto, ma anche la speranza che accompagna la nostra esistenza, sono elementi che ci aiutano a guardare “alla morte e all’aldilà nella luce della Rivelazione”.

La speranza cristiana, dice Benedetto, “non è però mai soltanto individuale, è sempre anche speranza per gli altri. Le nostre esistenze sono profondamente legate le une alle altre ed il bene e il male che ciascuno compie tocca sempre anche gli altri. Così la preghiera di un’anima pellegrina nel mondo può aiutare un’altra anima che si sta purificando dopo la morte”. È in queste parole, allora, il messaggio del giorno della Commemorazione dei Defunti, invito a pregare e a sostare presso le tombe nei cimiteri delle nostre città, come anche lui farà scendendo nel pomeriggio della domenica, nelle Grotte Vaticane per pregare dove sono sepolti i suoi predecessori. (Fabio Zavattaro, © Copyright Sir, 3 novembre 2008)

 

 

 


 

Evoluzione e Fede: non c’è opposizione

Evoluzione da “evolvere”, cioè “srotolare un rotolo di pergamena”, leggere un libro.

Questo il significato di una parola che, per molto tempo, è stata usata in opposizione alla fede. Niente di più erroneo. È questa una convinzione al centro del magistero della Chiesa, da Pio XII sino ai nostri giorni.

Lo ha ribadito con lucidità anche Benedetto XVI, ricevendo, nei giorni scorsi, i partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia delle scienze.

La natura è come un libro, “il cui autore è Dio così come lo è delle Scritture”. Chiede solo di essere letto con onestà e secondo la molteplicità dei saperi: di quello scientifico, ma anche di quello teologico. Chi intraprende questa strada troverà alcune verità straordinarie.

L’inizio della storia e della vita – il principio del rotolo – implica un evento fondamentale, cioè il passaggio dal non-essere all’essere, quel passaggio che la Rivelazione cristiana indica nella Creazione.

Se tanti mutamenti ci sono stati, se le specie si sono evolute, all’inizio di tutto c’è stato un intervento, diverso da ogni movimento o mutazione. “Per svilupparsi ed evolversi – ha detto il Papa – il mondo deve prima essere, e quindi essere passato dal nulla all’essere. Deve essere creato, in altre parole, dal primo Essere che è tale per essenza”.

Ora, il concetto di Creazione non è legato solo agli “inizi della storia” del mondo e della vita. Dio, creando, non fissa le cose una volta per tutte, ma conferisce la possibilità degli sviluppi – le evoluzioni – e li mantiene costantemente. La Creazione non è, per così dire, scappata dalle mani di Dio, ma si è sviluppata secondo il suo progetto. Non è un evento del passato, ma è il governo continuo di Dio sul mondo. In questo processo si situa la comparsa dell’uomo, che ricopre un posto unico nel cosmo.

Proprio perché non c’è fissismo, ma Creazione nell’evoluzione, si può ammettere che la specie umana derivi da un’altra. Precisando che c’è stato un intervento diretto di Dio che, in questa evoluzione, ha fatto dell’uomo non un semplice essere vivente, ma un essere spirituale, comunicandogli l’anima spirituale e immortale. La fede non teme la scienza, anzi la incoraggia ad indagare sempre meglio sulle modalità della evoluzione. Ragione e fede sono alleate nel mostrare che la persona umana non è un prodotto casuale.

Leggere il libro della natura conduce, così, a scoprire una logica, un disegno che prende forma man mano. Sì, davvero, “il mondo lungi dall’essere stato originato dal caos, assomiglia a libro ordinato. È un cosmo. Nonostante elementi irrazionali, caotici e distruttivi nei lunghi processi di cambiamento del cosmo, la materia in quanto tale è leggibile. Possiede una matematica innata”.

Questo passaggio rivela un aspetto centrale nel magistero di Benedetto XVI: la natura, il macrocosmo, e l’uomo, il microcosmo, possiedono una logica interna, accessibile alla ragione. Tale logica è il risvolto, per così dire, del progetto creaturale di Dio. Vengono in mente le parole pronunciate al convegno ecclesiale di Verona nel 2006. Là il Papa ricordava che l’universo è “strutturato in maniera intelligente, in modo che esista una corrispondenza profonda tra la nostra ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura”.

Questa corrispondenza conduce a domandarsi se non debba esservi un’unica intelligenza originaria, che sia la comune fonte della natura e della ragione. Conduce a domandarsi se sia razionalmente più logico il caso o il disegno creatore.

Così proprio la riflessione scientifica ci riporta verso il Logos creatore. A questo può giungere la ragione umana, quando i suoi spazi sono “allargati” – anche questa è un’immagine cara a Benedetto XVI – sull’orizzonte della Trascendenza. La ragione è orientata alla fede: altro che contrapposizione!

In nome della scienza viene capovolta la tendenza a dare il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità. L’intelligenza si apre, nel contempo, alle grandi questioni del vero e del bene, cioè del fine della Creazione. Un mondo così meraviglioso, al cui vertice è posto l’uomo, interroga ancora. Perché questo e non il nulla? Quale è il suo scopo?

Domande affascinanti, alle quali occorre, ora, dare piena cittadinanza, perché ricordano che il libro della natura non è solo da decifrare, ma anche da contemplare. (Marco Doldi, © Copyright Sir, 4 novembre 2008)

 

 

 


 

Cristiani e musulmani: riprende il dialogo grazie al Papa

Dal 4 al 6 novembre 25 studiosi cattolici e 25 musulmani si incontrano in Vaticano per studiare le vie di collaborazione fra le due religioni più diffuse nel mondo: 1,4 miliardi per i musulmani; 1,18 miliardi per i cattolici. I rappresentanti di oltre un terzo del pianeta si incontrano sul tema “Amore di Dio e amore del prossimo” Il primo giorno si affronta il tema teologico-spirituale; il secondo giorno, è la volta della “Dignità umana”, in cui si potranno almeno accennare tematiche riguardo ai diritti umani, la libertà di religione, il rispetto religioso, magari alludendo anche alla libertà di convertirsi e di cambiare religione.

Il tema generale è emerso in questi due anni, non senza fatica. Dopo il discorso di Benedetto XVI a Regensburg del 12 settembre 2006, il mondo musulmano ha reagito con violenza e rifiuto alla proposta del papa di riconoscere che il rapporto con Dio implica la ragione ed esclude la violenza.

Molte delle reazioni erano dovute all’ignoranza del discorso e alla conoscenza solo di quanto riportato (spesso in modo distorto) da agenzie di stampa e giornali.

Proprio grazie al discorso di Regensburg, 38 saggi islamici hanno mandato una prima lettera a commento (13 ottobre 2006) e un anno dopo una seconda lettera (sottoscritta da 138 saggi, diventati poi 275) per cercare un terreno comune di collaborazione fra cristiani e musulmani.

A sua volta, il 19 novembre 2007, Benedetto XVI ha risposto alla Lettera dei 138 aprendo a una possibile collaborazione su diversi campi.

Il 12 dicembre 2007, una lettera al card. Bertone del principe giordano Ghazi bin Muhammad bin Talal, accetta di aprire il campo alla collaborazione. Il 4 ed il 5 marzo personalità della Curia vaticana e del mondo islamico si sono incontrati per stabilire le procedure e i contenuti di tale dialogo. Al termine le parti hanno annunciato la creazione di un Forum cattolico-islamico “per sviluppare ancora di più il dialogo fra cattolici e musulmani”. Proprio questo Forum si riunisce per la prima volta a Roma dal 4 al 6 novembre prossimo. Il 6 il gruppo avrà anche un’udienza con Benedetto XVI. All’ incontro di questi giorni è invitato anche p. Samir Khalil Samir, che ci offre questa analisi.

Questo incontro fra esperti musulmani e cattolici a novembre è un inizio ed è positivo per il solo fatto che si tiene: il dialogo è meglio dell’indifferenza e del silenzio reciproco. In questi anni vi è stata pure un’importante evoluzione. All’inizio le lettere dei saggi domandavano solo un dialogo diciamo così, teologico. Ma questo rischiava di essere infruttuoso. È stato desiderio del santo Padre e del card. Tauran l’aver sottolineato che il dialogo doveva avere delle sottolineature legate ai problemi della vita quotidiana e ai diritti della coscienza. Su questo è anche d’accordo Tariq Ramadan, uno degli invitati di parte musulmana.

Cristiani e Islam bloccati dal fondamentalismo

Il rapporto fra cristiani e musulmani ha avuto una storia travagliata. Negli anni ’60, dopo il Concilio Vaticano II, vi è stato un forte slancio da parte cattolica. Anche da parte musulmano vi è stata un’apertura sincera e numerosa. Poi sono successe due cose:

a) col tempo il dialogo si consuma se non è sostenuto da una struttura permanente. Il dialogo con gli ortodossi e altre confessioni cristiane è regolare: ci si ritrova ogni anno, vi sono commissioni miste… Con l’islam invece è dipeso dalle circostanze: talvolta vi sono stati capi che lo desideravano, altre volte responsabili che non lo sostenevano…

b) Il secondo motivo è che negli anni ’70 è cominciata l’ondata del movimento fondamentalista, del quale il mondo islamico soffre per primo. Questa avanzata ha frenato tutto perché la sua linea è quella del rifiuto dell’altro[1]. La posizione dei salafiti è in opposizione in molti punti con la modernità e l’occidente che ne è la fonte; questo ha portato a un rallentamento del dialogo.

Vale la pena sottolineare che questa ripresa è partita proprio dal discorso di Regensburg. E questo è riconosciuto anche da alcuni esperti islamici[2]. Il discorso del papa è stato l’inizio di un nuovo movimento di ripensamento. Se esso ha provocato una risposta positiva è perché egli ha parlato con verità e senza odio. Questo conferma che se nel dialogo non c’è verità, non vi è frutto.

Le piste per il futuro

Una cinquantina di membri parteciperanno al Forum, a parità, anche se i nomi non sono stati pubblicati. Ma fin da ora si può tracciare alcune prospettive per aprire a una collaborazione. Io penso che possiamo fare tanti passi avanti. Si deve però affrontare con pacatezza e con sincerità le decine di punti di incomprensione e di frizione.

Se si parla dei dogmi, dobbiamo arrivare a chiarire la posizione cristiana di fronte all’Islam, al Corano e alla persona di Maometto, cercando di capire la loro posizione e dicendo loro che cosa noi crediamo e perché. Da parte musulmana è importante che si chiariscano cosa significa la nostra fede nella Trinità, nell’incarnazione del Verbo, l’unicità di Dio, ecc.. per non lanciarci accuse false. Se invece vi sono accuse vere, dobbiamo cambiare.

In occidente vi sono polemiche sull’apertura di scuole islamiche o di moschee. Ma questo non è un problema che riguarda il dialogo islamo-cristiano. Le proibizioni o i divieti vengono dallo Stato laico e non hanno motivazioni di difesa del mondo cattolico. Il problema qui è mettersi d’accordo davvero su cosa sia un luogo di culto, da non confondersi con un luogo di guerriglia e di lotta. Lo Stato deve precisare quali devono essere le caratteristiche di tali luoghi e se qualcuno deroga da queste regole, deve avere l’autorità di togliergli tale diritto.

Lo stesso vale per le scuole. In Francia, ad esempio, vi sono delle regole che lo Stato chiede per riconoscere qualunque scuola, anche quella islamica. Occorre ormai giungere a precisare delle norme. Finora non se n’è sentito il bisogno perché vi era un sottofondo comune ovvio. Ma ora, con la nostra società pluralista e globalizzata, queste norme occorre farle. Ad esempio lo Stato deve precisare se nel proprio territorio è il governo che regala il terreno per costruire il luogo di culto o no; se è lecito o no pregare per strada…

Non so quanto questo dialogo potrà essere fruttuoso: il numero considerevole di partecipanti (in tutto più di 50) rischia di non far procedere le discussioni in modo profondo e fruttuoso.

La libertà religiosa

Entrambe le religioni poi pretendono di portare un messaggio di verità e sono chiamate a proclamarlo e diffonderlo nella missione. Ma per fare questo occorre puntualizzare le modalità. Utilizzare mezzi indegni della religione o illeciti va escluso. I musulmani, ad esempio, accusano i cristiani di fare proselitismo facendo “favori” ai poveri e chiedendo in cambio la conversione. Ma anche permettere ad una religione di diffondersi, frenando lo sviluppo dell’altra è ingiusto. Tutto questo è da condannare. Anche l’idea che si promuove nel mondo musulmano, “la verità ha tutti i diritti, la menzogna non ha nessuno diritto”, è ingiusta In base a questo si esclude di fatto la possibilità per le religioni non islamiche di potersi diffondere[3]. A questo è legato il disprezzo verso gli apostati – come quando è avvenuto il battesimo di Magdi Cristiano Allam – che vengono visti come dei traditori, invece che cercatori della verità. Anche avere delle scuole è importante per entrambe le religioni e quindi questo diritto va difeso e non va denigrato come proselitismo.

Conclusione

La mia impressione è comunque che questo dialogo può essere fruttuoso se rispetta 3 dimensioni:

1) occorre che esso inizi e continui anche per anni.

2) Che alla fine siano stilati documenti comuni concreti, che siano poi diffusi il più possibile;

3) Che si dia la massima autorità a tali documenti. Da parte cattolica è facile: basta che il cardinale o un’alta autorità li firmi. Da parte musulmana deve esserci un accordo fra le personalità religiose e i politici islamici. Le leggi che limitano la libertà religiosa sono fatti dai governi islamici, non dai saggi musulmani. Ognuno che partecipa a questi dialoghi, tornando al suo Paese, deve interessare il suo governo e altre associazioni musulmane. Più ancora le decisioni che dipendono dagli Stati dovrebbero essere votati dall’ “Organizzazione della Conferenza Islamica” (OCI). Se non succede questo, diviene scoraggiante. L’autorità del documento è un fatto importante.

Ma la prima e più urgente necessità è quella della libertà religiosa: il diritto di ogni religione a proclamare e diffonderla con mezzi legittimi e leciti e non con quelli illeciti, che devono essere elencati. Questo è un principio spirituale – perché tocca la dignità dell’uomo – e anche un principio teologico, perché tocca il principio dell’uomo creato a immagine di Dio, libero e perciò libero anche di fare degli errori. Mi auguro che da questo incontro venga prestissimo un documento comune sulla libertà religiosa.

NOTE

[1] Da questo punto di vista vale la pena precisare che mettersi in dialogo non significa “mettere da parte le proprie credenze”. Noi cattolici, anche se crediamo che la Chiesa cattolica porta la verità, crediamo pure che vi sono semi del Verbo, della verità anche in altre posizioni.

[2] Vedi Tarik Ramadan: “Dopo aver provocato un’ondata di shock, le parole di Papa Benedetto XVI pronunciate a Ratisbona due anni fa avranno avuto senza dubbio conseguenze più positive che negative nel lungo termine. Aldilà della polemica, questa conferenza ha provocato una presa di coscienza generale sulla natura delle rispettive responsabilità sia dei cristiani che dei musulmani in occidente”. Cfr Il Riformista, 31 ottobre 2008).

[3] Tutti i giorni nel mondo musulmano vediamo proclamata la fede musulmana (per radio, televisione, sui giornali, con i megafoni della moschea), mentre un cristiano non può nemmeno portare una croce visibile perché è vietata “la diffusione della menzogna”. (Samir Khalil Samir, © Copyright Asianews, 4 novembre 2008)

 

 

 


 

“Con il venir meno dell’idea di Dio viene meno anche quella di un mondo vero”

La storia degli argomenti in favore dell’esistenza di Dio è enorme. Ci sono sempre stati uomini che hanno cercato di assicurarsi della ragionevolezza della loro fede. [...] Le classiche prove dell’esistenza di Dio cercavano di mostrare che è vero che Dio c’è. Presupponevano che la verità c’è e che il mondo possiede delle strutture comprensibili, accessibili al pensiero. Queste trovano il loro fondamento nell’origine divina del mondo. Sono direttamente accessibili a noi e per questo sono atte a condurci a questo fondamento.

Questo presupposto è contestato a partire da Hume e soprattutto da Nietzsche. [...] L'intera opera di Nietzsche può essere letta come una parafrasi della lapidaria espressione di Hume: "We never really advance a step beyond ourselves", noi davvero non avanziamo di un gradino oltre noi stessi [...] Nietzsche scrive che "anche noi illuministi, noi spiriti liberi del XIX secolo, prendiamo ancora il nostro fuoco dalla fede cristiana – che era anche la fede di Platone – secondo cui Dio è la verità, e la verità è divina". Ma proprio questo pensiero per Nietzsche è una auto-illusione. Non c’è verità. Ci sono soltanto reazioni utili o dannose. "Non dobbiamo illuderci che il mondo ci mostri un volto leggibile", dicono Michel Foucault e Richard Rorty. [...] Con il venir meno dell’idea di Dio viene meno anche quella di un mondo vero. [...]

Il neopragmatista Rorty sostituisce la conoscenza con la speranza in un mondo migliore, dove non si può neanche più dire in che cosa questa speranza dovrebbe consistere. [...] Non è che una conseguenza se Rorty non recepisce come un’accusa nemmeno più quella di parlare in modo oscuro e contradditorio. Infatti, nell’ambito di un pensiero che non si sente più obbligato alla verità ma al successo, nemmeno può più essere detto chiaramente in che cosa quel successo dovrebbe consistere. Pensieri oscuri possono essere più efficaci di pensieri chiari. La nuova situazione è caratterizzata dal fatto che noi decidiamo "uno actu", di nostra pura volontà, se pensare un assoluto, se pensare questo assoluto come Dio, se riconoscere qualcosa come una verità non relativa a noi, e infine se considerarci autorizzati a ritenere noi stessi esseri capaci di verità, ovvero persone. [...]

In Nietzsche viene a compimento e a compiuta coscienza di sé la "via moderna", cioè il nominalismo. [...] In questa situazione, perciò, gli argomenti per pensare l’assoluto come Dio possono essere soltanto argomenti "ad hominem". [...] Se non lo vogliamo, non c’è alcun argomento che possa convincerci dell’esistenza di Dio. [...]

Con il venir meno del pensiero della verità viene meno anche il pensiero della realtà. Il nostro dire e pensare ciò che è, è strutturato in forma inevitabilmente temporale. Non possiamo pensare qualcosa come reale senza pensarla nel presente, cioè come reale "adesso". Qualcosa che sia sempre stata soltanto passato, o che sarà soltanto futuro, mai c’è stata e mai ci sarà. Ciò che è adesso, un tempo era futuro e sarà a suo tempo passato. Il "futurum exactum", il futuro anteriore, è inseparabile dal presente. Dire di un evento del presente che in futuro non sarà più stato, significa dire che in realtà non è neppure ora. In questo senso tutto il reale è eterno. Non potrà esserci un momento in cui non sarà più vero che qualcuno ha provato un dolore o una gioia che prova adesso. E questa realtà passata prescinde assolutamente dal fatto che ce la ricordiamo.

Ma qual è lo statuto ontologico di questo diventare passato se tutte le tracce saranno cancellate, se l’universo non ci sarà più? Il passato è sempre il passato di un presente; che ne sarà del passato se non ci sarà più alcun presente? L’inevitabilità del "futurum exactum" implica quindi l’inevitabilità di pensare un "luogo" dove tutto ciò che accade è custodito per sempre. Altrimenti dovremmo accettare l’assurdo pensiero che ciò che ora è, un giorno non sarà più stato; e di conseguenza non è reale neppure adesso: un pensiero che solo il buddismo tende a sostenere. La conseguenza del buddismo è la denegazione della vita.

Nietzsche ha riflettuto, come nessun altro prima di lui, sulle conseguenze dell’ateismo, con l'intento di percorrere la strada non della denegazione della vita, ma dell’affermazione della vita. [...] La conseguenza più catastrofica gli sembrò che l’uomo perdesse ciò a cui tende la sua autotrascendenza. Infatti, Nietzsche considerò come il più grande acquisto del cristianesimo l’aver esso insegnato ad amare l’uomo per amore di Dio: "il sentimento finora più nobile e alto raggiunto fra gli uomini". Il superuomo e l’idea di un eterno ritorno dovevano fungere da sostituto per l’idea di Dio. Infatti, Nietzsche vedeva chiaramente chi avrebbe determinato altrimenti in futuro il volto della terra: gli "ultimi uomini", che credono di aver inventato la felicità e si fanno beffe dell’"amore", della "creazione", della "nostalgia" e della "stella". Occupati soltanto a manipolare la propria lussuria, ritengono pazzo ogni dissidente che tenga seriamente a qualcosa, come ad esempio la "verità".

L’eroico nichilismo di Nietzsche si è dimostrato, come egli stesso temeva, impotente di fronte agli "ultimi uomini". [...] Il banale nichilismo dell’ultimo uomo viene propagato oggi, tra gli altri, da Richard Rorty. L’uomo che, insieme all’idea di Dio, ha accantonato anche la verità, ora conosce soltanto i propri stati soggettivi. Il suo rapporto con la realtà non è rappresentativo, ma solo causale. Vuole concepire se stesso come una bestia astuta. Per una bestia del genere non si dà conoscenza di Dio. [...]

Ma se vogliamo pensare il reale come reale dobbiamo pensare Dio. "Temo che non ci libereremo di Dio fintantoché crederemo alla grammatica", scrive Nietzsche. Avrebbe potuto anche aggiungere: "... fintantoché continueremo a pensarci come reali". Un argomento "ad hominem". (Da: Robert Spaemann, "La diceria immortale")

 

 

 


 

Mi ha scritto Milingo...

Pareva una serata tranquilla, nella mia cella a Roma. Apro la mia mailbox ed era, come sempre, intasata di ogni genere di spam e altre amenità. Ma ad un certo punto, nell’interminabile elenco di pattumiera telematica, mi colpisce un nome tra tutti: Milingo. Sulle prime pensai a un episodio di phishing “creativo”. Poi controllando meglio mi accorsi che Sua Eccellenza mi aveva scritto in riferimento a un’intervista da me rilasciata sulla mia esperienza di esorcista (cfr. “Negli esorcismi, i laici hanno un ruolo indispensabile”, Archivio Attualità Kenosis, 1-2 nov. 2008). La mail era proprio quella della sua associazione di preti uxorati.  Ebbene, Emmanuel Milingo mi rimproverava di essere un chiaro esempio di prete celibatario maschilista, perché ho affermato che nel mio studio ricevo molte più donne che uomini. Afferma, infatti, che il rapporto è inverso, sono più gli uomini ad essere demonopatici e supporta questa sua affermazione con la guerra: sono gli uomini che vanno in guerra.

Ma si tratta di una chiara fallacia: forse chi scatena le guerre è demonopatico, ma quelli che sono costretti ad andarci non è detto che lo siano. Mio padre, buonanima, fu costretto a combattere in guerra ma era un uomo mite e di sani principi, nulla a che vedere con la demonopatia. Occorre infatti distinguere le normali azioni ordinarie di satana, che colpiscono tutti gli esseri umani, da quelle straordinarie, che colpiscono solo pochi, per grazia di Dio. Siamo in grado di compiere il male anche senza alcun intervento diretto del demonio, per causa della nostra natura ferita dal peccato originale.

La possessione, in senso tecnico, è rara. Ad ogni modo, dire che una persona è demonopatica non significa necessariamente denigrarla, perché, se talora le demonopatie sono conseguenti ad azioni moralmente disordinate, spesso esse sono derivate da malefici o fatture comandati da terzi nei confronti di persone ignare e che magari avevano pure una sana vita di fede. In subordine, non abbiamo alcun modo per verificare che gli uomini siano più demonopatici, perché pure se commettono omicidi o vanno in guerra, tali comportamenti non sono direttamente ascrivibili ad un’azione straordinaria del demonio.

Ad ogni buon conto, Sua Eccellenza sostiene che la mia misoginia è derivata dall’essere un prete celibatario. Ma, Eccellenza, il Vangelo parla di eunuchi per il Regno dei Cieli e non di Mariti per il Regno dei cieli, e non dice che Gesù, modello antropologico e teologico del sacerdote, fosse sposato. Di più non so dirLe, Eccellenza. Comunque sia, spero che Nostro Signore non mi condanni se, in buona fede e lavorando per il Regno, ho volontariamente e serenamente rinunciato a gustare le delizie della vita matrimoniale…

(Padre Tiziano Repetto, Sacerdote Gesuita, esorcista della Diocesi di Roma, Petrus, 4 novembre 2008)

 

 

 


 

Vaticano-Islam, reciprocità

L’incontro tra esponenti vaticani e i rappresentanti del gruppo dei 138 saggi musulmani firmatari della lettera “Una parola tra noi” “rappresenta un capitolo nuovo in una lunga storia” di dialogo tra mondo cattolico e mondo musulmano. Così il card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso presenta in una intervista al quotidiano francese “La Croix” l’incontro che si aprirà domani in Vaticano. “Bisogna evitare – ha detto il cardinale – di dare l’impressione che questo forum segni l’inizio di un dialogo nuovo islamo-cristiano: in realtà noi dialoghiamo da 1.400 anni! Inoltre, a partire dalla dichiarazione ‘Nostra Aetate’ del Concilio vaticano II, si è instaurato un dialogo regolare e fecondo”. Riguardo poi agli orientamenti dati da Benedetto XVI, il cardinale ha detto: “questo dialogo non consiste nel trovare il più piccolo denominatore comune, per dire che siamo tutti simili. Richiama piuttosto l’esigenza della verità, che per noi è Gesù Cristo, unico mediatore”. Il dialogo – ha proseguito il card. Tauran – non può realizzarsi se non al di fuori di ogni ambiguità. Bisogna guardare l’altro, ascoltarlo, stimarlo. Poi affermare la propria identità”. “Il dialogo interreligioso è sempre una chiamata ad affermare la nostra identità. Ciò non ha come scopo la conversione, ma la conoscenza reciproca”. “Il rispetto del principio di reciprocità non è preliminare al dialogo, non risponde alla logica del ‘Do ut des’ (io do perché tu dai). Sarebbe anticristiano”. Così il card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, spiega in un’intervista al quotidiano cattolico francese “La Croix” l’approccio della Santa Sede verso il principio di libertà di coscienza e di pratica religiosa. Nell’intervista, rilasciata alla vigilia del Forum islamo-cristiano che comincerà domani in Vaticano, il cardinale esprime la speranza che la questione della libertà religiosa possa essere affrontato durante il summit in Vaticano. “Bisognerà vedere – ha detto – come i partecipanti vorranno affrontarla”. La questione – ha spiegato il cardinale – “si iscrive nella domanda di reciprocità” secondo cui ”ciò che è bene per me è bene per te”. “In altre parole – ha aggiunto Tauran -, se un musulmano ha la possibilità di avere un luogo di culto in Europa, è normale che sia vero l’inverso nelle società a maggioranza musulmana”. “Ma attenzione”, ha aggiunto Tauran: tutto ciò non risponde alla logica del “do ut des”. “Credo che essendo chiari, si possa arrivare a poco a poco, a cambiare i comportamenti”. Bisognerà anche vedere “come far passare queste aperture, reali” che si hanno negli incontri di dialogo “con le elite, alla massa”. “Le attese per questo incontro sono molte. Tra la principali c’è quella di rinnovare una profonda convergenza nella fratellanza tra credenti cristiani e musulmani nel Dio unico”. A parlare è l’imam Yahya Sergio Yahe Pallavicini, vice presidente del Coreis (Italia), membro della delegazione islamica che parteciperà domani in Vaticano all’incontro tra “24 sapienti musulmani internazionali e 24 autorevoli rappresentanti della Chiesa cattolica”. L’auspicio dell’imam Pallavicini – che figura tra i 138 firmatari della Lettera “Una Parola Comune tra noi” - è che questa comune “fratellanza” nel Dio unico che lega i credenti musulmani e cristiani “sappia manifestarsi con chiarezza e con forza nel rispondere alle sfide intellettuali della società contemporanea che ha sempre più bisogno di referenti credibili, autorevoli e disponibili che rappresentino la vera religiosità e sappiano anche ispirare azioni concrete di coesione sociale e coesistenza pacifica in tutte le regioni del mondo”. Sulla serietà di queste iniziative di dialogo l’imam afferma: Il margine del dialogo è possibile e la sua quantità di ampiezza è determinata dalla qualità delle intenzioni e della sensibilità degli interlocutori”. “Credo di poter garantire – aggiunge -, almeno per me stesso ma anche per il Comitato promotore e per i primi 138 firmatari della Lettera “una Parola comune tra noi”, che la nostra intenzione di salvaguardare il sacro dalle volgarizzazione e dalle contaminazioni dissacranti, sia di fondamentalismo sia di spiritualismo vacuo, sono molto rigorose. Così come siamo altrettanto determinati nel trovare insieme soluzioni concrete, non per fare – come è stato detto - un ballo in maschera, ma per costruire o continuare a costruire la gestione di quel patrimonio spirituale, intellettuale, culturale e umano che abbiamo ricevuto in deposito da Dio”. Secondo le informazioni dell’Imam, il Forum (in programma da domani fino al 6 novembre) si svolge il primo e il secondo giorno a porte chiuse. Il primo giorno i partecipanti “si confronteranno sul tema dell’amore per Dio e il secondo giorno sull’amore per il prossimo. Prima cercheremo di convergere in una sintonia sul principio dell’amore e dell’amore per Dio, rispettando le diverse dottrine e teologie. E nel secondo giorno cercheremo, partendo dai lavori del primo giorno, di trovare delle declinazioni nella pratica e nel vissuto del mondo contemporaneo”. Giovedì mattina è poi prevista una udienza con Papa Benedetto XVI e nel pomeriggio ci sarà una sessione semi-pubblica (ad invito) all’Università Gregoriana. (Marco Tosatti, San Pietro e dintorni, 4 novembre 2008)

 

 

 


 

Parroco propone il nome su una lapide del cimitero per chi si fa cremare

«Sappiamo che la legge sulla cremazione permette ai familiari di portare a casa le ceneri di un loro congiunto. Ma perchè non chiedere agli eredi un obolo per scrivere su una pubblica lapide del cimitero il nome dell’estinto, affinchè possa essere ricordato?». È l’auspicio lanciato ieri dal parroco di Regona, frazione di Pizzighettone (Cremona), don Franco Regonaschi. Il parroco ha sottolineato con forza un argomento di attualità: quello della cremazione. «La chiesa cattolica ogni anno, il 2 novembre, commemora tutti i defunti, quasi a prolungare la festa di Ognissanti - ha esordito -. Ci troviamo accanto al monumento dei nostri cari caduti in guerra. I corpi e le ceneri sono sepolti altrove ma leggere i loro nomi è come sentirceli ancora vicini. Permettete una proposta alle autorità comunali, a cui compete attuare le leggi in materia: chiedere agli eredi che si portano a casa le ceneri di lasciare un piccolo obolo affinchè il Comune possa scrivere su una lapide almeno il nome del congiunto, perchè possa essere ricordato e non dimenticato per sempre».

In alcune province, come Modena e Reggio Emilia, le cremazioni hanno raggiunto le tumulazioni e crescono ad un ritmo tale da suscitare addirittura le proteste di chi abita vicino agli impianti crematori e teme che le esalazioni siano nocive per la salute. Un boom che ha spinto anche la Conferenza episcopale a correre ai ripari inviando alle diocesi un sussidio pastorale per i «funerali in caso di cremazione» nel quale si prende atto che «la cultura del cimitero e della tomba è mutata e, per vari motivi, pratiche un tempo atee vanno diffondendosi anche tra i credenti». In assenza di «motivazioni contrarie alla fede e purché si creda nella risurrezione», la Chiesa non si oppone alla cremazione e concede le esequie ecclesiastiche, mentre rimangono «motivate perplessità di fronte alla prassi di spargere le ceneri in natura o conservarle in casa». La legislazione civile lo consente ma la Chiesa ritiene che «spargere le ceneri impedisca di esprimere in un luogo preciso il dolore personale e comunitario, estinguendo anzitempo il ricordo dei morti per effetto di mentalità panteistiche o naturalistiche».

In Italia le cremazioni corrispondono al 10% dei decessi (53mila su 558 mila decessi annui)e sono in funzione 45 crematori (altri 6 sono previsti entro giugno): 31 si trovano al Nord, nove al Centro e solo cinque al Sud. Ciò significa che la cremazione arriva al 15,7% nel Nord, al 9,6% nel Centro ed allo 0,35% nel Mezzogiorno. Gli impianti più grandi si trovano a Milano, Torino, Roma, Genova e Bologna. A questo ritmo di crescita nel 2009 le cremazioni saranno 210mila all’anno (35%). «Nell’ultimo decennio si è passati dallo 0.7% a quasi il 10% nazionale- spiega Alessandro Bosi, segretario della Federazione Imprese Onoranze Funebri (Feniof)-.E’ un trend supportato dal proliferare di leggi regionali che regolamentano l’affidamento e la dispersione delle ceneri. A livello nazionale si sconta l’assenza di una normativa “ad hoc”». Un boom dovuto non solo ai cambiamenti nell’«atteggiamento verso il morire e la morte o le opzioni polemicamente atee», come scrive la Cei, ma anche a motivazioni economiche. Il costo medio di un servizio funebre è di 2.700 euro, più l’acquisto in concessione del loculo cimiteriale che arriva a costare al metro quadro quanto una villa di lusso (3mila euro). In totale, il giro d'affari annuo del è di circa un miliardo e mezzo di euro (inclusi, un milione e 300 mila euro per marmi e monumenti funebri, un milione e cento per diritti comunali, 400milioni per interventi di floristi e giardinieri). Rispetto alla tumulazione e all’inumazione (cioè alla sepoltura in un loculo o in terra) la cremazione è molto più economica (massimo 500 euro). In pratica un quinto dell’importo, incluse tassazione e diritti di competenza comunale, sanitaria e di polizia mortuaria. Proprio perché così non occorre acquistare un loculo si sta affermano il ricorso all’urna cineraria come pratica per le esequie. Il regolamento di polizia mortuaria prevede, infatti, che le urne possano essere collocate anche in loculi nei quali vi sia già un feretro («fino a capienza del loculo») pagando solo le operazioni di apertura e chiusura del loculo (150 euro), senza dover pagare la concessione cimiteriale. E se una famiglia non possiede già un loculo utile per collocarvi delle urne cinerarie è in vendita a 350 euro uno spazio apposito nel quale depositare le ceneri dei propri cari. In alternativa alla tumulazione dell’urna cineraria ci sono inoltre l’affidamento e la dispersione delle ceneri. A differenza della cremazione che è consentita in tutto il territorio nazionale, queste pratiche sono consentite solo in alcune regioni (Lombardia, Piemonte, Toscana, Umbria, Emilia Romagna, Valle D’Aosta, Marche, Lazio, Campania e Liguria) che hanno una apposita normativa regionale che le regolamenta. L’affidamento dell’urna cineraria può avvenire «agli aventi diritto previa verifica delle volontà del defunto» o attraverso dichiarazione del parente che attesta che il defunto «avrebbe voluto le proprie ceneri date in affidamento».

La dispersione invece può avvenire, nel rispetto della volontà del defunto, o in aree a ciò appositamente destinate all’interno dei cimiteri o in natura o in aree private. La dispersione in aree private deve avvenire all’aperto e con il consenso dei proprietari. Non può «avere fini di lucro» ed è in ogni caso vietata nei centri abitati. La dispersione in mare, nei laghi e nei fiumi è consentita «nei tratti liberi». Può essere eseguita dal coniuge o da altro familiare, dall’esecutore testamentario o dal rappresentante legale delle Socrem (le società di cremazione) cui il defunto risulta iscritto oppure dal personale autorizzato dal comune che può incaricare anche le imprese funebri).

In pratica, in assenza di una normativa nazionale su cremazione e dispersione delle ceneri, ci sono forti differenze: i lombardi e gli emiliani hanno maggiori diritti dei calabresi e dei sardi perché queste regioni non hanno ancora legiferato in materia. La legge 130 del 2001 aveva previsto una compiuta regolamentazione della cremazione, affidamento e dispersione. Ma il regolamento attuativo (che doveva essere approvato entro 6 mesi dalla pubblicazione della legge) ancora manca. «Le regioni più sensibili ai diritti della propria popolazione hanno fatto da sole sulla scorta della propria autonomia legislativa approvando specifiche leggi regionali che consentono tali pratiche- precisa Bosi-.E la scelta di queste regioni si sta rilevando lungimirante perché l’attuale disegno di legge nazionale fatica ad arrivare in fondo al proprio iter d’approvazione e potrebbero passare anni prima che divenga legge dello Stato ed estenda uguali diritti a tutti gli italiani riguardo alla destinazione delle ceneri dei defunti». (Giacomo Galeazzi, Oltretevere, 4 novembre 2008)

 

 

 


 

1-2 novembre 2008

 

I quattro momenti della “lectio divina”

«È necessario che l'ascolto della Parola diventi un incontro vitale, nell'antica e sempre valida tradizione della lectio divina che fa cogliere nel testo biblico la Parola viva che interpella, orienta, plasma l'esistenza» (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 39). La lectio divina è un atto di lettura della Bibbia che diviene ascolto della Parola di Dio. Suo fondamento teologico è la non coincidenza tra Parola di Dio (realtà rivelata pienamente nel Figlio Gesù Cristo) e Scrittura (che contiene la Parola senza esaurirla). Questa «lettura meditata e orante della Parola di Dio» (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 47), chiamata thèia anàgnosis (lectio divina) da Origene, indica l'applicazione quotidiana alla Scrittura per meditarla, pregarla e metterla in pratica. Finalizzata alla conoscenza di Gesù Cristo (Dei Verbum, 25), essa è una lettura individuale o comunitaria della Scrittura che si svolge, secondo la formulazione di Guigo il Certosino (XII secolo) in quattro momenti: lectio, meditatio, oratio e contemplatio.

Preceduto dall'invocazione dello Spirito, il primo movimento della lectio divina è la lettura. Si legge la Bibbia nella fede che in essa Dio ci viene incontro ed entra in relazione con noi. La lectio divina si esercita sulla Scrittura e non va confusa con un pio esercizio di lettura spirituale di un'opera di edificazione. Criteri pratici di lettura sono: o la lettura continua di un libro biblico oppure i testi (o il solo Vangelo) della liturgia del giorno. Occorre evitare il dilettantismo di chi sceglie soggettivamente i testi. È bene leggere il testo più volte e non solo con gli occhi, ma ad alta voce, per entrare realmente in quell'ascolto che, in quanto accoglienza di Colui che parla, è già preghiera. Chi fatica a leggere può ricopiare il testo scrivendolo. Chi conosce le lingue in cui la Bibbia è stata scritta troverà giovamento dal ricorso al testo originale. Comunque una buona traduzione, o il confronto con più traduzioni, aiuta a cogliere meglio il senso del testo.

Per introdurre persone semplici alla lectio divina è bene stabilire una gerarchia di libri da affrontare progressivamente accordando un primato ai vangeli che «tra tutte le Scritture (...) meritatamente eccellono» (Dei Verbum, 18). La struttura del Vangelo secondo Marco, basata su due parti rispondenti alle domande «Chi è Gesù? Come seguirlo?», è un'eccellente iniziazione alla lectio divina. La meditazione non è un'autoanalisi psicologizzante: la lectio divina cerca il volto del Signore liberando il credente da atteggiamenti autocentrati. La meditazione è approfondimento del senso della pagina biblica, dunque «studio», sforzo per superare la distanza culturale che ci separa dal testo. Questo momento è importante per rispettare il testo e non «falsificare la Parola di Dio» (Seconda lettera ai Corinzi, 4, 2). Nella meditazione è utile il ricorso alle note della Bibbia, alla consultazione dei passi paralleli, al confronto sinottico se si sta leggendo un vangelo, a una concordanza per allargare il significato del testo e per «leggere la Bibbia con la Bibbia». Anche strumenti come un vocabolario biblico o un commentario esegetico possono essere un valido aiuto per comprendere meglio il testo. Testi patristici ed eucologici possono fornire utili chiavi ermeneutiche. Tuttavia questo momento è finalizzato all'ascolto di una parola rivolta «a me oggi». Il fine non è l'erudizione ma la comunione con il Signore.

Nella meditazione si fa emergere la punta teologica del testo, il suo messaggio centrale, o comunque un suo aspetto che in quella concreta lectio divina si rivela «parlante». Allora con l'applicazione del testo a sé e di sé al testo inizia il dialogo e l'interazione tra il credente e la parola ascoltata. Il principio espresso dal filologo luterano Johann Albrecht Bengel — te totum applica ad textum, rem totam applica ad te — consente il passaggio alla preghiera. Con la preghiera la parola uscita da Dio ritorna a Dio in forma di ringraziamento, lode, supplica, intercessione (Isaia, 55, 10-11). La lectio divina si apre al «colloquio tra Dio e l'uomo» (Dei Verbum, 25) e diviene ingresso nell'alleanza. È lo Spirito che guida questo momento, ma a ispirare la preghiera è anche la Parola di Dio ascoltata: la lectio divina plasma una preghiera non devozionale, ma biblica ed essenziale. «La Parola di Dio cresce con chi la legge» (Gregorio Magno, In Hiezechielem I, 7, 8): se il testo biblico è immutabile, il lettore muta, cresce, e l'assiduità con le Scritture gli fa vivere i passaggi della vita come relazione con il Signore. I modi della oratio sono quelli che lo Spirito suscita: lacrime di gioia o di compunzione; silenzio adorante; intercessione per persone sofferenti evocate dal testo; lode e ringraziamento. A volte si resta nell'aridità e la preghiera non riesce a sgorgare. Allora si tratta di presentare il corpo atono come preghiera muta al Signore. Anche questi momenti concorrono a fare del credente un uomo di ascolto, sensibile alla presenza del Signore e capace di contemplazione.

Il credente sperimenta la «gioia ineffabile» (Prima lettera di Pietro, 1, 8) dell'inabitazione della presenza del Signore in lui. Bernardo ha parlato di tale esperienza successiva all'ascolto della Parola di Dio nei termini di «visita del Verbo»: «Confesso che il Verbo mi ha visitato, e parecchie volte. Sebbene spesso sia entrato in me, io non me ne sono neppure accorto. Sentivo che era presente, ricordo che era venuto; a volte ho potuto presentire la sua visita, ma non sentirla; e neppure sentivo il suo andarsene, poiché di dove sia entrato in me, o dove se ne sia andato lasciandomi di nuovo, e per dove sia entrato o uscito, anche ora confesso di ignorarlo, secondo quanto è detto: "Non sai di dove venga e dove vada"» (Sul Cantico dei Cantici, LXXIV, 5).

La contemplazione non allude a «visioni» o a esperienze mistiche particolari, ma indica la progressiva conformazione dello sguardo dell'uomo a quello divino; indica l'acquisizione del dono dello Spirito che diviene nell'uomo spirito di ringraziamento e di compassione, di discernimento e di makrothymía. La contemplatio non è un momento in cui bisogna fare qualcosa di particolarmente spirituale, ma è quotidiano allenamento ad assumere lo sguardo di Dio su di noi e sulla realtà, purificazione dello sguardo del cuore che arriva a discernere la terra, il mondo e gli uomini come templum, dimora di Dio.

La lectio divina plasma un uomo eucaristico, capace di gratitudine e di gratuità, di carità e di discernimento della presenza del Signore nelle diverse situazioni dell'esistenza. Iniziata con l'invocazione dello Spirito, la lectio divina sfocia nella contemplazione. Essa tende all'eucaristia, svelando il suo intrinseco legame con la liturgia: «La lectio divina, nella quale la Parola di Dio è letta e meditata per trasformarsi in preghiera, è radicata nella celebrazione liturgica» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1177).

Il dinamismo della lectio divina rappresenta il nucleo di tutta quanta la vita spirituale. Alla luce di questo, comprendiamo l'invito pressante di Benedetto XVI a riprendere e a diffondere la pratica della lectio divina per un rinnovamento della vita ecclesiale. Così si esprimeva nel Messaggio rivolto ai partecipanti al Congresso internazionale sulla Sacra Scrittura nella vita della Chiesa, tenutosi a Roma, il 14-18 settembre 2005: «Vorrei soprattutto evocare e raccomandare l'antica tradizione della lectio divina... Questa prassi, se efficacemente promossa, apporterà alla Chiesa — ne sono convinto — una nuova primavera spirituale. La pastorale biblica deve dunque insistere particolarmente sulla lectio divina e incoraggiarla grazie a metodi nuovi, elaborati con cura e al passo con i nostri tempi» (Enzo Bianchi, Osservatore Romano, 25 ottobre 2008)

 

 

 


 

Dalla Basilica di  San Paolo l'appello per l'evangelizzazione

«Roma ha bisogno di essere nuovamente evangelizzata e noi siamo gli evangelizzatori del nostro tempo». Questo il mandato che il cardinale vicario Agostino Vallini ha affidato ai cristiani di Roma ieri – 26 ottobre – durante il pellegrinaggio diocesano alla tomba di San Paolo in occasione dell’Anno paolino. Ad ascoltarlo, oltre seimila persone nella basilica papale di San Paolo fuori le Mura. Giovani, adulti, anziani, bambini, famiglie dalle 336 parrocchie di Roma, in gruppo o come singoli fedeli. I membri di oltre 400 tra associazioni, movimenti ecclesiali e nuove comunità e di oltre 45 confraternite.

Nel quadriportico è stata accesa una candela del grande candelabro, la “fiamma paolina”. Fiamma di preghiera e di comunione quotidianamente alimentata dai monaci benedettini dell’abbazia da quando, il 28 giugno, Papa Benedetto XVI l’ha accesa aprendo l’Anno paolino. Poi i fedeli convenuti da ogni parte di Roma hanno accolto la processione, guidata dal cardinale Vallini, con i vescovi ausiliari e i rappresentanti delle 36 prefetture della diocesi, entrati in chiesa attraverso la nuova porta paolina per raggiungere la tomba del santo sotto l’altare papale. Ad accoglierli il saluto dei monaci e dell’arciprete della basilica, il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo.

Il cardinale Vallini, nel presiedere la concelebrazione eucaristica, animata dal coro diocesano diretto da monsignor Marco Frisina, si è soffermato sull’attualità dell’Apostolo delle genti e del suo messaggio. «La vita cristiana di Paolo si fonda – ha spiegato il porporato – anzitutto su un fatto: egli ha incontrato Gesù». Mentre era in viaggio per Damasco vide una grande luce e sentì una voce: l’inizio della conversione. «Un incontro decisivo di cui Paolo parla poco, piuttosto lo vive: da quel giorno cambia vita e capisce che a Damasco si è realizzato un piano di Dio. Quella luce la riceviamo anche noi negli avvenimenti della vita in cui il Signore si lascia incontrare, ci parla». Da Paolo arriva l’incoraggiamento a conoscere la Parola di Dio per «comprendere che in Gesù tutto è possibile e tutte le prove, finanche la morte, servono nei piani di Dio. Non è facile». Ma in aiuto viene proprio la Bibbia da leggere, conoscere, meditare e pregare con assiduità. Perché orienti e illumini la vita.

«Come Diocesi – ha aggiunto il cardinale – vorremmo che la lectio divina fosse un appuntamento almeno settimanale di ogni parrocchia, comunità, movimento, associazione, famiglia. Uno dei compiti pastorali della Chiesa di Roma è prendere maggiore familiarità con la Parola di Dio». Per questo motivo il cardinale ha consegnato ai rappresentanti delle prefetture un sussidio per la lectio paulina pensato e redatto dal Vicariato.

Accanto alla preghiera, l’azione. Iniziando dal servizio ai poveri. «Paolo raccomanda ai cristiani di Roma di essere solleciti ai bisogni dei fratelli. Anche noi oggi, cristiani di Roma, non possiamo chiudere gli occhi e il cuore davanti ai poveri. Viviamo allora in sobrietà e quanto risparmiamo vada a pane e solidarietà».

L’ultimo mandato ai pellegrini romani è «farsi servi del Signore, come Paolo» , nel proprio ambito e con la propria vocazione. E la tomba dell’Apostolo delle genti da meta del pellegrinaggio diventa punto di partenza per ripercorrere il cammino a ritroso. Da via Ostiense alle strade di Roma. «Per annunciare con gioia in tutta la città che Cristo è il Salvatore». Un annuncio fatto «di testimonianza di vita» e «di parole». Con in mano le Sacre Scritture. A illuminare i passi, un grande faro: San Paolo. (Emanuela Micucci, RomaSette,  27 ottobre 2008)

 

 

 


 

Matrimonio omosessuale e libertà religiosa

Il matrimonio sembra destinato a continuare ad essere al centro del dibattito negli Stati Uniti. La Corte Suprema del Connecticut ha deciso che le coppie omosessuali hanno il diritto di sposarsi, secondo quanto riportato dall’Associated Press il 10 ottobre.

La sentenza fa del Connecticut il terzo Stato, dopo il Massachusetts e la California, ad aver legalizzato le unioni tra persone dello stesso sesso. In California gli elettori saranno chiamati, il 4 novembre, a votare un referendum in cui si chiede se modificare la costituzione statale per limitare il matrimonio alle unioni tra un uomo e una donna, rovesciando così la recente sentenza della Corte Suprema.

Nel Connecticut, i vescovi cattolici, in una dichiarazione del 10 ottobre scorso, hanno espresso il loro sconcerto per l’imposizione del matrimonio omosessuale mediante decisione giudiziaria. “Sembra che la nostra Corte Suprema statale abbia dimenticato che le leggi le approva il legislatore e che gli organi giudiziari sono chiamati solo ad interpretarle”, si osserva nella dichiarazione.

I presuli hanno anche sollevato la preoccupazione per una decisione che potrebbe portare ad una violazione della libertà religiosa. Proprio questa preoccupazione è oggetto di un libro pubblicato recentemente sul tema del matrimonio omosessuale.

Douglas Laycock, Anthony R. Picarello Jr., e Robin Fretwell Wilson hanno curato una raccolta di interventi svolti da alcuni giuristi nell’ambito di un convegno patrocinato dal Becket Fund for Religious Liberty. Nel libro dal titolo “Same-Sex Marriage and Religious Liberty: Emerging Conflicts” (Rowman and Littlefield), si delineano anche i possibili contrasti che potrebbero sorgere in seguito all’istituzione di un diritto al matrimonio omosessuale.

Marc D. Stern, direttore esecutivo assistente dell’American Jewish Congress, nel suo contributo sottolinea che le istituzioni religiose hanno il compito di “diffondere la fede” sia ai propri fedeli, sia agli altri. “Si potrà quidi continuare a parlare liberamente contro il matrimonio omosessuale?”, si chiede.

Stern osserva che già esistono in Canada denunce presentate alle Commissioni provinciali e federali per i diritti umani, che hanno portato alla condanna di ministri e altre personalità che avevano pubblicamente criticato l’omosessualità.

Sebbene i diritti della libertà di espressione sono più forti negli Stati Uniti rispetto all’Europa o ad altri Paesi, secondo Stern esiste comunque la preoccupazione che la normativa contro la vessazione sessuale possa essere facilmente estesa ed applicata anche contro chi esprime la propria contrarietà al matrimonio omosessuale.

Le istituzioni cattoliche

Stern solleva anche la questione di cosa potrà succedere ai dipendenti di agenzie e istituzioni ecclesiastiche. Recenti sentenze giudiziarie hanno costretto istituzioni cattoliche ad assicurare una copertura sanitaria anche per i contraccettivi ed è facile immaginare i problemi che potrebbero sorgere qualora queste saranno costrette a confrontarsi con il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Agenzie di consulenza matrimoniale, cliniche di psicologia e altri servizi simili offerti da alcune Chiese potrebbero facilmente trovarsi in difficoltà per ottenere la licenza dallo Stato qualora prendessero posizione contro il matrimonio omosessuale, avverte Stern. Inoltre, molte agenzie religiose ricevono finanziamenti pubblici, cosa che le potrebbe mettere in difficoltà se si dovessero opporre al matrimonio omosessuale.

Stern conclude il suo contributo affermando che chi si oppone al matrimonio omosessuale sarà sicuramente svantaggiato qualora questo venisse legalizzato e sarà difficile non incorrere in conseguenze giudiziarie se l’attuale quadro di riferimento non cambia.

Jonathan Turley, professore presso la George Washington University, sostiene che la giurisprudenza della Corte Suprema, in materia di pratiche religiose discriminatorie “è oggi irrimediabilmente contraddittoria e confusa”.

La Corte ha permesso, per esempio, alle autorità pubbliche di negare l’esenzione fiscale ad alcuni gruppi come sanzione per le loro pratiche religiose ritenute discriminatorie. D’altra parte, ad altri gruppi è stato riconosciuto il diritto alla libertà di espressione e di associazione.

“La questione del matrimonio omosessuale ci riporta quindi ancora una volta a questo intrinseco contrasto tra i diritti sanciti dal Primo emendamento e la politica del Governo di contrasto alle discriminazioni”, osserva Turley.

Contraddizioni

Turley ribadisce quindi la contraddizione insita nell’azione pubblica che da un lato consente a un’organizzazione di esprimere la propria opposizione all’omosessualità negli insegnamenti e dall’altro costringere la stessa organizzazione ad assumere omosessuali nelle proprie agenzie.

Oltre a poter negare l’esenzione fiscale, le Corti possono infliggere tutta una serie di sanzioni nei confronti di organizzazioni il cui operato è ritenuto discriminatorio. In California, la Corte Suprema statale ha confermato il rifiuto di concedere ai Boy Scout un punto di attracco marittimo a Berkeley, a causa dell’opposizione di questa organizzazione all’omosessualità.

Charles J. Reid, Jr., professore di giurisprudenza presso la University of St Thomas, tratta del rapporto tra religione, diritto e Stato. A suo avviso, il diritto, vietando o consentendo determinati comportamenti, compie un’azione di promozione valoriale.

Il Cristianesimo ha svolto un ruolo fondamentale nel diritto matrimoniale, non solo in Europa sin dal Medioevo, ma anche negli Stati Uniti, spiega Reid. Sin dal XII secolo, fino a qualche decennio fa, infatti, era accettato dalla dottrina giuridica di considerare il matrimonio come un qualcosa che si è affermato attraverso una guida divina.

Nell’arco di molti secoli il matrimonio era visto come un istituto chiamato a svolgere un ruolo primario nel dare ordine alla società ed era considerato sommamente importante per il benessere sociale. Inoltre, il matrimonio era concepito non come una creazione dello Stato, ma come un istituzione che precede la nascita dello Stato.

Il matrimonio ora è stato desacralizzato, osserva Reid, ma così facendo ci ritroviamo con il dilagare dei divorzi e delle nascite extramatrimoniali.

Insegnamenti

Questa mutazione della concezione sul matrimonio la ritroviamo anche nell’argomentazione della sentenza della Corte Suprema del Massachusetts, con cui ha legalizzato il matrimonio omosessuale. In merito al rapporto tra matrimonio e Stato, la Corte ha scritto: “In altre parole, lo Stato crea il matrimonio civile”.

Il modo in cui le leggi disciplinano il matrimonio, l’impegno e la procreazione, implica un insegnamento morale per i cittadini su aspetti essenziali della vita. L’attuale dibattito sul matrimonio fa parte del più ampio dibattito sul tipo di insegnamento da dare attraverso le leggi, conclude Reid.

Nella conclusione al volume, Douglas Laycock, professore di diritto presso l’Università di Michigan, osserva che gli autori dei contributi raccolti nel libro concordano sul fatto che il matrimonio omosessuale rappresenta una minaccia alla libertà religiosa.

I sostenitori del matrimonio omosessuale rivendicano non solo il riconoscimento legale e non solo la tolleranza da parte del settore privato, ma anche il riconoscimento e il sostegno attivo da parte del mondo pubblico e privato. Alcuni perseguono persino la soppressione di ogni forma pubblica di disapprovazione, aggiunge Laycock.

La passata esperienza di contrasti su questioni culturali negli Stati Uniti insegna che, una volta che importanti innovazioni sono state introdotte, si apre la strada a nuove rivendicazioni dirette ad eliminare anche le ultime sacche di resistenza, osserva.

Una soluzione, secondo Laycock, potrebbe essere quella di lasciare il matrimonio alle Chiese, mentre allo Stato unicamente la competenza sulle unioni civili. Ma anche questa soluzione - riconosce Laucock - non risolverebbe del tutto il problema.

Piano d’azione

Intanto, la Chiesa cattolica negli Stati Uniti non dà segni di cedimento sul matrimonio. Il 15 ottobre, un comunicato stampa della Conferenza episcopale USA ha annunciato un’iniziativa comune con i Cavalieri di Colombo, “per sviluppare un piano d’azione nazionale in difesa del matrimonio”.

Nell’ambito di questa iniziativa è stata creata un’apposita Commissione, nominata dal cardinale Francis George, presidente della Conferenza. L’arcivescovo Joseph Kurtz di Louisville, nel Kentucky, presiederà questa Commissione.

“Dobbiamo aumentare i nostri sforzi per far conoscere la bellezza straordinaria della vocazione al matrimonio”, ha spiegato l’arcivescovo Kurtz in occasione dell’annuncio della costituzione di questa Commissione.

Una delle prime azioni dei vescovi sarà quella di promuovere la dichiarazione dei vescovi USA del 2003, in cui si afferma che il matrimonio è il rapporto esclusivo tra un uomo e una donna e che, come tale, costituisce l’elemento fondamentale del benessere della società. Bisognerà vedere se poi questa visione del matrimonio potrà prevale nei momenti decisionali. (Padre John Flynn, LC, Zenit, 26 ottobre 2008)

 

 

 


 

“Negli esorcismi, i laici hanno un ruolo indispensabile”

I laici “ben disposti e mossi da una vera devozione e pietà e non da curiosità morbosa” possono partecipare e pregare assieme all’esorcista, come segno tangibile che la Chiesa tutta prega per i fratelli demonopatici.

Lo ribadisce Tiziano Repetto, gesuita, che vive e lavora a Roma. Ha 46 anni e da 4 si occupa di esorcismo. Questo sacerdote riceve ogni giorno telefonate da persone che ritengono di essere colpite dal demonio, e che nella stragrande maggioranza sono laici, per lo più donne.

D. Lei suggerisce ai laici di partecipare negli esorcismi come assistenti del prete?

P. Repetto: Diciamo che già ora i laici hanno un ruolo indispensabile. E dico questo a ragion veduta, perché spesso quando si celebra un esorcismo, il demonopatico sviluppa una forza non comune, quindi occorrono individui robusti che sappiano tenere ferme queste persone, al fine di non nuocere all’incolumità dell’esorcista e delle persone circostanti.

Io ho iniziato proprio in questo modo, collaborando con gli esorcisti (e prendendo anche molte botte...). Se si tratta di donne colpite, è bene che siano trattenute a loro volta da donne, per quanto possibile.

Inoltre, siccome l’esorcismo è un rito pubblico, ma soggetto alla privacy perché non tutti vogliono essere visti mentre bestemmiano, vomitano, ruttano, etc., i laici ben disposti e mossi da una vera devozione e pietà e non da curiosità morbosa, possono partecipare e pregare assieme all’esorcista e questo è un segno tangibile che la Chiesa tutta prega sui nostri fratelli demonopatici.

Lo Spirito Santo inabita in tutti e tutti devono farsi carico dei fratelli e delle sorelle che soffrono.

D. E dunque, “Exorcizo te immundissime spiritus...". Questa formula potrebbe essere detta da un laico durante un esorcismo?

P. Repetto: Come ho già detto altrove, nessun laico può pensare di usare le formule del rituale dell’esorcismo Maggiore che è riservato ai preti con il mandato del Vescovo del luogo.

Ma quando si celebra un esorcismo con un esorcista autorizzato, allora i laici possono privatamente ripetere le formule dell’esorcismo stesso, un po’ come può accadere durante la S. Messa: la formula della consacrazione viene detta validamente solo dal presidente e dai concelebranti, ma se un fedele ripete privatamente la formula della consacrazione “Questo è il mio corpo...” di certo partecipa anche fisicamente al mistero del Corpo e Sangue di Nostro Signore.

Anche qui, ripetere la formula conferisce alla celebrazione l’idea della Chiesa tutta che prega sui nostri fratelli sofferenti, anche se in pratica solo l’esorcista celebra l’esorcismo.

Allo stesso modo, e ancora di più, i sacerdoti che non hanno un mandato per esorcizzare, ma assistono a esorcismi, possono pronunciare le formule che l’esorcista stesso dice, mentre da soli non potrebbero farlo. Vi sono ad ogni modo, nella storia della Chiesa, anche le eccezioni: per esempio, S. Caterina da Siena aveva il potere di liberare dai demoni, concessole dal Signore. Oggi si dice che la sig.ra Natuzza Evolo di Paravati abbia questo carisma, riconosciuto in modo ufficioso dalla Chiesa.

D. La sua proposta ha avuto qualche riscontro da parte delle autorità in materia?

P. Repetto: Diciamo che è una prassi abbastanza corrente nell’ambiente. Vi sono prassi consuetudinarie che non necessitano di regolamentazione, almeno fino a che non si commettono abusi. Questo l’ho visto fare già da un noto esorcista di Roma. Però l’interrogazione del demonio “Praecipio tibi, quicumque es...” viene fatta solo dall’esorcista. Ma bisogna fare attenzione, specialmente nei gruppi di preghiera di liberazione e guarigione, a volte capita che vengano commessi abusi perché qualcuno, laico, trasportato dallo zelo arriva a compiere gesti e a dire formule proprie dei sacerdoti, mentre è bene che ciascuno svolga il suo compito...

Il 23 novembre del 2000 l’allora Card. Ratzinger pubblicò una specie di decalogo che disciplina tuttora tali preghiere di guarigione e liberazione. Comunque, tutti, ma proprio tutti i battezzati possono chiedere al Signore anche privatamente e senza un sacerdote di liberare un dato fratello o sorella dalle infestazioni diaboliche.

Quello che è soggetto a cautela, è il rivolgersi direttamente al demonio, una creatura sommamente perversa e intelligente, quindi molto pericolosa... Questo possono farlo i laici solo se è presente un sacerdote che presiede l’esorcismo e quindi recita le formule del rituale.

In generale, tutti, laici ed esorcisti devono evitare gesti “occulti” che possano far pensare a qualche rito “magico”, quindi l’esorcista può imporre le mani o la stola o un crocifisso quando è previsto, può soffiare sul demonopatico, e poco altro, non deve assumere atteggiamenti “sciamanici”, ossia gesti plateali, strani, bizzarri e non deve inondare di acqua santa il demonopatico. I laici, in quanto battezzati, possono validamente tracciare un segno di croce con il pollice sul sofferente, come accade durante il battesimo dei bambini.

D. Quanto è importante rivolgersi agli angeli in un esorcismo, specialmente all'arcangelo Michele?

P. Repetto: Nell’esorcismo, sempre mi rivolgo ai santi angeli custodi, ai nostri, a quello del demonopatico; essi sono creature che aiutano e proteggono sempre.

In particolare Michele, il cui nome significa “Chi come Dio” in opposizione alla ribellione di Lucifero che pretese di essere come Dio, o se vogliamo, di migliorarsi e salvarsi da solo. Michele è colui che cacciò Lucifero all’inferno e ancora oggi è il nostro alleato principale nonché patrono della Chiesa, mentre S. Benedetto è il patrono degli esorcisti.

Quando andai al santuario di Monte S. Angelo, nel Gargano, dove apparve il Santo Arcangelo, riportai dei frammenti della grotta dell’apparizione che chiusi in un sacchettino di cuoio. Una volta estrassi il sacchettino e lo imposi su una donna che soffre da molti anni a causa del demonio. Lo spirito si manifestò e senza che la donna avesse mai visto prima il sacchetto disse disperato: “Toglimi quelle pietre dalla testa! Pesano una tonnellata...”

D. Una curiosità: le persone che hanno bisogno di un esorcismo sono per lo più laiche?

P. Repetto: Su cento casi che la mia equipe e io esaminiamo, forse uno o due hanno bisogno reale di preghiere. Per il resto si tratta di solitudine, disagio mentale, depressione, etc. E ogni giorno ricevo tre/quattro telefonate di persone che ritengono di essere colpite dal demonio. E nella stragrande maggioranza sono laici e sono donne.

Il rapporto donne/uomini è più o meno di 10 a 1, ossia 10 donne per un uomo che viene nel mio studio. Le ragioni sono varie, ma per quanto posso dire, forse le donne quando si vendicano sono più propense a ricorrere alla magia e all’occulto, laddove gli uomini magari fanno a pugni o si aggrediscono fisicamente.

Particolarmente tristi sono i casi in cui sono i genitori stessi che ordinano una fattura contro i propri figli, perché magari non condividono il loro matrimonio... Sono azioni particolarmente sconsiderate e crudeli che producono danni gravi, perché in presenza di un legame di sangue, il maligno agisce con maggiore potenza.

Un fenomeno interessante, ma che non ho tempo di studiare, è la trasmissione in linea femminile dell’attitudine alla stregoneria. Ho qualche caso di questo tipo, ma pochissimo tempo e difficoltà a rilevare i dati.

Tuttavia, ho casi anche di sacerdoti colpiti dal maligno. Spesso sono stati vittime di violenze pedofile e sono situazioni dolorosissime, perché non riescono neppure a celebrare la S. Messa. Ho visto pure un caso assai grave di una suora e di un frate colpiti in modo violentissimo dal demonio. Ringraziando Dio, le loro comunità li stanno aiutando in tutti i modi. Non è facile per una comunità ospitare persone demonopatiche.

Ho perfino sentito di esorcisti colpiti a loro volta dal maligno, con il permesso del Signore. Forse anche Milingo rientra tra questi. Forse... Non sono in grado di dirlo. Talora, sento chiaramente che più vado avanti in questo ministero e meno ne capisco. Si tratta di un mistero grande, il mysterium iniquitatis, o mistero del male. Non si pensi di poterlo spiegare o comprendere agevolmente.

Ad ogni modo, per tranquillizzare i suoi lettori, diciamo che se si resta con il Signore, e si conduce una buona vita di fede, con S. Messa e sacramenti, si fa il bene e si evita il male per quanto si può, il demonio non ci colpirà. Quando qualcuno mi dice che crede in Dio ma non va a messa, io rispondo, tra il serio e il faceto, che anche il demonio crede in Dio, come dimostra il Vangelo, ma non va mai a messa...

Che fare per aiutare gli esorcisti? Si può pregare, in particolare, recitando la preghiera a S. Michele, meglio se al termine della S. Messa, come si usava una volta. (Miriam Díez i Bosch, Zenit, 27 ottobre 2008)

 

 

 


 

Nelle "Opera omnia" di Ratzinger teologo, l'ouverture è tutta per la liturgia

Quando la scorsa settimana è stato presentato in Vaticano il primo volume delle "Opera omnia" di Joseph Ratzinger, una domanda è sorta naturale: perché il primo volume stampato, dei sedici previsti, ha per tema la liturgia?

Per rispondere a questa domanda basta leggere la prefazione che Benedetto XVI ha firmato in apertura del volume. Lì il papa scrive che la scelta del tema con cui cominciare è tutta sua. E spiega perché. Con passaggi di grande interesse, a tratti sorprendenti.

Curiosamente, però, in occasione della presentazione del volume, né la sala stampa vaticana, né l'editrice Herder che cura la pubblicazione dell'opera in tedesco hanno dato rilievo alla prefazione scritta dal papa, né tanto meno ne hanno distribuito il testo.

La lingua tedesca, un po' ostica per la gran parte dei vaticanisti di tutto il mondo, ha contribuito alla scarsa eco avuta dall'opera. Il primo a cogliere l'importanza della prefazione papale e a riferirne in un ampio servizio sul quotidiano della conferenza episcopale italiana, "Avvenire", è stato Gianni Cardinale, il 24 ottobre.

Più sotto la prefazione papale è riprodotta integralmente. Ma per meglio capirla è utile prima osservare il piano completo dei volumi che raccoglieranno gli scritti di Joseph Ratzinger teologo, editi e inediti.

I testi sono ordinati non per data di pubblicazione, ma per grandi temi. La scansione è stata decisa dal papa in persona, e così l'articolazione interna di ogni volume.

I tomi I e II raccoglieranno le tesi di laurea e di dottorato di Ratzinger, più altri scritti riguardanti Agostino e Bonaventura, i due dottori della Chiesa oggetto delle tesi.

Il tomo III aprirà con la conferenza inaugurale di Ratzinger professore: "Il Dio della fede e il Dio dei filosofi", tenuta a Bonn nel 1959, seguita dagli scritti riguardanti il binomio fede-ragione e i fondamenti storico-ideali dell'Europa.

Il tomo IV esordirà con la celebre "Introduzione al Cristianesimo" del 1968. Seguiranno altri testi riguardanti la professione di fede, il battesimo, la conversione, la sequela di Cristo e il compimento dell'esistenza cristiana.

Il tomo V riunirà gli scritti sulla creazione, l'antropologia, la dottrina della grazia, la mariologia.

Il tomo VI, cristologico, si aprirà con "Gesù di Nazareth", la sola opera di questa raccolta scritta e pubblicata dopo l'elezione a papa dell'autore.

Il tomo VII raccoglierà gli scritti relativi al Concilio Vaticano II, compresi gli appunti e i commenti dell'epoca.

Il tomo VIII riguarderà l'ecclesiologia e l'ecumenismo.

Il tomo IX raccoglierà i saggi di gnoseologia teologica e di ermeneutica, in particolare sull'intelligenza delle Scritture, la Rivelazione, la Tradizione.

Il tomo X si aprirà con "Escatologia", del 1977, seguito da altri scritti su speranza, morte, risurrezione, vita eterna.

Il tomo XI è quello che è stato pubblicato per primo, nei giorni scorsi. Col titolo "Teologia della liturgia".

Il tomo XII, dedicato alla dottrina dei sacramenti e al ministero, avrà come titolo "Annunciatori della parola e servitori della vostra gioia".

Il tomo XIII raccoglierà le numerose interviste di Joseph Ratzinger, comprese quelle pubblicate in forma di libro con Vittorio Messori nel 1984 e con Peter Seewald nel 1996 e nel 2000.

Il tomo XIV raccoglierà le omelie prima dell'elezione a papa, molte delle quali poco note e inedite.

Il tomo XV aprirà con il libro "La mia vita" uscito nel 1997, seguito da altri testi di carattere autobiografico e personale.

Il tomo XVI chiuderà la serie con una bibliografia completa delle opere di Joseph Ratzinger in lingua tedesca, più un indice sistematico di tutti i precedenti volumi. Anche i singoli tomi sono corredati a loro volta da indici dettagliati.

Le "Opera omnia" di Ratzinger sono pubblicate in tedesco dall'editore Herder di Friburgo. La versione italiana è curata dalla Libreria Editrice Vaticana. Il tomo XI, appena uscito in tedesco, uscirà in lingua italiana nel marzo del 2009, stampata in 3000 copie. Sovrintende alla pubblicazione italiana una commissione presieduta dall’arcivescovo Angelo Amato, prefetto della congregazione delle cause dei santi, e comprendente Elio Guerriero, direttore dell'edizione italiana della rivista teologica "Communio", e padre Edmund Caruana. I traduttori sono Eulalia Biffi e Edmondo Coccia. Per la pubblicazione in altre lingue sono in corsa vari editori. (Sandro Magister, www.chiesa, 29 ottobre 2008)

 

Ecco dunque, qui di seguito, la prefazione scritta dal papa al volume che ha voluto fosse pubblicato per primo, quello dedicato alla liturgia:

Prefazione al volume iniziale dei miei scritti

Il Concilio Vaticano II iniziò i suoi lavori con la discussione dello schema sulla sacra liturgia, che poi venne solennemente votato il 4 dicembre 1963 come primo frutto della grande assise della Chiesa, con il rango di una costituzione. Che il tema della liturgia si trovasse all’inizio dei lavori del Concilio e che la costituzione sulla liturgia divenisse il suo primo risultato venne considerato a prima vista piuttosto un caso. Papa Giovanni aveva convocato l'assemblea dei vescovi con una decisione da tutti condivisa con gioia, per ribadire la presenza del cristianesimo in una epoca di profondi cambiamenti, ma senza proporre un determinato programma. Dalla commissione preparatoria era stata messa insieme un’ampia serie di progetti. Ma mancava una bussola per poter trovare la strada in questa abbondanza di proposte. Fra tutti i progetti il testo sulla sacra liturgia sembrò quello meno controverso. Così esso apparve subito adatto: come una specie di esercizio, per così dire, con il quale i Padri potessero apprendere i metodi del lavoro conciliare.

Ciò che a prima vista potrebbe sembrare un caso, si rivela, guardando alla gerarchia dei temi e dei compiti della Chiesa, come la cosa anche intrinsecamente più giusta. Cominciando con il tema "liturgia", si mise inequivocabilmente in luce il primato di Dio, la priorità del tema "Dio". Dio innanzitutto, così ci dice l’inizio della costituzione sulla liturgia. Quando lo sguardo su Dio non è determinante ogni altra cosa perde il suo orientamento. Le parole della regola benedettina "Ergo nihil Operi Dei praeponatur" (43, 3: "Quindi non si anteponga nulla all’Opera di Dio") valgono in modo specifico per il monachesimo, ma hanno valore, come ordine delle priorità, anche per la vita della Chiesa e di ciascuno nella sua rispettiva maniera. È forse utile qui ricordare che nel termine "ortodossia" la seconda metà della parola, "doxa", non significa "opinione", ma "splendore", "glorificazione": non si tratta di una corretta "opinione" su Dio, ma di un modo giusto di glorificarlo, di dargli una risposta. Poiché questa è la domanda fondamentale dell’uomo che comincia a capire se stesso nel modo giusto: come debbo io incontrare Dio? Così, l’apprendere il modo giusto dell’adorazione – dell’ortodossia – è ciò che ci viene donato soprattutto dalla fede.

Quando ho deciso, dopo qualche esitazione, di accettare il progetto di una edizione di tutte le mie opere, mi è stato subito chiaro che vi dovesse valere l’ordine delle priorità del Concilio, e che quindi il primo volume ad uscire doveva essere quello con i miei scritti sulla liturgia. La liturgia della Chiesa è stata per me, fin dalla mia infanzia, l’attività centrale della mia vita, ed è diventata, alla scuola teologica di maestri come Schmaus, Söhngen, Pascher e Guardini, anche il centro del mio lavoro teologico. Come materia specifica ho scelto la teologia fondamentale, perché volevo innanzitutto andare fino in fondo alla domanda: perché crediamo? Ma in questa domanda era inclusa fin dall’inizio l’altra sulla giusta risposta da dare a Dio, e quindi anche la domanda sul servizio divino. Proprio da qui debbono essere intesi i miei lavori sulla liturgia. Non mi interessavano i problemi specifici della scienza liturgica, ma sempre l’ancoraggio della liturgia nell’atto fondamentale della nostra fede e quindi anche il suo posto nella nostra intera esistenza umana.

Questo volume raccoglie ora tutti i miei lavori di piccola e media dimensione con i quali nel corso degli anni, in occasioni e da prospettive diverse, ho preso posizione su questioni liturgiche. Dopo tutti i contributi nati in questo modo, sono stato spinto infine a presentare una visione d'insieme che è apparsa nell'anno giubilare 2000 sotto il titolo "Lo spirito della liturgia. Un'introduzione" e che costituisce il testo centrale di questo libro.

Purtroppo, quasi tutte le recensioni si sono gettate su un unico capitolo: "L’altare e l’orientamento della preghiera nella liturgia". I lettori delle recensioni hanno dovuto dedurne che l’intera opera abbia trattato solo dell’orientamento della celebrazione e che il suo contenuto si riduca a quello di voler reintrodurre la celebrazione della messa "con le spalle rivolte al popolo". In considerazione di questo travisamento ho pensato per un momento di sopprimere questo capitolo (di appena nove pagine su duecento) per poter ricondurre la discussione sul vero argomento che mi interessava e continua ad interessarmi nel libro. Questo sarebbe stato tanto più facilmente possibile per il fatto che nel frattempo sono apparsi due eccellenti lavori nei quali la questione dell’orientamento della preghiera nella Chiesa del primo millennio è stata chiarita in modo persuasivo. Penso innanzitutto all’importante piccolo libro di Uwe Michael Lang, "Rivolti al Signore. L'orientamento nella preghiera liturgica" (traduzione italiana: Cantagalli, Siena, 2006), ed in modo del tutto particolare al grosso contributo di Stefan Heid, "Atteggiamento ed orientamento della preghiera nella prima epoca cristiana" (in "Rivista d’Archeologia Cristiana" 72, 2006), in cui fonti e bibliografia su tale questione risultano ampiamente illustrate e aggiornate.

Il risultato è del tutto chiaro: l’idea che sacerdote e popolo nella preghiera dovrebbero guardarsi reciprocamente è nata solo nella cristianità moderna ed è completamente estranea in quella antica. Sacerdote e popolo certamente non pregano uno verso l’altro, ma verso l’unico Signore. Quindi guardano nella preghiera nella stessa direzione: o verso Oriente come simbolo cosmico per il Signore che viene, o, dove questo non fosse possibile, verso una immagine di Cristo nell’abside, verso una croce, o semplicemente verso il cielo, come il Signore ha fatto nella preghiera sacerdotale la sera prima della sua Passione (Giovanni 17, 1). Intanto si sta facendo strada sempre di più, fortunatamente, la proposta da me fatta alla fine del capitolo in questione nella mia opera: non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell’altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo.

Ma con questo ho forse detto troppo di nuovo su questo punto, che rappresenta appena un dettaglio del mio libro, e che potrei anche tralasciare. L’intenzione fondamentale dell’opera era quella di collocare la liturgia al di sopra delle questioni spesso grette circa questa o quella forma, nella sua importante relazione che ho cercato di descrivere in tre ambiti che sono presenti in tutti i singoli temi. C'è innanzitutto l'intimo rapporto tra Antico e Nuovo Testamento; senza la relazione con l'eredità veterotestamentaria la liturgia cristiana è assolutamente incomprensibile. Il secondo ambito è il rapporto con le religioni del mondo. E si aggiunge infine il terzo ambito: il carattere cosmico della liturgia, che rappresenta qualcosa di più della semplice riunione di una cerchia più o meno grande di esseri umani; la liturgia viene celebrata dentro l'ampiezza del cosmo, abbraccia creazione e storia allo stesso tempo. Questo è ciò che si intendeva nell'orientamento della preghiera: che il Redentore che noi preghiamo è anche il Creatore, e così nella liturgia rimane sempre l'amore anche per la creazione e la responsabilità nei suoi confronti. Sarei lieto se questa nuova edizione dei miei scritti liturgici potesse contribuire a far vedere le grandi prospettive della nostra liturgia e a far relegare nel loro giusto posto certe grette controversie su forme esteriori.

Infine, e soprattutto, sento il dovere di ringraziare. Il mio ringraziamento è dovuto innanzitutto al vescovo Gerhard Ludwig Muller, che ha preso nelle sue mani il progetto delle "Opera omnia" e ha creato le condizioni sia personali che istituzionali per la sua realizzazione. In modo del tutto particolare correi ringraziare il Prof. Dr. Rudolf Voderholzer, che ha investito tempo ed energie in misura straordinaria nella raccolta e nell'individuazione dei miei scritti. Ringrazio anche il Signor Dr. Christian Schaler, che lo assiste in maniera dinamica. Infine, il mio sincero ringraziamento va alla casa editrice Herder, che con grande amore e accuratezza si è assunta l'onere di questo difficile e faticoso lavoro. Possa tutto ciò contribuire a che la liturgia venga compresa in modo sempre più profondo e celebrata degnamente. "La gioia del Signore è la nostra forza" (Neemia 8,10). (Joseph Ratzinger, Festa dei santi Pietro e Paolo, 29 giugno 2008)

 

 

 


 

Mons. Capovilla: "Quel giorno che elessero Roncalli"

Angelo Giuseppe Roncalli è da poche ore il nuovo Papa. Da meno di un'ora si è affacciato su Piazza San Pietro per il primo saluto alla folla dei fedeli, da pochi minuti ha ricevuto il saluto affettuoso e festoso dei cardinali nella sala dei Paramenti. Poi, ad uno ad uno, gli elettori del nuovo pontefice se ne vanno e nella grande sala restano solo tre persone: il nuovo Pontefice, il suo segretario don Loris Capovilla e il suo autista e aiutante negli anni veneziani, Guido Gusso.

E' un momento singolare e per certi versi magico e spaesante. Don Loris è preoccupato, anche un po' disorientato: gli si affollano in mente mille cose da fare, da organizzare, da avviare... «Santità, devo chiamare qualcuno? C'è il radiomessaggio da fare, bisognerà far venire un latinista per sistemarlo, ma poi c'è anche...».
Il nuovo Vicario di Cristo lo ferma e gli risponde pacatamente: «Figlio mio, adesso lasciami dire in pace vespero, compieta e il rosario, e poi parleremo».

Sta in queste parole e in questo atteggiamento una delle note di fondo – viste dal vivo, da “dietro le quinte” – di quella straordinaria giornata di 50 anni fa. Ma questa è anche una delle note di fondo della personalità di Angelo Roncalli, che anche in quel momento strepitoso non cambia l'ordine della sua giornata e la gerarchia dei suoi valori: prima di ogni affanno e di ogni fasto viene la preghiera.

Lo sottolinea proprio mons. Capovilla, testimone fondamentale di quel grande evento e uno dei pochi che oggi, a distanza di mezzo secolo, può ancora raccontarlo.

E lo fa con una lucidità e una nitidezza per nulla scalfite dai 93 anni da poco compiuti. Da Sotto il Monte, dove vive da anni dopo essere stato arcivescovo a Loreto, mons. Capovilla ricorda per GV tutti i momenti di quella giornata: «Dalla mattina alle 6, quando lo salutai delicatamente e gli dissi: “Eminenza, buona e santa giornata”. Alla sera, quando mi inginocchiai davanti a lui, nella sacrestia della Cappella Sistina, e gli dissi: “Questa volta la saluto come Beatissimo Padre: mi benedica”. E lui mi rivolse buone e amabili parole, che non ho rivelato a nessuno e che porterò con me nella tomba».

Parole segrete, mai rivelate. Un piccolo-grande segreto che rinnova, per certi versi, quello mantenuto dallo stesso Roncalli che, novello sacerdote, l'11 agosto 1904, venne ricevuto per un saluto e una benedizione dal Papa in persona, Pio X, all'indomani della prima messa che don Angelo aveva celebrato in San Pietro.

In quell'occasione Papa Sarto, di cui Roncalli avrebbe ripercorso le orme come Patriarca di Venezia e capo della Chiesa, disse parole che oggi potrebbero sembrare premonitrici. Le ricorda lo stesso mons. Capovilla: «Auguro – disse Pio X – che il tuo sacerdozio sia di consolazione per la Chiesa universale». E poi altre parole che il giovane don Roncalli serbò nella memoria per sempre, ma non trasmise ad alcuno.

Ma torniamo a quel 28 ottobre di mezzo secolo fa. «Ricordo benissimo – continua il segretario del beato Giovanni XXIII – la fumata bianca delle 17.05, e poi, alle 18.08 l'annuncio dell'“Habemus Papam”; e un quarto d'ora lui, il nuovo Papa, che appare alla finestra. Ed è contento di andare al balcone di Piazza San Pietro, perché ama incontrare le persone e parlare loro».

I fari accecanti della tv. C'è anche un momento di disorientamento: appena affacciatosi alla finestra, Roncalli non vede nulla: i potenti fari della televisione lo accecano e il pontefice non vede la Piazza e la folla, e per un attimo non sa cosa fare. Il cerimoniere allora lo invita a proseguire e a benedire la Piazza.

«E lui racconterà poi – prosegue mons. Capovilla – che, voltatosi, vide il crocifisso che sembrava dirgli: “Angelo Giuseppe, hai cambiato nome e vestito. Ma ricordati che, se non sarai mite e umile di cuore come me, non vedrai niente, sarai cieco”. Ecco, io credo che umiltà e mitezza siano state altre note di fondo di quel giorno».

Subito dopo, Giovanni XXIII si reca nella sala dei Paramenti, dove ci sono tutti i cardinali a salutarlo: «Ed è un incontro familiare, affettuoso, festoso al punto che in tanti gli si fanno attorno e quasi lo soffocano con i loro abbracci. Così il cardinal decano si premura di dire: “Attenti, però, a non ucciderlo appena fatto Papa”».

Poi, appunto, il silenzio cala nel salone, e Roncalli chiede al suo segretario di poter rimanere tranquillo, per un po', come ogni giorno, per la preghiera: «Ogni giorno lui recitava tre volte il rosario».

Le prime parole da papa nell’agenda. Verso le 20.30 mangia un boccone e poi comincia ad imbastire il suo primo radiomessaggio al mondo, da Papa. Verso le 22.30 va a riposarsi, ed è la mattina dopo, sul presto – ricorda ancora mons. Capovilla – che scrive le prime parole da Papa nella sua agenda. E io credo che quelle parole siano il terzo e altrettanto decisivo tratto di fondo di quelle ore e di quell'uomo straordinario».

Roncalli, che da sempre era uso scrivere piccole note spirituali e di cronaca della sua giornata, quella mattina scrisse: «Da ieri sera mi sono fatto chiamare Joannes, e oggi tutto il giorno parla di me, nome e persona. O miei venerati genitori, o mamma mia, o papà, o nonno Angelo, o zio, dove siete?, chi vi trasse a tanto onore?».

E in quelle righe – conclude il vescovo Capovilla – Roncalli testimonia quanto sia essenziale venerare e onorare le radici, la famiglia: «E' come se lui avesse posato la tiara papale sulla terra che i suoi avi avevano umilmente lavorato, lui che era stato chiamato ad essere l'Agricoltore della terra intera. Era un ritorno a quelle radici dove aveva attinto non solo il pane, ma anche il timore santo di Dio». (Giorgio Malavasi, Gente Veneta, 40/2008)

 

 

 


 

Mons. Fisichella sul ruolo dell'università: "In pieno relativismo educhiamo alla verità"

Mercoledì 29 è stato inaugurato nell'Aula Magna "Benedetto XVI" l'anno accademico della Pontificia Università Lateranense. Ha aperto la cerimonia il cardinale Agostino Vallini, gran cancelliere dell'ateneo e vicario per la Diocesi di Roma. Dopo la prolusione dell'arcivescovo rettore magnifico Mons. Rino Fisichella - della quale pubblichiamo ampi stralci - era previsto l'intervento del ministro dell'Istruzione della Repubblica italiana, Mariastella Gelmini, che non ha però potuto partecipare per motivi di sicurezza.

"Lo scorrere del tempo manifesta quali traguardi la ragione, mossa dalla passione per la verità, abbia saputo raggiungere. Chi potrebbe negare il contributo che i grandi sistemi filosofici hanno recato allo sviluppo dell'autoconsapevolezza dell'uomo e al progresso delle varie culture? Queste, peraltro, diventano feconde quando si aprono alla verità, permettendo a quanti ne partecipano di raggiungere obiettivi che rendono sempre più umano il vivere sociale. La ricerca della verità dà i suoi frutti soprattutto quanto è sostenuta dall'amore per la verità. Ha scritto Agostino nel De diversis quaestionibus:  "Ciò che si possiede con la mente si ha conoscendolo, ma nessun bene è conosciuto perfettamente se non si ama perfettamente"". (Discorso di Benedetto XVI ai partecipanti al Congresso internazionale promosso dalla Pontificia Università Lateranense per il x anniversario dell'enciclica Fides et ratio, 16 ottobre 2008).

La passione per la verità è quanto dovrebbe caratterizzare la nostra presenza in università. Essa si esprime in diversi modi, a seconda dei ruoli che ricopriamo:  per i docenti si realizza nella ricerca e nelle pubblicazioni che manifestano il contributo peculiare che si offre alla scienza; per gli studenti nella fatica dello studio e nel coerente coinvolgimento nella vita accademica; per tutti noi nella ricerca di senso che deve caratterizzare la vita di ogni persona per giungere a piena maturità. L'università deve essere il luogo dove la passione per la verità viene non solo conservata, ma mantenuta viva con la costante attenzione a quanto avviene nel mondo per essere capaci di fornire una risposta che raggiunga la mente e il cuore delle persone. Ancora una volta, quindi, ritorniamo sul valore e lo scopo dell'università.

Benedetto XVI a più riprese in questi anni è ritornato su questo tema. Il fatto coinvolge direttamente anche noi che per statuto siamo l'università del Papa. Rileggere alcune pagine di questo magistero porta sempre di più al cuore della questione:  come sia possibile coniugare fede e ragione, come riconoscere l'apporto fondamentale che il cristianesimo ha portato alle culture, come l'università può rispondere alle grandi sfide che sono oggi sul tappeto della storia. L'interrogativo era presente in maniera chiara nel discorso che il Papa avrebbe dovuto tenere all'università La Sapienza quando si domandava:  "Qual è la natura e la missione dell'università? (...) Cosa è l'università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico (...) Penso si possa dire che la vera, intima origine dell'università stia nella brama di conoscenza che è propria dell'uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità".

Il primo obiettivo che viene identificato dal Santo Padre come peculiare nella natura stessa dell'università, come si nota, è la ricerca della verità mediante le vie che sono proprie alla ricerca accademica. Di particolare importanza per noi riveste la continuazione di quel discorso perché, per alcuni versi, ci tocca da vicino. Il Papa ponendo l'interrogativo su cosa sia ragionevole e come si possa giungere a una ragione carica di verità riporta l'esempio dell'università:  "Torniamo così alla struttura dell'università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c'erano le facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull'essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le facoltà:  essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l'uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente".

L'interrogativo permane con la sua carica provocatoria oggi come negli anni a venire. La nostra Università, nelle facoltà che la compongono, sembra essere l'immagine di quella medievale. La filosofia, la teologia e le tre facoltà giuridiche che possediamo, per loro stessa natura dovrebbero fare della verità lo scopo della loro esistenza accademica. La filosofia come domanda perenne; la teologia come auditus fidei che si sviluppa in un intellectus fidei. Le stesse scienze giuridiche, comunque, non sono affatto escluse da questo percorso. Soprattutto nel contesto attuale, carico di un positivismo interpretativo, devono essere capaci di recuperare il grande tema della lex naturalis da porre come fondamento per una verità che possa essere universale nei sistemi giuridici. In altri termini, dobbiamo evidenziare come sia realmente fattibile, prendendo a fondamento la Parola di Dio, creare cultura e comportamenti consequenziali. Dobbiamo essere capaci di evidenziare come lo studio e la ricerca quando sono orientati dalla passione per la verità giungono inevitabilmente a Dio. Benedetto XVI lo ha ricordato anche nel suo importante discorso a Parigi al Collége des Bernardins quando ha detto:  "Si deve dire, con molto realismo, che non era intenzione (dei monaci) creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era:  quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale:  impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio. Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile (...) Potremmo dire che questo è l'atteggiamento veramente filosofico:  guardare oltre le cose penultime e mettersi in ricerca di quelle ultime, vere (...) Il cercare dei monaci, sotto certi aspetti, porta in se stesso già un trovare. Occorre dunque, affinché questo cercare sia reso possibile, che in precedenza esista già un primo movimento che non solo susciti la volontà di cercare, ma renda anche credibile che in questa Parola sia nascosta la via - o meglio:  che in questa Parola Dio stesso si faccia incontro agli uomini e perciò gli uomini attraverso di essa possano raggiungere Dio. Con altre parole:  deve esserci l'annuncio che si rivolge all'uomo creando così in lui una convinzione che può trasformarsi in vita (...) Quaerere Deum - cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui:  questo oggi non è meno necessario che in tempi passati. Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell'umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi. Ciò che ha fondato la cultura dell'Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura".

In questo contesto, non possiamo che affrontare una problematica che riguarda direttamente la nostra università - come tutte le università in questo peculiare momento storico - e che il Santo Padre ha raccolto nell'espressione "emergenza formativa". Ritengo necessario, per corrispondere a questa esigenza, che l'università si faccia carico, anzitutto, di recuperare il senso della tradizione come un fondamento indelebile per sostenere la crescita dell'identità culturale e personale. Un progetto educativo ha bisogno di evidenziare che la formazione necessita di uno sviluppo armonico, senza rotture traumatiche con il passato solo per l'incapacità a sapersi collocare in un contesto storico ed evolversi in esso. Per questo, come è stato accennato in precedenza, è importante recuperare il fondamento che è dato dalla Parola di Dio come un contenuto che ha creato cultura e sviluppato germi positivi di personalità individuale e identità sociale. In questa Parola si trovano principi di verità, di intelligenza e di vita che sono autentici ideali a cui ispirare non solo la vita personale di quanti credono, ma anche quella sociale e collettiva. Vi è un'autorevolezza tale in quella Parola che provoca a uscire da noi stessi per guardare oltre e incontrare quanti sono posti sullo stesso cammino come artefici di progresso personale. Qui si trovano contenuti che non valgono solo per un momento; la profonda verità che possiedono li spinge oltre il frammento e li fa diventare preziosi compagni di vita. Sant'Agostino diceva:  "Cerchiamo con il desiderio di trovare e troviamo con il desiderio di cercare ancora". La verità di cui parliamo non è ricercata nella solitudine né è pensata in maniera statica. Al contrario essa è frutto di una perenne collaborazione che si crea tra le persone e ogni stadio raggiunto costituisce sempre e solo una tappa che spinge verso la pienezza che solo il futuro potrà dare come dono definitivo. Questa verità si coniuga con il senso della vita a cui ognuno deve poter dare una risposta pena l'impossibilità di raggiungere una personalità adulta e matura.

La formazione, insomma, vive di contenuti, di accompagnamento e di testimonianza. In un periodo come il nostro che soffre la piaga del relativismo - soprattutto nell'ambito etico - è importante educare al senso della verità, della sua ricerca e del valore critico che essa comporta. L'uomo raggiunge pienamente se stesso solo nella misura in cui si incontra con la verità. La sua continua ricerca non è altro che un anelito e un desiderio di conoscere sempre di più non solo quanto lo circonda, ma se stesso e il mistero della sua esistenza. Enigma a se stesso, ognuno è tuttavia aperto verso la trascendenza a cui si deve poter dare un nome proprio. Le domande fondamentali che ruotano intorno all'interrogativo circa il senso della vita, del dolore, della sofferenza, della morte e di cosa può esserci dopo non sono scontati nella formazione di una persona. Una personalità matura, d'altronde, si raggiunge quando si trova una risposta a questi interrogativi e non si lascia la propria vita in balia del fato, del destino e della casualità. Purtroppo, sempre più spesso siamo costretti a dire la nostra parola in circostanze strazianti davanti ai tanti lutti che coinvolgono in prima persona molti giovani. Incidenti stradali, una dose tagliata male, un conflitto banale che porta conseguenze drammatiche, omicidi passionali e suicidi che costituiscono la seconda causa di morte tra i nostri adolescenti. Come si nota il problema del senso della vita non è estraneo ai nostri giovani né può essere considerato dai formatori come un tema secondario. Educare alla verità, pertanto, implica l'umiltà di ammettere che siamo in cammino, sempre, per l'intera esistenza e che solo la fatica dell'impegno conduce a una risposta carica di senso. La verità, tuttavia, obbliga a entrare nella sua logica, richiede di abbandonare le nostre parziali visioni per immettersi in un orizzonte globale che consente di abbracciare ogni cosa.

È a partire dalla verità, inoltre, che si scopre la vera dimensione dell'amore, termine ormai inflazionato presso molti dei nostri studenti. Questi confondono la passione, il desiderio e il sentimento fugace con l'amore e non comprendono più la sua stessa essenza che consiste nel donarsi totalmente per sempre senza nulla chiedere in cambio. La gratuità sembra ormai scomparsa dal nostro vocabolario e con essa il perdono. Eppure, senza questo binomio l'amore cessa di vivere, diventa pretesa che l'altro entri nel mio mondo e acquisisca il mio modo di intendere e volere. Così, sotto il termine più sacro che l'umanità possiede viene a nascondersi l'individualismo peggiore che si nutre di possesso fino a quando corrisponde ai propri bisogni. Non viviamo un contesto facile per educare all'amore. Si assiste a due modi contrapposti di concepirlo:  l'uno romanzato e fittizio, frutto della fiction che proprio per questo illude; l'altro violento e tiranno perché ha ridotto tutto a sesso e ha creato sfiducia nella fedeltà di cui l'amore si nutre. Se l'amore scade a sesso allora la persona diventa merce; se non si crede alla fedeltà del partner, allora il rapporto si tinge di sospetto e viene meno ogni forma di autentica relazionalità.

Educare alla verità per scoprire l'amore porta, di conseguenza, a vivere nella libertà. Questa non è una forma di autonomia per vivere secondo i propri diritti, ma un impegno a sapersi confrontare con la verità per diventare responsabili dell'altro. Verità e libertà si coniugano insieme perché sono mosse dallo stesso intento di ritrovare se stessi oltre l'enigmaticità dell'esistenza. La formazione dovrebbe tendere a far scoprire la vera libertà come liberazione dal limite e dalla schiavitù. Ci sono moderne forme di schiavitù che ben si conoscono e che affascinano per il loro carattere illusorio; eppure, molti sono attratti come il canto delle sirene. La libertà autentica si confronta con la verità e per essa sa compiere la rinuncia a disporre di se stesso pur di entrare in un circolo di libertà più grande. Purtroppo la libertà oggi viene vissuta come un capriccio; una pretesa a disporre di sé indipendentemente dall'altro senza rendersi conto che in questo modo non solo non si realizza alcuna libertà, ma quella forma diventa opprimente perché segna un tradimento nei confronti di se stessi.

Quando si cade in questa trappola si diventa nello stesso tempo, autore, vittima e giudice dei propri atti. Autore, perché in prima persona si è chiamati a scegliere; vittima, perché con questa scelta si impedisce il progresso e lo sviluppo della propria esistenza; giudice, perché si deve attestare davanti alla propria coscienza di avere tradito la verità. Situazione non facile eppure quotidiana sulla scena di questo mondo. Il rapporto tra verità, libertà e amore pone ognuno nella condizione di verificare la propria possibilità di realizzazione o il proprio fallimento. Una sana provocazione su questi temi aiuta l'opera pedagogica e favorisce la formazione tenendo fisso lo sguardo sull'essenziale della vita e non su contenuti effimeri.

Questa esigenza di verità, di libertà e di amore deve essere supportata da una costante capacità di interrogare, quasi fossimo dinanzi a una curiosità permanente con la quale l'intelligenza vuole scoprire il mistero che si nasconde nei meandri della vita. Se dobbiamo assumere la responsabilità della formazione allora dobbiamo anche essere capaci di sollecitare in tutti i modi i nostri studenti per provocare la forza della ragione. Questa non può rinchiudersi in se stessa, ma aprirsi al mistero, desiderando di indagarlo senza sosta. È proprio della natura umana ricercare, qui si deve comprendere la capacità di ogni vero educatore a saper indirizzare nel giusto orizzonte questo desiderio. Spesso confusi da una molteplicità di informazioni che vengono fornite i nostri giovani intuiscono, comunque, che c'è qualcosa di straordinariamente grande che sta alla base di tutto e senza del quale non ci sarebbe vera vita. Questo è il momento di presentare in tutta la sua verità la persona di Gesù Cristo, l'uomo nuovo che nel mistero della sua vita chiede di essere accolto e creduto perché porta con sé la chiave per interpretare l'enigma della propria vita.

Come ricordava con un pizzico di ironia Tertulliano, "Gesù ha affermato di essere la verità non la consuetudine". L'espressione dice in sé tutto e si pone come una vera critica a tante espressioni della nostra fede che sanno di ovvietà e che mancano del vigore necessario per provocare oggi alla sequela. Gesù non è un mito, né la sua vita un romanzo. Non è un reperto archeologico di altri tempi né uno dei tanti capi religiosi che si sono susseguiti nel corso della storia. È il Figlio di Dio fatto uomo per amore e si offre come l'ultima possibilità per rispondere alla domanda di senso sulla nostra vita. Una formazione autentica non può relegare la domanda religiosa né impedire di presentare la persona di Gesù Cristo. Sarebbe una proposta sempre parziale, alla fine contraddittoria e incapace di gettare luce definitiva su noi stessi. La formazione deve accogliere in sé l'istanza religiosa; non può lasciarla nel vago, ma deve presentarla nella sua forza provocatoria come un'istanza iscritta nell'intimo di ognuno che deve trovare adeguato spazio per consentire il formarsi di una personalità matura. Questa dimensione apre all'orizzonte comunitario e immette in un nuovo modello di responsabilità che vede nella dedizione all'altro lo scopo della propria esistenza personale.

Compiere questo percorso non è facile. Appare semplice, ma è in effetti un cammino in salita. Un elemento fondamentale per corrispondere a questa emergenza, comunque, mi sembra costituito da ciò che chiamo la circolarità formativa. L'espressione non è una formula, ma un progetto che dovrebbe essere in grado di coinvolgere direttamente quanti hanno a cuore la formazione in questa particolare contingenza storica. Vi sono diverse istituzioni che hanno la responsabilità della formazione. L'università è certamente una di queste ed è chiamata a svolgere un ruolo primario. Assieme a essa, comunque, non si può dimenticare la famiglia che possiede la responsabilità prima nell'educazione dei propri figli e che è naturalmente coinvolta in questa dimensione. Un ruolo importante, in questo settore, è svolto anche dalla comunità credente che nelle sue diverse forme educative rappresenta un agente di primo piano per la collaborazione che offre alla famiglia e alle istituzioni. Il momento che viviamo sembra essere circoscritto da un impegno che ogni istituzione svolge in maniera settoriale, senza alcun riferimento agli altri che sono coinvolti a titolo diverso, ma con uguale finalità. È importante che queste istituzioni siano tra loro come dei vasi comunicanti che permettano la circolazione dei contenuti e delle idee in modo tale che i giovani abbiano una visione unitaria non solo dei valori fondamentali che vengono offerti, ma anche della corresponsabilità con cui vengono concretizzati. In una parola, è necessario che si costituisca un'alleanza formativa tra la famiglia, l'università e la scuola in genere con le istituzioni civili e la comunità cristiana per evidenziare quanta unità vi sia nel trasmettere dei contenuti di cui si devono riempire le menti e i cuori delle giovani generazioni. Se una sola di queste realtà dovesse presumere di fare a meno delle altre e pretendesse di svolgere da sola la funzione pedagogica cadrebbe facilmente in errore e non avrebbe mai la forza per incidere in maniera significativa e durevole. (Mons. Rino Fisichella, ©L'Osservatore Romano - 30 ottobre 2008)

 

 

 


 

Con lo spirito del contadino al servizio della Chiesa

"L'affabile semplicità, l'umile e docile obbedienza" del beato Giovanni XXIII che volle sempre rimanere, anche "quando era Papa, all'ultimo posto, cioè al servizio di tutti" sono state rievocate martedì pomeriggio, 28 ottobre, dal cardinale Tarcisio Bertone.

Nel cinquantesimo anniversario dell'elezione di Angelo Giuseppe Roncalli alla Cattedra di Pietro, il segretario di Stato ha celebrato la messa nella basilica Vaticana, al termine della quale Benedetto XVI si è unito ai numerosi presenti.

All'omelia, ricordando come Roncalli avesse trascorso gran parte della sua vita ""in periferia", con compiti delicati, ma lontani dai riflettori della pubblica opinione" e "servito la Chiesa con lo spirito semplice di un "contadino" senza aspirare a privilegi e promozioni", il cardinale Bertone ha sottolineato che anche "quando ebbe a ricoprire incarichi di alta responsabilità e di primo piano", il Papa della bontà seppe conservare inalterato il suo carattere umile. "Desiderava - ha spiegato - essere un pastore mantenendo quel suo tipico stile, che lo aveva contraddistinto in tutti gli incarichi precedentemente svolti al servizio della Santa Sede".

Per il segretario di Stato, il segreto della santità del beato Giovanni XXIII è stata la preghiera, come egli stesso ha rivelato nel Giornale dell'anima e in altri appunti personali. "Per i pochi anni che mi restano da vivere - ha lasciato scritto - voglio essere un santo pastore nella pienezza del termine. La mia giornata deve essere sempre in preghiera; la mia preghiera è il mio respiro". Angelo Roncalli aveva imparato a pregare nella povera famiglia di origine, dove tutte le sere, l'anziano zio Zaverio, il capo di casa, guidava la recita del rosario. "E fu la preghiera il segreto della serenità e della fiducia - ha affermato in proposito il cardinale Bertone - che trasmetteva con la sua bontà".

Dopo essere stato a Bergamo e a Sotto il Monte il 5 e 6 aprile scorsi, il segretario di Stato ha dunque di nuovo incontrato i fedeli orobici, convenuti numerosissimi con il loro vescovo Roberto Amadei e con l'ausiliare, per pregare sulla tomba del figlio più illustre della diocesi bergamasca. "Conservo - ha detto loro il porporato - un bel ricordo della vostra accoglienza. Questo vostro pellegrinaggio intende rinnovare la vostra devozione verso il Successore di Pietro; devozione che costituisce uno dei preziosi elementi della eredità spirituale che Giovanni XXIII ha lasciato alla Chiesa di Bergamo, insieme all'esempio della sua preghiera e all'amore per l'Eucaristia e alla Vergine Santa".

Il cardinale Bertone è andato poi con il pensiero alle vicine Grotte Vaticane, dove il giovane Roncalli celebrò la sua prima Messa "quasi a iniziare e a rafforzare - ha commentato - un legame con la Sede Apostolica che non lo abbandonò mai". E subito è tornata alla mente un'altra Messa, quella celebrata in piazza San Pietro, il 3 giugno del 1963, il giorno della sua morte. "Giovanni XXIII - ha detto il segretario di Stato - spirò non molto dopo che nella piazza erano risuonate le parole che il sacerdote allora pronunciava alla fine del sacrificio eucaristico:  Ite Missa est. Papa Giovanni - ha proseguito - partiva da questo mondo per il cielo dopo una esistenza vissuta, come dovrebbe avvenire per ogni battezzato, in costante unione con Cristo morto e risorto". E ciò rappresenta un insegnamento valido ancora oggi:  ogni cristiano - ha avvertito Bertone - è "chiamato a prolungare nella sua esistenza il mistero celebrato nell'Eucaristia, annunciando in vita e in morte il Signore crocifisso e risuscitato. Annunciare Cristo - ha concluso - è accogliere docilmente la volontà divina in ogni situazione, nella salute e nella malattia, nella giovinezza e nella vecchiaia, nel dolore e nella gioia. Sempre".

Rivolgendosi poi ai pellegrini bergamaschi - ai quali si sono uniti tanti fedeli del Veneto, dov'è ancora molto viva la memoria dell'antico Patriarca di Venezia - il cardinale Bertone ha aggiunto a braccio un breve passaggio al testo dell'omelia, sottolineando un fatto di cui "Papa Giovanni sarebbe stato ed è contentissimo" proprio a motivo del suo amore a Pietro, alla cattedra di Pietro:  "Tutti voi bergamaschi - ha detto - tutti quelli che leggono "L'Eco di Bergamo", alla domenica, leggono ormai anche "L'Osservatore Romano", il giornale del Papa, il giornale della Santa Sede. Mi congratulo con voi, continuate - ha esortato - con questa tradizione che avete iniziato in questo anno giovanneo". (©L'Osservatore Romano - 30 ottobre 2008)

 

 

 


 

La Curia "dietro le quinte"

Vademecum per scoprire il colle che della Chiesa cattolica è il simbolo e la casa.

A volte non c'è nulla di meno conosciuto di ciò che tutti hanno davanti agli occhi. Enzo Romeo, caporedattore Esteri e collega vaticanista del Tg2, ha scritto con stile giornalistico (spigliato e ricco di humor) una "visita guidata", pubblicata dalla casa editrice "Ancora", su tutto quello che si vorrebbe sapere sullo Stato più piccolo e prestigioso del mondo. Attraverso un riuscito mix di storia, curiosità e notizie pratiche, il lettore è condotto nei meandri degli uffici e degli organismi che assistono e collaborano con il Vicario di Cristo. Una fotografia che da Piazza San Pietro, che può contenere 50.000 persone ed è l'emblema della Santa Sede. Non esiste al mondo un complesso di edifici che uguagli il Vaticano per interesse ed importanza storica e artistica. Un insieme di costruzioni che, compresi i cortili, si estendono per 55.000 metri quadrati. Le sale, le cappelle e le camere sono oltre 1.400 e la convenzione dell'Aia protegge il territorio della Santa Sede, considerato "Patrimonio culturale". Non può essere sorvolato dagli aerei o spiato dai satelliti, anche se poi, in pratica, basta collegarsi ad un semplice sito internet per avere l'immagine satellitare dettagliata di ogni angolo degli 0,44 kmq. La sede di Pietro e dei suoi successori si staglia sul colle che in epoca etrusca e nella Roma antica era il luogo in cui avvenivano i vaticini. Da qui il nome Vaticano. Alle pendici del colle avvenne il martirio di Pietro, il pescatore di Cafarnao che Gesù scelse come guida per il primo gruppo dei suoi apostoli. All'interno della Basilica di San Pietro si viene avvolti dalla maestosità delle tre navate. La chiave di tutto o, se si vuole, le chiavi del Regno (Matteo 16,19) si trovano sotto il Vaticano. Nel 64 d.C., in quelli che erano gli horti dell'imperatore, Nerone fa strage di cristiani che sceglie come capri espiatori per l'incendio di Roma, di cui egli stesso era sospettato. Tre anni dopo viene condotto al martirio e crocifisso a testa in giù il primo vescovo di Roma, Pietro. La tradizione canonica della Chiesa identifica il luogo della crocifissione sul Gianicolo, dove oggi sorge la Chiesa di San Pietro in Montorio. Il suo corpo è sepolto dove ora c'è l'altare centrale della Basilica vaticana, cioè appena fuori dagli horti neroniani. Pietro fu messo a morte su denuncia di altri cristiani e dunque assaporò su se stesso e nella maniera più tragica il gusto amaro del tradimento, come era avvenuto per il suo Maestro, abbandonato mentre saliva al Golgota. Dunque, Pietro che rinnega, Pietro che viene tradito. Pietro che fugge dalla croce, Pietro che accetta la croce. In epoca classica il "Vaticanum" era zona extraurbana. Roma terminava al di là del Tevere, nella piana di Campo Marzio, e dove oggi si trova la Città del Vaticano c'erano giardini e aree sepolcrali. La Chiesa ha dovuto lottare nel corso dei secoli per garantirsi la necessaria autonomia, cioè il rispetto della libertà religiosa e di culto. Lo Stato Pontificio, che ha segnato l'epoca del potere temporale dei Papi, serviva in teoria a preservare l'indipendenza della Chiesa, indispensabile perché la religione non divenisse vassalla di re, imperatori e condottieri. Il Papa è, in certo senso, l'ultimo monarca assoluto che esiste al mondo. Egli è il "Sovrano" della Città del Vaticano, oltreché vescovo di Roma, vicario di Gesù Cristo, successore del principe degli apostoli, sommo Pontefice della Chiesa universale, primate d'Italia, arcivescovo e metropolita della provincia romana (che corrisponde al Lazio) e servo dei servi di Dio. «Lo stato della Città del Vaticano, la cui legge fondamentale fu emanata da Pio XI nel 1929 e modificata da Giovanni Paolo II nel 2000 - precisa Romeo - è un'infrastruttura territoriale e materiale della Santa Sede, espressione giuridica del governo centrale della Chiesa. Quindi, una sorta di Stato patrimoniale, dove non esiste la proprietà privata e tutti gli immobili sono di proprietà della Santa Sede». La popolazione è di circa 1.000 abitanti, metà dei quali sono cittadini vaticani. La cittadinanza spetta ai Cardinali residenti in Vaticano e a Roma, ai residenti stabili in Vaticano per ragioni di carica, dignità o impiego (solo per la durata della carica) e a coloro cui sia concesso dal Pontefice, come coniugi e figli di cittadini vaticani. Si dibatte ancora sulla natura giuridica dello Stato Vaticano. Formalmente si tratta di uno stato teocratico, ovvero governato esclusivamente da un apparato ecclesiastico; in pratica, però, non c'è un popolo da assoggettare né una politica da imporre. Lo Stato Vaticano è nato esclusivamente per consentire alla Santa Sede di svolgere il suo compito spirituale e pastorale. Nel trattato del Laterano, cioè la conciliazione tra Santa Sede e Italia dell'11 febbraio 1929, è specificato che lo Stato Vaticano (che esiste per il Papa e non viceversa, quindi la sede romana è là dov'è il Papa, che ha l'eredità del primato di Pietro) rimarrà sempre estraneo ai conflitti temporali delle nazioni e ai congressi relativi, a meno che non venga chiamato in causa per questioni di pace e morali dalle stesse parti. E, difatti, il Vaticano, attraverso la Santa Sede che ne è il governo, partecipa ai numerosi organismi internazionali con propri rappresentanti e ha rapporti diplomatici con quasi tutti i Paesi. E' membro dell'organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) ed è osservatore permanente alle Nazioni Unite. Per circa mille anni, dall'epoca di Costantino all'esilio avignonese del 1309, la residenza dei Pontefici non fu il Vaticano ma il Laterano. La Basilica di San Giovanni in Laterano rimane ancora oggi la Cattedrale del Vescovo di Roma e lì risiede e ha i suoi uffici il Vicario del Papa per la Diocesi romana. Fu Gregorio XI, al rientro a Roma da Avignone nel 1377, a decidere di insediarsi definitivamente con la sua corte sul colle vaticano, il modesto borgo attorno alla Basilica di San Pietro che offriva un riparo sicuro ai Pontefici durante le turbolenze del Medioevo. In base al trattato del Laterano, godono di extraterritorialità, oltre alla Basilica di San Pietro e all'area compresa all'interno della Città del Vaticano, anche le basiliche di San Giovanni in Laterano, di Santa Maria Maggiore e di San Paolo fuori le mura. E inoltre i palazzi della Cancelleria, di Propaganda Fide, del Sant'Uffizio, del Vicariato, l'ospedale pediatrico del Bambino Gesù ed il Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo, con la Villa Cybo e la Villa Barberini. Se il Papa è paragonabile ad un monarca assoluto, tuttavia la sua elezione avviene con il più singolare e rigido sistema elettorale che si conosca. Il Conclave. Il termine deriva dal latino "cum clave" (sotto chiave). Una clausura forzata nata per evitare che i Cardinali tergiversassero nell'elezione del Pontefice e lasciassero per troppo tempo vacante la sede apostolica. Ai Cardinali spetta il titolo di "Eminenza", dal latino "minere", cioè sovrastare. Dunque una persona che eccelle, che "sovrasta" gli altri. A parte il ruolo che gli spetta durante la sede vacante e al momento del Conclave, il collegio dei Cardinali ha la funzione di coadiuvare il Papa nel governo della Chiesa. Un compito ormai quasi virtuale, perché reso difficile dalle distanze e dalle molteplicità di impegni di molti Cardinali, spesso titolari di diocesi lontane da Roma. Di fatto, quindi, a coadiuvare il Papa è l'insieme dei dicasteri e degli organismi che costituiscono la Curia romana. Il nome nell'antichità indicava la partizione della popolazione di Roma, ma nel medioevo assunse il significato di "corte". Una struttura complessa, più volte rimodellata dai Pontefici nei secoli per renderla più adatta alla missione universale della Chiesa. Nel 1965 Paolo VI istituì il Sinodo permanente dei vescovi per mantenere vivo lo spirito del Concilio. Nelle assemblee sinodali del collegio episcopale, convocate di volta in volta dal Pontefice (si dividono in generale, ordinaria, straordinaria e speciale), i vescovi hanno il compito di aiutare il Papa nel governo della Chiesa universale attraverso i loro consigli e suggerimenti. Il Sinodo ha esclusivamente un ruolo consultivo. "Fatto salvo il primato petrino - spiega Enzo Romeo -, oggi si discute molto di "sinodalità" e di comunione ecclesiale, cioè di come armonizzare la partecipazione dei vescovi alle decisioni della Chiesa con la struttura curiale del governo della Santa Sede, che risulta inevitabilmente verticistico. La soluzione è la "comunione gerarchica", ossia la ricerca del comune sentire del popolo di Dio, nel rispetto però dei ruoli, delle competenze e dei carismi di ciascuno". La Curia romana è formata dalla Segreteria di Stato, da nove Congregazioni, tre Tribunali, undici Pontifici Consigli (di cui uno accorpato) e sette Pontificie Commissioni. Il Prefetto o il Presidente, i membri, il segretario, i Consultori e altri incaricati sono nominati dal Papa e durano in carica cinque anni. Fanno eccezione gli organismi governati da legge propria: Rota, Camera Apostolica, Collegio dei Protonotari Apostolici di Numero, e la Segreteria di Stato. Il coordinamento e lo scambio di informazioni tra i vari organismi è garantito dal lavoro delle commissioni miste e le riunioni periodiche dei capi dicastero che esaminano, sotto la presidenza del Papa, le questioni più importanti. Le Congregazioni hanno tutte giuridicamente lo stesso peso. Eventuali conflitti di competenza tra esse vengono giudicati dalla Segnatura Apostolica, che è il tribunale supremo del Vaticano. Il potere esecutivo è esercitato dal Governatorato, articolato in direzioni e uffici centrali e con a capo un presidente (di norma un Cardinale), coadiuvato dal segretario generale e da un vice. Il Governatorato è la "macchina" dello Stato Vaticano: ha un bilancio annuo di 200 milioni di euro. (Giacomo Galeazzi, Oltretevere, 28 ottobre 2006)

 

 

 


 

I nuovi “Nicodemo” e il Papa Conciliatore

I dogmi dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione, nonchè la consacrazione del mondo intero a Maria, hanno rappresentato in passato la risposta della Chiesa al progressivo allontanamento dell’umanità da Dio, una deriva lenta ma progressiva a cui i Pontefici hanno sempre risposto con la figura della Madonna, la creatura eletta. Pio IX, Pio XII, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, nell’ora della prova e dello sbandamento delle coscienze, hanno perentoriamente indicato Maria di Nazareth come l’esempio perfetto di una umanità pienamente realizzata nella libera adesione al progetto di Dio.

Non è certo un caso che in una fase così delicata per l’umanità, Benedetto XVI abbia fatto visita a tre Santuari mariani, diversi per origine ma accomunati per la fede con la quale gli occhi di tanti uomini hanno guardato elevando suppliche all’immagine della Vergine. Ora Pompei, “cittadella di Maria e della carità”, prima Lourdes e ‘Bonaria’, a Cagliari. Tornando con la mente al piccolo centro della Francia rurale illuminato dall’apparizione della Vergine 150 anni or sono, si possono leggere con rinnovato slancio e fervore la fede e i segni dei nostri tempi.

La notte avvolge Gerusalemme. Per un uomo, un uomo molto importante ed influente della città, non è una notte come tutte. È la notte che gli cambierà la vita. Nella domenica in cui il Papa celebrava la Santa Messa a Lourdes, la Chiesa proponeva “stralcio” del colloquio tra Gesù e Nicodemo, un capo fariseo, un dotto, conoscitore delle Scritture, detentore di un potere all’interno della comunità.

Come non associare l’umanità di oggi a tanti “Nicodemo” in cerca di Cristo? Una Nazione intera, la Francia, che “come Comunità filosofica ha ereditato dei privilegi dalla Chiesa gallicana, e ha giocato il ruolo che i Borboni avevano affidato, come instrumentum regni al gallicanesimo” (così Henri Hude su ‘Il Sole 24 Ore’ del 16 settembre), un Paese che sta passando dalla “cattolaicità” della Repubblica illuminista alla “laicità positiva” della Francia di Sarkozy, questa Nazione, dunque, ha accolto il Pontefice con amore sincero, impressionante, imprevisto e sottostimato.

Come acutamente osserva Hude, “i credenti effettivi sono senza dubbio dieci volte superiori a ciò che indicano le statistiche, come dimostrano tutti i viaggi di un Papa, qualunque sia il suo nome”. E Benedetto XVI ha risposto pronunciando il nome della vergine Bernadette Soubirous, grazia e sofferenza, fede e ragione. In Bernadette e nella sua visione di Maria, tutto ha sintesi. La ragione, sollecitata all’inizio del viaggio, viene a sublimarsi nella fiaccolata di Lourdes. “Abbiamo bisogno di luce e allo stesso tempo siamo chiamati a divenire luce”, un “camminare nella notte portando la luce che parla con forza al nostro animo”. Così si rivolgeva il Pontefice ai fedele radunati nel Piazzale del Rosario a Lourdes. Si riaffaccia l’immagine di Nicodemo che, nell’oscurità della notte del mondo e della sua anima, cerca la luce di Cristo, la luce che è Cristo. Non è solo un incontro umano, cioè uno scambio dialettico fra un rabbi e il Maestro, ma un cammino di conversione molto simile a quello che conduce numerose persone a Lourdes in cerca, “forse segretamente”, di ricevere “qualche miracolo”; poi, sulla via del ritorno, avendo fatto un’esperienza spirituale di vita autenticamente ecclesiale, “cambiano il loro sguardo su Dio, sugli altri e su se medesime. Una piccola fiamma chiamata speranza, compassione, tenerezza, le abita”.

Pochi analisti hanno colto il grande valore simbolico della viaggio di Benedetto XVI in Francia. Il Papa ha mostrato alla Vecchia Europa, alla Nazione simbolo della Vecchia Europa orgogliosamente laicista, positivista e relativista, la figura di Bernadette, apertasi al “sorriso” di Maria giacché “cercare il sorriso di Maria non è questione di sentimentalismo devoto e antiquato; è piuttosto la giusta espressione della relazione viva e profondamente umana che ci lega a Colei che Cristo di donato come Madre”. La cifra della vista in Francia l’ha data il Pontefice stesso con una espressione molto suggestiva: mostrare all’umanità “quella straordinaria prossimità tra il cielo e la terra che non si è mai smentita e che non cessa di consolidarsi”. Questa è Lourdes. Nulla è impossibile a Dio. La conversione è molto spesso un cammino che dura nel tempo. È difficile immaginare 62 milioni di francesi improvvisamente accesi da amore verso Dio e la Chiesa. Nondimeno il cambiamento è palpabile e come tanti “Nicodemo” molti uomini, in Francia come nei tanti altri Paesi un tempo considerati roccaforti del laicismo oltranzista, stanno aprendo il loro cuore all’Altissimo. Benedetto XVI, Vicario di Cristo in Terra, sta mostrando il vero volto della Chiesa.

Il suo viaggio è stato proprio all’insegna del “quarere Deum”, del “cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui”. “Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio - ha detto il Santo Padre concludendo il suo discorso presso il ‘Collège des Bernardins’ -, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi. Ciò che ha fondato la cultura dell’Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura”. Se Giovanni XXIII è stato il Papa del Concilio, Benedetto XVI è il Papa Conciliatore. Una conciliazione in Cristo delle umane vicende e delle umane capacità intellettuali e materiali: si pensi, ad esempio, al procedere sempre più spedito del riavvicinamento con la Chiesa Ortodossa e con le altre Confessioni cristiane. La Chiesa non è moderna o anti-moderna. La Chiesa, amando l’uomo, mostra, indica, testimonia e proclama, dinnanzi alle contraddizioni del mondo, “la semplicità della nostra vocazione: in realtà, basta amare”. (Mauro Bontempi, Petrus, 22 ottobre 2008)

 

 

 


 

La vita dopo la morte

Spesso sento dire che Novembre è il mese dei “morti”. Non sono d’accordo. Perché esso inizia con la festa di tutti i Santi, e da loro dobbiamo essere attratti. E vi pare poco? Dovremmo ricordarci che Dio ci vuole Santi ogni giorno, con l’impegno di una vita cristiana che lascia passare Cristo in ogni nostra relazione, in ogni spazio personale e pubblico. Non mostriamo, di giorno, la faccia da quasi Santi, con un falso perbenismo, e poi diavoli e “halloweeniani” di notte, con uno stile di vita incoerente, ritenuto giusto e normale, così da dire: “Io faccio come mi pare, tanto qui Dio non c’entra”.  Proviamo ad imitare i Santi che sono per noi modello e punto di riferimento, per essere noi gli amici di Cristo, senza vergogna, con umiltà, con un entusiasmo personale e di Chiesa. Loro ci dicono che sono forti (Dio stesso è forte e misericordioso), che ci sono vicini e che la vita umana va vissuta e rispettate in tutte le sue fasi in modo dignitoso perché è sacra.

Oggi manca equilibrio nella mente e nella coscienza umana: coscienza inaridita, priva di valori assoluti. Facciamo in modo di non aprire la porta al demonio, a lui basta uno spiraglio per entrare e mettere disordine, divisione e malessere (apparentemente sembra benessere) e dividerci da Dio e dai fratelli. Sento dalla gente, anche da quella che va in Chiesa, che quando parlano di una persona che non c’è più, affermano: “Lo sai, è morto… non c’è più, già sono tre anni che è morto!”. Parole cariche di poca fede e amarezza. Per la fede in Cristo e il suo insegnamento, le cose non stanno così.

Gesù ci dice: ”Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno” (Giovanni 11,25-26); “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto” (Luca 24,5-6). Gesù sulla Croce ha detto al ladrone crocifisso accanto a lui: “Oggi sarai con me in Paradiso” (Luca 23,43). Dopo la predica: “Credo nella comunione dei Santi, la risurrezione della carne, la vita eterna”. Domandiamoci: ci crediamo veramente? Mi fido delle parole di Gesù? Dovremmo pregare tanto il Signore e chiedere tantissima fede. Quelli che vanno alla Santa Messa, mi dicono riguardo ai defunti: “Ma speriamo bene, chissà se c’è qualcosa dopo la vita”. Ciò significa non avere fede, non credere nella vita eterna; come per dire: “Quando sarò di là, lo saprò, finora nessuno è ritornato!”.

Cari amici, i morti non sono morti, non sono defunti, ma sono “vivi”. Sono vivi più che mai e vivono nella luce e nell’amore del Padre, perché Dio è Amore. Quante volte si è sentito dire che in “sogno” qualcuno dei nostri cari volati in cielo si è fatto presente per evitare un pericolo, per dare un consiglio: questo significa che sono morti? Loro conoscono tutti i nostri pensieri, le preoccupazioni, le gioie e le fatiche; come li pensiamo, essi sono accanto a noi, anche se non li vediamo. Solo chi ha fede in Cristo Risorto può dare vero senso alla propria vita. Diciamo grazie ai nostri Santi, ai nostri “abitanti del Cielo”, insieme agli angeli custodi, perché ci sono, pregano per noi, e ci aiutano in tanti momenti della giornata: al lavoro, sulle strade, nelle relazioni, nelle scelte di vita, nella sofferenza e nella malattia, consolano i genitori di figli in cielo, bisognosi di essere consolati e ascoltati.

Perché non crediamo, perché siamo poco sensibili? Perché siamo “distratti” e attratti dai soldi, dagli interessi, dal potere, dalla voglia di dominare, dallo ‘sballo’. Siamo “uomini di poca fede”. Non diciamo loro: ‘Dammi’, ma ‘dimmi’ per fare la volontà di Dio, per seguire e vivere il Vangelo. Spero che chi leggerà possa convincersi e stare meglio nello spirito e nel corpo per vivere in modo migliore (oggi si ha più paura di vivere che di morire). Gli abitanti del cielo sono inseparabili da noi. La morte non li ha vinti e non li vincerà e non spezzerà il nostro legame di vita con loro. Essi ci parlano al cuore, ci chiedono di utilizzare al meglio le risorse e le potenzialità della nostra vita. Solo se viviamo una vita bella, ha senso il loro cielo. A noi non resta che metterci in ascolto. (Don Gianluca Scrimieri, Petrus, 22 ottobre 2008)

 

 

 


 

Fra’ Dolcino: un’inquietante eresia nell’epoca conclusiva del Medioevo.

Rifiuto della Gerarchia, pratiche sessuali sconcertanti e soprattutto uno smisurato orgoglio conducono alla tragica repressione e alla morte degli eretici. Che naturalmente verranno utilizzati dal laicismo moderno.

Il 2007 ha visto festeggiare, tra gli altri anniversari, quello di fra’ Dolcino, l’eretico d’inizio XIV secolo che costituisce per alcuni laicisti una bandiera da rispolverare di tanto in tanto. Giusto per fare un paio di esempi, Dolcino era già stato messo in scena da Franca Rame e Dario Fo in Mistero Buffo e un dolciniano compare anche nel Nome della rosa di Umberto Eco. Sono due segnali di quella sorta di “mito” legato alla figura di Dolcino, visto come un precursore del socialismo e, forse ancor di più, come un ribelle contro l’ordine costituito e, naturalmente, contro l’oppressione clericale del Medioevo. Ma è storica una simile visione?

Gli “apostolici”

La parabola pubblica dell’esperienza di Dolcino si compie in meno di sette anni, dal 1300 al 1307. È nell’agosto del 1300, infatti, che un tale Dolcino di Novara si presenta pubblicamente con una lettera in cui sostiene, senza mezzi termini, di essere il capo degli “apostolici”. Si trattava di un gruppo ereticale iniziato verso il 1260 da un altro personaggio, il parmense Gerardo Segareili, il quale propugnava un ritorno alle (supposte) condizioni della Chiesa primitiva: le esigenze di povertà ed evangelismo non erano certo condannabili in sé e il movimento si diffuse con una certa ampiezza tra Emilia, Toscana e Lombardia, più altre propaggini minori. La rottura con le autorità ecclesiastiche si ebbe quando gli “apostolici” cominciarono a predicare la disobbedienza al Papa e in genere alla Gerarchia, vista come corrotta e destinata a una rapida distruzione da parte del Cielo.

Contro siffatta visione — che aveva già condotto fuori dalla Chiesa diversi movimenti nei decenni precedenti — si mosse l’inquisizione, comminando varie pene (dalla reclusione alla “crocesignatura”, ovvero l’obbligo di portare sulle vesti, durante il periodo di penitenza seguita al rinnegamento dell’eresia, croci di stoffa color zafferano) culminate nel rogo dello stesso Gerardo, dopo varie incarcerazioni, nel luglio del 1300. E proprio subito dopo la morte dell’iniziatore comparve Dolcino.

Dolcino da Novara

Con la sua prima lettera (su tre) Dolcino mise a tacere le liti interne che avevano già scosso e diviso il “movimento apostolico”. Il loro successo, derivante da un’indubbia pratica ascetica almeno tra le figure più in vista, aveva attirato donazioni e lasciti, mescolandosi a un certo punto con un atteggiamento sessuale anormale. Nell’interrogatorio cui fu sottoposto Gerardo si può leggere per esempio: «Richiesto se un uomo possa toccare una donna che non sia sua moglie e palparsi vicendevolmente nelle zone impudiche standosene nudi senza ombra di peccato... rispose che un uomo e una donna, e un uomo con un uomo e una donna con una donna, possono palparsi e toccarsi vicendevolmente... a condizione che vi sia i’intenzione di pervenire alla perfezione... Non riteneva che tali palpeggiamenti impudichi e carnali fossero peccaminosi, anzi potevano essere fatti senza peccato in un uomo perfetto». Un simile libertinismo sessuale, unito a un’apparenza di “comunismo” di beni (e persone, appunto) ha indotto non pochi commentatori a vedere negli “apostolici” un’anticipazione medievale del socialismo e della moderna “libertà sessuale”, erigendoli quindi a campioni di una certa modernità, come dicevamo in apertura. È dubbio, tuttavia, che si possa parlare di una vera e propria teorizzazione di questo argomento, anche perché altre fonti vanno in senso contrario e, forse soprattutto, una simile lettura ha il grave difetto di imporre criteri posteriori a una realtà affatto diversa. Secondo una fonte bene informata, infatti, sembra che gli “apostolici” si rifacessero a un passo della Lettera di Giacomo: «Beato l’uomo che sopporta la tentazione, perché quando sarà stato provato, riceverà la corona della vita» (1,12). Insomma il libertinaggio sarebbe derivato dal cedimento alla tentazione e dunque il peccato stava soprattutto a monte: il fatto cioè di esporre deliberatamente gli adepti alla seduzione della carne, così da provarli. E che poi molti non superassero la prova è forse implicito nel fatto che, secondo un altro autore, riuscirvi era «impresa maggiore che far resuscitare un morto». Dunque la tentazione era anzitutto l’ambizione a essere perfetti attraverso una simile prova — banale, peraltro —, a conseguire uno stato di perfezione che li distaccasse dagli altri uomini e rendesse quindi “reale” l’asserzione per cui la “vera Chiesa” era quella guidata da Gerardo prima e Dolcino poi, e non quella cattolica. Anche perché, braccato dagli inquisitori, Dolcino riunì i propri seguaci in Valsesia, fondando una specie di comunità promiscua sulla cosiddetta Parete Calva e poi presso Trivero nel vercellese. E fu lì che si compì il loro destino, quando il vescovo di Vercelli, Raniero degli Avogadri, guidò una crociata — avallata da papa Clemente V — contro di loro, assediandoli per lunghi mesi tra le nevi del Monte Zebello. Stretti dalla paura e dalla fame, le centinaia di superstiti si arresero nel marzo del 1307: subito eliminati i seguaci, Dolcino e i suoi più stretti collaboratori — tra cui la moglie Margherita, definita «bellissima» dalle fonti — furono suppliziati e arsi sul rogo nel luglio seguente. Era la fine, tragica, di un’eresia non troppo originale, come si capisce analizzando le altre convinzioni dolciniane.

L’ultima età

Il fatto che il movimento degli “apostolici” fosse iniziato nel 1260 derivava dalla credenza, diffusasi nel XIII secolo a seguito del pensiero di Gioacchino da Fiore, che in quell’anno sarebbe iniziata una nuova Età di pace - detta dello Spirito — prima del Ritorno di Cristo. Una visione escatologica ripresa appunto anche dagli “apostolici”, che condannavano la Chiesa romana come falsa e ne preconizzavano la fine: Dolcino stesso profetizzò che nel 1303 il Papa (Bonifacio VIII) sarebbe stato ucciso da un nuovo imperatore, l’aragonese Federico III. Dolcino ci andò vicino: nel 1303 Bonifacio subì l’oltraggio di Anagni, ma per mano del Colonna e degli emissari del re di Francia, morendone poco dopo. Federico d’Aragona, invece, era venuto a patti con gli angioini nel Sud d’Italia (pace di Caltabellotta, 1302) smentendolo drasticamente.

Costretti sulle montagne piemontesi, gli “apostolici” saccheggiarono e depredarono le popolazioni locali che li avevano in un primo tempo accolti. È dunque strano — o forse no — che alcuni vedano nei dolciniani dei“pacifici” comunisti e dei resistenti ante-litteram. Essi furono piuttosto il tragico esempio di un movimento che mira malamente in alto per poi degradarsi a poco a poco sino a venire a patti con tutto ciò che di terreno e peccaminoso — nella loro stessa visione — v è, perché “tentati” dalla durezza della vita. E la teorizzazione, se di questo si può parlare, deriva quindi dal tentativo di giustificare a posteriori le derive assunte nel corso de tempo. La repressione fu dunque esagerata e sbagliata, come peraltro la Chiesa ha già riconosciuto: è però la realtà storica stessa che ha svelato la debolezza teorica e pratica degli “apostolici”.

Bibliografia: Fra Dolcino. Nascita, vita e morte di un’eresia medievale, a cura di Raniero Orioli, Europìa-Jaca Book, Novara — Milano 1983. (Marco Meschini «Il Timone» n. 69, gennaio 2008)

 

 

 


 

26 ottobre 2008

 

Il Papa agli scienziati: non siate arroganti o mossi dal “facile guadagno”

A muovere gli scienziati talvolta non sono la ricerca del benessere e del progresso dell'umanità ma il “facile guadagno” e l'arroganza di sostituirsi a Dio. Così ha detto il Papa ricevendo in Vaticano i partecipanti al Congresso Internazionale, che si è tenuta presso la Pontificia Università Lateranense di Roma, dal 16 al 18 ottobre, sul tema “Fiducia nella ragione”.

L'evento è stato organizzato nel decimo anniversario dell’Enciclica "Fides et ratio" di Giovanni Paolo II, nella quale, ha spiegato il Pontefice, si sottolinea “l’importanza di coniugare fede e ragione nella loro reciproca relazione, pur nel rispetto della sfera di autonomia propria di ciascuna”.

Le giornate di studio, che riuniscono filosofi, teologi e scienziati di varie nazionalità, sono frutto della collaborazione tra l'Università Lateranense, la Pontificia Accademia delle Scienze e la Conferenza Mondiale delle Istituzioni Universitarie Cattoliche di Filosofia, e toccano diverse aree di riflessione: l'antropologia, l'etica e la politica, la scienza, la metafisica e l’ambito interreligioso.

Nel suo discorso il Vescovo di Roma ha osservato che nel corso dei tempi si è assistito a uno “slittamento” non del tutto “indolore” da “un pensiero prevalentemente speculativo a uno maggiormente sperimentale”, che ha portato a un divario tra fede e ragione.

“La ricerca – ha affermato – si è volta soprattutto all’osservazione della natura nel tentativo di scoprirne i segreti. Il desiderio di conoscere la natura si è poi trasformato nella volontà di riprodurla”.

“La conquista scientifica e tecnologica [...] ha emarginato la ragione che ricercava la verità ultima delle cose per fare spazio ad una ragione paga di scoprire la verità contingente delle leggi della natura”.

E se “la fede, da parte sua, non teme il progresso della scienza e gli sviluppi a cui conducono le sue conquiste quando queste sono finalizzate all'uomo, al suo benessere e al progresso di tutta l'umanità”, ha commentato, talvolta avviene che “non sempre gli scienziati indirizzino le loro ricerche verso questi scopi”.

“Il facile guadagno o, peggio ancora, l'arroganza di sostituirsi al Creatore svolgono, a volte, un ruolo determinante”, ha dichiarato, sottolineando le “caratteristiche pericolose per la stessa umanità” che tale mentalità puo' assumere.

“La scienza, d'altronde, non è in grado di elaborare principi etici; essa può solo accoglierli in sé e riconoscerli come necessari per debellare le sue eventuali patologie”, ha detto mettendo in rilievo i frutti che la scienza puo' trarre da un confronto costruttivo con la filosofia e la teologia.

Il Papa ha poi precisato che “ciò non significa affatto limitare la ricerca scientifica o impedire alla tecnica di produrre strumenti di sviluppo; consiste, piuttosto, nel mantenere vigile il senso di responsabilità che la ragione e la fede possiedono nei confronti della scienza, perché permanga nel solco del suo servizio all'uomo”.

“La verità della Rivelazione – ha inoltre aggiunto il Papa – non si sovrappone a quella raggiunta dalla ragione; purifica piuttosto la ragione e la innalza, permettendole così di dilatare i propri spazi per inserirsi in un campo di ricerca insondabile come il mistero stesso”.

“La passione per la verità” che spinge la ragione è quell' “esigenza di senso che non dà tregua fino a quando non sfocia in Gesù Cristo, la Parola di Dio rivela il suo carattere di risposta definitiva”. “Una Parola di rivelazione che diventa vita e che chiede di essere accolta come sorgente inesauribile di verità”, ha poi concluso. (Zenit, 16 ottobre 2008)

 

 

 


 

La tomba di Maria a Gerusalemme

E’ proprio vero, come ripete la saggezza popolare, che non tutti i mali vengono per nuocere. Una violenta alluvione, il 7 febbraio 1972, allagò completamente la chiesa che racchiude il sepolcro vuoto della Madonna presso il Getsemani, a pochi passi dal celebre Orto degli Ulivi. Fu un allagamento provvidenziale, perché costrinse i greci ortodossi e gli armeni ortodossi, attuali custodi del santuario, a smantellare le sovrastrutture, che nascondevano la tomba di Maria, e a intraprendere lavori di restauro.

Grazie all’ecumenismo fatto di gesti piccoli e silenziosi (a Gerusalemme è forse l’unico tipo di ecumenismo che non rischia di aggravare le divisioni già esistenti) l’abuna (= padre) greco Macarios e il sacrestano armeno Hagop invitarono padre Bellarmino Bagatti, il decano degli archeologi francescani in Terra Santa, a visitare e a studiare la tomba e il complesso sepolcrale e architettonico che la circondano. P. Bagatti, fedele al metodo, cui si è sempre ispirato, di accostare reperti archeologici e fonti letterarie, non si limitò ad esaminare il monumento, ma rilesse con attenzione la letteratura antica sulla morte e la sepoltura della Madonna.

Si sa che il Nuovo Testamento parla di Maria per l’ultima volta dopo l’Ascensione di Gesù presentandola circondata dagli apostoli e dalla primitiva comunità cristiana (Atti 1, 14). Nessun testo canonico ci dice come Maria trascorse gli ultimi anni e come lasciò la terra. Invece non pochi libri apocrifi, che vanno sotto il nome di ciclo sulla Dormizione della Madonna, molto diffusi nel mondo cristiano, tramandano tutta una serie di informazioni che, passate al vaglio della critica storica e teologica, si rivelano di primissima importanza. I diversi testi sugli ultimi giorni e sulla morte di Maria sembrano tutti riconducibili a un documento originario, ad un prototipo giudeo-cristiano redatto intorno al II secolo nell’ambito della Chiesa Madre di Gerusalemme, per la commemorazione liturgica annuale presso la tomba della Vergine. Nella redazione della Dormizione attribuita a Giovanni il teologo si legge: ...gli apostoli trasportarono la lettiga e deposero il suo corpo santo e prezioso in una tomba nuova del Getsemani.

In un altro testo conservato in siriaco si trovano indicazioni topografiche ancora più precise: Stamattina prendete la Signora Maria e andate fuori di Gerusalemme nella via che conduce al capo valle oltre il Monte degli Ulivi, ecco, vi sono tre grotte: una larga esterna, poi un’altra dentro e una piccola camera interna con un banco alzato di argilla nella parte di est. Andate e mettete la Benedetta su quel banco e mettetela lì e servitela finché io non ve lo dica.

Con la verifica dei fatti Padre Bagatti ha dimostrato che l’accordo tra documento e monumento non poteva risultare maggiore.

Effettivamente la tomba di Maria al Getsemani è situata in una zona cimiteriale in uso nel I secolo. Essa corrisponde molto bene sia al tipo di tombe usate in Palestina in quel tempo, sia ai dati topografici indicati nelle differenti redazioni della Dormizione della Vergine, specialmente per ciò che riguarda la camera sepolcrale nuova e la sua posizione rispetto alle altre. Il fatto che si trovi accanto all’Orto degli Ulivi e alla Grotta dove Gesù era solito passare la notte (Giovanni 18, 2), fa pensare che l’anonimo discepolo proprietario della zona vi abbia accolto anche la sepoltura di Maria. La tomba, custodita e venerata dai giudeo-cristiani fin verso la fine del IV secolo, quando passò nelle mani dei gentilo-cristiani fu isolata dalle altre e racchiusa in una chiesa. La venerazione e il culto a Maria in questo luogo non sono venuti mai meno, nonostante tutte le trasformazioni, ed è intorno a questa tomba vuota che è nata e si è alimentata la fede del popolo cristiano nell’Assunzione di Maria al cielo. Per citare un esempio, così è espressa questa fede nel testo già ricordato di Giovanni il teologo: Per tre giorni si udirono voci di Angeli invisibili che glorificavano Cristo, Dio nostro, nato da Lei. Dopo il terzo giorno le voci non si udirono più: tutti allora compresero che il puro e prezioso corpo di lei era stato trasportato in Paradiso.

Oggi delle diverse chiese erette lungo i secoli sul luogo santo resta la cripta che attraverso un'ampia scala di quarantotto gradini conduce alla tomba per un dislivello di circa quindici metri rispetto alla strada. L’edicola che racchiude la cameretta funeraria con il banco roccioso ancora visibile è appena rischiarata dalla luce che filtra dall’esterno e dalle lampade ad olio. Nell’interno si respira l’atmosfera tipica delle chiese orientali caratterizzate dall’odore forte dell’incenso, dalle numerose immagini e dalle tante candele e lampade ad olio. Il pellegrino che vi entra con fede riesce a percepire anche l’eco delle preghiere incessanti che vi effondono cristiani di tutte le denominazioni, visitatori di ogni parte del mondo e persino i musulmani.

È commovente e istruttivo sostare accanto alla tomba di Maria rileggendo i deliziosi racconti popolari della Dormizione o contemplando l’icona che li traduce in immagini. La figura di Maria è quella stessa del Nuovo Testamento e della Tradizione divino-apostolica. Maria è insieme la Madre di Cristo Signore e la creatura che vive immersa nella realtà quotidiana, la Vergine-Sposa-Madre scelta da Dio e la donna partecipe del comune destino di lotta e di dolore che giunge alla piena glorificazione dopo le prove della vitaterrena e passando per il sonno della morte. Sul piano umano, moralee spirituale lei appare dopo e con Gesù modello e guida di autentica vita cristiana. Come l’Ascensione non èstata una partenza di Gesù, ma l’inizio di una presenza nuova nella sua Chiesa, così Maria nella sua Assunzione non si allontana dai nuovi figli che le sono donati dal Figlio primogenito. Il discepolo amato la chia-ma: 'Sorella mia Maria, divenuta madre dei dodici rami' e gli apostoli la salutano: 'Maria, sorella nostra,madre di tutti i salvati'. Negli apocrifi della Dormizione Maria è proclamata anche 'tempio di Dio e porta del cielo', 'signora e regina' che esplica la sua mediazione e intercessione sia prima che dopo l’Assunzione. Tutto ciò immerso in un mondo carico di immagini e di simboli: dalla palma dell’immortalità che Gesù le consegna preannunciandole il passaggio alla vita eterna ai sette cieli che Maria attraversa per giungere presso il Figlio, dalle nubi sulle quali giungono gli apostoli dalle quattro parti del mondo, alla 'bambina luminosa' simbolo dell’anima di Maria che Gesù prende fra le sue braccia, fino all’albero della vita, ai profumi, ai canti e alle luci del paradiso. Allora la preghiera che spontaneamente dal cuore affiora sulle labbra si confonde con quella dell’autore estasiato o del devoto traduttore dei manoscritti della Dormizione: “Celebrando misticamente la festa della sua gloriosa dormizione, troveremo misericordia e grazia in questo secolo e nel futuro, in virtù della bene-volenza e benignità del Signore nostro Gesù Cristo, al quale sia gloria e dominazione con il suo Padre, che è senza principio, e il santissimo e vi-vificante Spirito, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen”. (G.Claudio Bottini, SBF, ottobre 2008)

 

 

 


 

"Arriverà il giorno in cui le nostre due Chiese convergeranno pienamente"

Il testo integrale del discorso del patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I al sinodo dei vescovi della Chiesa cattolica, pronunciato nella Cappella Sistina sabato 18 ottobre 2008

«Santità, Padri Sinodali, è al contempo motivo di disagio e di ispirazione essere cortesemente invitato da Vostra Santità a rivolgermi alla XII Assemblea Generale Ordinaria di questo ben augurante Sinodo dei Vescovi, storico incontro dei Vescovi della Chiesa Cattolica Romana da ogni parte del mondo, riuniti in un unico luogo per meditare su "la Parola di Dio" e deliberare sull'esperienza e sull'espressione di tale Parola "nella vita e nella missione della Chiesa".

Il gentile invito di Vostra Santità alla nostra modesta persona è un gesto colmo di contenuto e di significato – abbiamo l'ardire di considerarlo come evento storico in se stesso. Si tratta della prima volta nella storia che ad un Patriarca Ecumenico è offerta l'opportunità di rivolgersi ad un Sinodo dei Vescovi della Chiesa Cattolica Romana, e così esser parte a così alto livello della vita di questa Chiesa sorella. Consideriamo questo come una manifestazione dello Spirito Santo che guida le nostre Chiese ad una relazione sempre più stretta e profonda fra noi, un passo importante per la restaurazione della nostra piena comunione.

È ben noto come la Chiesa Ortodossa attribuisca al sistema sinodale un'importanza ecclesiologica fondamentale. Insieme con il primato, la sinodalità costituisce la spina dorsale del governo e dell'organizzazione della Chiesa. Come la nostra Commissione Internazionale Congiunta sul Dialogo Teologico fra le nostre Chiese lo ha espresso nel documento di Ravenna, tale interdipendenza fra sinodalità e primato percorre tutti i livelli della vita della Chiesa: locale, regionale ed universale. Avendo, pertanto, oggi il privilegio di rivolgerci al Vostro Sinodo, aumentano le nostre speranze che arriverà il giorno in cui le nostre due Chiese convergeranno pienamente sul ruolo del primato e della sinodalità nella vita della Chiesa, argomento al quale la nostra comune Commissione Teologica attualmente dedica il proprio studio.

Il tema che affronta questo Sinodo episcopale è di significato cruciale non soltanto per la Chiesa Cattolica Romana, ma anche per tutti quelli che sono chiamati a dar testimonianza di Cristo nel nostro tempo. La missione e l'evangelizzazione restano un obbligo permanente della Chiesa in tutti i tempi ed in ogni luogo. Di più: esse sono parte della natura stessa della Chiesa, dato che essa è chiamata "Apostolica" sia nel senso della sua fedeltà all'insegnamento originale degli Apostoli, sia in quello di proclamare la Parola di Dio in ogni contesto culturale e in ogni tempo. La Chiesa ha bisogno, pertanto, di riscoprire la Parola di Dio in ogni generazione e porla a guida con rinnovato vigore e capacità persuasiva anche nel nostro mondo contemporaneo, il quale, nelle sue più intime profondità, ha sete del messaggio di Dio, messaggio di pace, speranza e carità.

Questo compito di evangelizzare avrebbe potuto essere grandemente favorito e rafforzato, è ovvio, se tutti i cristiani fossero stati in grado di realizzarlo ad una sola voce e come Chiesa pienamente unita. Nella sua preghiera al Padre, poco prima della propria Passione, nostro Signore ha messo in chiaro che l'unità della Chiesa è inscindibilmente correlata con la sua missione "affinché il mondo creda" (Giovanni 17, 21). È pertanto quanto mai appropriato che questo Sinodo abbia aperto le proprie porte ai delegati ecumenici fraterni, così che tutti diventiamo coscienti del nostro comune dovere dell'evangelizzazione, come pure delle difficoltà e dei problemi della sua realizzazione nel mondo odierno.

Questo Sinodo, indubbiamente, si è dedicato a studiate il soggetto "Parola di Dio" in profondità ed in tutti i suoi aspetti, sia teologici che pratici e pastorali. Nel nostro umile intervento di fronte a voi ci limiteremo a condividere con voi alcuni pensieri sul tema della vostra assemblea, deducendoli dal modo in cui la tradizione ortodossa lo ha affrontato attraverso i secoli e, in particolare, nell'insegnamento patristico greco.

Più concretamente, vorremmo concentrarci su tre aspetti dell'argomento, e precisamente: sull'ascoltare e proclamare la Parola di Dio attraverso le Sacre Scritture; sul vedere la Parola di Dio nella natura e, soprattutto, nella bellezza delle icone; e, da ultimo, sul toccare e condividere la Parola di Dio nella comunione dei Santi e nella vita sacramentale della Chiesa. Infatti, noi riteniamo che questi aspetti siano cruciali nella vita e nella missione della Chiesa.

Nel far questo, cercheremo di attingere alla ricca tradizione patristica, che risale all'inizio del terzo secolo ed espone una dottrina dei cinque sensi spirituali, dato che ascoltare la Parola di Dio, scrutarla e toccarla sono tutte vie spirituali per percepire l'unico mistero divino. Basandosi su Proverbi 2, 5 circa "la facoltà divina di percezione (áisthesis)", Origene di Alessandria afferma: "Tale senso si snoda come vista per contemplare le forme immateriali, ascolto per discernere le voci, gusto per assaporare il pane vivo, profumo per la dolce fragranza spirituale, e tatto per maneggiare la Parola di Dio, che è afferrata mediante ogni facoltà dell'anima".

Questi sensi spirituali vengono in vario modo descritti come "i cinque sensi dell'anima", come "divine" o "intime facoltà", e addirittura come "facoltà del cuore" o della "mente". Questa dottrina ha ispirato la teologia dei Cappadoci (specialmente di Basilio Magno e Gregorio di Nissa), come quella dei Padri del Deserto (in modo speciale di Evagrio Pontico e Macario il Grande).

1. Udire e proclamare la Parola attraverso le Scritture

In ogni celebrazione della Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo, il celebrante che presiede l'Eucaristia implora affinché "siamo resi degni di ascoltare il Santo Vangelo", poiché "ascoltare, vedere, toccare con le nostre mani il Verbo della vita" (cfr. 1 Giovanni 1, 1) non è prima e anzitutto nostro diritto nativo e fontale come esseri umani; è piuttosto nostro privilegio e dono come figli del Dio vivente. La Chiesa cristiana è, al di sopra di tutto, una Chiesa scritturistica. Anche se i metodi interpretativi possono aver variato da Padre della Chiesa a Padre della Chiesa, da "scuola" a "scuola", e dall'est all'ovest, tuttavia la Scrittura è sempre stata recepita come una realtà viva e non come un libro morto.

Nel contesto di una fede viva, pertanto, la Scrittura è la testimonianza vivente di una storia vissuta circa il rapporto di un Dio vivo con un popolo vivo. La Parola "che ha parlato mediante i Profeti" (Credo Niceno-Costantinopolitano), ha parlato per essere udita e produrre effetto, è primariamente una comunicazione orale e diretta rivolta a destinatari umani. Il testo scritturistico è perciò derivato e secondario, poiché il testo scritturistico serve sempre la parola parlata; non viene trasmesso meccanicamente, ma comunicato di generazione in generazione come una parola vivente. Mediante il Profeta Isaia, il Signore promette: "Come la pioggia e la neve scendono dal cielo per irrigare la terra... così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata" (cfr. 55, 10-11).

Di più: come spiega san Giovanni Crisostomo, la Parola divina manifesta profonda condiscendenza (sunkatábasis) per la diversità personale e per i contesti culturali di quanti l'odono e la ricevono. L'adattamento della Parola divina alla specifica disponibilità personale ed al contesto culturale particolare definisce la dimensione missionaria della Chiesa, chiamata a trasformare il mondo attraverso la Parola. Nel silenzio o nella proclamazione, nella preghiera o nell'azione, la Parola divina si rivolge al mondo intero, "ammaestrando tutte le nazioni" (Matteo 28, 19) senza alcun privilegio o pregiudizio nei confronti della razza, della cultura, del sesso o della classe. Quando obbediamo a questo divino comando, siamo rassicurati: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni" (Matteo 28, 20). Siamo chiamati ad annunciare la Parola divina in tutte le lingue "facendoci tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno" (cfr. 1 Corinzi 9, 22).

Quali discepoli della Parola di Dio, dunque è oggi più doveroso che mai che noi offriamo una prospettiva unica – al di là del sociale, del politico o dell'economico – circa la necessità di sradicare la povertà, di offrire equilibrio in un mondo globalizzato, di combattere il fondamentalismo o il razzismo, di sviluppare la tolleranza religiosa in un mondo di conflitti. Nel dar risposta alle necessità dei poveri del mondo, a quanti sono vulnerabili ed emarginati, la Chiesa può dimostrarsi un baluardo che definisce lo spazio e il carattere della comunità globale. Se da un lato il linguaggio teologico della religione e della spiritualità differisce dal vocabolario tecnico dell'economia e della politica, dall'altro le barriere che di primo acchito sembrano separare le preoccupazioni religiose (come, ad esempio, il peccato, la salvezza e la spiritualità) dagli interessi pratici (quali la contrattazione, lo scambio di merci e la politica) non sono impenetrabili, e crollano di fronte alle molteplici sfide della giustizia sociale e della globalizzazione.

Sia che si tratti di ambiente o di pace, di povertà o di fame, di educazione o di sanità, vi è oggi un accresciuto senso del comune coinvolgimento e della comune responsabilità, che viene percepita in maniera particolarmente acuta dalle persone di fede, ma anche da quanti hanno una prospettiva manifestamente secolare. Il nostro impegno in simili ambiti ovviamente non minaccia in alcuna maniera né abolisce le differenze fra le diverse discipline né le discordanze nei confronti di quanti guardano al mondo in modi differenti. E tuttavia i segni crescenti di un comune impegno per il benessere dell'umanità e della vita del mondo sono incoraggianti. è un incontro tra singoli ed istituzioni che promette bene per il mondo. Ed è un impegno che pone in risalto la suprema vocazione e missione dei discepoli e di quanti aderiscono alla Parola di Dio per trascendere le differenze politiche o religiose, al fine di trasformare l'intero mondo visibile a gloria dell'invisibile Dio.

2. Vedere la Parola di Dio. La bellezza delle icone e della natura

In nessun altro luogo l'invisibile viene reso piu visibile che nella bellezza dell'iconografia e nella meraviglia del creato. Nelle parole di quel campione delle sacre immagini che fu san Giovanni Damasceno: "Quale creatore del cielo e della terra, Dio Verbo fu Lui stesso a dipingere e a raffigurare icone". Ogni tratto del pennello dell'iconografo – al pari di ogni parola di una definizione teologica, di ogni nota musicale cantata nella salmodia e di ogni pietra scolpita in una piccola cappella o in una magnifica cattedrale – articola il Verbo divino nella creazione, la quale rende lode a Dio in ogni essere vivente ed in ogni vivente realtà (cfr. Salmi 150, 6).

Nell'affermare la liceità delle sacre immagini, il settimo Concilio Ecumenico di Nicea non si preoccupò dell'arte religiosa; era la continuazione e la conferma di definizioni precedenti riguardanti la pienezza dell'umanità del Verbo di Dio. Le icone sono un ricordo visibile della nostra vocazione celeste; sono un invito ad innalzarci al di sopra delle nostre preoccupazioni meschine e dei servili modi riduttivi del mondo. Ci incoraggiano a ricercare lo straordinario proprio nell'ordinario, ad essere ripieni della medesima meraviglia che caratterizzò il divino stupore nella Genesi: "Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona" (Genesi 1, 30-31). La parola greca (dei LXX) per "bontà", è "kállos", che implica – etimologicamente e simbolicamente – un senso di "chiamare". Le icone sottolineano che la missione fondamentale della Chiesa è di riconoscere che ogni persona ed ogni cosa sono create e chiamate ad essere "buone" e "belle".

Certamente le icone ci ricordano un altro modo di vedere le cose, un'altra maniera di far esperienza della realtà, un altro modo di risolvere i conflitti. Siamo chiamati ad assumere ciò che l'innologia della domenica di Pasqua chiama "un altro modo di vivere". Ci siamo infatti comportati in maniera arrogante e sconsiderata verso la creazione naturale. Ci siamo rifiutati di obbedire alla Parola di Dio negli oceani del pianeta, negli alberi dei continenti, e negli animali della terra. Abbiamo rinnegato la nostra stessa natura, che ci invita a chinarci sufficientemente in basso per udire la Parola di Dio nella creazione, se vogliamo "divenire partecipi della natura divina" (2 Pietro 1, 4). Come possiamo ignorare le piu vaste implicazioni del Verbo divino che ha assunto la carne? Perché non siamo in grado di percepire la natura creata quale estensione del corpo di Cristo?

I teologi dell'Oriente cristiano hanno sempre sottolineato le proporzioni cosmiche dell'incarnazione divina. Il Verbo incarnato è intrinseco alla creazione, che è venuta all'esistenza attraverso un divino pronunciamento. San Massimo il Confessore insiste sulla presenza della Parola divina in ogni cosa (cfr. Colossesi 3, 11); il Logos divino è al centro del mondo, rivelando in modo misterioso il suo originale principio e ultimo scopo (cfr. 1 Pietro 1, 20). Tale mistero viene descritto da sant'Atanasio di Alessandria: "Come Verbo – scrive – Egli non è contenuto da nulla e, tuttavia, contiene tutto. È in tutto e, tuttavia, al di fuori di tutto... il Primogenito del mondo intero in ogni suo aspetto".

L'intero mondo è un prologo al Vangelo di Giovanni e quando la Chiesa è incapace di riconoscere le dimensioni piu ampie, cosmiche della Parola di Dio, restringendo le proprie preoccupazioni ad argomenti puramente spirituali, trascura la propria missione di implorare Dio per la trasformazione – sempre e dovunque, "in ogni luogo del dominio del Signore – dell'intero cosmo inquinato. Non è da meravigliarsi, quindi, che nella domenica di Pasqua, quando la celebrazione pasquale raggiunge il suo culmine, i cristiani ortodossi cantino: "Ora tutto è riempito di luce divina: cielo e terra, ed ogni cosa sotto terra. Si rallegri, pertanto, l'intera creazione".

Ogni genuina "ecologia profonda" è pertanto collegata intrinsecamente con la teologia profonda: "Anche una pietra – scrive Basilio Magno – reca in sé il marchio della Parola di Dio. Ciò vale per una formica, un'ape ed una mosca, le più piccole fra le creature. Perché Egli apre gli ampi cieli e stese l'immenso mare, ed Egli creò la piccola custodia del pungiglione dell'ape". Ricordare la nostra piccolezza nell'ampia e splendida creazione di Dio sottolinea semplicemente il nostro ruolo centrale nel piano di Dio per la salvezza del mondo intero.

3. Toccare e condividere la Parola di Dio. La comunione dei Santi e i Sacramenti della vita.

La Parola di Dio costantemente "esce fuori di Se stessa in estasi" (Dionigi Aeropagita), cercando in maniera appassionata di "dimorare in noi" (Giovanni 1, 14), perché il mondo abbia la vita in abbondanza (Giovanni 10, 10). La compassionevole misericordia di Dio viene riversata e condivisa "affinché vengano moltiplicati gli oggetti della Sua beneficenza" (Gregorio il Teologo). Dio assume tutto ciò che è nostro "essendo provato in ogni cosa, come noi, eccetto il peccato" (Ebrei 4, 15), al fine di offrirci ogni cosa che è di Dio e renderci dei per grazia. "Da ricco che era, si è fatto povero, perché noi diventassimo ricchi" (2 Corinzi 8, 9), scrive l'apostolo Paolo, al quale questo anno è giustamente dedicato. Questo è il Verbo di Dio: a Lui siano rese grazie e gloria.

La parola di Dio riceve la sua piena incorporazione nella creazione e, soprattutto, nel sacramento della Santissima Eucaristia. è qui che il Verbo diviene carne e ci permette non soltanto di udirlo o vederlo, ma di toccarlo con le nostre stesse mani, come dichiara san Giovanni (1 Giovanni 1, 1) e di farlo parte del nostro stesso corpo e sangue (sússomoi kai súnaimoi), secondo le parole di san Giovanni Crisostomo.

Nella Santa Eucaristia la Parola ascoltata è al tempo stesso veduta e condivisa (koinonía). Non è un caso accidentale che nei primi documenti eucaristici, come ad esempio l'Apocalisse e la Didaché, l'Eucaristia fosse associata con la profezia, e i Vescovi che la presiedevano fossero visti come successori dei profeti (ad esempio, nel Martirio di Policarpo). Già da san Paolo l'Eucaristia (1 Corinzi 11) veniva descritta come "proclamazione" della morte di Cristo e della sua Seconda Venuta. E poiché lo scopo della Scrittura è essenzialmente la proclamazione del Regno e l'annuncio delle realtà escatologiche, l'Eucaristia è un pregustamento del Regno, e in questo senso è la proclamazione del Verbo per eccellenza. Nell'Eucaristia, Parola e Sacramento divengono un'unica realtà. La parola cessa di essere "parole" e diviene una Persona, che incarna in se stessa tutti gli esseri umani e l'intera creazione.

Dentro la vita della Chiesa, l'indicibile svuotamento di sé (kénosis) e la generosa condivisione (koinonía) del Logos divino sono riflessi nelle vite dei Santi quale esperienza tangibile ed espressione umana della Parola di Dio nella nostra comunitr. Cose, la Parola di Dio diviene Corpo di Cristo, crocifisso e glorificato allo stesso tempo. Ne risulta che i Santi hanno una relazione organica con il cielo e la terra, con Dio e l'intera creazione. Nel combattimento ascetico, il Santo riconcilia la Parola con il mondo. Attraverso il pentimento e la purificazione, il Santo viene riempito – come insiste Abba Isacco il Siro – di compassione per tutte le creature, cosa che è la suprema umiltà e perfezione.

Questa è la ragione per cui il Santo ama con ardore e ampiezza non condizionati ed irresistibili. Nei Santi conosciamo la Parola stessa di Dio, dato che – come afferma san Gregorio Palamas – "Dio e i suoi Santi condividono la medesima gloria e splendore". Nella presenza gentile di un Santo apprendiamo come teologia e azione coincidano; nell'amore compassionevole del Santo, sperimentiamo Dio come "Padre nostro" e la sua misericordia è "ferma ed eterna" (cfr. Salmi 135, LXX). Il Santo è consumato dal fuoco dell'amore di Dio: questa è la ragione per cui egli distribuisce grazia e non può tollerare la minima manipolazione o sfruttamento sia nella società che nella natura. Il Santo fa semplicemente ciò che è "appropriato e giusto" (Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo), sempre dignificando l'umanità e onorando la creazione. "Le sue parole hanno la forza delle azioni ed il suo silenzio la potenza di un discorso" (sant'Ignazio di Antiochia).

Entro la comunione dei Santi, ciascuno di noi è chiamato a "diventare come fuoco" (Detti dei Padri del Deserto), a toccare il mondo con la mistica forza della Parola di Dio, cose che – quale esteso corpo di Cristo – anche il mondo possa dire: "Qualcuno mi ha toccato" (cfr. Matteo 9, 20). Il male viene sradicato soltanto dalla santitò, non dalla durezza; la santità introduce nella società un seme che guarisce e trasforma. Arricchiti della vita sacramentale e della preghiera pura, siamo in grado di entrare nel mistero piu recondito della Parola di Dio. Avviene come per le placche tettoniche della crosta terrestre: gli strati piu profondi devono spostarsi solo di pochi millimetri per scuotere la superficie del mondo. E tuttavia, perché tale rivoluzione spirituale avvenga, dobbiamo fare esperienza della metánoia radicale – una conversione dei comportamenti, delle abitudini e della prassi – nei confronti dei modi con i quali abbiamo travisato o mal usato la Parola di Dio, i doni di Dio e la creazione di Dio.

Una simile conversione è, ovviamente, impossibile senza la grazia divina; non la si può raggiungere semplicemente attraverso sforzi piu grandi o forza di volontà umana. "Per i mortali è impossibile, ma per Dio ogni cosa è possibile" (Matteo 19, 26). Il mutamento spirituale avviene quando i nostri corpi ed anime sono innestati sulla vivente Parola di Dio, quando le nostre cellule contengono lo scorrere del sangue vivificante che proviene dai Sacramenti; quando siamo aperti a condividere ogni cosa con ogni persona. Come ci ricorda san Giovanni Crisostomo, il sacramento del "nostro prossimo" non può essere isolato dal sacramento "dell'altare". Purtroppo, abbiamo ignorato la vocazione a condividere e il dovere che ne consegue. L'ingiustizia sociale e l'ineguaglianza, la povertà globale e la guerra, l'inquinamento e il degrado ecologico derivano dalla nostra incapacità o non volontà di condividere. Se affermiamo di possedere il Sacramento dell'altare, non possiamo soprassedere o dimenticare il sacramento del prossimo, condizione fondamentale per realizzare la Parola di Dio nel mondo, entro la vita e la missione della Chiesa.

Carissimi Fratelli in Cristo,

abbiamo esplorato l'insegnamento patristico dei sensi spirituali, percependo la potenza dell'ascoltare e del pronunciare la Parola di Dio nella Scrittura, del vedere la Parola di Dio nelle icone e nella natura, come pure del toccare e condividere la Parola di Dio nei Santi e nei Sacramenti. Orbene, per rimanere fedeli alla vita e alla missione della Chiesa, dobbiamo essere personalmente cambiati da questa Parola. La Chiesa deve apparire quale madre, sostenuta e nutrita attraverso il cibo che essa mangia. Tutto ciò che non è cibo e non nutre chiunque altro, non può sostenere neppure noi. Quando il mondo non condivide la gioia della Risurrezione di Cristo, ciò diventa un atto d'accusa nei confronti della nostra stessa integrità e del nostro impegno verso la vivente Parola di Dio. Prima della celebrazione di ogni Divina Liturgia, i cristiani ortodossi pregano che tale Parola sia "spezzata e consumata, distribuita e condivisa" in comunione. E noi "sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i nostri fratelli" e sorelle (1 Giovanni, 3, 14).

La sfida che sta di fronte a noi è il discernimento della Parola di Dio nei confronti del male, la trasfigurazione di ogni più piccolo dettaglio e frammento di questo mondo alla luce della Risurrezione. La vittoria è già presente nelle profondità della Chiesa, ogni volta che sperimentiamo la grazia della riconciliazione e della comunione. Mentre combattiamo la nostra battaglia – in noi stessi e nel mondo – per riconoscere la potenza della Croce, cominciamo ad apprezzare come ogni atto di giustizia, ogni sprazzo di bellezza, ogni parola di verità possano gradualmente raschiar via la crosta del male. Tuttavia, al di là dei nostri fragili sforzi, abbiamo la rassicurazione dello Spirito, che "ci sostiene nelle nostre debolezze" (Romani 8, 26) ed è al nostro fianco come avvocato e "consolatore" (Giovanni 14, 6), penetrando tutte le cose e "trasformandoci – come dice san Simeone il Nuovo Teologo – in ogni cosa che la Parola di Dio afferma circa il Regno di Dio: perla, chicco di senape, lievito, acqua, fuoco, pane, vita e mistica camera delle nozze". Tale è la potenza e la grazia dello Spirito Santo che noi invochiamo, mentre concludiamo il nostro intervento, estendendo a Vostra Santità la nostra gratitudine e a ciascuno di voi qui presenti la nostra benedizione:

Re del cielo, Consolatore, Spirito di verità, Presente ovunque per riempire ogni cosa; Tesoro di bontà e datore di vita: Vieni e dimora in noi. Purificaci da ogni impurità; Salva le nostre anime. Poiché tu sei buono ed ami l'umanità. Amen».

 

Il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I ha rivolto questo suo discorso ai padri sinodali nel pomeriggio di sabato 18 ottobre 2008, nella Cappella Sistina, al termine dei primi vespri della XXIX domenica del tempo ordinario presieduti congiuntamente da Benedetto XVI e da lui, e dopo che entrambi avevano impartito la benedizione, l'uno in latino e l'altro in greco.

Nel dare la parola al patriarca il papa si è così espresso:

"Signori cardinali, venerati fratelli nell'episcopato e nel sacerdozio, cari fratelli e sorelle, con la celebrazione dei vespri ci siamo rivolti a Dio usando le sue stesse parole: i salmi. La meditazione della Parola di Dio è luce che guida i nostri passi. Abbiamo avuto la gioia di avere con noi in questa circostanza di intenso raccoglimento il patriarca ecumenico, Sua Santità Bartolomeo I, che saluto cordialmente anche a nome vostro. Vi invito ora ad ascoltare le riflessioni che egli ci presenterà sul tema della Parola di Dio, argomento del sinodo dei vescovi che si sta celebrando in questi giorni in Vaticano.

Bartolomeo I ha tenuto il suo discorso in lingua inglese. Al termine, Benedetto XVI lo ha così ringraziato: "Santità, con tutto il cuore vorrei dire 'grazie' a Lei per queste sue parole. L'applauso dei Padri era molto più che espressione di cortesia, era veramente espressione di una profonda gioia spirituale e di una esperienza viva della nostra comunione. In questo momento abbiamo realmente vissuto il 'sinodo': siamo stati 'insieme in cammino' nella terra della Parola divina sotto la guida di Vostra Santità e ne abbiamo gustato la bellezza, con la grande gioia di essere ascoltatori della Parola di Dio, di essere posti a confronto con questo dono della sua Parola.

"Quanto Lei ha detto era profondamente nutrito dello spirito dei Padri, della Sacra Liturgia e proprio per questo anche fortemente contestualizzato nel nostro tempo, con un grande realismo cristiano che ce ne fa vedere le sfide. Abbiamo visto che andare al cuore della Sacra Scrittura, incontrare realmente la Parola nelle parole, penetrare nella Parola di Dio apre anche gli occhi per il nostro mondo, per la realtà di oggi.

"E questa era anche un'esperienza gioiosa, un'esperienza di unità forse non perfetta, ma vera e profonda. Ho pensato: i vostri Padri, che Ella ha citato ampiamente, sono anche i nostri Padri, e i nostri sono anche i vostri: se abbiamo Padri comuni, come potremmo non essere fratelli tra noi? Grazie, Santità. Le sue parole ci accompagneranno nel lavoro della prossima settimana, ci illumineranno e saremo anche nella prossima settimana – e oltre – in cammino comune con Lei. Grazie, Santità". (Sandro Magister, www.Chiesa.it, 22 ottobre 2008)

 

 

 


 

“Camminare nella luce dell'amore” La pienezza dell'agire ha un volto

Il libro di Livio Melina, José Noriega e Juan José Pérez-Soba “Camminare nella luce dell'amore” (Siena, Cantagalli, 2008, pagine 680, euro 42) è stato presentato mercoledì 22 ottobre a Roma, presso l'Istituto Giovanni Paolo II per studi su Matrimonio e Famiglia. Pubblichiamo uno stralcio della relazione tenuta per l'occasione dal cardinale Camillo Ruini vicario generale emerito per la diocesi di Roma.

«La prima sorpresa di chi prende in mano il volume che oggi presentiamo proviene dalla sua copertina. In essa gli autori hanno voluto mostrare la meravigliosa abside della basilica di san Clemente, immagine senz'altro bellissima, ma che sembrerebbe più adeguata a un libro di teologia dogmatica che a un manuale di morale fondamentale.

Un tempo si pensava la teologia morale soprattutto al modo di una casistica e si limitava il suo discorso fondamentale a pochi elementi: la legge, la coscienza e il peccato. Il concilio Vaticano ii ha invitato i moralisti a un profondo lavoro di rinnovamento teologico, circa il quale l'allora cardinale Ratzinger ebbe a dire che il compito principale della teologia morale è di pensare la profonda sinergia tra azione umana e azione divina nell'agire del cristiano. Solo così infatti si può uscire dalle ristrettezze di un angusto moralismo e cogliere il respiro di grandezza proprio della vita cristiana. E proprio di questo ha bisogno oggi l'evangelizzazione per manifestare come le opere dei cristiani rendano gloria al Padre che è nei cieli (cfr. Matteo, 5, 16). Penetrando ora nel senso di questo mosaico possiamo trasformare la nostra sorpresa iniziale in spunto per una comprensione profonda del mistero dell'agire.

Infatti, i diversi lavori dell'uomo - quello dell'operaio, del maestro, del segretario, del contadino, dello studioso - che sono raffigurati in questo mosaico si trovano dentro un'immensa vite che cresce verso l'alto. Con audacia incredibile, gli artisti hanno inserito l'agire quotidiano umano proprio nell'abside del tempio, nel cuore del luogo sacro. Qual è allora la rilevanza dell'agire umano che lo fa degno di occupare una posizione così elevata? Quale la sua bellezza?

Dai piccoli lavori che si sviluppano attorno alla grande vite, lo sguardo dell'osservatore s'indirizza subito verso la radice:  la croce che occupa il centro del mosaico. Infatti, è dal cuore squarciato del Crocefisso che scaturisce la fonte che fa crescere questa preziosa vite.

Allo stesso tempo, guardare il Crocefisso ci fa levare gli occhi ancora più in alto, verso Colui che l'ha mandato. La mano del Padre, che invia suo Figlio al mondo, è la vera sorgente di tutto il movimento di questo mosaico. Infatti, Gesù si presenta durante la propria vita come il Figlio, il cui cibo è fare la volontà del Padre suo. Così, l'agire umano ci porta, attraverso Cristo, all'ultima origine:  il Padre, Datore di ogni bene. All'origine del creato e delle nostre azioni troviamo, per dirla con Dante, il suo Amore "che muove il sole e le altre stelle".

Ma il grande mosaico di san Clemente non ci parla soltanto di un'origine. Sulla croce di Cristo appaiono dodici colombe, segno della pienezza del Paraclito che fa nascere la Chiesa. Insieme alla presenza paterna, antecedente e originaria, nella vita di Gesù scopriamo l'attività dello Spirito Santo che opera in Lui e lo muove ad agire. Infatti, così spiegava il grande san Tommaso, il Padre ci ha consegnato il suo Figlio: dandogli lo Spirito Santo, affinché Lui potesse accogliere la volontà paterna. Così la croce dolorosa e infamante può diventare albero di vita, gloria e fecondità. Da essa scaturisce lo Spirito che riempie tutta la vite della Chiesa e, per essa, tutto il creato.

Origine e fine. L'immagine di quest'abside ci permette di risalire fino all'ultima sorgente dell'agire umano e indirizzarci verso il suo destino definitivo. Ci parla di una cascata d'amore attraverso la quale il Padre invia il Figlio, che, testimoniando sulla croce l'immensità dell'amore di Dio, ci dona il suo Spirito, nuovo principio per il nostro agire. A partire da tale impostazione trinitaria, gli autori di questa opera ponderosa, compiono audacemente un passo decisivo nel rinnovamento della teologia morale. Infatti, collocando l'amore come fondamento e destino dell'agire, quale sua chiave esplicativa, offrono una comprensione metafisica e teologica dell'amore, capace di offrire una base affidabile alla morale.

In secondo luogo, i tre autori hanno saputo anche presentare con acutezza e rigore un cristocentrismo che non è "cristomonismo", cioè non riduce Cristo a se stesso. Al contrario, mettendo al centro il mistero di Gesù, ci portano, con Lui, al-di-là di Se stesso. Lui è il Figlio ed è il Cristo:  il Figlio del Padre e il Cristo, l'Unto dallo Spirito. Il vero cristocentrismo rimanda a un'impostazione trinitaria, dove l'agire va inteso come una partecipazione nello Spirito all'agire di Cristo per la gloria del Padre. Virtù indiscutibile di questo manuale è la proposta di un cristocentrismo profondamente trinitario e dinamico.

In terzo luogo, il lavoro dei professori Livio Melina, José Noriega e Juan-José Pérez-Soba ha il grande merito di offrire un metodo che integra l'esperienza umana e la rivelazione divina in reciproca illuminazione. Quest'intima unità poggia sull'ermeneutica dell'esperienza morale come vocazione all'amore. Infatti, nella croce, dove Dio si è fatto vicino rivelando il Suo amore, ci viene mostrato non soltanto il mistero di Dio, ma anche il volto dell'uomo, essere la cui origine, dimora e destino è l'amore. In questo modo, nell'orizzonte dell'amore, la razionalità pratica trova la sua capacità d'illuminare l'agire dell'uomo.

Queste tre indicazioni permettono di capire l'audacia degli artisti di san Clemente e degli autori di questo libro, che in qualche modo si sono messi alla loro scuola nel comporre la loro opera. Il mosaico absidale rivela, insiti nell'agire quotidiano, un ricchissimo movimento e una pienezza.

Da una parte, un movimento che tende verso l'identità dell'uomo. La vite che si alza verso l'alto indica la tensione dell'uomo nel suo agire. Come la pianta che, per alzarsi più in alto, deve spingere più nel profondo le sue radici, così, l'uomo, nell'incontro con Cristo, risveglia la memoria del Padre che l'ha amato per primo. Riconoscendosi come figlio, amato per se stesso, sperimenta la gratitudine e il desiderio di corrispondere a tale dono. In questo modo, attraverso la donazione generosa di sé, può diventare sposo. Nel passaggio dal dono alla donazione, dall'amore all'amare, l'uomo sperimenta la fecondità del suo agire e arriva a essere padre, costruttore di comunione.

Insieme a tale movimento d'amore, l'immagine di san Clemente mostra anche la pienezza dell'agire. Accanto all'uomo, il mosaico raffigura piante fiorite, alberi fecondi, uccelli e animali selvaggi e domestici. L'uomo sale verso Dio, ma non lo fa da solo: rientra insieme agli altri uomini, accomunati sotto la stessa vite, portando con sé tutto il creato. Così, se i suoi lavori, anche i più piccoli e semplici, trovano posto nell'abside, nel cuore della casa di Dio, è perché attraverso il suo agire l'uomo diventa vero collaboratore di Dio.

In questo modo, il volume che oggi ho il piacere di presentare, ci dà una preziosa indicazione sul senso veramente salvifico dell'azione del cristiano. Mettendo a fuoco il metodo della "collaborazione" (sinergia) dell'agire umano e dell'agire divino, ci mostra perché - come ci ha detto il Papa Benedetto XVI- "ogni agire serio e retto dell'uomo è speranza in atto" (Spe salvi, 35), autentica fonte di salvezza». (Camillo Ruini, ©L'Osservatore Romano - 23 ottobre 2008)

 

 

 


 

La luce esprime il senso nascosto delle cose

Quale rapporto sussiste tra fede biblica e immagini nell'esperienza cristiana? O, per porre diversamente l'interrogativo, vi è una "visibilità del sacro" nel sistema di fede scaturito dalle Scritture giudeo-cristiane? Non sono domande banali in una tradizione che, dalle catacombe fino a tutt'oggi continua a servirsi delle arti visive, dando per certa la capacità dell'immagine di svelare significative dimensioni della realtà spirituale a cui si riferiscono i testi sacri. Anzi, l'utilizzo ininterrotto delle arti visive al servizio della missione della Chiesa sembra presupporre il primato comunicativo suggerito da Benedetto XVI nell'Introduzione al Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica laddove insiste che "l'immagine sacra possa esprimere molto di più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di comunicazione e di trasmissione del messaggio evangelico".

I vangeli stessi sono penetrati di un insostituibile contenuto visivo, e ognuno dei quattro testi ha infatti influito sull'arte, sebbene in modi e in misure diverse. Sovente gli artisti attingono a tutti e quattro i vangeli, sovrapponendo personaggi, eventi e interpretazioni nel convincimento dell'unitarietà delle Scritture; altre volte privilegiano elementi particolari di uno dei testi canonici, traducendo in immagine la "visione" ora di uno, ora di un altro degli evangelisti. Alcune opere riflettono Matteo, altre Marco, Luca o Giovanni - anche se nell'insieme la produzione artistica cristiana va colta - come il Nuovo Testamento stesso - nei termini di una fondamentale unità.

Le peculiarità sono facilmente leggibili laddove i singoli soggetti corrispondono a episodi specifici a questo o a quell'altro vangelo. Ogni raffigurazione dell'Annunciazione è per definizione "lucana", ad esempio, e ogni "Adorazione dei Magi" è "matteana". Tra i sinottici, l'unico a non offrire soggetti "unici" - soggetti cioè che si trovano solo nel suo testo - è Marco; il minore impatto del suo vangelo sull'iconografia è forse collegato all'uso limitato che la liturgia ne faceva prima della riforma del concilio Vaticano ii: nell'ordinamento del Messale romano del 1955, ad esempio, testi marciani vennero proclamati in appena quattro domeniche dell'anno - una situazione, questa, che riproduceva più o meno fedelmente quella della prima edizione del Messale nel 1570, la quale a sua volta sostanzialmente riproduceva il lezionario pre-tridentino. Un'eccezione a questa regola è il celebre mosaico in San Marco a Venezia, raffigurante il Signore glorioso che reca uno stendardo con le parole di Marco (16, 15-16) con cui, al momento di ascendere, Cristo comandava agli apostoli di andare in tutto il mondo predicando e battezzando; il mosaico illustra poi la loro obbedienza al Signore, con singole scene di battesimo intorno all'orlo inferiore della cupola. Questa inusuale specificità marciana è spiegata dal luogo per cui l'opera fu destinata: la basilica in cui si conserva il corpo dell'evangelista, San Marco a Venezia, dove il mosaico sovrasta il fonte battesimale.

Il testo evangelico in assoluto più influente è quello di Giovanni, che ha arricchito il repertorio iconografico di soggetti quali le nozze di Cana, l'incontro notturno di Gesù con Nicodemo, l'incontro con la Samaritana, la resurrezione di Lazzaro, la lavanda dei piedi, il colpo di lancia, il Noli me tangere e l'incredulità di san Tommaso. Alcuni di questi soggetti sono presenti in tutto l'arco della tradizione, dai dipinti murali delle catacombe fino al barocco e oltre - Gesù e la Samaritana, per esempio, perennemente affascinante per la sua apertura al mondo non ebraico e alle donne, nonché la resurrezione di Lazzaro, carica della speranza cristiana di vita nuova. Altri temi appartengono a situazioni culturali precise: il Noli me tangere viene sviluppato soprattutto a partire dal Trecento, nel nuovo clima d'interesse psicologico per il rapporto tra Cristo e Maria Maddalena. In maniera analoga, l'incontro clandestino di Nicodemo con il Signore emerge nell'arte della riforma cattolica focalizzata sulla ricerca personale, mentre il "colpo di lancia" vibrato da Longino appare come soggetto nel periodo barocco, affascinato dall'inerente drammaticità dell'evento.

Al di là di soggetti particolari, un secondo livello d'influsso sull'iconografia, sottile ma significativo, è quello del "dettaglio giovanneo". Tutti i vangeli raccontano dell'Ultima Cena, ad esempio, ma solo il quarto nota che, tra i discepoli presenti, "uno di loro stava proprio accanto a Gesù (...) quello che Gesù amava", il quale si appoggiava al petto del Signore per chiedergli il nome del traditore (Giovanni, 13, 23-25). L'inclusione di questo dettaglio, soprattutto in immagini realizzate per refettori monastici, suggeriva una chiave di lettura personalissima:  guardando a Giovanni appoggiato al petto del Salvatore, ogni membro della comunità religiosa poteva identificarsi con il discepolo amato da Gesù e vicino a lui nell'ora della prova. Nell'Europa settentrionale questo commovente momento diventò un soggetto a sé, illustrato cioè fuori del contesto narrativo della Cena.

O ancora: tutti i vangeli narrano della crocifissione, ma solo il quarto riporta le parole indirizzate da Gesù a Maria e al discepolo che egli amava: "Donna, ecco tuo figlio" e "Ecco tua madre" (Giovanni, 19, 26-27). È pertanto giovannea la formula sintetica usata sin dal medioevo per rappresentare l'evento del Calvario in pittura e scultura, che riduce la scena alle sole figure di Cristo sulla croce, Maria e Giovanni. Frequentissimo nelle croci dipinte umbre e toscane dei secoli XII e XIII, questo schema predispone una lettura profonda dell'evento, invitando a vedere la croce di Cristo come elemento strutturante in un nuovo sistema di rapporti tra persone.

Molti tentativi degli artisti di visualizzare il senso nascosto di cose e di eventi riflettono l'influsso del quarto vangelo, e la dinamica articolata nel prologo giovanneo - di una "Parola" che s'incarna, permettendo agli uomini di vedere la gloria divina - si configura come traguardo interpretativo ordinario. Praticamente ogni immagine allusiva alla natura divina di Gesù trae senso dall'enfasi cristologica del quarto vangelo, che continuamente rivela il Padre presente nel Figlio; i Cristi dei catini absidali paleocristiani, bizantini e romanici, ad esempio - enormi, totalizzanti - non fanno che illustrare l'affermazione di Gesù che "chi vede me, vede Colui che mi ha mandato" (Giovanni, 12, 45; cfr. 14, 9), e l'intera categoria iconografica del Pantocrator traduce l'asserto giovanneo che "la Parola si fece carne (...) e vedemmo la sua gloria, gloria dell'unigenito dal Padre" (Giovanni, 1, 14).

Notiamo l'ancora più fondamentale influsso del quarto vangelo nel presentare Cristo come luce degli uomini splendente nell'ostile oscurità della storia (Giovanni, 1, 4-5). Oltre all'effetto genericamente "glorioso" dell'oro nei mosaici, nelle tavole dipinte medievali e nella suppellettile liturgica, si può dire che ogni utilizzo della luce nell'ambito dell'arte cristiana - nell'architettura interna delle Chiese, nelle vetrate - si apre al mistero di Cristo; una risposta contemporanea alle parole di Giovanni è offerta dall'opera del pittore Filippo Rossi, fortemente intrisa di effetti luministici.

L'uso poi della luce come protagonista nell'arte dal rinascimento al barocco investe anche soggetti non-giovannei dell'aura del quarto vangelo. Nell'Annunciazione del Beato Angelico in una delle celle del convento di San Marco, per esempio, insieme all'angelo che saluta la Vergine entra la luce: un delicato bagliore che colma lo spazio in cui l'evento si svolge, avanzando da sinistra a destra - nel senso in cui si muove il messo divino - "luce vera che illumina ogni uomo" (Giovanni, 1, 9). Anche Caravaggio, nella Vocazione in san Matteo in San Luigi dei Francesi a Roma, si servirà di luce "giovannea" per drammatizzare l'arrivo del Salvatore nell'oscura bettola dove il peccatore Matteo è seduto con compagni dissoluti: da dietro Cristo, e seguendo il suo gesto d'invito, un largo raggio solare invade l'ambiente, rendendo visibile l'affermazione del Signore: "Io sono venuto come luce nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre" (Giovanni, 12, 46). Nel vangelo di Giovanni più che nei sinottici il Verbo della Vita diventa infatti visibile, così che lo vediamo, lo contempliamo, lo tocchiamo con mano - come afferma la prima lettera attribuita all'evangelista. Circonfuso di luce, il testo giovanneo "dà la vista" al lettore, riempiendo la Buona Novella di immagini stratificate e duttili, chiaroscurali, visionarie; chi l'apre finisce per dire, con le parole del cieco nato, la cui guarigione è raccontata nel quarto vangelo: "Adesso vedo" (Giovanni, 9, 25). (Timothy Verdon, ©L'Osservatore Romano - 23 ottobre 2008)

 

 

 


 

Una rete di suore cattoliche contro la moderna schiavitù

Un anno fa, in occasione del duecentesimo anniversario dall'abolizione della schiavitù, si è tenuto a Roma, promosso dall'Unione superiore maggiori d'Italia (Usmi) e dall'ambasciata statunitense presso la Santa Sede, il convegno dal titolo "Building a network. The prophetic role of women religious in the fight against trafficking in persons": una importante occasione per richiamare l'attenzione su una realtà mondiale tutt'oggi dolorosamente diffusa. La schiavitù è infatti una piaga ancora aperta, una piaga che assume le vesti di un business fiorente, indotto dal sinistro connubio tra povertà, ignoranza, avidità e atroci violazioni della dignità umana.

A meno di un anno da quelle intense giornate di lavoro (15-20 ottobre), sono stati pubblicati gli atti del seminario che ha visto la partecipazione di numerose religiose, appartenenti a venticinque congregazioni, impegnate da tempo nella lotta alla tratta mondiale di esseri umani. La lettura del volume restituisce un quadro preoccupante e grave: in nome del denaro e della ricchezza, la dignità umana viene calpestata nei corpi di donne e bambini in un traffico che, tra Paesi di origine, transito e destinazione, coinvolge l'intero pianeta. Dettagliati i rapporti giunti, solo per citare alcune nazioni, da Nigeria, Messico, Perú, Italia, India, Australia, Canada, Albania, Spagna, Sud Africa, Francia, Colombia, Stati Uniti, Giappone, Indonesia, Belgio, Polonia, Gran Bretagna.

La moderna schiavitù è una cosa reale, concreta per la ragazzina ghanese di 13 anni costretta prostituirsi a vantaggio dello sfruttatore che arriva a guadagnare quasi diecimila dollari al giorno, oppure per gli oltre ventitremila giovani schiavi dell'industria del turismo sessuale in Kenya, o per i trecentomila sfruttati dalla prostituzione tailandese. Dinanzi a tutto questo le religiose hanno assunto un ruolo fondamentale, articolato sul piano della denuncia dei traffici in corso e su quello dell'assistenza a quanti e a quante - le vittime sono principalmente di sesso femminile - ne sono oggetto. Centinaia di donne provenienti da ogni parte del globo vengono accolte in strutture protette gestite da religiose, in cui ricevono non solo un'assistenza immediata, ma anche un aiuto di lungo periodo per ricostruire la loro vita. La rete di religiose, che opera sia nelle nazioni di provenienza delle donne vittime della tratta che in quelle di destinazione, mira inoltre a creare solidi rapporti tra Chiese, organizzazioni caritative e istituzioni locali, onde avviare progetti atti a studiare e a stroncare il fenomeno.

Come emerge dalla lettura degli atti, nel concreto si opera in modo congiunto scambiando informazioni, mettendo a punto nuove strategie di intervento e promovendo campagne di sensibilizzazione. Queste strategie intendono, ad esempio, evitare il massiccio esodo di ragazze e giovani donne dalle loro famiglie (ma anche da scuole e parrocchie) alla ricerca di una falsa terra promessa. Lo sforzo coinvolge le famiglie d'origine delle vittime, famiglie che le religiose tentano di rintracciare e proteggere dalle violenze e dalle rappresaglie degli sfruttatori. Nel seguire quindi la reintegrazione sociale delle ragazze, sia che decidano volontariamente di tornare alle loro case sia che optino invece per rimanere in Occidente, occorre anche fare i conti con il dramma dell'Hiv che riguarda circa il 15 per cento di esse.

Al fine di dare a tutto il progetto un'impronta e una portata ancor più concreta, è stata annunciata la costituzione dell'International network of religious against trafficking in persons (Inratip):  per la prima volta viene creata una rete internazionale di suore cattoliche deputata ad aiutare le vittime dello sfruttamento e a sconfiggere i trafficanti. "Siamo con voi, non siete sole. Combatteremo insieme a voi per liberarvi dalla schiavitù" è lo slogan di un progetto che utilizza il web in modo costruttivo e che intende avvalersi di un approccio multi-disciplinare per affrontare e tentare di abolire il traffico di esseri umani nel mondo.

Le donne rappresentano oggi l'80 per cento delle persone che vivono in condizioni di povertà assoluta e quasi i due terzi degli 850 milioni di analfabeti adulti al mondo. La loro schiavitù sessuale è frutto di povertà, marginalizzazione e discriminazione.

Sebbene la prostituzione non rappresenti un fenomeno nuovo, attualmente si caratterizza per livelli di schiavitù globali mai conosciuti in passato. Spesso vengono ad intrecciarsi pericolosamente numerosi elementi, come la povertà endemica e l'infimo status sociale delle donne, prive di diritti sui loro corpi, sulle loro vite o proprietà. E poi la paura, la violenza, l'Aids:  è altissimo il numero di orfani per colpa di questa malattia, bimbi che diventano materiale umano facilmente sfruttabile. Immaginiamo la vita di questi fanciulli che fin dall'infanzia crescono pensando che sia normale guadagnarsi il pane cedendo il proprio corpo. Per non parlare del fatto che un elevato numero di ragazzine che finiscono sulla strada hanno subito abusi già nella loro cerchia domestica.

Lo sforzo quotidiano che le religiose compiono in questa loro missione profetica verso le ultime peccatrici delle nostre società spesso non è capito:  si è parlato criticamente della forte resistenza e diffidenza che alcuni ancora oggi nutrono verso le donne coinvolte nel turpe sfruttamento. Suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata, ha raccontato la parabola del buon samaritano in chiave moderna:  "Una giovane donna era in cammino dalla Nigeria all'Italia attraverso il deserto del Sahara quando cadde nelle mani di trafficanti di esseri umani. Questi la spogliarono di tutti i suoi averi e della sua dignità, le tolsero la libertà e ogni status giuridico, lasciandola mezza morta sulla via". Ognuno di noi può scegliere di essere il buon samaritano che la incontra.  (Giulia Galeotti, ©L'Osservatore Romano - 23 ottobre 2008)

 

 

 


 

La Chiesa di fronte a vecchie e nuove schiavitù della strada

Centocinquanta milioni di ragazzi, secondo stime di Amnesty International, vivono stabilmente in strada (cinquanta milioni solo nei paesi dell'America latina); un milione e duecentomila persone muoiono ogni anno a causa di incidenti stradali; cinquanta milioni di feriti ogni anno per lo stesso motivo; in crescita esponenziale il fenomeno della prostituzione sulle strade del mondo, con relativo aumento del turismo sessuale; costante infoltimento del popolo dei senza fissa dimora, che vivono sotto i ponti o dormono sul ciglio del marciapiede. Sono allarmanti i dati e le statistiche riferite alla vita che scorre lungo le strade delle città e sulle autostrade di tutto il mondo. Sono cifre che denunciano il peggiorare di tutta una serie di fenomeni che stanno ormai letteralmente trasformando la strada in un luogo in cui si consumano quotidianamente tragedie. La Chiesa da tempo segue con particolare attenzione l'evolversi di tutti quei fenomeni che hanno come cornice proprio la strada. Tanto che il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti nell'ambito delle iniziative per promuovere la pastorale della mobilità umana, si dedica in modo particolare alla pastorale della strada.

In questa ottica si colloca il primo incontro continentale latinoamericano di pastorale della strada convocato in questi giorni a Bogotà, in Colombia. L'incontro è iniziato lo scorso 19 ottobre e si concluderà venerdì prossimo, 24 ottobre. Vi partecipano oltre centocinquanta persone in rappresentanza di quattro categorie: gli utenti della strada (automobilisti, camionisti eccetera); quanti svolgono la loro attività sulle strade (addetti alla manutenzione, alla pulizia, alla sorveglianza, eccetera); le prostitute e i ragazzi di strada; i senza fissa dimora.

Il tema dell'incontro - "Gesù in persona si accostò e camminava con loro - Pastorale della strada: un cammino insieme" - è stato illustrato dall'arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio organizzatore dell'incontro in collaborazione con la Commissione episcopale dell'America latina, all'inizio dei lavori. Dopo aver ricordato i precedenti incontri che il Pontificio Consiglio ha organizzato su queste tematiche, per riaffermare l'attenzione della Chiesa a questi fenomeni, il presule si è soffermato su diversi aspetti che interessano la pastorale della strada. Innanzitutto le vittime di incidenti stradali. Nel continente latino americano, ha detto, ogni anno muoiono centoventiduemila persone a causa di incidenti stradali; per ogni vittima ci sono poi 30, 40 feriti gravi a fare da contraltare. Gli effetti sono devastanti: intanto i costi incidono per il 2 per cento sul prodotto interno lordo, "cifra inaccettabile - ha sottolineato - per un Paese povero o sottosviluppato". Ma ben più dannosi sono gli effetti che si producono nel tempo poiché, ha ricordato monsignor Marchetto, quelli che restano invalidi a causa degli incidenti sono praticamente tagliati fuori dal processo produttivo e diventano quasi un aggravio ulteriore per l'economia del Paese. E questo è un dato sul quale riflettere se si pensa che la maggior parte degli incidenti stradali in America latina coinvolge minori di 18 anni.

Capitolo prostituzione. Monsignor Marchetto ha messo in evidenza il preoccupante aumento del fenomeno nel continente, più rapido rispetto ad altri Paesi del mondo. Difficile trovare le cause al di là di quelle storiche: povertà, traffico di persone, violenza degli sfruttatori. Nel continente latinoamericano tra l'altro, ha notato l'arcivescovo, esistono leggi specifiche dalle quali è possibile capire come viene intesa la prostituzione e in quali forme essa possa essere esercitata. Ma si intuisce anche come viene considerata la donna: generosa, capace di sacrificarsi per le persone che ama e di soffrire in silenzio; oppure cattiva, che rifiuta il ruolo idealizzato di sposa e di madre e che ha costumi sessuali liberi. Questa duplice visione della donna, ha detto Marchetto, "di grande attualità ancora oggi in molti Paesi del continente", costituisce il punto di partenza dell'intervento pastorale della Chiesa per la liberazione della donna dalle schiavitù della strada.

Strettamente collegati sono i fenomeni del turismo sessuale - "sta diventando una vera e propria piaga sociale in tanti Paesi dell'America latina" - e quello della pedofilia "che ormai - ha detto l'arcivescovo - ha sempre più di frequente la strada come teatro. È un fenomeno che ci dà una profonda preoccupazione perché dilaga in questa parte del mondo e coinvolge moltissimi bambini". Quei cinquanta milioni di bambini che vivono in strada nel solo continente latinoamericano, come è facile intuire, restano facilmente vittime di gente senza scrupoli che ne fa merce sessuale, manovalanza per la criminalità, o addirittura merce per il traffico d'organi.

A questi problemi si aggiungono poi quelli vissuti dai senza fissa dimora: clochard, immigrati, diseredati che vanno a infoltire il popolo della strada. Alcune statistiche, ha rivelato monsignor Marchetto, indicano che almeno il 50 per cento di quelli che abitano nelle grandi città latinoamericane vivono in alloggi improvvisati. E naturalmente sono tanti quelli che finiscono nel tunnel della droga e dell'alcolismo; quelli che contraggono malattie infettive, in particolare tubercolosi e Aids.

Si tratta di sfide epocali per la Chiesa nel continente. Per affrontarle monsignor Marchetto suggerisce una più vasta forma possibile di cooperazione tra le Chiese per offrire risposte concrete comuni. A questo servono, ha aggiunto, "incontri come quello che stiamo vivendo in questi giorni":  favoriscono uno scambio di esperienze ma soprattutto aiutano a riscoprire l'identità cristiana di una comunità che se vuole realmente essre rigenerante, deve restare ancorata al suo fondatore, Gesù Cristo. E "questo - ha concluso l'arcivescovo - è in linea con la grande missione nel continente proposta ad Aparecida". (Mario Ponzi, ©L'Osservatore Romano, 23 ottobre 2008)

 

 

 


 

Il Papa: «Malati incurabili? Medici, non cadete in tentazione»

Non ha mai citato il termine “testamento biologico”. Né ha parlato di legge sul “fine vita”. Eppure tutto il dibattito delle scorse settimane intorno al testamento biologico, alle aperture (o presunte tali) dei vescovi italiani non tanto sul testamento biologico, quanto verso una legge sul fine vita che non sia una forma mascherata di eutanasia, stavano nel sottofondo di quanto Benedetto XVI ha voluto dire ieri mattina ai partecipanti a un congresso della Società italiana di chirurgia. Stavano nel sottofondo seppure la posizione della Chiesa, e quindi del Papa, in merito al testamento biologico non sia nella sostanza mutata: il testamento biologico è sempre inammissibile. Diverso è, invece, il caso di una legge sul fine vita: questa potrebbe anche andare, ma a determinate condizioni.

In sostanza il Papa ha parlato ieri di una di queste condizioni. Ovvero quella secondo la quale, qualunque sia la legislazione vigente, non deve essere mai eliminata l’«alleanza», il rapporto di fiducia, «medico-paziente». I medici - ha infatti detto ieri Benedetto XVI - non devono cedere alla tentazione di «abbandonare il paziente nel momento in cui si avverte l’impossibilità di ottenere risultati apprezzabili». Quindi, più che abbandonare il paziente inguaribile, occorre adoperarsi per umanizzare la medicina rispettando la dignità del malato e favorendo con lui un«alleanza terapeutica».

Ovvero: anche se la guarigione di un malato non è più prospettabile, anche se risultati positivi sembrano impossibili, il medico deve fare di tutto per alleviarne la sofferenza, migliorandone in quanto possibile la qualità della vita.

Ma - ed è qui un passaggio significativo del discorso di ieri - seppure ogni tentativo di intromissione tra medico e paziente vada guardato con sospetto, «è innegabile che si debba rispettare l’autodeterminazione del paziente». Certo, «senza dimenticare che l’esaltazione individualistica dell’autonomia finisce per portare a una lettura non realistica, e certamente impoverita, della realtà umana».

Insomma, una certa autodeterminazione del paziente va salvaguardata, purché questa avvenga, appunto, dentro un rapporto di fiducia - «alleanza» è il termine usato da Ratzinger - grazie al quale il paziente non sia in qualche misura «cosificato» e, per colpa delle esigenze della scienza, della tecnica e dell’organizzazione dell’assistenza sanitaria, «il suo abituale stile di vita risulti stravolto».

L’attacco del Pontefice non è stato contro il testamento biologico (questi, a differenza di una legislazione che regoli il fine vita, è sempre rifiutato per principio dalla Chiesa) quanto contro una idea di medicina nella quale le misure da prendere nei confronti dei malati terminali vengano assunte fuori da un rapporto di fiducia (e quindi di responsabilità) tra medico e paziente. (il Riformista, 21 ottobre 2008)

 

 

 


 

Il professor Ratzinger spiega l’aldilà

E se il messaggio del Vangelo fosse stato puramente «escatologico»? Se la sua forza d’urto fosse derivata cioè solamente dall’annuncio di un imminente quanto tangibile Regno di Dio? O se l’esser cristiani fosse stato in origine un attuare l’invocazione del Padre Nostro, «Venga il tuo Regno», da intendersi come attesa della fine del mondo?

In tal caso la storia della Chiesa – con la codificazione di dogmi, con la creazione di strutture atte a sfidare i secoli, con una dottrina sulle «cose ultime» – non sarebbe forse un complesso processo di «deescatologizzazione », il mascheramento di un’attesa tradita e la sua proiezione in un futuro alienante?

Sono queste domande che hanno attraversato, come una tentazione esiziale, non poca teologia del XX secolo. In Italia era già Ernesto Buonaiuti a scrivere nelle sue Lettere a un prete modernista che «il Regno nella predicazione autentica di Cristo non è affatto il Paradiso Cattolico: ma un regno terrestre di beatitudine corporale e di gioia». Un suo epigono, Sergio Quinzio, fece poi dell’eschaton tradito il filo conduttore delle sue riflessioni, arrivando alle conclusioni più estreme e inquietanti: «Come non può nascere l’uomo nuovo se non è ucciso l’uomo vecchio… così non può nascere la Chiesa-comunione, la nuova Gerusalemme, il regno, se non è uccisa la Chiesa-istituzione. Essa è veramente l’ostacolo», scriveva la guardia di finanza fattasi esegeta nel suo Diario profetico.

Ma soprattutto è stato il pungolo del marxismo, nella seconda metà del ’900, ad alimentare la ripresa di u­na lettura esclusivamente «escatologica » dell’annuncio evangelico, come messaggio di liberazione hic et nunc. Dall’analisi di questa sfida portata alla teologica cattolica pren­de l’avvio Escatologia, morte e vita eterna, il volume di Joseph Ratzinger apparso per la prima volta nel 1979 come contributo a una Piccola Dogmatica Cattolica – un progetto ideato e diretto da un ex collega di Monaco, lo storico della scolastica medievale Johan Baptist Auer – e che oggi viene riproposto da Cittadella Editrice (pp. 300, euro 23,90) con una nuova prefazione firmata dallo stesso Benedetto XVI.

In questo testo denso, che risente di un confronto serrato con il mondo accademico tedesco, Ratzinger rovescia, per così dire, la tesi per cui l’attesa di una parusìa imminente sarebbe propria della prima comunità cristiana. Con un’analisi del discorso escatologico di Mc 13 e dei corrispettivi passi negli altri sinottici, dimostra invece che la «tensione temporale» è stata acuita o allentata a seconda delle circostanze. Non è stata sicuramente lineare. E in alcuni casi l’idea di una fine del mondo prossima a venire potrebbe essere stata il risultato di un riavvicinamento al giudaismo – ricco allora di fermenti apocalittico-messianici – verificatosi nel prosieguo, non agli inizi dell’esperienza cristiana.

Il profondo e precoce equilibrio raggiunto dalla Chiesa per quanto riguarda il tema della parusìa sarebbe da scorgere, secondo Ratzinger, nell’orientamento ad oriente delle chiese e della preghiera proto-cristiana: «La fusione di due simbolismi nella figura del sole che sorge dall’oriente può dare anche, in qualche modo, un’idea di quanto si confondano la fede nella Resurrezione e la speranza nella parusìa, quanto strettamente esse siano unite nella figura del Signore, il quale, come Risorto, è già tornato, ma ritorna sempre nuovamente nell’Eucaristia, rimanendo in tal modo colui che viene, la speranza del mondo».

Né regge, per il teologo bavarese, l’idea di Regno di Dio ridotta a riscatto e benedizione materiale. In Cristo stesso, scrive sempre Ratzinger, «nel suo operare pneumatico, che affranca l’uomo dal suo asservimento ai demoni, si realizza il regno di Dio e Dio stesso assume il Governo del mondo». È questa la vera liberazione. La quale non significa che l’annunzio del Regno debba essere «considerato come praticamente irrilevante e quindi trasformato tacitamente in una giustificazione della situazione esistente». Semplicemente, «il messaggio sul Regno di Dio ha importanza per la politica non in quanto è escatologia, ma in quanto è etica politica».

Dopo aver dato una valutazione, alla luce di queste premesse, di autori come Barth, Bultmann, Moltmann e Metz, dopo essersi soffermato sull’immortalità dell’anima come dato autentico della rivelazione cristiana e non un semplice sedimento del platonismo, Ratzinger giunge poi al tema dei novissimi. «Inutile volerlo negare: il pensiero della dannazione eterna…. ricorre costantemente tanto nell’insegnamento di Gesù stesso… che degli Apostoli » è l’incipit sull’inferno. Una «terrificante realtà» che allo stesso tempo contiene, per quanto paradossale e difficile da comprendere, anche una «affermazione della grandezza dell’uomo: la sua vita è un caso di estrema serietà; non tutto in definitiva può essere presentato astutamente come un momento dei disegni di Dio». Ma soprattutto una realtà per evitare la quale l’uomo ha accanto a sé l’alleato più potente, Dio stesso. Egli chiama le sue creature a un paradiso che sarà anche la vera realizzazione delle istanze di liberazione di pienezza esistenziale. Un paradiso in cui « l’intero creato sarà un 'cantico', un gesto con cui l’essere si libera nel tutto e insieme un entrare del tutto nel proprio, un gaudio in cui tutte le domande avranno risposta». (Andrea Galli, © Copyright Avvenire, 22 ottobre 2008)

 

 

 


 

La camorra e il papa antiretorica

Omissioni del papa sulla camorra? Non scherziamo. È vero che ad Agrigento nel 1993 Giovanni Paolo II lanciò una storica invettiva contro la mafia («Convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!»), ma fare paragoni fra circostanze diverse è sempre arbitrario.

Quando il papa va a visitare una comunità ci va per confermare i fratelli nella fede, e Benedetto XVI con la sua sola presenza a Pompei (dopo quella, non dimentichiamolo, a Napoli giusto un anno fa) ha già lanciato un messaggio esplicito di solidarietà e incoraggiamento a tutti i fedeli, compresi i molti che a vario titolo si battono contro illegalità e criminalità.

La sua scelta di non citare il fenomeno camorristico è sembrata segno di sensibilità verso le popolazioni locali, che non possono essere associate sempre e soltanto alla delinquenza.

Il vicedirettore della sala stampa vaticana padre Ciro Benedettini ha spiegato che l’occasione «strettamente spirituale » suggeriva un certo stile e che il papa ha preferito fare appello alle energie positive anziché puntare il dito su mali comunque noti.

Tutto si può dire di papa Ratzinger, ma della conclamata idiosincrasia per la retorica e la demagogia gli va dato atto.

E retorica e demagogia servono a poco per battere la camorra. Anzi, spesso ne diventano alleate.

«Il mio cuore rimane vicino a questa terra e a questa comunità. Vi affido tutti alla beata Vergine del Santo Rosario». Questo ha detto il papa ed è questo che conta. E non ha forse esortato a «riscattare e promuovere il territorio »? A «perseverare nel bene senza cedere a compromessi», a mettersi «al servizio dei piccoli e dei poveri», a essere «motore di rinnovamento religioso e sociale»? Questo fa un padre: incoraggiare senza mortificare.

A differenza di quanti ricorrono ormai meccanicamente all’immagine stereotipata del popolo dimenticato e oppresso, il papa ha trattato i campani da adulti responsabili. E il suo esempio sarebbe da seguire.

Quanto a quella che è stata presentata da alcuni come una denuncia un po’ fuori tempo dell’anticlericalismo, bisogna ascoltare bene ciò che ha detto il pontefice. Parlando di Bartolo Longo, fondatore del santuario di Pompei, trasformatosi come san Paolo «da persecutore in apostolo», Benedetto ha spiegato che la vicenda della sua crisi spirituale e della sua conversione appare oggi di grande attualità perché emblematica di qualcosa che succede spesso anche ai nostri tempi. Da studente, sotto l’influenza di filosofi immanentisti e positivisti, Longo «si era allontanato dalla fede cristiana diventando un militante anticlericale e dandosi anche a pratiche spiritistiche e superstiziose», e purtroppo, ha sottolineato Ratzinger, «simili tendenze non mancano nei nostri giorni». Come dargli torto? Al tempo di Bartolo Longo (1841–1926) si diceva “anticlericale”, oggi si può dire “anticristiano”, ma quella che resta nel mirino è sempre la Chiesa.

Se guardata con occhio secolarizzato, l’intera realtà del santuario di Pompei può sembrare fuori tempo.

Ma Longo, il fondatore, non fu uno che si limitò a raccomandare la recita del rosario. Da quella preghiera prese la forza per realizzare innumerevoli opere di assistenza e carità, compreso l’orfanotrofio e l’istituto per i figli dei carcerati, un’idea, quest’ultima, in netta controtendenza rispetto alla mentalità dominante dell’epoca, secondo la quale il figlio del delinquente non poteva che delinquere a sua volta. «Qui a Pompei – ha detto benedetto XVI – si capisce che l’amore per Dio e l’amore per il prossimo sono inseparabili». Questo è il messaggio che ha consegnato e su questo bisognerebbe meditare, anziché interrogarsi su presunte omissioni. (Aldo Maria Valli, © Copyright Europa, 21 ottobre 2008)

 

 

 


 

Italia: una Costituzione senza Dio

La Costituzione della Repubblica italiana compie 60 anni. Era il primo gennaio del 1948 quando il testo fondamentale del nostro ordinamento entrava formalmente in vigore. La Costituzione era stata approvata pochi giorni prima, il 22 dicembre del '47, con una maggioranza schiacciante, che sfiorava l'unanimità: 453 i voti favorevoli tra i membri dell'Assemblea costituente, soltanto 62 i contrari. Un risultato sorprendente, se si considera quale fosse la composizione di quell'organismo, eletto dagli italiani il 2 giugno del 1946.

Un compromesso storico

Nella Costituente, 207 seggi erano andati alla Democrazia cristiana (35,2%), 115 seggi al Partito socialista di unità proletaria (20,7%) e 104 al Partito comunista italiano (19,9%). Seguivano liberali e demolaburisti con 41 seggi, il Fronte dell'Uomo qualunque con 30 rappresentanti, i Repubblicani con 23 seggi, i Monarchici con 16 seggi, il Partito d'Azione con 7. Si può subito notare che comunisti e socialisti insieme contavano su un numero di voti superiore a quello del partito di maggioranza relativa, la Dc. L'influsso della componente marxista e materialista sarebbe quindi stato determinante per la stesura della carta costituzionale. Non solo: dopo la caduta del regime guidato da Benito Mussolini, il 25 luglio 1943, i cosiddetti partiti antifascisti avevano inaugurato una stagione di stretta collaborazione, dando vita a una serie di governi composti da democristiani, comunisti, socialisti, liberali e azionisti. Era pur vero che il rapporto fra socialcomunisti e il resto dei partiti si era poi progressivamente deteriorato. Ma nell'Assemblea costituente fu chiaro fin dall'inizio che si sarebbe lavorato alla stesura di un testo di compromesso, in grado di mettere d'accordo anime così diverse. Paimiro Togliatti descrisse in questi termini il lavoro della Costituente: «Abbiamo cercato di arrivare ad una unità, cioè di individuare quale poteva essere il terreno comune sul quale potevano confluire correnti ideologiche e politiche diverse».

Una Costituzione senza Dio

Le parole di Togliatti fotografano con molta onestà il risultato fissato sulla Carta nel testo che ancora oggi è alla base della Repubblica italiana. La mediazione fra cattolici e marxisti produsse una prima vittima illustre fin dalle prime righe: nella Costituzione italiana non c'è alcuna traccia di Dio. Il deputato democristiano Giorgio La Pira, prendendo la parola alla vigilia del voto finale, il 22 dicembre del 1947, propose di far precedere agli articoli già votati un breve preambolo, in cui si facesse esplicito riferimento a Dio come ispiratore della nuova Costituzione. La proposta non piacque ai laici - anche se Giuseppe Saragat si dichiarò favorevole - e suscitò perplessità nella stessa Democrazia cristiana perché, come riferisce uno storico cattolico, «il nome di Dio rischiava di essere un ulteriore elemento di divisione e di vanificare il vastissimo accordo che andava profilandosi». Alla fine, lo stesso La Pira fu indotto suo malgrado a ritirare la proposta.

Si dirà che quel richiamo a un Dio generico non avrebbe modificato le sorti del nostro Paese. Può darsi. Ma è pur vero che si trattò di un segnale politico e culturale molto forte, anche all'interno dello stesso mondo cattolico: mentre da una parte Pio XII riteneva giustamente prioritario "ricristianizzare l'Italia", la dirigenza democristiana riteneva che la sua missione storica consistesse nel laicizzare e democratizzare il Paese, per agganciarlo alla modernità.

II risultato è una Costituzione repubblicana materialista e apertamente atea, che sul tema della religione e del rapporto fra l'uomo e Dio consuma uno strappo radicale rispetto al precedente Statuto Albertino, promulgato nel 1848.

Il lavoro come valore supremo

L'esito paradossale della "abolizione costituzionale di Dio" è che la Carta si apre all'articolo 1 con una infelicissima formulazione, che rimanda vagamente ai Paesi del blocco sovietico e al Capitale di Marx: «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Dove si coglie immediatamente tutto peso dell'antropologia socialcomunista, che pone addirittura al vertice dell'architettura statuale il lavoro umano, inteso come "forza lavoro". E dove si nota l'elevazione a valore assoluto di due concetti - repubblica e democrazia - che sono invece ambivalenti, ambigui, e relativi ai contenuti che intendono promuovere. Ci sono cioè democrazie buone e democrazie cattive. A queste critiche si può obiettare che la Carta del 1948 contiene in grande quantità principi e valori di diretta derivazione cristiana.

Effettivamente, il contributo della cultura cattolica in molti snodi della Costituzione è ancora oggi del tutto evidente. Basti citare, ad esempio, il fatto che i diritti inviolabili dell'uomo sono "riconosciuti" dalla Repubblica (articolo 2) con una implicita allusione al fatto che questi diritti preesistono allo Stato e hanno un fondamento meta-giuridico, e che quindi non sono inventati o creati dal legislatore. Oppure si pensi all'articolo 29, dove la famiglia è definita come «società naturale fondata sul matrimonio», e dove "l'unità familiare" è riconosciuta come preminente sui pur legittimi interessi dei coniugi. Articoli di evidente impronta giusnaturalistica, che tuttavia manifestano il loro tallone d'Achille proprio nella mancanza di una fondazione metafisica. Non è infatti chiaro - né la Carta si sforza di spiegarlo - quali siano le radici degli spesso evocati "valori costituzionali". L'assenza di ogni riferimento al Creatore autorizza a pensare che tutte le norme, anche le supreme e fondative dell'ordinamento, siano soltanto il prodotto della volontà arbitraria degli uomini, che si proclamano "autolegi-slatori" e fonte ultima ed esclusiva del diritto vigente. Per cui i contenuti della Costituzione vengono relativizzati e sottomessi al mutevole capriccio delle mode e delle genera­zioni che si susseguono nel tempo.

Dire infatti - come fa pomposamente l'articolo 1 - che «la sovranità appartiene al popolo», e dirlo senza evocare la divinità, significa riaffermare prometeicamente che non esiste alcuna autorità alla quale l'uomo deve rendere conto. Significa, insomma, trasformare il principio di maggioranza in un assoluto etico e giuridico.

La Costituzione come Moloc intoccabile

Non vogliamo certo negare i molti contenuti positivi che la Costituzione del 1948 ha consegnato alla nostra cultura giuridica. Valori e modelli già presenti nella poderosa e insuperata tradizione romanistica, affinati dalla giurisprudenza classica italiana, e solennizzati in numerosi articoli della nostra Carta costituzionale. Tuttavia, la storia della repubblica è costellata di svolte legislative che hanno rivelato la debolezza sostanziale della nostra Costituzione. Pensiamo alla legalizzazione del divorzio, vulnus gravissimo alla natura intrinseca del matrimonio; o all'approvazione della legge sull'aborto, che contrasta proprio con l'articolo 2 della Costituzione. Queste leggi ingiuste, approvate con la "benedizione" della Corte Costituzione, confermano l'esistenza di una radice malata nell'intero impianto costituzionale, una sorta di debolezza congenita che consentirà, purtroppo, ulteriori derive nei prossimi anni. Ad esempio sul terreno dell'eutanasia e delle cosiddette coppie di fatto. Ragioni più che valide per abbandonare una certa visione idolatrica della Costituzione, diffusa anche in alcuni settori del mondo cattolico italiano. Quasi che la Costituzione del '48 sia una sorta di appendice alle tavole della legge che Mosè ricevette da Dio sul monte Sinai. Si tratta, molto più prosaicamente, di una legge fatta da uomini, mortali e fallibili. Molti dei quali, per giunta, affascinati da ideologie false e bugiarde. (Mario Palmaro, Il Timone settembre –ottobre 2008)

Bibliografia: Cfr. Tommaso D'Aquino, La politica dei prìncipi cristiani, Edizioni Cantagalli, 1997.

Roberto De Mattei, II centro che ci portò a sinistra, Edizioni Fiducia, 1994.

Thomas S. Eliot, L'idea di una società cristiana, Gribaudi, 1998.

 

 

 


 

19 ottobre 2008

 

Liturgia e Papa Benedetto XVI: un libro di don Nicola Bux

Non è sempre facile comprendere, nella selva delle dichiarazioni polemiche e delle semplificazioni giornalistiche, quale sia il vero messaggio che Benedetto XVI, con il suo esempio prima ancora che con la sua parola, intende dare alla Chiesa in merito alla celebrazione liturgica. Il ripristino della croce al centro dell’altare, il recupero di antichi paramenti e soprattutto la promulgazione del motu proprio che nel 2007 ha liberalizzato il rito preconciliare sono al centro di dibattiti e discussioni, spesso polarizzate in fronti opposti e non privi di coloriture estremistiche.

È quindi da salutare come una buona notizia l’uscita del libro di don Nicola Bux, La riforma di Benedetto XVI (Piemme, pp 128, 12 euro, il libreria da martedì), un volume agile e al tempo stesso denso e documentato, prefato da Vittorio Messori. Un libro che aiuta a «leggere» gli atti e iniziative liturgiche del pontificato ratzingeriano riportandole al loro significato più profondo, senza il quale si rischia di giudicarle come nostalgiche esteriorità da una parte, rivincite restauratrici dall’altra. Bux, teologo stimato dallo stesso Pontefice, esperto di teologia e liturgia orientali, spiega che «la natura della sacra liturgia è di essere il tempo e il luogo in cui sicuramente Dio si fa incontro all’uomo», non «qualcosa di costruito da noi, qualcosa di inventato per fare una esperienza religiosa», bensì «il cantare con il coro delle creature e l’entrare nella realtà cosmica stessa».

È stato il perdere di vista il suo profondo significato che ha fatto deformare il movimento liturgico post-conciliare, «sia per opera di chi considerava la novità sempre come la cosa migliore, sia per opera di chi voleva ripristinare l’antico come l’ottimo in ogni occasione». La decisione del Papa di ridare piena cittadinanza alla forma antica del rito romano, spiegando al tempo stesso che i due messali non appartengono a due riti diversi, «è una risposta a quanti, tradizionalisti e innovatori, avevano affermato che l’antico rito romano fosse morte con la riforma liturgica e nato un altro in totale discontinuità: una vera e propria cesura!». Bux ricorda che il Papa, nella lettera inviata ai vescovi come accompagnamento del motu proprio, suggerisce (non obbliga) che quanti celebrano con l’antico messale celebrino anche con il nuovo: «Di conseguenza, chi celebra secondo l’uso antico deve evitare di delegittimare l’altro uso». Anche perché sarebbe paradossale che la messa culminante con l’eucaristia, sacramento dell’unità e della pace, «finisca per diventare segno di divisione, di discordia». A questo proposito don Bux osserva che «della litiurgia come bandiera d’identità non si sono serviti solo taluni gruppi tradizionalisti per affermare il fondamentalismo cattolico ma anche non pochi progressisti per rivendicare l’autonomismo di marca protestante e no-global (vedi le bandiere della pace issate sulle chiese e davanti agli altari)».

È necessaria, insomma, una «riforma della riforma», che al contrario di quella postconciliare parta dal basso e non sia imposta dagli esperti, perché «se l’antica liturgia era un “affresco coperto”, la nuova ha rischiato di perderlo per la tecnica aggressiva usata nel restaurarlo». «La riforma liturgica – scrive il teologo – non è affatto perfetta e conclusa: c’è bisogno di correzioni e integrazioni, procedendo però in modo differente dal tempo postconciliare, non imponendo obblighi se non quelli necessari, illustrando le possibilità e promuovendo il dibattito». Lo scopo ultimo della liturgia è l’incontro con il mistero, la riscoperta di una nuova sensibilità, un adeguato spazio al sacro, al silenzio, all’ascolto, per evitare che la liturgia si trasformi – come purtroppo accade spesso – in «esibizione di attori e esondazione di parole».

Con il libro, essenziale ma davvero importante, Bux si propone di «aiutare a comprendere e a celebrare degnamente la liturgia come possibilità di incontro con la realtà di Dio e causa della moralità dell’uomo, a leggere le degradazioni sintomo di vuoto spirituale indicando la via per restaurarne lo spirito nel segno dell’unità della fede apostolica e cattolica, a promuovere un dibattito serio e un cammino educativo seguendo il pensiero e l’esempio del Papa che consenta di riprendere il movimento liturgico». (Andrea Tornelli, Il Giornale, 12 ottobre 2008)

 

 


 

La Liturgia fonte della missione

La Chiesa è consapevole di non avere altra fonte da cui attingere forza per la propria missione se non lo stesso Signore Gesù Cristo. La giusta valutazione ed autonomia delle scienze umane, dalla storia alla filosofia, dalla psicologia alla sociologia, etc., non dovrà mai sostituire il criterio soprannaturale del discernimento spirituale.

È Cristo, con la Sua proposta al cuore dell’uomo, l’unico ed imprescindibile riferimento per la missione della Chiesa. Fonte di tale missione è allora l’adorazione del Signore che si esprime principalmente nella Divina Liturgia. Troppe celebrazioni si sono ridotte ad “autocontemplazione antropocentrica” dell’uomo sull’uomo, quasi impedendo, attraverso la verbosità del celebrante, i ritmi convulsi delle musiche e la frenesia dei movimenti, il contatto con il Mistero. La Liturgia della Chiesa è essenzialmente adorazione del Signore e, attraverso la celebrazione dei divini misteri, la Chiesa compie la sua prima opera missionaria.

È necessario recuperare la chiara consapevolezza sull’unico soggetto protagonista della Liturgia: il Signore. Il popolo santo di Dio, e con esso il celebrante, entra nella Liturgia, ma non la crea: essi, popolo e celebrante, vengono ospitati dal Mistero e solo la consapevolezza di tale ospitalità, rende capaci di divenire, a propria volta, ospitali verso il Mistero e verso i fratelli.

Pregando il Signore ed intercedendo per tutti gli uomini, attraverso la sacra Liturgia, la Chiesa compie la sua prima missione: la celebrazione dei Sacramenti è di per sé efficace in ordine alla salvezza.

In tanta organizzazione della pastorale contemporanea, sembra che l’impegno missionario sia talvolta interrotto dalle celebrazioni, delle quali, forse, non si comprende più adeguatamente il significato. Battezzare, perdonare i peccati, celebrare l’Eucaristia sono azioni più potentemente salvifiche e missionarie di qualunque catechesi, convegno, lezione accademica o documento ecclesiale. Dobbiamo recuperare questa consapevolezza e, con essa, l’indisponibilità della Liturgia al capriccio soggettivo della creatività liturgica e al mito moderno, inteso in senso democratico, della partecipazione del popolo.

Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica: “La Liturgia è anche partecipazione alla preghiera di Cristo, rivolta al Padre nello Spirito Santo. In essa ogni preghiera cristiana trova la sua sorgente e il suo termine. Per mezzo della Liturgia, l'uomo interiore è radicato e fondato [Cf Ef 3,16-17 ] nel “grande amore con il quale il Padre ci ha amati” ( Ef 2,4 ) nel suo Figlio diletto. Ciò che viene vissuto e interiorizzato da ogni preghiera, in ogni tempo, “nello Spirito” (Ef 6,18 ) è la stessa “meraviglia di Dio”. (CCC 1073). (Agenzia Fides 25/09/2008)

 

 


 

Trent'anni fa l'elezione di Karol Wojtyla: "Da un Paese lontano"

Nel pomeriggio del 16 ottobre 1978, trent'anni fa, l'elezione del cardinale segnò davvero una svolta nella storia delle successioni sulla cattedra romana. Dopo quasi mezzo millennio - dal tempo cioè di Adriano VI (1522-1523) - il collegio dei cardinali tornò infatti a scegliere come vescovo di Roma un ecclesiastico che non era originario della penisola italiana. E per la prima volta a divenire Pontefice romano fu uno slavo.

Da un Paese lontano, come disse subito Giovanni Paolo II alla città che amava sin dal tempo dei suoi studi e a quel mondo che presto avrebbe cominciato a percorrere da Papa. Con la passione di un mistico immerso nel suo tempo e il vigore di un'età relativamente giovane (e alla quale i conclavi non erano più abituati dal 1846, quando venne eletto il cinquantaquattrenne Giovanni Maria Mastai Ferretti).

Cominciava così un pontificato che, tra quelli dei successori di Pietro, sarebbe stato il più lungo dopo quello, appunto, di Pio IX. Lungo e soprattutto di rilevanza storicamente incisiva nelle vicende dell'ultimo scorcio del Novecento, sino a entrare nei primi anni del nuovo secolo. Secondo una visione della storia che Giovanni Paolo II lasciò trasparire sin dalla sua prima enciclica, dove era disegnato il cammino del cattolicesimo avviato a compiere il secondo millennio.

Nato il 18 maggio 1920 e ordinato prete subito dopo la tragedia bellica scatenata da totalitarismi che conobbe da vicino, Wojtyla fu nel 1958 uno degli ultimi vescovi nominati da Pio XII e durante il Vaticano ii venne promosso arcivescovo di Cracovia da Paolo VI, che lo creò cardinale quarantasettenne. Fu in quegli anni che il giovane ecclesiastico polacco divenne un protagonista di rilievo, anche se non molto conosciuto, della Chiesa cattolica.

Il Papa eletto nel secondo conclave del 1978 dopo la scomparsa improvvisa del predecessore ne confermò senza esitare, assumendo il doppio nome, la scelta di continuità con Giovanni XXIII e con Paolo VI - già da tempo indebitamente contrapposti - e subito ridiede voce alla cosiddetta Chiesa del silenzio soffocata dai regimi comunisti. Quel mondo che il primo Papa slavo contribuì a sgretolare al punto che questa sua azione è il contesto più probabile dell'attentato, non ancora del tutto chiarito, che lo ridusse in fin di vita il 13 maggio 1981.

Giovanni Paolo II, pur minato nel fisico, non morì: visse e vide il 1989, ma anche l'11 settembre 2001, accompagnando le vicende della contemporaneità con un coraggio e una determinazione vissuti e testimoniati sino all'ultimo giorno della sua vita terrena, il 2 aprile 2005, fino all'ultimo respiro. Così, nella memoria del mondo resta l'immagine di quel Papa che trent'anni fa si presentò venuto da un Paese lontano e che subito diede visibilità alla Chiesa cattolica. Grazie soprattutto al moltiplicarsi dei viaggi internazionali che ne resero la figura familiare in ogni parte del pianeta, ma anche con un insegnamento imponente, radicato nell'amore di Cristo e in difesa dell'essere umano: un insegnamento ascoltato anche da moltissimi non credenti e che non resterà senza frutto. (G.M. Vian, ©L'Osservatore Romano, 16 ottobre 2008)

 

Il cardinale Stanislaw Dziwisz racconta la sera del 16 ottobre 1978

"Come mi accoglieranno i romani, cosa diranno di un Papa venuto da un Paese lontano?". Un attimo prima che i cerimonieri aprissero le ante della loggia della benedizione, la sera del 16 ottobre 1978, Karol Wojtyla, appena divenuto Giovanni Paolo II, pensava a come Roma avrebbe guardato a "un Pontefice straniero dopo i bellissimi e importanti Pontificati del Novecento". Questa rivelazione è del cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia, per trentanove anni segretario particolare di Wojtyla.

"Mi confidò - racconta oggi il cardinale - la sua preoccupazione per Roma quando potei avvicinarlo, vincendo l'emozione di vederlo per la prima volta vestito di bianco. Mi disse anche che appena affacciato si era rassicurato perché nell'accoglienza della gente in piazza San Pietro aveva percepito un sentimento di speranza. Ecco, disse proprio così: ho sentito la speranza. Aggiunse che guardare la piazza dalla loggia gli aveva rafforzato la consapevolezza di essere Papa in quanto vescovo di Roma. Insomma, tra il Papa polacco e Roma era stato amore a prima vista. Ne era felicissimo e quando, negli anni, tornava col pensiero a quella sua preoccupazione iniziale lo faceva proprio per confidare di sentirsi più che mai "romano de Roma"".

Sono nitidi i ricordi di quel giorno di trent'anni fa in don Stanislao, come continua a essere chiamato, nonostante la porpora, quasi a mantenere quel legame con Wojtyla. "Al momento della fumata bianca - racconta - anch'io ero in piazza San Pietro, vicino al cancello della basilica. Quando il cardinale Pericle Felici pronunciò, in latino, il nome Carolum mi resi conto che stava per accadere l'impensabile. Poi disse: Wojtyla. Urlai di gioia prima di rimanere impietrito finché non sono stato accompagnato dal mio vescovo divenuto Papa".

Giovanni Paolo II lo vide appena rientrato dalla prima benedizione. Ricorda: "Gli dissi subito che la folla aveva accolto la sua elezione con gioia e io stesso avevo personalmente toccato con mano quella speranza che lui aveva avvertito. L'avevo vista nei volti, l'avevo ascoltata nelle parole delle persone accanto a me in piazza San Pietro. Sono testimone di come la sorpresa per la sua elezione - qualcuno pensò che il nuovo Papa fosse africano dopo aver sentito quel cognome difficile - si trasformò subito in speranza, forse per la carica di novità che portava con sé".

Don Stanislao racconta un altro episodio di quelle prime ore del Pontificato: "Con un sorriso complice e un po' del suo humour volle pure mettermi al corrente del primo strappo al protocollo. Prima di affacciarsi il maestro delle cerimonie, monsignor Virgilio Noè, si era raccomandato che il nuovo Papa impartisse la benedizione in latino senza fare discorsi. Giovanni Paolo II però non riuscì a trattenersi e incominciò a parlare in italiano. Un saluto rimasto storico: "Mi hanno chiamato da un Paese lontano... se mi sbaglio mi corrigerete". Nel raccontarmelo si mostrava certo di aver fatto bene a fare quel breve discorso, ma al tempo stesso sembrava quasi scusarsi con i suoi collaboratori per la prima di mille improvvisazioni".

L'elezione del primo Papa slavo, prosegue il cardinale, "era una novità da far tremare i polsi. Mentre iniziavo il mio nuovo servizio mi venne da pensare alle persone che a Cracovia pregavano perché non fosse eletto, in tanti non volevano che lasciasse l'arcidiocesi. E mi ricordai anche del funzionario polacco che, prima della partenza per il conclave, aveva tolto al cardinale Wojtyla il passaporto diplomatico, rilasciandogli solo quello turistico, con la minaccia che i conti li avrebbero fatti al ritorno in patria. La sera del 16 ottobre non rimasi in Vaticano, tornai ai Collegio polacco. Non chiusi occhio. Per tutta la notte restai attaccato alla radio per carpire notizie su come l'elezione del cardinale di Cracovia era stata accolta, soprattutto in Polonia. Mi resi conto che la Chiesa del silenzio cominciava a parlare con la bocca del Papa".

Come Giovanni Paolo II visse i momenti dopo la prima benedizione? "Non si fece prendere da frenesie. Volle cenare con i cardinali, poi si ritirò nella stanza che gli era stata assegnata per il conclave, nel mezzanino dell'appartamento del segretario di Stato. La condivideva con il cardinale Corrado Ursi. Si mise a scrivere di suo pugno, in latino, il discorso programmatico per la messa dell'indomani. E cominciò a pensare all'omelia della celebrazione per l'inizio del ministero petrino". È il discorso rimasto famoso per il motto, linea-guida del Pontificato: "Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo". Spiega don Stanislao che "queste parole le aveva maturate negli anni. Erano espressione della sua fede. Le ha vissute, pregate. Mi disse che le considerava adatte per scuotere le coscienze e iniziare la sua nuova missione di proclamare il Vangelo al mondo intero. Sono testimone che ha scritto quell'omelia da solo. Conservo il testo autografo".

Il Papa era consapevole che quelle sue parole avrebbero avuto un effetto dirompente soprattutto laddove la libertà era negata? "Sapeva molto bene - è la convinzione di don Stanislao - che le dittature si reggono solo sulla paura. Per abbattere quei regimi non disponeva di forze armate. Il Papa non ha divisioni, come ironicamente diceva Stalin. Ma ha la parola. Il suo obiettivo era chiaro: indicare la verità di Cristo per infondere nella gente un senso di libertà interiore. È questo stimolo alla libertà che ha dato ai popoli la forza di cambiare, di lottare contro i sistemi repressivi, politici ed economici. Quell'invito a non aver paura ha innescato una rivoluzione straordinaria, senza spargimento di sangue. Ha contribuito a far crollare i muri e ha messo in discussione la logica della guerra fredda, voluta dalle grandi potenze nucleari". Tutto questo, però, non faceva parte di una strategia politica. Liberare la gente dalla paura è stata, fin dal primo giorno, la forza e la novità del suo Pontificato: "Non si tratta di ideologia ma di Vangelo. Voleva che la Chiesa fosse là dove è l'uomo".

Il segreto di Wojtyla è stato senz'altro quello di aver mostrato il volto umano di Dio. Ne è certo don Stanislao: "La mia esperienza mi dice che la gente non cercava tanto lui, ma la persona di Dio di cui era testimone. E rivelo un altro segreto: non si può comprendere Giovanni Paolo II escludendo la preghiera e il suo rapporto con la Parola. In questo non c'era nulla di bigotto. Anzi, niente in lui pareva essere più naturale. Neppure il giorno dell'elezione venne meno a questo stile". E aggiunge: "Non si dava mai pace per cercare sempre parole e modi nuovi per annunciare Cristo. Così quando mandava all'aria il protocollo non era alla ricerca di popolarità ma di un sistema per testimoniare l'amore di Dio". C'è un gesto che, nelle parole del segretario, esprime l'irruenza spirituale di Giovanni Paolo II: lo scendere sulla piazza, alla fine della messa del 22 ottobre 1978, in mezzo ai disabili e alzare il pastorale muovendolo come fosse una bandiera.

Per don Stanislao, in questi giorni, c'è stato un altro anniversario da ricordare: l'8 ottobre 1966 l'arcivescovo Wojtyla gli propose di diventare suo segretario. "Quando devo iniziare?" chiese. "Subito" fu la risposta. Oggi commenta: "Quel giorno imparai a stargli vicino. L'ho fatto per trentanove anni, prima a Cracovia poi a Roma. Ho visto la mia veste macchiata del suo sangue, il 13 maggio 1981. E ho ripensato ai versi che scrisse per san Stanislao patrono di Polonia: se la parola non ha convertito sarà il sangue a convertire. Sempre sono rimasto accanto a Karol Wojtyla. Io, sacerdote accarezzato da un dono e da un mistero".  (Giampaolo Mattei ©L'Osservatore Romano - 16 ottobre 2008)

 

 


 

L'abate di Clairvaux e la Scrittura: "Quel favo di miele dolcissimo spremuto da san Bernardo”

"Bernardo è l'uomo della Bibbia" - scrive Jean Leclercq, l'editore e il conoscitore finissimo delle sue opere. Nei suoi scritti "egli interpreta costantemente la Scrittura"; ne è impregnato il suo spirito e ne risente tutto il suo linguaggio. Egli "l'ha talmente assimilata all'intimo tessuto della sua psicologia da utilizzarla, talora forse senza saperlo, anche quando non la cita. Il suo vocabolario è in gran parte biblico. (...) Molte sue pagine non sono che dei mosaici di espressioni scritturistiche".

Si può parlare - ancora secondo Leclercq, al quale largamente attingiamo - di "psichismo biblico", di "logica biblica, congiunta a una retorica e a una poesia biblica", di "stile biblico", di un bisogno di Bernardo "di "parlare Bibbia"" e giungere a definirlo "una concordanza vivente".

Ma per l'abate di Clairvaux la Scrittura non è anzitutto un libro, ma "la parola di Dio vivente nella Chiesa". Egli la riceve dalla Tradizione, la legge come gli hanno insegnato i padri, che egli assimila e riesprime, e la vive "come un'esperienza": in lui "l'ispirazione non differisce affatto dall'esperienza mistica".

Essa è trattata, infatti, come "oggetto non tanto di uno studio, quanto di una preghiera: occorre "gustare", "sentire", quanto Dio sia soave; Bernardo usa volentieri questo vocabolario delle sensazioni spirituali".

Quanto al contenuto: la Bibbia si risolve interamente in Gesù Cristo.

Per il "Dottore mellifluo" - che sa da essa spremere, come da un favo, un miele dolcissimo - una profonda concordia lega i due Testamenti, e "tutto sfocia a Cristo e allo Spirito che egli effonde nella Chiesa".

La sacra Scrittura è un libro che trabocca degli eventi del Signore; essa è il luogo della sua consueta abitazione e fin nei suoi più piccoli frammenti si riferisce, quasi in forma sacramentale, al Verbo e ai suoi misteri.

Veramente, in tutta la cultura monastica del medioevo "il contatto con la Scrittura è un contatto con Cristo": "attingere al linguaggio della Bibbia non consiste in un procedimento stilistico, ma è una maniera di prolungare la comunione con Cristo provata mentre si è letta, ascoltata e pregata la sacra Scrittura. (...) Non ci si colloca al di fuori o al disopra della Scrittura: ci si colloca all'interno di essa (...). È Dio che si attinge nella sacra Scrittura e attraverso la Scrittura".

Tuttavia, questa concezione della Bibbia come un evento, o un incontro in atto con il Verbo divino, risalta in san Bernardo con un'accentuazione e una vibrazione singolari.

Un'altra caratteristica va, inoltre, sottolineata, ed è che "la Bibbia di Bernardo è quella che la Chiesa utilizza nel suo culto. Alle citazioni della Scrittura si aggiungono, nel suo stile, le reminiscenze liturgiche. E quando si tratta di un mistero celebrato da una festa o commemorato dall'anno del Signore, è sempre la liturgia che conferisce il tono, che orienta l'interpretazione. Nei sermoni di Bernardo si trova così ciò che si potrebbe chiamare un sottosuolo biblico (...) e uno sfondo liturgico: questa mentalità che crea l'atmosfera, il clima, e che conferisce all'insieme il suo colorito".

In altre parole, per l'abate di Clairvaux la Bibbia riceve la sua "attualità" soprattutto quando essa è aperta e letta nell'opus Dei, dove i "sacramenti" di Gesù Cristo non solo passano e ripassano nel ricordo, ma si ripresentano con la loro inesauribile e inestinguibile grazia di salvezza. Quello che allora la Scrittura evoca, l'azione liturgica lo ridona.

Questo metodo, complesso per un verso, ma per un altro anche estremamente semplice, di accostamento alla Scrittura, non ha perduto il suo senso e la sua esemplarità. Non si tratta affatto di rinnegare il valore e i traguardi sicuri dell'esegesi scientifica, ma di attingere nella sostanza stessa di questa scientificità o di questa "storia" tutte le sue "reali" dimensioni e implicazioni, o tutte le sue connessioni: Bernardo, come del resto i padri e la liturgia, possedevano una conoscenza dell'"intero" della Bibbia, del suo significato complessivo e sintetico, e insieme disponevano di un'acuta e vasta sensibilità ai suoi riflessi antropologici e pratici: è il modo con cui la Scrittura plasma la prassi e diviene intimamente "formativa".

Quanto al rischio dell'arbitrio: se poteva accadere per singoli particolari, l'insieme del senso e dell'efficacia biblica non era compromesso, ma rimaneva era solido e assicurato. Leggere Scrittura o ecclesialmente o nella forma "privata", che pure non cessa mai di essere ecclesiale, coinvolge la fede ed esige la disponibilità del cuore. (Inos Biffi ©L'Osservatore Romano - 15 ottobre 2008)

 

 


 

La Chiesa misericordiosa di Papa Roncalli

Pubblichiamo stralci della relazione su "Papa Giovanni XXIII: uomo e pastore di pace" tenuta sabato scorso in Campidoglio dal vescovo di Bergamo in occasione della cerimonia per il cinquantesimo anniversario dell'elezione al pontificato di Angelo Giuseppe Roncalli.

Nel marzo 1963 veniva assegnato a Giovanni XXIII il premio Balzan per la pace, "per la sua attività in favore della fraternità tra tutti i popoli e [...] i suoi recenti interventi sul piano diplomatico". Il prestigioso riconoscimento interpretava il vasto e caloroso consenso che, anche in ambienti lontani ed estranei alla Chiesa, si era formato attorno alla sua persona, sia per il suo insegnamento che per la continua azione a favore della pace universale. Il periodo del suo pontificato (1958-1963) è stato turbato da pericolose tensioni tra i popoli che avevano accentuato la corsa agli armamenti e provocato la ripresa degli esperimenti nucleari. Nell'ottobre del 1962, per la crisi cubana, Stati Uniti e Unione Sovietica rischiavano lo scontro armato con imprevedibili, drammatiche conseguenze per l'intera umanità.

Altri segnali però indicavano l'intensificarsi ovunque del desiderio di superare la cosiddetta "guerra fredda" per iniziare a costruire una pace vera, fondata non sulla paura ma sulla sincera collaborazione tra tutti i popoli, ponendo fine al dominio che poche nazioni esercitavano sul resto dell'umanità. Giovanni XXIII ha affrontato questa situazione, caratterizzata da speranza e terrore, con lo stile maturato durante le precedenti esperienze. Lui stesso lo affermava parlando della Pacem in terris: "Di mio in questa enciclica c'è anzitutto l'esempio che volli dare, nel corso della mia vita, di ininterrotta conformità col capitolo terzo, libro secondo dell'Imitazione di Cristo. L'uomo pacifico fa più bene che il molto istruito. L'uomo pieno di passioni trasforma in male anche il bene ed è sempre incline a pensare male di tutti. Invece l'uomo buono e pacifico riduce tutto in bene".

Nel 1925, nominato visitatore apostolico in Bulgaria, iniziava a vivere il suo ministero nell'incontro con culture ed esperienze religiose diverse: in Bulgaria era la Chiesa ortodossa, in Turchia le piccole comunità ortodosse, i musulmani, gli ebrei e lo stato laico, in Francia il pluralismo religioso, la laicità tradizionale, l'inizio della secolarizzazione, il fermento della teologia e della pastorale. È stato un succedersi di esperienze difficili, cariche di secolari incomprensioni e di ostilità che non hanno indurito il suo cuore o scoraggiato la sua attività, anzi gli hanno permesso di conoscere e apprezzare la ricchezza della fede cristiana e di elaborare un nuovo modo di vivere il proprio ministero. Il filo conduttore della sua esistenza fu l'assimilazione sempre più profonda di Gesù Cristo dal quale si sentiva continuamente avvolto d'amore misericordioso. La misericordia divina divenne il tema centrale delle sue riflessioni e della sua esperienza di fede. "Non debbo essere maestro di politica, di strategia, di scienza umana; ce n'è davanzo di maestri di queste cose. Sono maestro di misericordia e di verità": così annotava nel Giornale dell'anima nel novembre del 1940.

Un amore misericordioso offerto con sincera cordialità a tutti perché si sentiva a servizio di tutti, non solo dei cattolici. Per esempio, soffriva nel considerare i pochi e trascurati segni del cristianesimo primitivo presente in Turchia e perché ai turchi non era stata data ancora la possibilità di comprendere il cristianesimo come buona novella anche per loro, però non può non confessare il suo amore per questo popolo: "Senso di mestizia per le rovine trovate a Scutari, e per l'atmosfera di questo mondo turco ancora così lontano dalle sorgenti della civilizzazione quantunque esse siano a due passi, anzi sotto i suoi piedi. Eppure li amo in Gesù Crocifisso questi cari Turchi, e non so soffrire che i Cristiani ne dicano così male, dando prova di pochissima penetrazione del Vangelo nelle loro anime. Li amo, ciò rientra nel mio ministero di padre, di pastore, di delegato apostolico: li amo perché li credo chiamati alla redenzione. So che lo spirito di parecchi fra i miei figli cattolici "levantini" è contro di me, ma ciò non mi turba né mi scoraggia" (Agenda, 26 luglio 1936).

Guidato da questo amore ha avvicinato ogni persona con stima, fiducia e speranza. Ogni esperienza umana veniva avvicinata con rispetto e studiata con attenzione per capirla in profondità individuandone prima gli aspetti positivi e poi quelli negativi. Da qui il costante impegno per conoscere la storia delle realtà religiose, culturali, sociali e politiche incontrate nel suo ministero; la sottolineatura gioiosa della spiritualità orientale, la stima dell'impegno del popolo turco per divenire uno stato moderno anche se la legislazione non sempre rispettava l'esperienza religiosa, in particolare quella cattolica. Conoscere il diverso per comprendere gli interlocutori, dialogare sinceramente con loro, individuare ciò che li univa per poter vivere la storia comune sostenendosi e arricchendosi reciprocamente nel creare unità non solo tra i credenti ma con tutti gli uomini di buona volontà.

Era convinto che il cammino verso l'unità dei cristiani e la pace tra i popoli fossero determinati innanzitutto dalla comunione dei cuori, dal rapporto di stima e solidarietà nella vita quotidiana. Ed era pure convinto che questo era l'unico modo di mostrare il volto autenticamente evangelico della Chiesa ai fratelli separati, e di manifestare ai non cristiani che la Chiesa è universale, perché il Cristo, salvatore di tutti, è capace di parlare in modo significativo a ogni esperienza umana arricchendola, purificandola e aiutandola a sentirsi espressione della comune umanità, ed è chiamata a edificare un'unità sempre più profonda tra tutti gli uomini.

Così si esprimeva nell'omelia di Pentecoste del 1944 a Istanbul: "Noi amiamo distinguerci da chi non professa la nostra fede: fratelli ortodossi, protestanti, israeliti, musulmani, credenti o non credenti di altre religioni; Chiese nostre, forme di culto tradizionali e liturgiche nostre. Comprendo bene che diversità di razza, di lingua, di educazione, contrasti dolorosi di un passato cosparso di tristezze, ci trattengono ancora in una distanza che è scambievole, non è simpatica, spesso è sconcertante. Pare logico che ciascuno si occupi di sé, della sua tradizione familiare o nazionale [...] io debbo dirvi che nella luce del Vangelo e del principio cattolico, questa è una logica falsa. Gesù è venuto per abbattere queste barriere; egli è morto per proclamare la fraternità universale; il punto centrale del suo insegnamento è la carità, cioè l'amore che lega tutti gli uomini a lui come primo dei fratelli, e che lega lui con noi al Padre".

La scelta di lasciarsi sempre guidare dalla carità misericordiosa non era dovuta principalmente al suo temperamento, ma alla convinzione profonda che senza di essa il messaggio evangelico viene svuotato, la Chiesa non è credibile nel suo annuncio ed è incapace di offrire il suo determinante contributo per realizzare la fraternità inscritta nella natura umana. Aveva la possibilità di verificare la validità del suo metodo, oltre che nei rapporti con le singole persone e con le diverse istituzioni, nelle relazioni con i popoli, in particolare con gli Stati che da tempo avevano costruito muri di ostilità o di indifferenza nei confronti della Chiesa. Sono note le coraggiose, discusse e contrastate aperture verso i Paesi dell'Est europeo gravitanti attorno all'Unione Sovietica. Non era ingenuo, perciò avvertiva il rischio di essere strumentalizzato. Però non poteva spezzare quei fili che la Provvidenza gli affidava per riaprire il dialogo con questa numerosa porzione della sua famiglia.

La sua scelta, nell'insegnamento e nel comportamento concreto, è stata per la neutralità sopranazionale della Chiesa, "una neutralità - spiegò Giovanni XXIII in occasione del premio Balzan per la pace - che mantiene tutto il suo vigore di testimonianza. Premurosa di diffondere i principi della vera pace, la Chiesa non cessa dall'incoraggiare l'adozione di un linguaggio e l'introduzione di abitudini e di istituzioni che ne garantiscono la stabilità". Uno "stile" praticato anche nelle relazioni con le altre Chiese cristiane, proponendo, sostenendo e realizzando passi decisivi sulla strada del dialogo ecumenico. La fecondità di questa scelta è stata dimostrata anche dall'attenzione e dall'accoglienza prestata all'enciclica Pacem in terris, determinata soprattutto dal fatto che tutti vedevano in Giovanni XXIII l'espressione vivente di quanto diceva: l'uomo di pace capace di unire in solidarietà operante tutti gli uomini, un servitore sincero e disinteressato dell'intera famiglia umana. (Roberto Amadei ©L'Osservatore Romano - 15 ottobre 2008)

 

 


 

Il Papa: la Chiesa non è un’associazione, ma una comunità “convocata da Dio”

Continuando ad illustrare la figura e l’opera di San Paolo, Benedetto XVI parla dell’idea di Chiesa nel pensiero dell’apostolo. “Le diverse Chiese locali tutte insieme sono la Chiesa di Dio, che precede le Chiese locali e si realizza in queste”.

La Chiesa non è un'associazione, ma una comunità “convocata da Dio”: per poter allora essere veramente “Chiesa”, intesa, con San Paolo, come “luogo ove Dio abita realmente”, come “struttura comunitaria di calde relazioni interpersonali di carattere familiare” dobbiamo essere “luogo della carità di Dio”, della sua “presenza in questo mondo e nella nostra storia”. Continuando ad illustrare la vita ed il pensiero di San Paolo, Benedetto XVI ha parlato oggi alle quasi 30mila persone presenti in Piazza San Pietro per l’udienza generale di San Paolo e la Chiesa.

La parola, ha ricordato, “è presa dal greco ekklesia, che viene dall’Antico Testamento e significa l’assemblea del popolo di Israele convocata da Dio”. “Ora è la nuova comunità dei credenti in Cristo”. Il termine indica da una parte “le assemblee di Dio in determinati luoghi, ma anche una unità, tutta la Chiesa nel suo insieme” che “così non è solo la somma delle diverse Chiese locali, ma le diverse Chiese locali tutte insieme sono la Chiesa di Dio, che precede le Chiese locali e si realizza in queste”. Paolo poi parla quasi sempre di “Chiesa di Dio”, ciò indica che “è Dio che l’ha convocata”, che “l’unità di Dio crea l’unita della Chiesa ovunque si trova”. L’unica Chiesa di Dio, “sposa di Cristo”. “Paolo sapeva - ha proseguito Benedetto XVI - che non solo non si diventa cristiani per coercizione, ma che nella nuova conformazione anche la componente istituzionale della Chiesa era legata ad un annuncio diretto a tutti i popoli, annuncio che li unisce come unico popolo di Dio”.

“Sappiamo – ha proseguito il Papa - che il giovane Paolo era avversario di questo nuovo movimento della Chiesa di Cristo, perché vedeva minacciata la fedeltà alla tradizione” e “la fede nel Dio unico”, che si esprimeva attraverso la circoncisione, la purezza cultuale, il rispetto del sabato… la fedeltà a tutto questo gli ebrei “avevano pagato col sangue”.

San Paolo però “nell’incontro col Risorto ha capito che i cristiani non erano traditori, al contrario che il Dio di Israele è venuto a tutti i popoli e in tutti i popoli si realizzava la fedeltà all’unico Dio”, “l’unico popolo di Dio”, “la Chiesa di Dio in Cristo”.

“La svolta della sua vita sta ovviamente al centro della predicazione di San Paolo”, “la sua opera evangelizzatrice non è finalizzata ad altro che impiantare la comunità dei fedeli in Cristo”. “Non sappiamo perché questa comunità ha scelto la parola ekklesia, certo è decisiva la continuità con l’Antico Testamento, ma certo esprime esplicitamente una chiamata ad extra, essere chiamati da Dio, Lui forma questi singoli perchè siano una comunità”.

In questa linea c’è il “concetto esclusivamente paolino della Chiesa corpo di Cristo”. Benedetto XVI ha evidenziato come in questo concetto ci siano due dimensioni: la prima riflette la sociologia dell’epoca romana “il corpo è costituito dai suoi elementi e non esisterebbe senza di essi”.

“Un popolo è come un corpo con diverse membra, ognuna ha le sua funzione ma tutte, anche la più insignificante sono necessarie perché il corpo possa vivere”. Paolo, insomma “rende giustizia allo stesso tempo alle diversità presenti nel corpo ecclesiale, ma anche alla struttura che la mette al riparo dai rischi del disordine e della disgregazione”.

Ma poi dice anche che “la Chiesa non è solo un organismo ma diventa corpo di Cristo, realmente nel sacramento dell’Eucaristia, dove tutti riceviamo il suo corpo e ricevendolo diventiamo veramente il suo corpo, tutti diventano un corpo e uno spirito in Cristo”. “La realtà va oltre l’immagine sociologica”. “Siamo non solo una cosa in Cristo ma siamo uno solo in Cristo”. (© Copyright Asianews)

 

 


 

Benedetto XVI: esegesi e teologia insieme per la Parola

Nell’interpretazione della Bibbia il metodo storico-critico non è tutto. Positivo certamente, ma da completare necessariamente con un’esegesi a tutto campo.

L’intervento di Benedetto XVI, durante i lavori di ieri mattina al Sinodo, ha voluto precisare una questione più volte emersa in questa prima parte dei lavori e del resto molto a cuore anche allo stesso Pontefice, come si evince anche dal suo libro su Gesù. Il Papa ha parlato a braccio, sulla base di alcuni appunti che aveva vergato sulla propria agenda. E alcuni passaggi del suo intervento sono stati riassunti da L’Osservatore Romano in edicola oggi.

Rifacendosi a un documento pubblicato dalla Pontificia Commissione biblica del 1993 (della quale l’allora cardinale Joseph Ratzinger era presidente), il Pontefice ha invitato a fare attenzione ai rischi di un’esegesi esclusivamente storico-critica. Questo metodo, infatti, aiuta a capire che il testo sacro non è mitologia, ma vera storia. Con contributi spesso di altissimo livello accademico, ha fatto notare Benedetto XVI, aiuta a percepire tutta la realtà del fatto, ma può portare a pensare alla Bibbia come un libro che riguarda solo il passato.

Il Papa si è poi riferito alla costituzione conciliare Dei Verbum. Se scompare l’ermeneutica della fede, ha fatto notare, al suo posto si afferma l’ermeneutica positivista o secolarista, secondo la quale il divino non appare nella storia. E si riduce tutto all’umano, come nell’attuale mainstream dell’esegesi in Germania, che nega la risurrezione di Cristo e la fondazione dell’Eucaristia da parte del Figlio di Dio. Secondo il Papa non ha ragion d’essere il dualismo che attualmente separa teologia ed esegesi: una teologia che non si basa sull’interpretazione della Scrittura è una teologia senza fondamento, come non ha fondamento un’esegesi che non sia teologica. Per venire al pratico, ha concluso Benedetto XVI, dovremmo allargare la formazione dei futuri esegeti.

Nel corso della mattinata hanno preso la parola 11 Padri sinodali e 18 uditori. Tra i primi anche il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone (del suo discorso Avvenire pubblica una sintesi), il quale si è soffermato sul rapporto tra pastorale giovanile e Sacra Scrittura.

Di per sé, ha fatto notare, la Bibbia non riesce a suscitare grande attrazione agli occhi di un giovane. Ma con la guida di educatori e testimoni credibili i ragazzi mostrano una sorprendente disponibilità verso di essa. L’assemblea ha poi ascoltato l’appello del cardinale Delly, patriarca di Babilonia dei Caldei, sulla drammatica situazione della Chiesa in Iraq (ne riferiamo più ampiamente in altra parte del giornale) e gli interventi degli uditori.

«Evangelizzare non è tecnica, ma un traboccare della Parola», ha sottolineato il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi. «Il Sinodo può essere, dunque, il momento opportuno per far maturare nel popolo di Dio una stagione di amore per la Scrittura ». Anche per il Movimento dei Focolari, ha ricordato la presidente Maria Voce, «la Parola di Dio occupa un posto centrale. Si sperimenta la Parola come una fonte di Dio cui abbeverarci, con cui nutrire l’anima, come con l’Eucaristia». Per Ewa Kusz, presidente della Conferenza mondiale degli Istituti secolari, «se vogliamo fare in modo che le persone ascoltino la Parola di Dio, coloro che la proclamano devono prima esercitarsi nell’ascolto di Dio e degli uomini». Gli stessi laici sono chiamati ad essere annunciatori con un «apostolato silenzioso, paragonabile alla funzione del lievito». Daniele Boscaro dell’Agesci ha sottolineato «l’urgenza – specie per i giovani, cristiani adulti di domani – che la Parola di Dio coinvolga l’intera persona passando dalla testa al cuore per coinvolgere esistenzialmente le persone nelle loro decisioni fondamentali». Suor Viviana Ballarin, presidente dell’Usmi (l’Unione delle superiore maggiori d’Italia) ha rilevato che «in una società orfana e ripiegata su se stessa, le donne consacrate diventano una esegesi vivente della Parola di Dio che continua a farsi carne nella concretezza della loro vita». Infine Silvia Sanchini, presidente femminile della Fuci, ha sottolineato che «la Parola può e deve essere una vera e propria lampada nel cammino dei giovani, anche nella scoperta della loro vocazione».

Tra gli altri interventi da segnalare quelli del coreano Thomas Hong-Soon Han, che ha richiamato «i capi della Chiesa a un serio esame di coscienza degli stili di vita e dei beni», e della russa Natalia Fedorova, che si è convertita studiando le icone e i grandi pittori sacri. Un itinerario, ha detto, che anche altri possono percorrere. (Mimmo Muolo © Copyright Avvenire, 15 ottobre 2008)

 

 


 

Dopo la prima settimana: Sei i temi centrali del Sinodo sulla Parola

Dopo i 191 interventi preparati e letti e 99 interventi liberi, risuonati tra il 6 e il 13 ottobre nell'aula del Sinodo dei Vescovi sulla Parola, ci sono temi che hanno ricevuto un'attenzione particolare.

Non sono ovviamente gli unici, ma sono alcuni dei più menzionati. Nei prossimi giorni ne esporremo altri, accompagnati dagli stessi Padri sinodali.

1. La Parola non è la Bibbia

Il Sinodo è iniziato spiegando un malinteso comune tra molti credenti: come ha osservato nella sua relazione prima del dibattito il Cardinale Marc Ouellet, P.S.S., Arcivescovo di Québec, la Parola non è un semplice testo scritto, è lo stesso amore di Dio fatto uomo in Cristo.

Per questo, la Parola è molto più della Bibbia, e di fatto il Nuovo Testamento nasce nel seno della Chiesa nascente e implica quindi la Tradizione e l'interpretazione del Magistero.

Tra il 7 e l'8 ottobre, numerosi interventi dei Padri sinodali hanno insistito su questa spiegazione.

I Padri hanno sottolineato che il Sinodo non cerca di riscrivere la Costituzione Dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II, che già spiega tali questioni dottrinali. Non si tratta dunque di un Sinodo dottrinale (anche se ricorda le verità del Magistero), ma soprattutto pastorale.

Altre questioni come l'ispirazione degli autori biblici non vengono quindi affrontate direttamente. Piuttosto, vari Padri sinodali hanno chiesto un documento della Santa Sede sull'interpretazione delle Sacre Scritture, ed è stato anche proposto che abbia il rango di testo papale in forma di Enciclica (Cardinale Ouellet).

2. Predicare con l'esempio: il problema delle omelie

La preoccupazione per il livello delle omelie in generale si è ripetuta costantemente nella prima settimana del Sinodo.

Da una parte si stanno offrendo soluzioni concrete a questo problema, al quale si è arrivati ad attribuire l'abbandono della Chiesa da parte dei fedeli.

Vari Vescovi hanno chiesto un Direttorio Omiletico, come già esiste un Direttorio per la Catechesi, con indicazioni pratiche sulla predicazione.

In questo senso, il Cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, relatore del Sinodo del 2005 sull'Eucaristia, ha confermato che la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sta preparando un sussidio con materiale per le omelie tematiche che aiuti i sacerdoti a preparare la predicazione, pur non essendo un manuale di predicazione.

Numerosi Vescovi, come questo lunedì il Cardinale Agostino Vallini, vicario del Papa per la Diocesi di Roma, hanno anche insistito sulla necessità che i seminaristi e i sacerdoti non solo studino la Bibbia, ma imparino ad assaporarla meditandola.

Molti presuli, soprattutto negli interventi liberi, hanno spiegato che l'omelia non è solo una questione di formazione retorica o accademica.

Sono state citate varie volte le famose parole di Paolo VI, che diceva che il mondo ascolta i maestri ma segue i testimoni. Se la parola del predicatore non viene seguita nella vita, perde tutta la sua credibilità, è stato constatato.

In questo senso, si è ricordata anche l'espressione di Benedetto XVI quando spiega che la Parola non è solo “informativa”, ma “performativa”, vale a dire deve conformare la vita di una persona.

3. La “lectio divina”

Una delle definizioni forse più ripetute in questa settimana è stata “lectio divina”. La meditazione orante della Parola di Dio, soprattutto in comunità (esistono diverse metodologie), sembra diventare la proposta che i partecipanti a questo Sinodo vogliono fare a ogni parrocchia.

Si può dire, quindi, che l'efficacia pratica del Sinodo di potrà misurare nell'arco di dieci anni in base alla diffusione di questa pratica, promossa da Benedetto XVI fin dall'inizio del suo pontificato.

4. Antico Testamento

Vari Padri sinodali hanno constatato la difficoltà dei cattolici di leggere e meditare l'Antico Testamento. In questo modo non possono godere pienamente della rivelazione divina. Questo fenomeno si aggrava in alcuni ambienti a causa di altri due elementi.

Nel caso delle Chiese orientali, come ha spiegato monsignor Kidane Yebio, Vescovo di Keren (Eritrea), nella sacra liturgia non si leggono praticamente mai brani dell'Antico Testamento.

Nel caso dei cristiani del Medio Oriente, a causa del conflitto tra israeliani e palestinesi e di interpretazioni sioniste della Bibbia, si rifiuta la lettura o la meditazione dell'Antico Testamento.

Questo grave fenomeno è stato constatato in particolare da due patriarchi: Sua Beatitudine Fouad Twal, patriarca di Gerusalemme dei Latini, e Sua Beatitudine Grégoire III Laham, B.S., patriarca di Antiochia dei Greco-Melchiti (Siria). Ques'ultimo ha spiegato, come esempio, che in una celebrazione liturgica un fedele arabo aveva cambiato l'espressione biblica “Popolo di Israele” in “Popolo della Palestina”.

5. Esegesi

Nei primi giorni del Sinodo sono stati numerosi gli interventi in cui si constatava come un'esegesi accademica della Bibbia porti a volte a dubitare della storicità stessa di Cristo o del fatto che la Scrittura sia un testo rivelato.

Questa lettura senza fede del testo rivelato avrebbe portato i cattolici a cercare un'interpretazione di fede in gruppi protestanti. Anche se questo fenomeno preoccupa profondamente il Sinodo, l'Assemblea ha anche sottolineato l'importanza dell'apporto dell'esegesi alla comprensione della Parola.

Nella relazione d'apertura, il Cardinale Ouellet ha proposto agli esegeti e ai biblisti una visione di fede e di ascolto dello Spirito, superando così dall'inizio un dibattito non necessario. Fede e scienza biblica non sono in contrasto, hanno insistito i Vescovi.

6. Traduzione e distribuzione della Bibbia

L'argomento è stato presentato davanti all'assemblea da monsignor Louis Pelâtre, vicario apostolico di Istanbul (Turchia), che ha constatato che la Bibbia non è stata ancora tradotta in molte lingue locali.

Quando queste popolazioni minoritarie sono povere, non esistono nemmeno risorse per stampare e distribuire Bibbie a prezzi accessibili.

Sono stati dunque numerosi gli interventi dei Vescovi africani, latinoamericani e asiatici per chiedere la creazione di un organismo nella Chiesa cattolica che aiuti a risolvere questo grave problema, anche dal punto di vista economico.

Atmosfera

Da quando è stata ristabilita la pratica di convocare il Sinodo dei Vescovi dopo il Concilio Vaticano II, questa assemblea è forse la più serena, segno di una nuova unità nella Chiesa dopo le divisioni dei decenni scorsi.

A questa atmosfera di unità ha contribuito il tema scelto da Benedetto XVI, “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”, argomento che tocca il cuore di ciascuno dei presenti. (Jesús Colina, Zenit, 14 ottobre 2008 Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti)

 

 

 


 

12 ottobre 2008

 

L’Asia è ancora terra di martirio

Al Sinodo dei vescovi la denuncia della terribile situazione in India:«È una delle peggiori persecuzioni mai viste».

Era, lunedì pomeriggio, la prima delle novità procedurali presentate dal Sinodo. Cinque relazioni per gettare uno sguardo d’insieme sullo stato della Chiesa nei diversi continenti. Ma vera novità' – che poi purtroppo verità non è, anche se maggior parte delle volte si preferisce ignorarla – è che si sono udite parole drammatiche raccontare le limitazioni, vessazioni, quando non le vere e proprie persecuzioni, che colpiscono la Chiesa un po’ in tutto il mondo. Dall’America all’Africa, dall’Europa all’Asia. Con in primo piano, ovviamente, la situazione in India, dove nella regione di Orissa il furore anticristiano ha finora provocato ottanta morti e costretto migliaia di persone ad abbandonare le proprie case. Il cardinale indiano Varkey Vithayathil, arcivescovo maggiore di Ernakulam-Angamaly dei siro-malabaresi, ha usato parole semplici e dirette, agghiaccianti nella loro crudezza: si tratta di «una delle peggiori persecuzioni» mai viste in quella grande nazione, che ha provocato «nuovi martiri». I cristiani che rifiutano di cambiare religione vengono infatti «colpiti» e «bruciati a morte». «Preghiamo il Signore – ha detto – perché tutto questa finisca presto. La Parola di Dio può aiutarci a sopportare queste sofferenze».

A svolgere la relazione generale sull’Asia era stato il presule indiano Thomas Menamparampil, il quale già aveva messo in luce come «in molti Paesi dell’Asia i cristiani vivono sotto una pesante oppressione».

In particolare, ha sottolineato, «i neoconvertiti vengono perseguitati e la comunità dei credenti è vittima di persecuzione, come è recentemente accaduto a Orissa, in India».

Tuttavia la pazienza, il riserbo, la moderazione nelle reazioni delle comunità cattolica «hanno in sé – ha aggiunto – un potere di evangelizzazione». Inoltre l’impegno dei cristiani su temi quali la giustizia, la pace, la famiglia, il rispetto della vita richiamano l’interesse della gente.

Tanto che, allo stesso tempo «in Asia le vocazioni stanno nascendo anche nelle nuove comunità cristiane. I seminari e le case di formazione si moltiplicano, gli istituiti teologici, i centri di formazione per catechisti e altri istituti per la formazione di religiosi e laici sono anch’essi in aumento ». Le altre relazioni continentali sono state svolte dall’arcivescovo nigeriano John Olorunfemi Onaiyekan per l’Africa, dal cardinale honduregno Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga per l’America, dal cardinale croato Josip Bozanic per l’Europa e dal vescovo australiano Michael Ernest Putney per l’Oceania. Ne è emersa, complessivamente, un’immagine di Chiesa fortemente protesa nella sua missione, pur tra difficoltà che, nella rapidità delle trasformazioni in corso, hanno il loro denominatore comune, pur se chiaramente nell’estrema diversità delle situazioni. Per quanto riguarda in particolare l’Europa Bozanic, citando il discorso pronunciato il 12 settembre scorso dal Papa a Parigi durante l’incontro con il mondo della cultura, ha riaffermato come sia «impossibile dissociare l’Europa dal cristianesimo, soprattutto perché è il cristianesimo la chiave di lettura privilegiata per comprendere il nostro Continente nella sua totalità». Nella «crisi d’identità » che oggi l’attraversa, ha insistito Bozanic, c’è un bisogno assoluto di riportare agli uomini la Parola di Dio, perché «quando l’uomo non ascolta ciò che Dio dice, inevitabilmente inizia a parlare al suo posto, ma nel fondo di questo discorso c’è la paura». Senza Dio, il vecchio continente rischia «di diventare un nido di angustia e di costruire una civiltà della paura».

Ieri mattina, nei 23 interventi della terza Congregazione generale, è emersa tra l’altro la necessità di rendere le Scritture maggiormente accessibili ai fedeli rendendone più semplici le traduzioni. Quanto alla celebrazione eucaristica, è stata posta al centro la questione dell’omelia, con la proposta di un direttorio omiletico generale, una sorta di insegnamento più sistematico elaborato dalla Santa Sede per i sacerdoti. Sempre ieri, durante l’intervallo dei lavori, è stata inoltre presentata ufficialmente a Benedetto XVI una «Bibbia poliglotta», che «nella differenza dei toni e dei linguaggi» offre un’idea, ha detto il cardinale ghanese Peter Kodwo Appiah Turkson, arcivescovo di Cape Coast, delle «differenze che caratterizzano l’umanità». Parlando con i giornalisti il cardinale ha spiegato che questa edizione della Bibbia, per ora limitata a 1000 esemplari, è in ebraico-aramaico, greco, latino, inglese e spagnolo. «La Bibbia poliglotta è il simbolo visibile della collaborazione con la Chiesa cattolica – ha poi sottolineato il reverendo Dennis C. Dickerson, presidente del Comitato di Fiduciari della American Bible Society – e preannuncia l’inizio di un rapporto nuovo tra la Abs e la Santa Sede». L’opera, 3200 pagine, sarà donata da Benedetto XVI a ogni partecipante al Sinodo. (Salvatore Mazza, Avvenire, 8 ottobre 2008)

 

 


 

L’Italia non è un Paese razzista Ma guai a sottovalutare gli allarmi

È giusto e necessario che si sviluppi il dibattito sul razzismo, perché si tratta di un tema tremendamente serio, e perché l’Italia sta vivendo i problemi dell’immigrazione in ritardo su altri Paesi occidentali. È opportuno confrontarci su una questione che tocca i rapporti di solidarietà elementare tra gli uomini e che nel mondo provoca conflitti e sofferenze, ma occorre farlo abbandonando ideologismi e strumentalismi che creano solo confusione, e bisogna avere il coraggio di guardare in faccia una realtà che ha tante sfaccettature. Voler chiudere la questione dentro un’alternativa astratta se l’Italia sia o no un Paese razzista, è per sé fuorviante. Si può affermare che in Italia non c’è il rischio del razzismo perché la xenofobia non nel è nostro Dna, e si può all’opposto dire che l’esistenza del razzismo è dimostrata da alcune violenze gravi verificatesi di recente, e che il nuovo governo lo sta alimentando. Ma si tratta in entrambi i casi di posizioni deboli e parziali, che con il loro semplicismo impediscono di affrontare i problemi veri dell’immigrazione, che ci sono e vanno discussi. Se vogliamo stare alle cose certe, dobbiamo riconoscere che l’Italia non è oggi un Paese razzista per tanti motivi. La nostra storia interetnica, intessuta di un cristianesimo aperto per vocazione all’accoglienza, i principi costituzionali radicati nella società e nelle istituzioni, il carattere pragmatico e positivo della popolazione, tutti questi sono formidabili antidoti all’ostilità verso altre popolazioni. Quindi parlare con fiducia della capacità dell’Italia di respingere i sentimenti razzisti non è frutto di ottimismo esagerato, ma della ragionata consapevolezza di ciò che siamo e del patrimonio civile e morale di cui disponiamo. Però, se l’Italia non è razzista, non vuol dire che non siamo esposti ai rischi che in altri Paesi sono diventati realtà. Il razzismo e la xenofobia sono veleni che si insinuano lentamente nel tessuto e nella mentalità collettivi, per diverse cause. Perché il progetto educativo dei giovani non è improntato alla solidarietà e ad un etica superiore. Perché le comunità degli immigrati sono abbandonate a se stesse, vivono e sono avvertite come separate, aliene rispetto alla nostra società. E perché le istituzioni non si impegnano nel realizzare un progetto di integrazione realistico e proiettato verso il futuro. Sono queste le condizioni che, in altri Paesi, hanno fatto crescere la mala pianta del razzismo, della diffidenza, dell’ostilità tra gruppi etnici. Siamo sicuri che stiamo facendo tutto quanto il possibile per essere salvaguardati da un male che quando diviene visibile ha già prodotto danni e guasti profondi? Questa è la domanda che dobbiamo porci, e che il dibattito ideologico sul razzismo non è in grado di affrontare. La risposta non può essere del tutto tranquillizzante. Se è sbagliato dedurre il razzismo da alcuni episodi di violenza, altrettanto lo è ignorare che da quegli episodi viene un allarme, un richiamo che deve valere per tutti a cominciare dalle istituzioni. All’allarme del razzismo non si risponde semplicemente negandolo, ma facendo quanto è necessario per farlo cessare. Neppure è giusto imputare al governo di alimentare il razzismo, ignorando che alcune misure di sicurezza sono anche il frutto di un certo lassismo degli ultimi anni, quando a governare erano altri. Ma è anche giusto dire oggi, a distanza di diversi mesi dalle elezioni, che molte attese sono andate deluse, che il tema dell’immigrazione è stato affrontato in un’ottica quasi esclusivamente di sicurezza, che la parola integrazione corre il rischio di essere cancellata dall’agenda politica.

La critica può essere convinta, proprio perché non velata da ideologismi o da pregiudizi. Da mesi non si parla più di alcun progetto di integrazione che riguardi le comunità (nazionali o religiose) dell’immigrazione, e non sono stati aperti tavoli di incontro con i rappresentanti di queste comunità. Anche ciò che di buono era stato fatto, o messo in cantiere, negli anni scorsi, sembra ormai accantonato, per mancanza di convinzione o semplice negligenza, non si sa.

Sedi di confronto con le religioni e le associazioni nazionali, dialogo con l’Islam moderato, Carta dei valori, tutto sembra dimenticato dagli stessi livelli istituzionali che li avevano prodotti. Non un solo provvedimento è stato approvato, o proposto, per riprendere il cammino verso l’integrazione. Questi sono dati veramente preoccupanti, destinati ad incidere in futuro anche sui rischi di razzismo. Se le istituzioni tacciono, parlano solo le paure e le diffidenze, le accuse e le risposte violente. Proprio perché l’Italia non è un Paese razzista occorre agire perché non lo diventi utilizzando gli strumenti più opportuni: scuola, lavoro, dialogo e riconoscimento delle legittime esigenze religiose.

Non ci si può illudere che ignorare i problemi questi si risolvano da soli, perché l’esperienza insegna che essi si ripresentano più gravi di prima, e sono più difficili da risolvere. (Carlo Cardia, Avvenire 8 ottobre 2008)

 

 


 

Non è stato Paolo a cambiare il cristianesimo, ma Gesù a cambiare Paolo

“Ultimo fra tutti Cristo risorto apparve anche a me come a un aborto” (1 Cor 15, 8). Paolo descrive qui se stesso, prima della conversione sulla via di Damasco, come una vita non nata, come un’esistenza non giunta alla gioia della nascita. Egli ha cominciato a vivere solo dopo l’incontro con il Signore.

Chi è stato veramente Paolo e qual è la radice ultima che lo portò alla decisione di arrivare a Roma e di giungere fino al martirio nell’urbe? Per chi vorrebbe, snaturando gli scritti neotestamentari, che Cristo sia stato solo un rabbino fra i tanti maestri del suo tempo, non resta che affermare che Paolo è il secondo fondatore del cristianesimo o ne è addirittura l’iniziatore stesso, colui che ha ellenizzato il cristianesimo, colui che ha portato a tutti – contro le stesse intenzioni di Gesù, a loro dire – il messaggio del rabbì di Galilea.

Secondo altri egli avrebbe, invece, giudaizzato il cristianesimo, reinserendo in esso gli elementi liturgici e ministeriali dei quali un Gesù in versione liberale avrebbe fatto piazza pulita in episodi come la cacciata dei mercanti del Tempio (il tutto sostenuto con un’esegesi a dir poco approssimativa di quel passo). Altri ancora, invece, sulla scia di una certa interpretazione della Riforma, lo vedrebbero come l’unico vero interprete di Gesù, a motivo dell’accentuazione paolina dei temi della grazia e della misericordia che renderebbero superflua – a loro dire – ogni esigenza morale del cristianesimo.

La testimonianza stessa di Paolo indica, invece, con precisione una via totalmente differente: non è stato l’apostolo a trasformare il Signore, ma è stato Gesù a cambiare Paolo! Egli che non aveva mai vissuto, ha trovato la vita sulla via di Damasco.

La cecità fisica, sperimentata da Paolo in quell’occasione, ha un suo corrispettivo interiore nell’accorgersi in quel giorno di non aver mai visto niente nel giusto modo. È solo l’incontro con la chiesa, l’invio a lui di Anania ed il dono sacramentale del battesimo, a far sì che egli cominci a vedere, che egli abbia la vista.

Il cavallo che la tradizione iconografica ha voluto aggiungere al racconto degli Atti non è in dissonanza con questo, ma rappresenta in maniera straordinaria e vera l’accaduto a partire dal simbolo. L’elegante e possente animale è sempre stato immagine di potenza. Gli imperatori, i re, i nobili, hanno sempre voluto essere rappresentati in sella – si pensi solo al Marco Aurelio del Campidoglio – a manifestare la loro autorità. Caravaggio e Michelangelo a Roma, insieme a tanti altri prima e dopo di loro, hanno voluto sottolineare il rovesciamento dei valori avvenuto nell’esistenza di Paolo in quel giorno. Cristo lo aveva disarcionato, smontato dalla sua sicurezza. Gli aveva rivelato il suo essere ‘come un aborto’.

Questo non significa dimenticare i tratti ebraici o greci di Paolo, ma tutto, in quel giorno, assunse un diverso significato. Paolo era ancora ebreo, Paolo era ancora greco e romano. Ma Paolo era divenuto cristiano.

Vengono qui in mente le famose espressioni di G. K. Chesterton quando scriveva che l’eresia non è necessariamente una affermazione falsa, ma più spesso è una verità che dimentica tutte le altre verità. E continuava sostenendo che il cattolicesimo è l’unico luogo dove tutte le verità si danno appuntamento. Ha senso parlare di un Paolo ebreo, di un Paolo che conosce a menadito le Scritture, è lecito parlare di un Paolo impregnato di cultura ellenistico-romana, pensando ad episodi come la discussione avvenuta all’Areopago di Atene o ancora all’uso della Bibbia nella sua versione greca elaborata dai rabbini di Alessandria d’Egitto. Ma l’evento che è la chiave di volta per capire l’uno e l’altro è ormai il suo rapporto con il Signore Gesù, è l’incontro sulla via di Damasco.

È così importante quella svolta nella vita di Paolo che Luca, negli Atti, la descriverà ben tre volte (At 9, 1-18; 22, 1-21; 26, 2-23). Paolo stesso nel suo epistolario vi farà continuamente riferimento (1Cor 9, 1; 1Cor 15, 8; 2Cor 4, 6; Gal 1, 11-16; Fil 3, 7-14; Ef 3, 1-12; 1Tim 1, 11b-17). Se Paolo fu per nascita ebreo e romano, formato nella tradizione ebraica e nella cultura greca, ciò che lo segnò in maniera radicale fu il suo diventare cristiano.

Quel giorno nacque in lui la vocazione che lo spinse poi fino a Roma. Come gli disse sulla via di Damasco il Signore: «Va’, perché io ti manderò lontano, tra i pagani» (At 22, 21). (Andrea Lonardo, Centro Culturale, ottobre 2008)

 

 


 

Una Chiesa aperta a tutti sulle orme di san Paolo

Una Chiesa non "esclusiva" ma "aperta a tutti", senza "distinzioni di cultura e di razza". È il modello che san Paolo propone alle prime comunità di credenti. E che oggi Benedetto XVI è tornato a richiamare, indicando a ogni battezzato l'esemplarità dell'esperienza missionaria paolina. Fondata essenzialmente sull'annuncio che ogni uomo è figlio della stesso Padre e perciò fratello in Cristo. La cui morte, in questa prospettiva, diventa segno di "riscatto, redenzione, liberazione, riconciliazione" per l'intera umanità.

Proprio al centro di questa prima settimana del Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio, il Papa ha dedicato l'appuntamento settimanale dell'udienza generale al rapporto tra l'insegnamento di Paolo e quello di Cristo. Suggerendo, in particolare, una metodologia per accostarsi alle Scritture - la metodologia "del cuore" - che è destinata a lasciare un segno anche nei lavori dell'assemblea sinodale. C'è la conoscenza dei "sapienti" e degli "intelligenti" - ha spiegato il Pontefice - che privilegia i dettagli ma dimentica la sostanza. E c'è la conoscenza dei "semplici" e dei "piccoli", di coloro che vanno oltre la superficie delle cose e guardano a Gesù nella sua verità. "Solo col cuore - ha sottolineato - si conosce veramente una persona".

La novità del messaggio paolino sta proprio in questo accostarsi a Cristo - che egli non aveva mai incontrato - "non secondo la carne, come una persona del passato", ma con gli occhi del cuore. Cioè come a una persona viva che continua a parlare alle donne e agli uomini di ogni razza, cultura e religione. È quello che ancora oggi la Chiesa è chiamata a fare per testimoniare al mondo che "più una comunità è unita a Cristo, più diviene sollecita nei confronti del prossimo, rifuggendo il giudizio, il disprezzo, e aprendosi all'accoglienza reciproca". Lo sottolinea con evidenza anche il messaggio per la Giornata mondiale dei migranti e degli itineranti diffuso proprio oggi, mercoledì 8 ottobre. Un messaggio che - nell'Anno dedicato a san Paolo - si incentra tutto sull'esperienza missionaria dell'apostolo delle genti. La cui vita e la cui predicazione - evidenzia Benedetto XVI - furono "interamente orientate a far conoscere e amare Gesù da tutti, perché in Lui tutti i popoli sono chiamati a diventare un solo popolo". Da qui deriva l'immutata urgenza della missione di ogni battezzato nell'era della globalizzazione:  "Vivere in pienezza l'amore fraterno senza distinzioni di sorta e senza discriminazioni". Nella convinzione che gli immigrati, i rifugiati, i profughi, gli sfollati e tutte le "vittime delle moderne schiavitù" sono oggi gli "stolti" e i "disprezzati" scelti da Dio per confondere i sapienti e i potenti del mondo.

(©L'Osservatore Romano - 9 ottobre 2008)

 

 


 

La Parola di Dio contro il proselitismo delle sette

Due motivi, tra quelli emergenti sin dalle prime battute dell'assemblea sinodale sulla Parola di Dio, hanno animato i lavori della quarta congregazione generale, svoltasi nel pomeriggio di martedì 7, presieduta dal cardinale Levada, alla quale hanno partecipato 236 padri sinodali.

Anzitutto la preoccupazione, manifestata da molti dei 26 intervenuti nella discussione libera, per l'inaridirsi della comunità ecclesiale in diversi Paesi del mondo, fatto che presta il fianco a proditorie aggressioni del proselitismo delle sette. Quindi una rinnovata volontà, manifestata dalle Chiese cristiane, di trovare nella Parola di Dio lo stimolo necessario per portare finalmente a compimento il cammino verso l'unità. Significativo in questo senso il messaggio del segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, che è stato letto ai padri sinodali durante i lavori.

Di pari passo però vanno anche la ricerca di nuove motivazioni per valorizzare il patrimonio comune con altre fedi religiose e la necessità di promuovere l'approfondimento della conoscenza delle Sacre Scritture per quanti sono chiamati ad annunciare e a far conoscere ai fedeli la Parola di Dio nella sua interezza.

Tematiche che, se sono risultate più evidenti nella sintetica esposizione degli interventi liberi - visto che a questa fase è stata riservata un'ora di tempo - tuttavia erano state in qualche modo anticipate già negli undici interventi preordinati per la discussione generale.

Soprattutto si è fatto cenno a quelle che possono essere ritenute le cause dell'inaridirsi della comunità ecclesiale. Per esempio, il vicario apostolico di Bengasi, monsignor Sylvester Carmel Magro, ha denunciato la violenza nei confronti di diverse Chiese africane da parte di chi aveva tutto l'interesse a disperdere i fedeli cristiani, le sette in primo luogo. La cosa più dolorosa, ha detto il vescovo, è che tra queste persone ci sono molti cristiani che, abbandonata la fede, ora si rivoltano quasi con odio contro la Chiesa. Ciò è dovuto, secondo il presule, proprio alla poca coscienza del ruolo della Chiesa nel mondo, all'assoluta mancanza di conoscenza della Parola di Dio nel suo più profondo significato. L'indice è stato puntato nuovamente contro le omelie. Il vescovo tanzaniano Desiderius Rwoma ha detto chiaramente che se così tanti cristiani abbandonano la fede certamente una delle cause principali è da ricercarsi nell'incapacità di trasmettere la Parola attraverso la predicazione. La proposta che è stata formulata a questo proposito dai padri sinodali è quella di istituire dei corsi specifici per i predicatori. C'è stato anche chi, negli interventi liberi, ha suggerito di proporre, soprattutto per la prima lettura della messa, tratta dall'Antico Testamento, dei testi più semplici per il sacerdote che non abbia profonde conoscenze bibliche da comunicare ai fedeli.

Sul secondo motivo emergente in questa congregazione, una caratterizzazione decisiva l'ha data il messaggio che il segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, Samuel Kobia, ha indirizzato ai padri sinodali. È stato letto, al termine degli interventi preordinati, dall'arcivescovo metropolita di Târgoviste, Patriarcato ortodosso di Romania, Mihâita Nifon. "È la parola viva di Dio - si legge nel messaggio - a edificare la Chiesa e a trasformare la vita delle persone affinché diventino discepoli credibili e visibili di Cristo attraverso la santa eucaristia, la meditazione dei testi biblici e la testimonianza quotidiana dei fedeli nelle loro case, per strada e nel posto di lavoro. Il modo in cui la Parola di Dio risuona nella nostra vita sollecita atti di amore tra di noi ed è il fatto centrale della missione olistica della Chiesa". Per questo motivo "è tanto necessario il discepolato - si legge ancora nel documento - in un mondo lacerato da conflitti e guerre, diviso tra ricchi e poveri, afflitto da odio sociale e violenza. Attraverso la croce di Gesù vediamo la sofferenza e la disperazione del mondo. Nel Cristo risorto la nostra speranza è reale. Le conseguenze del peccato possono essere vinte". Il messaggio si conclude con l'augurio per lo svolgimento del Sinodo:  "La ricerca dell'unità visibile della Chiesa è una dimensione indispensabile della vita e della missione della Chiesa. Nello spirito di questa affermazione posso assicurarvi le nostre preghiere per questo Sinodo dei Vescovi. Possa Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, essere con voi e benedire le vostre deliberazioni". E il segretario del Consiglio si firma "Il vostro umile fratello nel nome di Cristo". (©L'Osservatore Romano - 9 ottobre 2008)

 

 


 

Mentre a Roma si discute, il Québec è già stato espugnato

Nell'omelia della messa con cui domenica scorsa ha aperto il sinodo dei vescovi dedicato alle Sacre Scritture, Benedetto XVI ha ricordato che dal primo annuncio del Vangelo "scaturirono comunità cristiane inizialmente fiorenti, che sono poi scomparse e sono oggi ricordate solo nei libri di storia".

Ed ha aggiunto: "Non potrebbe avvenire la stessa cosa in questa nostra epoca? Nazioni un tempo ricche di fede e di vocazioni ora vanno smarrendo la propria identità, sotto l’influenza deleteria e distruttiva di una certa cultura moderna".

Si può indovinare che, tra queste nazioni un tempo rigogliosamente cristiane e oggi non più, papa Joseph Ratzinger pensi al Canada, e per l'esattezza al Québec.

Benedetto XVI ha affidato proprio all'arcivescovo di Québec, il cardinale Marc Ouellet, il compito di introdurre e chiudere i lavori del sinodo con due relazioni generali. E il cardinale Ouellet è testimone tra i più consapevoli e critici della metamorfosi che in pochi decenni ha riportato il cattolicissimo Québec a essere terra di missione.

Il Québec, con la citrtà di Montréal, è la provincia più estesa del Canada, grande cinque volte l'Italia ma con meno di 8 milioni di abitanti. Parla francese e conservava fino alla metà del secolo scorso una forte impronta cattolica. I suoi fiumi e villaggi portano nomi di santi, le chiese sono numerosissime, le scuole e gli ospedali sono quasi tutti sorti per iniziativa religiosa. Fiorenti erano anche le vocazioni.

Ma a partire dagli anni Sessanta il crollo è stato verticale. Senza clamori, una "quiet revolution" ha trasformato il Québec in punta avanzata della secolarizzazione. Oggi meno del 5 per cento dei cattolici vanno a messa la domenica. I matrimoni religiosi sono pochi, i funerali sono in gran parte civili, i battesimi sempre più rari.

E le leggi codificano questo stato di cose in nome di un fondamentalismo laicista che è arrivato, quest'anno, a imporre in tutte le scuole statali e private del Québec – primo caso al mondo – un corso obbligatorio di "etica e cultura delle religioni" con docenti cui è vietato presentarsi come credenti e appartenenti a una comunità di fede. Nel corso si danno informazioni sulle principali religioni del mondo e si discute dei temi controversi, come l'aborto e l'eutanasia, con l'obbligo di non prendere posizione in un senso o in un altro.

"È la dittatura del relativismo applicata a partire dalle scuole materne", ha denunciato il cardinale Ouellet. Ma la sua è una voce isolata. L'80 per cento delle famiglie continua a richiedere l'insegnamento della religione cattolica, ma una sola scuola, la Loyola High School di Montréal, ha fatto ricorso alla corte suprema contro il corso obbligatorio ora imposto per legge.

Georges Leroux, il filosofo dell'Università di Montréal che ha progettato il nuovo corso, sostiene che "è ormai tempo di pensare alla trasmissione della cultura religiosa non più come fede ma come storia, come patrimonio universale dell'umanità". Va notato che le leggi più lontane dalla dottrina della Chiesa sono state varate in Québec da maggioranze non radicali ma moderate. Anche la legge sull'insegnamento obbligatorio di "etica e cultura delle religioni" è stata approvata da un governo conservatore, del quale fanno parte dei cattolici.

Inoltre, la rivoluzione culturale che ha cambiato la faccia del Québec, da "quiet" che era, si è fatta ultimamente più ostile e sprezzante, contro chi le resiste. Ha detto il cardinale Ouellet in un'intervista ad "Avvenire" del 3 ottobre: "Ho avuto una prova di questa avversione quando recentemente ho scritto una lettera aperta ai media, in cui tra l'altro chiedevo perdono a nome della Chiesa canadese, per ciò che in passato abbiamo sbagliato. Quella lettera ha suscitato una reazione di una vistosa ostilità".

Il cardinale Marc Ouellet ha descritto e analizzato l'emblematico caso del Québec in un articolo sull'ultimo numero di "Vita e Pensiero", la rivista dell'Università Cattolica di Milano: articolo tanto più interessante in quanto uscito alla vigilia di un sinodo dei vescovi dedicato proprio a "come rendere sempre più efficace l’annuncio del Vangelo in questo nostro tempo". Eccolo: «Dove va il Québec? A proposito di fede e laicità. Da subito dichiaro la mia convinzione che la crisi dei valori e la ricerca di significati sono così profonde e urgenti in Québec da avere delle ripercussioni gravi anche sulla salute pubblica, e questo genera costi enormi per il sistema sanitario. La società del Québec si poggia da quattrocento anni su due pilastri, la cultura francese e la religione cattolica, che formano l'armatura di base che ha permesso di integrare le altre componenti della sua attuale identità pluralista. Tuttavia, questa armatura è resa fragile dall'indebolimento dell'identità religiosa della maggioranza francofona.

Il dibattito attuale tocca direttamente la religione e le relazioni tra le comunità culturali, ma il vero problema non riguarda l'integrazione degli immigrati, resa più difficile dalle loro richieste di carattere religioso. Le statistiche rivelano che le richieste di accoglienza per motivi religiosi sono minime, il che significa che la ragione delle tensioni attuali è da ricercarsi altrove. Che non si addossi dunque la responsabilità della crisi profonda della società del Québec a coloro che vi sono arrivati alla ricerca di un rifugio o alla loro religione giudicata invasiva. I rifugiati e gli immigrati ci portano spesso la ricchezza della loro testimonianza e dei loro valori culturali, che si aggiungono ai valori propri della società del Québec. L'accoglienza, la condivisione e la solidarietà devono dunque rimanere atteggiamenti di base nei confronti degli immigrati e dei loro bisogni umani e religiosi.

Il vero problema, per riprendere l'espressione piuttosto vaga che incoraggia la diffusione dello slogan di moda "La religione nel privato o in chiesa ma non in pubblico", non è più quello del "posto che la religione occupa nello spazio pubblico". Che cos'è poi lo spazio pubblico? La strada, il parco, i media, la scuola, il comune, il parlamento nazionale? Bisogna forse far sparire dallo spazio pubblico il monumento dedicato a monsignor François de Laval e quello dedicato al cardinale Taschereau? Occorre bandire l'augurio "Buon Natale" dai seggi parlamentari e sostituirlo con "Buone Feste", per essere più corretti? I simboli religiosi caratteristici della nostra storia e quindi costitutivi della nostra identità collettiva sono diventati dei fastidi e dei brutti ricordi da mettere in un cassetto? Bisogna eliminarli dallo spazio comune per soddisfare una minoranza laicista radicale che è la sola a lamentarsene, in nome dell'uguaglianza assoluta dei cittadini e delle cittadine?

I credenti e i non credenti portano con sé il loro credo o il loro non credo in tutti gli spazi che frequentano. Sono chiamati a vivere insieme, ad accettarsi e a rispettarsi a vicenda, a non imporre il loro credo o non credo, né in privato né in pubblico. Togliere ogni segno religioso da un luogo pubblico identificato culturalmente secondo una tradizione ben definita con la sua dimensione religiosa non equivale forse a promuovere l'assenza di credo come unico valore avente diritto di affermazione? La presenza del crocifisso nel parlamento nazionale, al municipio e all'incrocio delle strade non è il segno di una qualsiasi religione di Stato. È un segno identificativo e culturale legato alla storia concreta di una popolazione che ha diritto alla continuità delle sue istituzioni e dei suoi simboli. Questo simbolo non è in primo luogo un segno confessionale, ma la testimonianza dell'eredità culturale di tutta una società marcata dalla sua vocazione storica di culla dell'evangelizzazione nell'America del Nord. Il governo della provincia canadese del Québec ha proprio di recente respinto una proposta per rimuovere il crocifisso dall'aula del parlamento.

Il vero problema del Québec non è dunque la presenza di segni religiosi o l'apparizione di nuovi segni religiosi invasivi dello spazio pubblico. Il vero problema del Québec è il vuoto spirituale creato da una rottura religiosa e culturale, dalla perdita sostanziale di memoria, che conduce alla crisi della famiglia e dell'educazione, che lascia le cittadine e i cittadini disorientati, demotivati, soggetti all'instabilità e attirati da valori passeggeri e superficiali. Questo vuoto spirituale e simbolico mina dall'interno la cultura del Québec, disperde le sue energie vitali e genera l'insicurezza e la mancanza di radicamento e di continuità con i valori evangelici e sacramentali che l'hanno nutrita sin dalle sue origini.

Un popolo la cui identità si è fortemente configurata durante i secoli sulla fede cattolica non può dall'oggi al domani svuotarsi della sua essenza, senza che vi siano degli esiti gravi a tutti i livelli. Da qui lo smarrimento dei giovani, la caduta vertiginosa dei matrimoni, l'infimo tasso di natalità e il numero spaventoso di aborti e suicidi, per non parlare che di alcune delle conseguenze che si aggiungono alle condizioni precarie degli anziani e della salute pubblica. Per finire, questo vuoto spirituale e culturale è mantenuto da una retorica anticattolica infarcita di cliché, che sfortunatamente si ritrova troppo spesso nei media.

Ciò favorisce una vera cultura del disprezzo e della vergogna nei riguardi della nostra eredità religiosa e distrugge l'anima del Québec. È giunta l'ora di domandarsi: "Québec, che ne hai fatto del tuo battesimo?". E giunta l'ora di frenare il fondamentalismo laicista imposto per mezzo dei fondi pubblici e ritrovare un equilibrio migliore fra tradizione e innovazione creatrice al servizio del bene comune. Si deve imparare di nuovo il rispetto della religione che ha forgiato l'identità della popolazione e il rispetto di tutte le religioni, senza cedere alla pressione degli integralisti laici che reclamano l'esclusione della religione dallo spazio pubblico.

Il Québec è maturo per una nuova evangelizzazione profonda, che si disegna in certi ambiti attraverso iniziative catechistiche importanti, come anche attraverso sforzi comunitari di ritorno alle fonti della nostra storia. Un rinnovamento spirituale e culturale è possibile se il dialogo tra Stato, società e Chiesa riprende il suo corso, costruttivo e rispettoso della nostra identità collettiva ormai pluralista.

Nel quadro di un dibattito sui "compromessi ragionevoli", non si può ignorare il cambiamento radicale che lo Stato del Québec ha appena introdotto a riguardo del posto della religione nelle scuole.

Questo cambiamento provoca lo smarrimento e la collera di molti genitori che si vedono privati, nel nome di un'ultima riforma e della modernizzazione del sistema scolastico del Québec, di un loro diritto acquisito. Senza tener conto del primato del diritto dei genitori e della loro volontà chiaramente espressa di mantenere la libertà di scelta tra un insegnamento confessionale e uno morale, lo Stato sopprime l'insegnamento confessionale e impone un corso obbligatorio di etica e di cultura religiosa nelle scuole sia pubbliche sia private.

Nessuna nazione europea ha mai adottato un orientamento così radicale che rivoluziona le convinzioni e la libertà religiosa dei cittadini. Da qui deriva il malessere profondo e il sentimento d'impotenza che molte famiglie provano nei confronti di uno Stato onnipotente che sembra non temere l'influenza della Chiesa e che può dunque imporre la sua legge senza condizionamenti superiori. La sorte più scandalosa è quella riservata alle scuole cattoliche private che si vedono costrette dal gioco delle sovvenzioni governative a marginalizzare il proprio insegnamento confessionale a vantaggio del corso imposto dallo Stato dovunque e a tutti i livelli.

L'operazione di rifocalizzazione della formazione etica e religiosa del cittadino per mezzo di questo corso obbligatorio riuscirà a salvare un minimo di punti di riferimento per assicurare una vita comune armoniosa? Ne dubito e sono anzi convinto del contrario, poiché quest'operazione si fa a spese della libertà religiosa del cittadino, soprattutto di quella della maggioranza cattolica. Inoltre essa si fonda esclusivamente su una "conoscenza" delle credenze e dei riti di sei o sette religioni. Dubito che degli insegnanti veramente poco preparati a raccogliere questa sfida possano insegnare con completa neutralità e in modo critico delle nozioni che sono per loro ancor meno comprensibili della loro stessa religione. Occorre molta ingenuità per credere che questo miracolo di insegnamento culturale delle religioni fabbricherà un nuovo piccolo abitante del Québec, un pluralista, un esperto in relazioni interreligiose e un critico verso tutte le fedi. Il meno che si possa dire è che la sete di valori spirituali sarà ben lungi dall'essere appagata e che una dittatura del relativismo rischia di rendere ancor più difficile la trasmissione della nostra eredità religiosa.

La cultura rurale del Québec espone una croce un po' dovunque all'incrocio delle strade. Questa "croce del cammino" invita a pregare e a riflettere sul senso della vita. Quale scelta s'impone ora alla nostra società perché lo Stato prenda delle decisioni illuminate e veramente rispettose della coscienza religiosa degli individui, dei gruppi e delle Chiese? Malgrado certe devianze dovute agli stimoli ricorrenti ma limitati del fanatismo, la religione rimane una fonte d'ispirazione e una forza di pace nel mondo e nella nostra società, a patto che non sia manipolata da interessi politici o perseguitata nelle sue aspirazioni legittime.

La riforma impone che la legge sottometta le religioni al controllo e agli interessi dello Stato, mettendo fine alle libertà religiose acquisite da generazioni. Questa legge non serve il bene comune e non potrà essere imposta senza che sia percepita come una violazione della libertà religiosa dei cittadini e delle cittadine. Non sarebbe ragionevole mantenerla com'è stata emanata, poiché instaurerebbe un legalismo laicista ristretto che esclude la religione dallo spazio pubblico. I due pilastri della nostra identità culturale nazionale, la lingua e la religione, sono chiamati storicamente e sociologicamente a spalleggiarsi o a crollare insieme. Non è giunto il momento in cui una nuova alleanza tra la fede cattolica e la cultura emergente ridia alla società del Québec più sicurezza e fiducia nell'avvenire?

Il Québec vive da sempre dell'eredità di una tradizione religiosa forte e positiva, esente da grandi conflitti e caratterizzata dalla condivisione, dall'accoglienza dello straniero e dalla compassione verso i più bisognosi. Bisogna proteggere e coltivare questa eredità religiosa fondata sull'amore, che è una forza di integrazione sociale molto più efficace della conoscenza astratta di qualche nozione superficiale di sei o sette religioni. È importante soprattutto, in questo momento, che la maggioranza cattolica si svegli, che riconosca i suoi veri bisogni spirituali e si riallacci alle sue pratiche tradizionali per essere all'altezza della missione che le è propria sin dalle sue origini. (Sandro Magister, www.chiesa, 8 ottobre 2008)

 

 


 

A cinquant'anni dalla morte di Eugenio Pacelli: Il Papa di un tempo drammatico

Il pontificato di Pio XII abbraccia un periodo storico drammatico. La Chiesa cattolica è sconvolta dalla seconda guerra mondiale, provata dalla guerra fredda e dai regimi comunisti in Europa e in Asia. In quegli anni tragici, i responsabili vaticani si chiedevano che spazio restasse al cristianesimo, almeno in alcune parti del mondo. Durante la guerra, si aveva in Vaticano la netta sensazione che l'"ordine nuovo", portato dalle armate naziste, se vittorioso, si sarebbe risolto in un duro attacco alla Chiesa. Dopo la guerra, le comunità cattoliche nei Paesi comunisti erano languenti sotto la persecuzione. In Europa occidentale, le società, investite dalla crescita economica, mostravano qualche sintomo di crisi nell'adesione ai modelli proposti dalla Chiesa. Lo stesso cattolicesimo latino-americano manifestava segni di crisi endemica. Intanto la Chiesa nei Paesi coloniali richiedeva rapidi aggiornamenti per la decolonizzazione incipiente. Gli anni di Pio XII, nel cuore del Novecento (1939-1958), sono stati un tempo di rapide transizioni e di crisi.

Tutta la storia del XX secolo è segnata da profonde transizioni. Ma gli anni cerniera del Novecento, quelli di Papa Pacelli, sono un periodo particolare. Stagione della crisi dell'Europa e della sua funzione nel mondo. Quello che Benedetto XV chiamava il "giardino del mondo" è divenuto il suolo della guerra e la terra della Shoah. La divisione dell'Europa con la guerra fredda mutila un continente decisivo nella missione della Chiesa.

Affrontare gli anni, in cui fu Papa Eugenio Pacelli, è studiare la transizione più profonda del Novecento. Chi vuole ricordare quel periodo trova a disposizione un'abbondante saggistica e storiografia. Pio XII ha fatto molto discutere. In particolare sulla questione dei cosiddetti silenzi sullo sterminio degli ebrei e sulle atrocità naziste. Ne è emersa, anche al di là della storiografia, un'immagine di Pio XII come diplomatico, chiuso al dolore della storia, prigioniero di procedure ecclesiastiche, ossessionato dalla lotta al comunismo.

I suoi anni restano essenziali per capire il cattolicesimo novecentesco, senza lasciarsi imprigionare da una logica giustizialista o, al contrario, difensiva. Con il passare del tempo, anche se i drammi non sbiadiscono, si acquista maggiore capacità di comprendere, mentre si auspica il confronto con una più ampia documentazione fuori dalla "leggenda nera" o da ricordi aulici. Comprendere gli anni di Papa Pacelli è indispensabile per capire la storia della Chiesa nella profonda transizione del XX secolo e la seconda metà del Novecento.

Un romano di respiro internazionale

Romano, nato nella capitale dopo la fine del governo dei papi, nel 1876, Eugenio Pacelli si formò alla scuola ecclesiastica romana. Al Collegio Capranica, all'Università Gregoriana, all'Apollinare, è compagno di una generazione di ecclesiastici, che avrebbe governato la Chiesa nel cuore del Novecento. Nel 1901, entra agli Affari Ecclesiastici Straordinari e contemporaneamente è segretario della commissione per la codificazione del diritto canonico. Diplomatico e giurista, a trentotto anni, nel 1914, è già segretario agli Affari Ecclesiastici Straordinari, quando si affronta la guerra mondiale.

Monsignor Pacelli è una personalità di levatura europea. Viaggia in Francia, Belgio, Gran Bretagna, Austria. Parla le maggiori lingue europee. Collabora con Benedetto XV che, con il conflitto, elabora e pratica la "dottrina" dell'imparzialità tra belligeranti. Un conflitto mondiale è terreno invivibile per la Chiesa, che raccoglie cattolici da popoli in lotta, tesa a comprendere i dolori di tutti, ma a non sposare le cause nazionali.

La scuola della guerra mondiale segna la maturità di Pacelli. La "dottrina" elaborata negli anni di Benedetto XV diventa un riferimento decisivo per gli orientamenti e le scelte durante il secondo conflitto mondiale. Eugenio Pacelli è un ecclesiastico di respiro europeo anche per la lunga condivisione della vicenda tedesca, dal 1917 al 1929. Benedetto xv lo invia nunzio in Baviera nel 1917 e poi lo accredita a Berlino nel 1920. È un nunzio amato dai tedeschi, specie cattolici, alla cui vita partecipa profondamente e le cui risorse e debolezze conosce da vicino. Il suo amore per la Germania gli varrà la sussurrata accusa di essere troppo sensibile alle esigenze tedesche. I dodici anni di esperienza tedesca ne fanno un conoscitore profondo della Germania. Negli anni Venti è coinvolto a Berlino nei negoziati (falliti) tra la Santa Sede e il nuovo governo sovietico.

L'elevazione al cardinalato, nel 1929, a cinquantadue anni, non è una sorpresa. Desta stupore che Pio XI lo scelga come segretario di Stato nel 1930 al posto dell'anziano ed esperto cardinale Gasparri. Del resto, tra i cardinali italiani, Eugenio Pacelli è una personalità che eccelle. S'impone per il suo spirito di servizio, la conoscenza della macchina amministrativa della Chiesa, la sua posizione di grande riserbo. L'azione come segretario di Stato si caratterizza per il supporto e la collaborazione che offre a un Papa che governa con decisione. Pio XI sente però l'esigenza che un esponente di rilievo della Santa Sede viaggi nel mondo, conosca e si faccia conoscere. Per questo, il cardinale compie numerosi viaggi, che lo portano due volte in Francia, in Argentina, in Ungheria. Nel 1936, fa un viaggio privato negli Stati Uniti - fatto sorprendente - che lo porta a incontrare la Chiesa nordamericana e il presidente Roosevelt. Pacelli assume un volto pubblico, noto non solo negli ambienti cattolici, ma anche tra i responsabili politici.

Le vicende della Germania nazista e dell'Austria dell'Anschluss lo vedono in primo piano. Il cardinale segue i rapporti con il fascismo dalla crisi del 1931, attraverso gli anni del consenso, sino alle difficoltà di fine anni Trenta. Grande diplomatico, è accanto al Papa, divenuto anziano, deluso dai risultati della politica di dialogo con gli Stati, specie autoritari, che volgono sempre più al totalitarismo.

Efficiente e dinamica, la Segreteria di Stato di Pacelli conta su due prelati italiani, diversi ma entrambi di rilievo: Tardini per gli affari internazionali e Montini come Sostituto. I due ecclesiastici sono, dopo il 1939, i più stretti collaboratori di Pio XII. Il ruolo del segretario di Stato si colloca in una Chiesa, i cui quadri dirigenti si vanno internazionalizzando per evitare l'accaparramento nazionalista del cattolicesimo nella sensibilità dei fedeli, nella gestione delle missioni cattoliche, nel governo della Chiesa, tenendo vivo uno spirito di unità sopranazionale attorno al Papa. In questo quadro, Eugenio Pacelli si staglia come il primo collaboratore del Papa.

Non meraviglia che, alla morte di Pio XI, i cardinali lo eleggano suo successore. La prima grande transizione che il nuovo Papa deve affrontare è quella dello scenario turbinoso della incipiente guerra mondiale. La situazione è difficilissima per la Chiesa in Europa. Viene eletto il 2 marzo 1939 e il 15 marzo le truppe tedesche invadono la Cecoslovacchia. Tenta di evitare il conflitto. Con gli accordi Molotov-Ribbentrop, appare chiaro che non c'è modo di scongiurarlo; per questo il Papa si concentra sull'allontanare l'ingresso dell'Italia in guerra. Così compie una visita al re d'Italia al Quirinale alla fine del 1939: è la prima volta che un Papa ritorna nell'antica dimora pontificia. Mussolini non partecipa all'evento ed è segno tangibile che il tentativo di Pio XII non ha effetto.

Il Papa della guerra

Il Papa affronta la guerra con un gruppo di collaboratori, formati alla scuola diplomatica ecclesiastica. Sceglie come segretario di Stato il cardinale Maglione, compagno al Capranica, già nunzio a Parigi. La stampa nazista aveva già considerato il Papa come filofrancese. Maglione fu l'unico segretario di Stato di Pio XII. Alla sua morte, nel 1944, il Papa decise di non dargli un successore, anche per evitare che un forte e vicino collaboratore influisse sulle sue decisioni.

Scrupoloso, riservato, delicato, finanche timido, Eugenio Pacelli era pervaso dal senso di responsabilità del suo ministero. Chi lo conosceva notò una profonda trasformazione nell'uomo con l'elezione al pontificato. Gravi responsabilità incombevano, mentre le più diverse pressioni si esercitavano sulla Santa Sede perché si schierasse nel conflitto. Il Papa lanciò un vibrante appello (al cui testo collaborò monsignor Montini) nell'agosto 1939:  "Niente è perduto con la pace; tutto è perduto con la guerra". Questa è la visione del Papa:  evitare che il conflitto si allarghi, favorire una pace negoziata, umanizzare la guerra e rappresentare, come Chiesa, uno spazio di asilo e di umanità tra la barbarie della lotta. Il Papa non cede alle pressioni da parte nazista per benedire la lotta dell'Asse come una crociata antibolscevica. Non intende, d'altra parte, assumere una posizione vicina agli Alleati. Con gli anni, affluiscono in Vaticano informazioni sulle atrocità naziste. Ma Pio XII si attenne alla "dottrina" dell'imparzialità tra i belligeranti, già elaborata da Benedetto XV.

È nota la polemica sui "silenzi" di Pio XII durante la guerra, in particolare sullo sterminio degli ebrei. Negli anni Sessanta, c'è un netto cambiamento del giudizio su Pio XII in senso negativo, anche se la propaganda sovietica, alcuni intellettuali francesi come Mauriac (che aveva parlato di un'attesa delusa, ma aveva esaltato il piuttosto silenzioso cardinale Suhard), settori polacchi, già avevano accusato Papa Pacelli di complicità o remissività verso il nazismo. Il fatto sorprendente è che Pio XII parlò, in qualche modo, di silenzio:  "Mi chiese - scrive l'allora monsignor Roncalli nei suoi diari nel 1941 - se il suo silenzio circa il contegno del nazismo non è giudicato male". Infatti Pio XII, nei suoi interventi pubblici, richiamò alcuni principi generali, applicandoli alla situazione, ma non intese operare condanne. In un appunto di Tardini riguardo alla richiesta da parte dei vescovi polacchi in favore di una condanna dei nazisti, si fa stato del dibattito vaticano in proposito: "Non già che manchi la materia; non già che non rientri, tale condanna, nei diritti e nei doveri della S. Sede (quale suprema tutrice anche della legge naturale); ma ragioni pratiche sembrano imporre di astenersi...". Esse sono: una condanna sarebbe sfruttata politicamente, mentre il governo tedesco "inasprirebbe ancora la persecuzione contro il cattolicesimo" in Polonia.

Nel quadro di un'Europa, dominata dai tedeschi, Pio XII era consapevole della condizione del cattolicesimo a fronte della propaganda e della repressione: "Nelle file stesse dei fedeli, erano fin troppo accecati dai loro pregiudizi o sedotti dalla speranza di vantaggi politici" afferma nel 1945. La condizione del cattolicesimo, da una parte, le pressioni sul Vaticano (sino alla minaccia di deportazione del Papa) dall'altra, ponevano seri dubbi sul fatto che Pio XII avrebbe potuto continuare liberamente il suo ministero di unità in una Chiesa e in un mondo che ne avevano bisogno come non mai. Il Papa, mantenendo riserbo tra i belligeranti, voleva che la Chiesa fosse uno spazio di umanità nel cuore della guerra. Qui si inserisce l'attività in soccorso delle popolazioni colpite dalla guerra, dei prigionieri e dei ricercati in particolare a Roma.

Il Papa sostenne gli episcopati nazionali nelle loro posizioni verso i governi ("noi lasciammo ai pastori in funzione sul posto la cura di apprezzare se, e in quale misura, il pericolo di rappresaglie e di pressioni... consiglino il riserbo - malgrado le ragioni di intervento - al fine di evitare dei mali più grandi" - disse Pio XII). E conclude: "È uno dei motivi per i quali ci siamo imposti dei limiti nelle nostre dichiarazioni". Pio XII giudicò debole l'episcopato francese e volle onorare con la porpora cardinalizia i vescovi europei distintisi nella resistenza morale: i tedeschi von Preysing e von Galen, l'olandese De Jong, il francese Saliège.

Uomini e popoli

Dopo la guerra Pio XII sente la necessità di porre le basi dell'ordine internazionale e soprattutto prospetta la democrazia come regime "migliore" per la società, già nei suoi radiomessaggi di guerra. Nel 1943, con l'enciclica Mystici corporis, il Papa presenta l'ecclesiologia del corpo mistico, lontano da un vago romanticismo spirituale, ma pure distaccata da una concezione solo giuridica. Questa Chiesa - Pio XII ne è convinto - deve compiere nel dopoguerra una funzione di "educatrice degli uomini e dei popoli", come dice nel concistoro del 1945, in base alla sua "lunga esperienza", costruendo "l'uomo completo". Il Papa scopre l'opinione pubblica e l'incontro con le masse. Fin dalla liberazione di Roma, il Vaticano diviene il centro di tanti e diversi incontri con visitatori di ogni tipo. Utilizza la radio e poi la televisione. Nel 1949, apparendo sugli schermi americani, esclama:  "Si è detto che il papato era morto, e si vedranno le folle debordare da tutte le parti dell'immensa piazza San Pietro per ricevere la benedizione del Papa e per sentire la sua parola".

Pio XII è un Papa popolare in quegli anni. Il suo contatto con le folle e il suo insegnamento vogliono essere all'origine del risveglio dei cattolici come nel 1950, quando l'Anno santo diviene la celebrazione giubilare più partecipata nella storia del cattolicesimo. È l'anno in cui il Papa proclama il dogma dell'Assunzione della Vergine Maria e invita al gran ritorno alla fede.

Il Papa sente l'esigenza di un rinnovamento nella Chiesa. Lo promuove nella formazione seminaristica e nella vita religiosa. Chiama i laici a un maggiore protagonismo, per combattere la "tendenza nefasta che regna anche tra i cattolici, che vorrebbe confinare la Chiesa nelle questioni dette "puramente spirituali"" - dice nel 1951 al congresso mondiale per l'apostolato dei laici. La liturgia registra gli interventi del Papa con la riforma dei riti della Settimana Santa e la concessione di celebrare la Messa vespertina.

A Est la persecuzione

La presenza cattolica registra una nuova vitalità anche sul piano politico con i partiti di ispirazione cristiana in Europa occidentale. Ma pesa sulla Chiesa la presenza sovietica nel cuore dell'Europa, con i regimi comunisti in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Albania, Romania e Bulgaria, oltre all'incorporazione dei Paesi Baltici nell'Urss. La persecuzione antireligiosa è pesante. La Santa Sede vorrebbe tenere aperte le rappresentanze diplomatiche nell'Est, ma non lo vogliono i regimi comunisti e i contatti con gli episcopati dell'Est sono difficili.

Pio XII, durante la guerra, aveva ammonito gli interlocutori americani sui rischi del controllo sovietico in Europa. Era stato da essi rassicurato sul fatto che l'Urss aveva iniziato un corso nuovo. Ma, poco dopo la fine del conflitto, il presidente Truman si ritrova sulle posizioni del Papa. In Vaticano si è convinti che i sovietici abbiano un disegno distruttivo del cattolicesimo, mirante prima di tutto a "nazionalizzare" le Chiese. Le prime comunità colpite sono quelle cattolico orientali:  nel marzo 1946 gli ucraini vengono forzatamente incorporati nel patriarcato di Mosca, nel 1948 la stessa operazione avviene con i romeni.

Nel giro di pochi anni, la situazione dei cattolici nell'Est è drammatica. I vescovi sono arrestati. Il primate ungherese Mindszenty, quello croato Stepinac, quello ceco Beran, sono agli arresti. Sembra che si voglia trasformare il cattolicesimo in Chiese nazionali sotto il controllo giurisdizionalista e poliziesco dei regimi comunisti. C'è una volontà generale di perseguitare il cattolicesimo e di controllarne la vita fino all'infiltrazione nelle sue strutture. In questo clima matura la scomunica dei comunisti nel luglio 1949, come un solenne ammonimento sul carattere inconciliabile del comunismo con il cristianesimo.

La situazione della "Chiesa del silenzio" è disperata. Nessuna transizione è possibile. A Roma mancano notizie sull'Est europeo. Ma il comunismo sembra esercitare una forte presa nel dopoguerra. In Cina, con la vittoria di Mao Zedong, in Vietnam e in Corea del Nord, la Chiesa si misura con regimi socialisti. La Chiesa polacca, da parte sua, pur sottoposta a dure misure repressive, può condurre una politica più articolata:  nel 1950 il primate Wyszynski firma un accordo con il governo (non rispettato da questo), mentre nel 1956 lo sostiene per evitare l'invasione sovietica. Queste posizioni (non ispirate certo a filocomunismo) lasciano tuttavia perplessi gli ambienti vaticani.

Sino alla fine del pontificato, la situazione dei cattolici nell'Est è in una condizione di glaciazione. Qualche segnale proveniente da Mosca, dopo la morte di Stalin, è giudicato fragile per motivare nuova attenzione da parte del Papa. Questi, alla fine del suo pontificato, incarica il cardinale Siri di una missione esplorativa. La percezione del Papa è che, con il dominio sovietico, si sia creata in Paesi di tradizione cristiana un'aggressione alla Chiesa, paragonabile solo a quella islamica dei secoli passati.

L'Occidente

Pio XII non manca di ammonire, in tante occasioni, l'Occidente sul pericolo comunista, registrando con preoccupazione lo sviluppo elettorale dei partiti comunisti (ed esprimendo contrarietà alla collaborazione governativa con essi). Il Papa, però, è attento a non confondere la causa della Chiesa con quella politica dell'Occidente. Da qui origina qualche sua perplessità sull'adesione dell'Italia all'Alleanza Atlantica. In Occidente, la Chiesa rappresenta una grande forza religiosa e sociale, che si esprime, oltre che attraverso i partiti cattolici, con un fascio di organizzazioni e movimenti.

Una delle posizioni politiche più originali di Pio XII è il suo impegno per l'unificazione europea. È consapevole che la nuova Europa non sarà solo cattolica, ma comprenderà evangelici e laici; ma è convinto che le ragioni della pace e della lotta al comunismo militino per unire i Paesi europei. Incoraggia i dirigenti cattolici a impegnarsi nel progetto europeo. Nel 1953 stimola all'azione per realizzare un'unione continentale. Dal 1955 si intensificano gli interventi del Papa sino ai Trattati di Roma del 1957, da lui salutati come un evento storico.

Pio XII mostra fiducia nella democrazia e nell'unità dei Paesi europei. Intende però evitare la marginalità della Spagna (con cui conclude un concordato nel 1953) e coltivare buone relazioni con il Portogallo di Salazar. Questi regimi non rappresentano un modello per il Papa, a differenza di alcuni settori della Curia. Nonostante le sue preoccupazioni per la forza comunista in Occidente, Pio XII sostiene la scelta democratica.

Tuttavia, proprio nel mondo occidentale, la Chiesa di Papa Pacelli registra segnali di una crisi legata alle trasformazioni sociali. Un elemento di difficoltà è la persistente forza del comunismo, rivelatrice della lontananza del mondo operaio dalla Chiesa. Si segnala anche qualche flessione nelle vocazioni sacerdotali e nella disciplina. L'enciclica Humani generis (1950) mette in guardia la teologia, soprattutto francese, su "manifestazioni che assomigliano a quelle del modernismo".

Pio XII guida la Chiesa dall'Europa degli anni Trenta al dopoguerra, attraverso il mondo comunista e quello occidentale, coeso attorno alla leadership americana. Ma il Papa, dopo la guerra, con la fine dell'impero britannico in India, si va convincendo che il mondo coloniale sta cambiando in profondità. Emergono mondi nuovi, dove si è concentrata tanta parte dell'azione missionaria del xx secolo. Il Papa è molto attento e introduce cambiamenti nelle Chiese del Sud. Nei radiomessaggi natalizi del 1954 e del 1955, dichiara il diritto dei popoli coloniali all'indipendenza. Dal 1952, si impegna nella creazione di gerarchie autoctone. Nel 1957, con l'enciclica Fidei donum, invita a maggiore coinvolgimento nella missione. Ne nasce un forte movimento verso il Sud del mondo, specie tra sacerdoti. Il Papa è consapevole della fragilità della Chiesa nel mondo coloniale di fronte ai nazionalismi, al comunismo e all'islam. Per questo intende "indigenizzare" le Chiese locali e rafforzare l'impegno missionario.

Un cattolicesimo con ben altra storia, quello dell'America Latina, mostra anch'esso le sue fragilità. Pio XII considera questo continente vitale per la Chiesa. Nel 1955 si tiene a Rio de Janeiro l'assemblea continentale dell'episcopato, da cui prendono le mosse un Consiglio episcopale latino-americano e un segretariato permanente. Nel 1958, il Papa istituisce in Curia una commissione per l'America Latina. C'è in lui la consapevolezza che i cattolici dell'America Latina sono sottoposti a nuove sfide sociali, ma anche politiche. Per questo insiste che il cattolicesimo del continente si attrezzi a tempi nuovi.

L'opera di governo di Pio XII è molto vasta e ampia. Si potrebbe dire, forse facendo torto alla complessità della sua azione, che la cifra del suo governo è proprio la missione:  quella in Occidente, in America Latina, nei Paesi del Sud. Il cattolicesimo, dal dopoguerra, è chiamato a farsi movimento nella società per comunicare il suo messaggio.

Questa "mobilitazione" è sorretta da un insegnamento articolato e imponente, costantemente ripreso dai documenti del Concilio Vaticano ii. Negli ultimi anni, la situazione dell'Est, il senso di crisi in Occidente, lo spingono a sottolineare con più forza come solo l'aiuto di Dio possa far uscire la Chiesa e il mondo dalle difficoltà del presente. Accanto all'esortazione alla missione e all'azione, si fa sempre più presente l'attesa del dono di un tempo nuovo, in un quadro che gli appare scuro. Nel messaggio per la Pasqua 1957, Pio XII paragona la notte del mondo a quella della resurrezione, e conclude con l'invocazione:  "L'umanità non ha la forza di rimuovere la pietra che essa stessa ha fabbricato, cercando di impedire il tuo ritorno. Manda il tuo angelo, o Signore, e fa' che la nostra notte s'illumini come il giorno". (Andrea Riccardi, L'Osservatore Romano, 9 ottobre 2008)

 

 

 


 

5 ottobre 2008

 

L'incantesimo è finito. Il cristiano torni alla realtà

Nel 1922 Romano Guardini raccolse nel libro Il senso della Chiesa le sue lezioni tenute l'anno precedente all'università di Bonn. Le lezioni avevano entusiasmato l'uditorio coinvolto in un clima generale di risveglio culturale e religioso. In occasione del quarantesimo anniversario della morte del teologo riproponiamo alcuni stralci dal primo capitolo dell'opera nella traduzione pubblicata nel 2007 dall'Editrice Morcelliana.

Si è iniziato un processo di incalcolabile portata:  il risveglio della Chiesa nelle anime. Naturalmente questo va inteso nel suo giusto significato. Presente, la Chiesa lo è sempre stata ed ha avuto sempre e in tutti i tempi valore decisivo per il credente che ne accettava la dottrina e ne seguiva i precetti. Con la sua solida, sostanziale realtà essa è stata per lui sostegno e sicurezza. Ma quando, verso la fine del medioevo, l'evoluzione individualistica ebbe raggiunto un certo grado, la Chiesa non venne più sentita come contenuto della vita religiosa vera e propria. Il fedele viveva bensì nella Chiesa e da lei si lasciava guidare, ma viveva sempre meno la Chiesa. La vita religiosa inclinava sempre più verso la pietà personale e quindi la Chiesa fu sentita come limite e forse anche come opposizione a questa sfera dell'individualità; in ogni modo come qualche cosa che imponesse un freno al fattore personale e quindi al vero atteggiamento religioso. E, a seconda della mentalità del singolo individuo, la regola apparve, a volta a volta benefica o inevitabile, o oppressiva. (...)

Ora, su che cosa si basava questo atteggiamento?

Vi abbiamo già accennato:  sul soggettivismo e sull'individualismo dei nostri tempi. La religione fu sentita come appartenente soltanto alla sfera della soggettività (...) La realtà oggettiva religiosa, la Chiesa, era per il singolo principalmente un ordinamento del campo della religiosità personale, una sicurezza contro le deficienze della soggettività. Quanto trascendeva tutto questo, l'oggettivo, levandosi in una libera altezza, scevra da determinati fini, stava in generale come alcunché di freddo e spiritualmente rozzo di fronte alla personalità. Perfino il consenso e l'entusiasmo, che gli erano offerti, erano in molti qualche cosa di esteriore e di individualistico che aveva, dal punto di vista psicologico, molta affinità con l'antico patriotismus.

Guardando più attentamente, vediamo che non si era più neppure coscienti che l'oggetto della religione fosse reale. Questa tendenza dominò universalmente la vita religiosa nella seconda metà del diciannovesimo e al principio del ventesimo secolo. (...) In verità, per l'uomo di quell'epoca era dubbio se addirittura esistesse l'oggetto.

Egli non possedeva alcuna coscienza immediatamente solida della realtà delle cose e, in fondo, neppure della propria. Creazioni del pensiero, come il conseguente solipsismo, non posavano su conclusioni logiche, ma erano tentativi di interpretazione di quest'esperienza di soggettività. (...) E questo vale anche per la religione:  quanto non era dato immediatamente per via logica o psicologica non aveva più potere di convincere, anzi, senz'altro non convinceva più.

Sicuro era per l'individuo solo quello che egli personalmente provava, sentiva, viveva, sperimentava, e poi inoltre i concetti, le idee e le esigenze del suo pensiero. Quindi anche la Chiesa doveva esser sentita non come realtà religiosa, che riposasse su se stessa, ma come valore-limite del soggettivo, non come vita vivente, ma come istituzione formale.

Anche la vita religiosa era individualistica, dispersa, priva di carattere comunitario. L'individuo viveva per sé:  "Io e il mio Creatore" era per molti la formula unica. La comunità non era qualche cosa di originario, ma veniva solo in seconda linea; non preesisteva, ma era pensata, voluta, istituita. Il singolo andava, sì, verso gli altri, si occupava di loro, li chiamava presso di sé; ma non stava intimamente tra loro, non formava con loro una vivente unità. Non vi era comunità ma organizzazione, come dappertutto, così anche nell'ambito religioso. Quanto poco "comunità" si sentivano i fedeli anche negli atti del culto! Quanto poco cosciente della comunità parrocchiale era il singolo fedele! Perfino il Sacramento della comunanza, la "Comunione", veniva concepito individualisticamente.

Inoltre, a rafforzare questa tendenza, venne la mentalità razionalistica dell'epoca. Si ammetteva soltanto quello che si poteva "concepire", "calcolare". Si cercò di rimpiazzare le qualità delle cose, nella loro indistruttibile originarietà, con relazioni di massa determinate matematicamente; di sostituire delle formule chimiche alla vita.

Invece che di anima, si parlò di processi psichici; l'unità vivente della personalità venne considerata come un fascio di stati e di attività. Quel periodo non aveva contatto diretto che con quanto è sperimentalmente dimostrabile. (...) Tutto questo esercitava il suo influsso anche sulla figura della Chiesa, che appariva principalmente quale istituzione religiosa in certo modo utilitaria e giuridica. Ma quanto in essa vi è di mistico, quello che sta dietro agli scopi e alle istituzioni tangibili, quello che è espresso nel concetto del Regno di Dio, del Corpo mistico di Cristo, non era sentito direttamente.

Tutto questo ora subisce una trasformazione profonda. Nuove forze si sono affermate in quelle enigmatiche profondità dell'essere umano dove attingono stimolo e direzione i moti della vita dello spirito. Ora sentiamo la realtà come dato di fatto originario:  essa non è più quella cosa dubbia davanti alla quale preferiamo ritirarci nella validità logica, che appare più sicura e più salda. Essa è altrettanto sicura, anzi ancora di più, perché primordiale e più ampiamente comprensiva e completa. Vari sintomi stanno ad indicare che ora si vuol pretendere il reale concreto quale unico dato e riferire ad esso ciò che è valido astrattamente. Non ci dobbiamo stupire di un nuovo nominalismo:  questa coscienza della realtà è venuta all'uomo a volte proprio come un'esperienza di vita. Il nostro tempo riscopre formalmente che le cose sono e sono in una determinatezza propria, originaria e creaturale, che non si può sottoporre a calcolo. Il concreto, nella sua illimitata ricchezza, diviene esperienza vissuta e così pure diviene esperienza la felicità di poter osare di penetrarvi e in esso procedere. Ne deriva anche un senso di libertà e di pienezza:  io sono reale e reale è questa cosa che mi sta dinanzi nella sua propria determinatezza! Pensare è una relazione vivente che passa da me alla cosa - e chissà? forse anche dalla cosa a me; agire è mettersi in un vero e proprio rapporto con essa:  vivere è un reale evolversi, un procedere tra le cose, un aver comunanza con delle entità, un reciproco dare e ricevere.

Sempre più inconcepibile ci appare quella riserva critica che prima era ritenuta perfetta spiritualità ed era come un incantesimo che bandisse gli uomini dalla ricchezza plenaria della realtà in un morto mondo di schemi. Il nuovo idealismo, contro il quale per tanto tempo erano stati vani tutti gli attacchi della logica (...) non ha più bisogno di essere confutato. L'incanto è svanito e ci domandiamo come abbiamo potuto sopportarlo così a lungo. S'attua un grande risveglio alla realtà.

Ed anche alla realtà metafisica. Io credo che nessuno, - a meno che non voglia mantenere una posizione antecedentemente assunta - nessuno che viva l'epoca attuale o magari precorra il tempo, dubiti sul serio della realtà dell'anima. Già si parla di "un mondo delle cose spirituali" il che vuol dire che lo psichico è ritenuto abbastanza reale per vedervi un intero ordine ontologico che trascenda quello sensibile. Per la scienza rimane spesso solo la difficoltà di trovare il passaggio dalla precedente negazione, divenuta dogmatica, al fatto inconfutabilmente chiaro che c'è davvero un'anima.

E altrettanto certamente vi è un Dio. La corrente occultistica e antroposofica - in sé poco consolante - è una prova di quanto forte già sia questa coscienza metafisica della realtà. Di fronte a essa sorge addirittura il compito di mantenere nella pura spiritualità l'idea della anima e di Dio e di lasciare il loro buon diritto alle materie sperimentabili. La stessa tendenza si rivela nella rinascita attuale del pensiero platonico. Le forme spirituali sono considerate come metafisicamente attive e non più soltanto legate alla struttura logica della coscienza. E così è per molto altro.

Così risulta un dato immediato anche la comunità. L'appartarsi in se stessi non vale più, come venti anni fa, quale unica posizione degna di essere tenuta, ma piuttosto appare invece atteggiamento problematico, improduttivo e impotente. L'esperienza che "vi sono gli uomini" è intensamente vissuta come quella che "vi sono cose, v'è un mondo". Anzi questa è ancora più forte, perché ci riguarda più da vicino. Vi è l'altro uomo, come vi sono io. Ognuno mi è congiunto, ma ognuno è anche un mondo a sé, di insostituibile valore. Donde la conseguenza appassionante che noi siamo per natura uniti, siamo fratelli, sorelle! È naturale che il singolo stia nella comunità; questa non si forma solo quando l'uno si volge verso l'altro, o rinuncia a una parte della propria indipendenza, ma la comunità è altrettanto primordiale e fondamentale quanto il compito di portare alla sua perfezione la propria personalità.

Questa coscienza dell'unione fra gli uomini acquista un significato e un carattere proprio:  diviene coscienza di popolo. Il vocabolo "popolo" non significa "massa", o "gente incolta" o "primitivi", la cui vita spirituale e il mondo dei valori e delle cose non siano evoluti. Tutte queste interpretazioni vengono dal pensiero liberale, illuministico, individualistico. Ora il tono è del tutto diverso; qualche cosa di essenziale sta sorgendo. "Popolo" è l'unione originaria degli uomini che per specie, paese e evoluzione storica nella vita e nei destini sono un tutto unico.

Queste profonde trasformazioni debbono giungere a valere anche nella comunità religiosa. La realtà delle cose, la realtà dell'anima, la realtà di Dio ci si presentano con nuovo vigore. La vita religiosa nel suo oggetto, nel suo contenuto, nel suo sviluppo, è un'autentica realtà, un atteggiamento dell'anima vivente verso il Dio vivente. È una vita reale rivolta a Lui, non un semplice sentimento o una pura entità ideale. È un obbedire e un seguire, un ricevere e un donare. Il problema, in fondo, non è più:  Vi è un Dio?, ma:  come è questo Dio? dove lo trovo? quale è la mia posizione di fronte a Lui? come posso giungere a Lui? Non ci si domanda più se, ma come si debba pregare, non se, ma quale ascesi sia necessaria.

In questo atteggiamento religioso s'inserisce in modo vissuto anche il prossimo. È una comunità religiosa, non una semplice giustapposizione di individui singoli chiusi in se stessi, ma di una realtà che trascende i singoli:  Ecclesia. Essa comprende il popolo, abbraccia l'umanità, attrae a sé anche le cose, il mondo intero. E così riacquista l'ampiezza cosmica dei primi secoli e del Medioevo.

La figura della Chiesa, del Corpus Christi mysticum, come si presenta nelle epistole di san Paolo agli Efesini e ai Colossesi, acquista una forza tutta nuova. Sotto la guida del suo Capo, Cristo, la Chiesa comprende "tutto quello che sta in cielo, in terra e sotto la terra" (cfr. Filippesi, 2, 10). Nella Chiesa tutto è legato a Dio, gli uomini, gli angeli e le cose. In essa comincia fin da ora la grande rinascita alla quale "tutta la creazione anela" (cfr. Romani, 8, 19 ss.).

Questa unità, però, non è una esperienza di vita caotica, non è soltanto una corrente di sentimento. Si tratta di una collettività che dogma, liturgia e diritto hanno contribuito a formare:  non semplice collettività, ma comunità, non solo movimento religioso, ma vita di Chiesa, non una romanticheria dello spirito, ma realtà ontologica ecclesiale.

Questo modo d'essere in comunità è tuttavia sostenuto, come dal circolare pulsante del sangue, dalla coscienza della vita sovrannaturale. Come nella sfera della spiritualità si afferma ovunque la vita - che è tanto enigmatica e pur di tanto immediata penetrazione intuitiva - così accade anche nel sovrannaturale. La grazia è vita reale; l'agire religiosamente è un elevarsi ad un modo di vita più alto; la comunità è comunione di vita e tutte le forme sono forme vitali.

Tutto questo si può riassumere in una parola:  la realtà di fatto immensa, la "Chiesa", è nuovamente viva e noi comprendiamo che essa è veramente l'Uno e il Tutto. Intuiamo in parte la passione con la quale l'abbracciarono i grandi Santi che per essa combatterono. Forse, prima, le loro parole ci saranno qualche volta suonate come vuote frasi, ma ora, invece, quale luce si leva! Il pensatore vedrà, estasiato, nella Chiesa l'ultima poderosa riduzione ad unum di tutte le entità. L'artista sperimenterà in essa, con potenza di intima commozione, la grandiosa forza formativa, l'attitudine a trasfigurare, a sublimare tutto il reale per mezzo di un'altissima potenza di chiarità e di bellezza. (Romano Guardini, ©L'Osservatore Romano - 2 ottobre 2008)

 

 

 


Il cardinale Antonelli su famiglia e mass media. Vite virtuali in fuga dal reale

Le preoccupazioni della Chiesa per la crescita vertiginosa delle realtà virtuali e di programmi televisivi realizzati esclusivamente in funzione della raccolta pubblicitaria, sono state espresse nei giorni scorsi dal presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, il cardinale Ennio Antonelli.
Intervenendo in Slovacchia al xiii congresso internazionale organizzato dall'Università cattolica di Ruzomberok, il porporato ha parlato della "mercificazione delle relazioni familiari". A provocarla sarebbero soprattutto le esperienze in rete della cosiddetta second life - in cui si propone una vita virtuale in un ambiente virtuale - e le tv private, che hanno fatto irruzione sulla scena europea negli anni Ottanta del secolo scorso. Si tratta di due delle principali sfide nel delicato rapporto tra mass media e famiglie, in un più ampio contesto di nuovi e vecchi problemi con cui la Chiesa è chiamata a confrontarsi nella società dei consumi di massa. Tra i primi l'alienazione dalla realtà provocata da alcuni giochi di ruolo in rete, in cui si entra con identità fittizie "per lavorare, fare acquisti, costruire la casa, impiantare aziende, impiegare il tempo libero in modo gratificante, fare incontri interessanti, avere legami affettivi e sessuali, perfino celebrare il matrimonio". Tra i secondi la corsa spietata all'audience imposta da palinsesti dilatati fino a coprire le 24 ore, con programmi di evasione banali, con spettacoli di violenza e di sesso che dettano modelli di pensiero estranei ai valori del Vangelo.
Invitato per approfondire il tema "I media:  un dono e una responsabilità per tutti, un impegno per le famiglie", il cardinale Antonelli è partito dal presupposto del cambiamento epocale posto in essere dalla globalizzazione. Un mondo - ha spiegato Antonelli - "plasmato in gran parte dai media, per cui qualcuno parla già di mediocrazia". Purtroppo nella Chiesa - ha avvertito - non tutti percepiscono che la nuova situazione richiede nuove modalità di evangelizzazione, nuova creatività e soprattutto un nuovo slancio missionario". Per questo - ha osservato - occorre scrollarsi via di dosso "il diffuso senso di impotenza e di rassegnazione" che sembrano regnare in alcuni settori della comunità cristiana. A tal fine ha esortato le famiglie a porsi davanti ai media come interlocutrici preparate e responsabili, non solo nella fase del consumo ma anche in quella della produzione e della regolamentazione. "Bisogna disciplinare l'uso dei media" ha detto, elencando una sorta di vademecum per genitori, insegnanti ed educatori:  fruizione sobria della tv e di internet, con proposta di attività alternative di gioco; limitazione del tempo del cellulare; installazione della televisione e del computer solo nelle stanze frequentate da tutti; valutazione e selezione preventiva dei programmi televisivi; utilizzo di filtri per la rete.
Del resto l'impegno delle famiglie nei confronti dei media non si esaurisce nella fase del consumo, ma deve risalire a monte, alla produzione delle regole e dei controlli. Da parte loro anche le comunità ecclesiali possono aiutare le famiglie organizzando incontri per fruire insieme e discutere alcuni programmi mediatici, inserendo l'educazione all'uso dei media negli itinerari di preparazione al matrimonio, incoraggiando e stimolando l'adesione delle famiglie agli organismi di tutela, diffondendo media di ispirazione cattolica, preparando professionisti del settore, dotandosi di una figura ministeriale specifica:  l'animatore della comunicazione sociale.
I media svolgono essenzialmente due funzioni:  informare e mettere in contatto, tanto che la stessa Chiesa trova in essi nuove vie di evangelizzazione. Nello stesso tempo però possono essere anche "mezzi potenti di diseducazione", i quali condizionano soprattutto i minori. Ne deriva una deformazione della comunicazione sociale e di quella interpersonale e familiare. "Le relazioni di mercato - ha spiegato il presidente del Pontificio Consiglio - sono rapporti monetizzati di scambio, basati sulla coincidenza di interessi. Invece quelle di comunicazione, in quanto espressione di verità e di contatto tra le persone, sono un valore in se stesse come la conoscenza, l'amore, l'arte, la preghiera".
Nel mondo delle comunicazioni il più delle volte non ci si rivolge alle famiglie come tali, ma agli individui; non all'intelligenza e al cuore, ma alle emozioni e alle sensazioni forti. Le stesse vicende private, l'intimità, gli affetti, le forme del corpo umano servono a fare spettacolo. I temi religiosi ed etici vengono trattati attraverso dibattiti a molte voci che si contrappongono e si susseguono rapide come in un carosello, oppure con sondaggi di opinione, o, ancor peggio, dando la parola a personaggi superficiali e incompetenti. "I bambini e gli adolescenti - ha ammonito il porporato - vengono gravemente disorientati. Dio, poiché è marginale o assente nei media, non conta più, dato che ciò che non appare è irrilevante, come se non esis