DOCUMENTI

 DEL CONCILIO VATICANO II

 

 

 

 

Lumen Gentium

Costituzione dogmatica sulla Chiesa

Roma, 21 novembre 1964

 

Cap.I - Il mistero della Chiesa

La Chiesa è sacramento in Cristo

1. Cristo è la luce delle genti: questo sacro Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunziando il Vangelo a ogni creatura (cfr. Mc. 16, 15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa. E siccome la Chiesa è, in Cristo,  in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano, continuando il tema dei precedenti Concili, intende con maggiore chiarezza illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la propria natura e la propria missione universale. Le presenti condizioni del mondo rendono più urgente questo dovere della Chiesa, affinché tutti gli uomini, oggi più strettamente congiunti da vari vincoli sociali, tecnici e culturali, possano anche conseguire la piena unità in Cristo.

2 - Il disegno salvifico universale del Padre

2. L'eterno Padre, con liberissimo e arcano disegno di sapienza e di bontà, ha creato l'universo, ha decretato di elevare gli uomini alla partecipazione della sua vita divina e, quando essi caddero in Adamo, non li ha abbandonati, ma sempre ha prestato loro gli aiuti per salvarsi, in considerazione di Cristo redentore, "il quale è l'immagine dell'invisibile Dio, generato prima di ogni creatura" (Col. 1, 15). Tutti gli eletti il Padre fino dall'eternità "li ha conosciuti nella sua prescienza e li ha predestinati a essere conformi alla immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito di una moltitudine di fratelli" (Rm 8, 29). I credenti in Cristo li ha voluti convocare nella santa Chiesa, la quale, già prefigurata sino dal principio del mondo, mirabilmente preparata nella storia del popolo d'Israele e nell'antica alleanza e istituita " negli ultimti tempi", è stata manifesstata dall'effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli. Allora, come si legge nei santi padri, tutti i giusti, a partire da Adamo, "dal giusto Abele fino all'ultimo eletto", saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale.

3 - Missione e opera del Figlio

3. E' venuto quindi il Figlio, mandato dal Padre, il quale in lui prima della fondazione del mondo ci ha eletti e ci ha predestinati a essere adottati in figli, perché in lui si compiacque di ricapitolare tutte le cose (cfr. Ef 1, 4-5 e 10). Perciò Cristo, per adempiere la volontà del Padre, ha inaugurato in terra il regno dei cieli e ce ne ha rivelato il mistero, e con la sua obbedienza ha operato la redenzione. La Chiesa, ossia il regno di Cristo già presente in mistero, per la potenza di Dio cresce visibilmente nel mondo. Questo inizio e questa crescita sono simboleggiati dal sangue e dall'acqua che uscirono dal costato aperto di Gesù crocifisso (cfr. Gv 19, 34), e sono preannunziati dalle parole del Signore circa la sua morte in croce: "E io, quando sarò levato in alto da terra, tutti attirerò a me" (Gv 12, 32 gr.). Ogni volta che il sacrificio della croce, "col quale Cristo, nostro agnello pasquale, è stato immo1ato" (1 Cor 5, 7), viene celebrato sull'altare, si effettua l'opera della nostra redenzione. E insieme, col sacramento del pane eucaristico, viene rappresentata e prodotta l'unità dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo (cfr. 1 Cor 10, 17). Tutti gli uomini sono chiamati a questa unione con Cristo, che è la luce del mondo; da lui veniamo, per lui viviamo, a lui siamo diretti.

4 - Lo Spirito santificatore della Chiesa

4. Compiuta l'opera che il Padre aveva affidato al Figlio sulla terra (cfr. Gv 17, 4), il giorno di pentecoste fu inviato lo Spirito santo per santificare continuamente la Chiesa, e i credenti avessero così per Cristo accesso al Padre in un solo Spirito (cfr. Ef 2, 18). Questi è lo spirito che dà la vita, o la sorgente di acqua zampillante per la vita eterna (cfr. Gv 4, 14; 7, 38-39); per lui il Padre ridà la vita agli uomini, morti per il peccato, finché un giorno risusciterà in Cristo i loro corpi mortali (cfr. Rm 8, 10-11). Lo spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cfr. 1 Cor 3, 16; 6, 19) e in essi prega e rende testimonianza della adozione filiale (cfr. Gal. 4, 6; Rm 8, 15-16 e 26). Egli guida la Chiesa verso tutta intera la verità (cfr. Gv 16, 13), la unifica nella comunione e nel servizio, la provvede di diversi doni gerarchici e carismatici, coi quali la dirige, la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4, 11-12; 1 Cor 12, 4; Ga1. 5, 22). Con la forza del vangelo fa ringiovanire la Chiesa, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo sposo. Poiché la Spirito e la sposa dicono al Signore Gesù: Vieni: (cfr. Ap 22, 17).

Così la Chiesa universale si presenta come "un popolo adunato dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito santo".

5 - Il regno di Dio

5. Il mistero della santa Chiesa si manifesta nella sua fondazione. Il Signore Gesù, infatti, diede inizio alla sua Chiesa predicando la buona novella, cioè la venuta del regno di Dio da secoli promesso nelle scritture: "Il tempo è compiuto, e vicino è il regno di Dio" (Mc. 1, 15; cfr. Mt 4, 17). Questo regno si manifesta chiaramente agli uomini nelle parole, nelle opere e nella presenza di Cristo. La parola del Signore è paragonata appunto al seme che viene seminato in un campo (cfr. Mc. 4, 14): quelli che la ascoltano con fede e appartengono al piccolo gregge di Cristo (cfr. Lc. 12, 32) hanno accolto il regno stesso di Dio; poi il seme per virtù propria germoglia e cresce fino al tempo del raccolto (cfr. Mc. 4, 26-29). Anche i miracoli di Gesù sono la prova che il regno è arrivato sulla terra: "se è per il dito di Dio che io scaccio i demoni, allora certamente è già arrivato tra voi il regno di Dio" (Lc. 11, 20; cfr. Mt 12, 28). Ma innanzi tutto il regno si manifesta nella stessa persona di Cristo, figlio di Dio e figlio dell'uomo, il quale è venuto "a servire e a dare la sua vita in riscatto per molti" (Mc. 10, 45).

Quando poi Gesù, dopo aver sofferto la morte in croce per gli uomini, risorse, apparve quale Signore e messia e sacerdote in eterno (cfr. Atti 2, 36; Eb 5, 6; 7, 17-21) ed effuse sui suoi discepoli lo spirito promesso dal Padre (cfr. Atti 2, 33). La Chiesa perciò, fornita dei doni del suo fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carità, di umiltà e di abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l'inizio. Intanto, mentre va lentamente crescendo, anela al regno perfetto e con tutte le sue forze spera e brama di unirsi col suo re nella gloria.

6 - Le immagini della Chiesa

6. Come già nell'antico testamento la rivelazione del regno viene spesso proposta con figure, così anche ora l'intima natura della Chiesa ci si fa conoscere attraverso immagini varie, desunte sia dalla vita pastorale o agricola, sia dalla costruzione di edifici o anche dalla famiglia e dagli sponsali, e già preparate nei libri dei profeti.

Così la Chiesa è l'ovile, la cui porta unica e necessaria è Cristo (cfr. Gv 10, 1-10). E' pure il gregge, di cui Dio stesso ha preannunziato che sarebbe il pastore (cfr. Iso 40, 11; Ez. 34, 11 ss.), e le cui pecore, anche se governate da pastori umani, sono però incessantemente condotte al pascolo e nutrite dallo stesso Cristo, il pastore buono e il principe dei pastori (cfr. Gv 10, 11; 1 Pt. 5, 4), il quale ha dato la sua vita per le pecore (cfr. Gv 10, 11-15).

La Chiesa è il podere o campo di Dio (cfr. 1 Cor 3, 9). In quel campo cresce l'antico olivo, la cui santa radice sono stati i patriarchi e nel quale è avvenuta e avverrà la riconciliazione dei giudei e delle genti (cfr. Rm 11, 13-26). Essa è stata piantata dal celeste agricoltore come vigna scelta (cfr. Mt 21, 33-43 par.; Is. 5, 1 ss.). Cristo è la vera vite, che dà vita e fecondità ai tralci, cioè a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in lui e senza di lui nulla possiamo fare (cfr. Gv 15, 1-5).

Più spesso ancora la Chiesa è detta l'edificio di Dio (1 Cor 3, 9). Il Signore stesso si è paragonato alla pietra che i costruttori hanno rigettata, ma che è divenuta la ptietra angolare (cfr. Mt 21, 42 par.; cfr. Atti 4, 11; 1 Pt. 2, 7; Sal. 117, 22). Sopra quel fondamento la Chiesa è stata costruita dagli apostoli (cfr. 1 Cor 3, 11) e da esso riceve stabilità e coesione. Questa costruzione viene chiamata in varie maniere: casa di Dio (cfo Tm 3, 13), nella quale abita la sua famiglia, la dimora di Dio nello spirito (cfr. Ef 2, 19-22), "la dimora di Dio con gli uomini" (Ap 21, 3), e soprattutto tempio santo, rappresentato da santuari di pietra, che è lodato dai santi padri e che la liturgia giustamente paragona alla città santa, la nuova Gerusalemme. In essa, infatti, quali pietre viventi, veniamo a formare su questa terra, un tempio spirituale (cfr. 1 Pt. 2, 5). E questa città santa Giovanni la contempla mentre nel finale rinnovamento del mondo essa scende dal cielo da presso Dio, "preparata come una sposa che si è ornata per il suo sposo" (Ap 21, 1 s.).

La Chiesa che è chiamata "Gerusalemme che è in alto" e "madre nostra" (Gal. 4, 26; cfr. Ap 12, 17), viene pure descritta come l'immacolata sposa dell'agnello immacolato (cfr. Ap 19, 7; 21, 2 e 9; 22, 17), sposa che Cristo "ha amato e per la quale ha dato se stesso, al fine di renderla santa" (Ef 5, 25-26), che si è associata con patto indissolubile e che incessantemente "nutre e se ne prende cura" (Ef 5, 29); che, dopo averla purificata, volle a sé congiunta e soggetta nell'amore e nella fedeltà (cfr. Ef 5, 24) e che, infine, ha riempito per sempre di beni celesti, per poter noi capire la carità di Dio e di Cristo verso di noi, carità che sorpassa ogni conoscenza (cfr. Ef 3, 19). E mentre la Chiesa compie su questa terra il suo pellegrinaggio lontana dal Signore (cfr. 2 Cor 5, 6), è come una esule, che cerca e desidera le cose di lassù, dove Cristo siede alla destra di Dio, dove la vita della Chiesa è nascosta con Cristo in Dio, fino a che col suo sposo comparirà rivestita di gloria (cfr. Col. 3, 14).

7 - La Chiesa, corpo di Cristo

7. Il Figlio di Dio, nella natura umana che si era unita, vincendo la morte con la sua morte e risurrezione, ha redento l'uomo e l'ha trasformato in una nuova creatura (cfr. Gal. 6, 15; Rm 13; 2 Cor 5, 17). Comunicando infatti il suo Spirito, costituisce misticamente come suo corpo i suoi fratelli, chiamati da tutte le genti.

In quel corpo la vita di Cristo si diffonde nei credenti, che attraverso i sacramenti vengono uniti in modo arcano ma reale a Cristo che ha sofferto ed è stato glorificato. Per mezzo del battesimo infatti siamo resi conformi a Cristo: "Infatti noi tutti fummo battezzatti in un solo Spirito per costituire un solo corpo" (1 Cor 12, 13). Con questo sacro rito viene rappresentata e prodotta la nostra unione alla morte e alla risurrezione di Cristo: "fummo infatti sepolti con lui col battesimo nella sua morte"; e se "fummo innestati a lui in una morte simila alla sua", ugualmente saremo anche in una risurrezione simile alla sua (Rm 6,45). Nella frazione del pane eucaristico partecipando noi realmente al corpo del Signore, siamo elevati alla comunione con lui e tra di noi: "Perché c'è un solo pane, un solo corpo siamo noi, quantunque molti, noi che partecipiamo tutti a un unico pane" (1 Cor 10, 17). Così noi tutti diventiamo membra di quel corpo (cfr. 1 Cor 12, 27) " e siamo, ciascuno per la sua parte, membra gli uni degli altri" (Rm 12, 5).

Come tutte la membra del corpo umano, anche se numerose, formano un solo corpo, così i fedeli in Cristo (cfr. 1 Cor 12, 12). Anche nella edificazione del corpo di Cristo vige la diversità delle membra e delle funzioni. Uno è la Spirito, il quale per l'utilità della Chiesa distribuisce i suoi vari doni con magnificenza proporzionata alla sua ricchezza e alle necessità dei servizi (cfr. 1 Cor 12, 1-11). Fra questi doni viene al primo posto la grazia degli apostoli, alla cui autorità lo stesso Spirito sottomette anche i carismatici (cfr. 1 Cor 14). Ed è ancora lo Spirito stesso che, con la sua forza e mediante l'intima connessione delle membra, produce e stimola la carità tra i fedeli. E quindi se un membro soffre, soffrono con esso tutte le altre membra; se un membro è onorato, ne gioiscono con esso tutte le altre membra (cfr. 1 Cor 12,26).

Capo di questo corpo è Cristo. Egli è l'immagine dell'invisibile Dio, e in lui tutto è stato creato. Egli è innanzi a tutti e tutte le cose sussistono in lui. Egli è il capo del corpo, che è la Chiesa. Egli è il principio, il primogenito dei redivivi, affinché in tutto abbia lui il primato (cfr. Co1. 1, 13-18). Con la grandezza della sua potenza domina sugli esseri celesti e terrestri, e con la sovreminente perfezione e operazione sua riempie delle ricchezze della sua gloria tutto il suo corpo (cfr. Ef 1, 18-23) (7).

Tutte le membra devono a lui essere configurate, fino a che Cristo non sia in esse formato (cfr. Ga1. 4, 19). Per ciò siamo assunti ai misteri della sua vita, resi conformi a lui, morti e risuscitati con lui, finché con lui regneremo (cfr. Fi1. 3, 21,; 2 Tm 2, 11; Ef 2, 6; Col. 2, 12 ecc.). Ancora pellegrinanti in terra mentre seguiamo le sue orme nella tribolazione e nella persecuzione come il corpo al capo veniamo associati alle sue sofferenze e soffriamo con lui per essere con lui glorificati (cfr. Rm 8. 17).

Da lui "tutto il corpo ben fornito e ben compaginato, per mezzo di giunture e di legamenti, riceve l'aumento voluto da Dio" (Col. 2, 19). Egli nel suo corpo, che è la Chiesa, continuamente dispensa i doni dei ministeri, grazie ai quali, per sua virtùnoi ci rendiamo vicendevole servizio in ordine alla salvezza, affinché facendo la verità nella carità noi andiamo in tutte le cose crescendo verso colui, che è il nostro capo (cfr. Ef 4, 11-16 gr.).

E perché ci rinnovassimo continuamente in lui (rf. Ef 4, 23), ci ha dato del suo Spirito, il quale, unico e identico nel capo e nelle membra, dà a tutto il corpo la vita, l'unità e il movimento, così che i santi padri poterono paragonare la sua funzione con quella che esercita il principio vitale, cioè l'anima nel corpo umano.

Cristo ama la Chiesa come sua sposa, e si è reso esempio del marito che ama la sua moglie, come il suo proprio corpo (cfr. Ef 5, 25-28); quanto alla Chiesa stessa, essa è soggetta al suo capo (ivi, 23-24). E poiché "in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità" (Col. 2, 9), la sua pienezza riempie dei suoi doni divini la Chiesa, la quale è il suo corpo e la sua pienezza (cfr. Ef 1, 22-23), affinché essa sia protesa e pervenga a tutta la pienezza di Dio (cfr. Ef 3, 19).

8 - Chiesa realtà visibile e spirituale

8. Cristo, unico mediatore, ha costituito sulla terra la sua Chiesa santa, comunità di fede, di speranza e di carità, come un organismo visibile; la sostenta incessantemente, e per essa diffonde su tutti la verità e la grazia. La società costituita di organi gerarchici e il corpo mistico di Cristo, l'assemblea visibile e la comunità spirituale, la Chiesa della terra e la Chiesa ormai in possesso dei beni celesti, non si devono considerare come due realtà, ma formano una sola complessa realtà risultante di un elemento umano e di un elemento divino. Per una non debole analogia, quindi, è paragonata al mistero del Verbo incarnato. Infatti, come la natura assunta è a servizio del Verbo divino come vivo organo di salvezza, a lui indissolubilmente unito, in modo non dissimile l'organismo sociale della Chiesa è a servizio dello Spirito di Cristo che lo vivifica, per la crescita del corpo (cfr. Ef 4, 16).

Questa è l'unica Chiesa di Cristo, che nel simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica, e che il salvatore nostro, dopo la sua risurrezione, diede da pascere a Pietro (cfr. Gv 21, 17), affidandone a lui e agli altri apostoli la diffusione e la guida (cfr. Mt 28, 18; ecc.), e costituì per sempre la colonna e il sostegno della verità (cfr. 1 Tm 3, 15). Questa Chiesa, in questo mondo costituita e organizzata come una società, sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dal vescovi in comunione con lui, ancorchè al di fuori del suo organismo visibile si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità, che, quali doni propri della Chiesa di Cristo, spingono verso l'unità cattolica.

E come Cristo ha compiuto la sua opera di redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo "sussistendo nella natura di Dio spogliò se stesso, prendendo la natura di un servo" (Fil 2,6-7 ) e per noi "da ricco che egli era si fece povero" (2 Cor 8, 9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì per far conoscere, anche col suo esempio, l'umiltà e l'abnegazione. Cristo è stato inviato dal Padre "a dare la buona novella ai poveri, a guarire quelli che hanno il cuore contrito" (Lc. 4, 18), "a cercare e salvare ciò che era perduto" (Lc. 19, 10): così pure la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l'immagine del suo fondatore povero e sofferente, si premura di sollevarne l'indigenza, e in loro intende di servire a Cristo. Ma mentre Cristo, "santo, innocente, immacolato" (Eb 7, 26), non conobbe il peccato (cfr. 2 Cor 5,21), ma venne allo scopo di espiare i soli peccati del popolo (cfr. Eb 2, 17), la Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento.

La Chiesa "prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio", annunziando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga (cfr. 1 Cor, 11, 26). Dalla forza del Signore risuscitato trova forza per vincere con pazienza e amore le sue interne ed esterne afflizioni e difficoltà, e per svelare al mondo, con fedeltà, anche se sotto ombre, il mistero del Signore, fino a che alla fine dei tempi sarà manifestato nella pienezza della sua luce.

Cap.II - Il popolo di Dio

9 - Nuova alleanza e nuovo popolo

9. In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera la sua giustizia (cfr. Atti 10, 35). Tuttavia piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente lo servisse. Si scelse quindi per sé il popolo israelita, stabilì con lui una alleanza, e lo formò progressivamente manifestando nella sua storia se stesso e i suoi disegni e santificandolo per sé. Tutto questo però avvenne in preparazione e in figura di quella nuova e perfetta alleanza che doveva concludersi in Cristo, e di quella più piena rivelazione che doveva essere trasmessa dal Verbo stesso di Dio fattosi uomo "Ecco verranno giorni, dice il Signore, nei quali io stringerò con Israele e con Giuda un patto nuovo. Porrò la mia legge nella loro viscere e nei loro cuori l'imprimerò; essi mi avranno per Dio e io li avrò per il mio popolo. Tutti essi, piccoli e grandi, mi riconosceranno, dice il Signore" (Ger. 31, 31-34). Cristo istituì questo nuovo patto, cioè la nuova alleanza nel suo sangue (cfr. 1 Cor 11, 25), chiamando gente dai giudei e dalle nazioni, perché si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito, e costituisse il nuovo popolo di Dio. Infatti i credenti in Cristo, essendo stati rigenerati non di seme corruttibile, ma di uno incorruttibile, per la parola di Dio vivo (cfr. 1 Pt. 1, 23), non dalla carne ma dall'acqua e dallo Spirito santo (cfr. Gv 3, 5-6), costituiscono infine "una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo tratto in salvo... quello che un tempo era non-popolo, ora invece è il popolo di Dio" (1 Pt. 2, 9-10).

Questo popolo messianico ha per capo Cristo " che è stato dato a morte per i nostri peccati, ed è risuscitato per la nostra giustificazione" (Rm 4, 25), e che ora, dopo essersi acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in cielo. Questo popolo ha per condizione la dignità e la libertà di figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito santo come nel suo tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr. Gv 13, 34). E, finalmente, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento, quando comparirà Cristo, vita nostra (cfr. Col. 3, 4) e "anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gioiosa libertà dei figli di Dio" (Rm 8, 21). Perciò il popolo messianico, pur non comprendendo di fatto tutti gli uomini, e apparendo talora come il piccolo gregge, costituisce per tutta l'umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo in una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui preso per essere strumento della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt 5, 12-16), è inviato a tutto il mondo.

Come già Israele secondo la carne, pellegrinante nel deserto, viene chiamato la Chiesa di Dio (cfr. 2 Esdra 13, 1; Num. 20, 4; Dt. 23, 1 ss.), così il nuovo Israele, che cammina nel secolo presente alla ricerca della città futura e permanente (cfr. Eb 13,14), si chiama pure la Chiesa di Cristo (cfr. Mt 16,18) avendola egli acquistata con il suo sangue (cfr. Atti 20,28) riempita del suo Spirito e fornita di mezzi adatti per l'unione visibile e sociale. Dio ha convocato l'assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù, autore della salvezza e principio di unità e di pace, e ne ha costituito la Chiesa, perché sia per tutti e per i singoli il sacramento visibile di questa unità salvifica. Dovendo estendersi a tutte le regioni essa entra nella storia degli uomini, e insieme però trascende i tempi e le frontiere dei popoli. Tra le tentazioni e le tribolazioni del cammino la Chiesa è sostenuta dalla forza della grazia di Dio, promessale dal Signore, affinché per la umana debolezza non venga meno la perfetta fedeltà, ma permanga degna sposa del suo Signore, e non cessi, sotto l'azione dello spirito santo, di rinnovare se stessa, finché attraverso la croce giunga alla luce che non conosce tramonto.

10 - Il sacerdozio comune

10. Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini (cfr. Eb 5, 1-5), fece del nuovo popolo " un regno e dei sacerdoti per Dio, suo Padre" (Ap 1, 6; cfr. 5, 9-10). Infatti, per la rigenerazione e l'unzione dello Spirito santo i battezzati vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le opere del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui, che dalle tenebre li chiamò all'ammirabile sua luce (cfr. 1 Pt, 2, 4- 10). Tutti quindi i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio (cfr. Atti 2, 42-47), offrano se stessi come vittima - va, santa, gradevole a Dio (cf, Rm 12, 1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi la richieda, rendano ragione della speranza che è in loro della vita eterna (cfr. 1 Pt. 3, 15).

Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l'uno all'altro; infatti l'uno e l'altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano all'unico sacerdozio di Cristo. Il sacerdote ministeriale, con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico in persona di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del regale loro sacerdozio, concorrono all'oblazione dell'eucaristia, ed esercitano il sacerdozio con la partecipazione ai sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l'abnegazione e l'operosa carità.

11 - L'esercizio del sacerdozio comune nei sacramenti

11. L'indole sacra e la struttura organica della comunità sacerdotale vengono attuate per mezzo dei sacramenti e delle virtù. I fedeli, incorporati nella Chiesa col battesimo, sono deputati al culto della religione cristiana dal carattere e, essendo rigenerati per essere figli di Dio, sono tenuti a professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa. Col sacramento della confermazione vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito santo, e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere con la parola e con l'opera le fede come veri testimoni di Cristo. Partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana offrono a Dio le vittima divina e se stessi con essa; così tutti, sia con l'oblazione che con la santa comunione, compiono la propria parte nell'azione liturgica, non però indistintamente, ma chi in un modo e chi di un altro. Cibandosi poi del corpo di Cristo nella santa assemblea, mostrano concretamente la unità del popolo di Dio, che da questo augustissimo sacramento è felicemente espressa e mirabilmente prodotta.

Quelli che si accostano al sacramento della penitenza, ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l'esempio e la preghiera. Con la sacra unzione degli infermi e la preghiera dei presbiteri, tutta la Chiesa raccomanda gli ammalati al Signore sofferente e glorificato, perché alleggerisca le loro pene e li salvi (cfr. Giac. 5, 14- 16), anzi li esorta a unirsi spontaneamente alla passione e alla morte di Cristo (cfr. Rm 8, 17; Col. 1, 24; 2 Tm 2, 11-12; 1 Pt. 4, 13), per contribuire così al bene del popolo di Dio. Inoltre, quali tra di fedeli che vengono insigniti dell'ordine sacro, sono posti in nome di Cristo a pascere le Chiesa con la parola e la grazia di Dio. E infine, i coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, col quale essi sono il segno del mistero di unità e di fecondo onore che intercorre fra Cristo e la Chiesa, e vi partecipano (cfr. Ef 5, 32), si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nelle vita coniugale nell'accettazione e nell'educazione della prole, e hanno così, nel loro stato di vita e nel loro ordine, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio. Da questo matrimonio infatti, procede la famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito santo sono elevati col battesimo allo stato di figli di Dio, per perpetuare attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica, i genitori devono essere per i loro figli, con la parola e con l'esempio, i primi annunciatori della fede, e secondare la vocazione propria di ognuno, e quella sacra di modo speciale.

Muniti di tanti e così mirabili mezzi di salvezza, tutti i fedeli d'ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a quella perfezione di santità di cui è perfetto il Padre celeste.

12 - Il senso della fede e i carismi nel popolo di Dio

12. II popolo santo di Dio partecipa pure alla funzione profetica di Cristo, quando gli rende una viva testimonianza, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità e quando offre a Dio un sacrificio di lode, il frutto di labbra acclamanti al suo nome (cfr. Eb 13,15). La totalità dei fedeli che hanno ricevuto l'unzione dello Spirito santo (cfr. 1 Gv 2, 20 e 27) non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa proprietà che gli è particolare mediante il senso soprannaturale della fede in tutto il popolo, quando "dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici" esprime l'universale suo consenso in materia di fede e di costumi. Infatti, per quel senso della fede, che è suscitato e sorretto dallo Spirito di verità, il popolo di Dio, sotto la guida del sacro magistero, al quale fedelmente si conforma, accoglie con la parola degli uomini ma, qual è in realtà, la parola di Dio (cfr. 1 Ts 2, 13), aderisce indefettibilmente "alla fede una volta per tutte trasmessa ai santi" (Giuda, 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l'applica nella vita.

Inoltre, lo stesso Spirito santo non solo per mezzo dei sacramenti e dei ministeri santifica il popolo di Dio e lo guida e adorna di virtù, ma "distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui" (1 Cor 12, 11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere o uffici, utili al rinnovamento della Chiesa e allo sviluppo della sua costruzione, secondo quelle parole: "A ciascuno... la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio" (1 Cor 12, 7). E questi carismi, straordinari o anche più semplici e più largamente diffusi, siccome sono soprattutto appropriati e utili alle necessità della Chiesa, si devono accogliere con gratitudine e consolazione. I doni straordinari però non si devono chiedere temerariamente, né con presunzione si devono da essi sperare i frutti dei lavori apostolici; ma il giudizio sulla loro genuinità e sul loro esercizio ordinato appartiene a quelli che presiedono nella Chiesa, ai quali spetta specialmente, non di estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cfr. 1 Ts 5, 12 e 19-21).

13 - Universalità dell'unico popolo di Dio

13. Tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo popolo di Dio. Perciò questo popolo, restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l'intenzione della volontà di Dio, il quale in principio ha creato la natura umana una, e vuole radunare insieme infine i suoi figli, che si erano dispersi (cfr. Gv 11, 52). A questo scopo Dio ha mandato il figlio suo, che ha costituito erede di tutte le cose (cfr. Eb 1, 2), perché fosse il maestro, il re e il sacerdote di tutti, il capo del nuovo e universale popolo dei figli di Dio. Per questo pure ha mandato Dio lo Spirito del Figlio suo, Signore e vivificatore, il quale per tutta la Chiesa e per tutti e singoli i credenti è il principio dell'unione e dell'unità nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione, nella frazione del pane e nelle orazioni (cfr. Atti 2, 42 gr.).

L'unico popolo di Dio è dunque presente in tutte le nazioni della terra, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende i suoi cittadini, cittadini di un regno che per sua natura non è della terra, ma del cielo. E infatti tutti i fedeli sparsi per il mondo sono in comunione con gli altri nello Spirito santo, e così "chi sta in Roma sa che gli indi sono sue membra". Ma come il regno di Cristo non è di questo mondo (cfr. Gv 18, 36), la Chiesa o popolo di Dio, che prepara la venuta di questo regno, nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le risorse, le ricchezze, le consuetudini del popoli, nella misura in cui sono buone, e accogliendole le purifica, le consolida e la eleva. Essa infatti si ricorda bene di doversi riunire con quel Re, al quale sono state date in eredità le genti (cfr. Sal. 2, 8), e nella cui città portano i loro doni e le loro offerte (cfr. Sal. 71 (72), 10; Is. 60,4- 7; Ap 21,24). Questo carattere di universalità che adorna il popolo di Dio, è un dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l'umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo nell'unità del suo Spirito.

In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, di maniera che il tutto e le singole parti si accrescono con l'apporto di tutte, che sono in comunione le une con le altre, e coi loro sforzi verso la pienezza dell'unità. Ne consegue che ii popolo di Dio non solo si raccoglie da diversi popoli, ma in se stesso si sviluppa l'unione di vari ordini. Infatti fra i suoi membri c'è una diversità sia per gli incarichi, quando alcuni sono impegnati nel sacro ministero per il bene dei loro fratelli, sia per le condizioni e l'organizzazione della vita, quando molti nello stato religioso, tendendo alla santità per una via più stretta, sono di stimolo ai fratelli con il loro esempio. Così pure, nella comunione ecclesiastica, vi sono legittinamente delle chiese particolari, che godono di proprie tradizioni, rimanendo integro il primato della cattedra di Pietro, la quale presiede alla comunione universale della carità, tutela le varietà legittime, e insieme veglia affinché ciò che è particolare non solo non nuoccia all'unità, ma piuttosto le serva. E infine ne derivano, tra le diverse parti della Chiesa, vincoli di intima comunione circa le ricchezze spirituali, gli operai apostolici e gli aiuti materiali. Poiché i membri del popolo di Dio sono chiamati a condividere i beni, e valgono anche delle singole chiese le parole dell'apostolo: "Da bravi amministratori della multiforme grazia di Dio, ognuno di voi metta a servizio degli altri il suo dono secondo che lo ha ricevuto" (1 Pt. 4, 10)

Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale, e alla quale in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia, infine, tutti gli uomini, che dalla grazia di Dio sono chiamati alla salvezza.

14 - I fedeli cattolici

14. Il santo Concilio si rivolge dunque prima di tutto ai fedeli cattolici. Esso insegna, appoggiandosi sulla sacra scrittura e sulla tradizione, che questa Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo, presente per noi nel suo corpo, che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza; ora egli, inculcando espressamente la necessità della fede e del battesimo (cfr. Mc. 16, 16; Gv 3, 5), ha insieme confermata la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante il battesimo come per la porta. Perciò non potrebbero salvarsi quegli uomini, i quali, non ignorando che la Chiesa cattolica è stata da Dio per mezzo di Gesù Cristo fondata come necessaria, non avessero tuttavia voluto entrare in essa o in essa perseverare.

Sono pienamente incorporati nella società della Chiesa quelli che, avendo lo spirito di Cristo, accettano integra la sua struttura e tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti, e nel suo organismo visibile sono uniti con Cristo - che la dirige mediante il sommo pontefice e i vescovi - dai vincoli della professione di fede, dei sacramenti, del governo ecclesiastico e della comunione. Non si salva, però, anche se incorporato alla Chiesa, colui che, non perseverando nella carità, rimane sì in seno alla Chiesa col "corpo", ma non col "cuore". Si ricordino bene tutti i figli della Chiesa che la loro esimia condizione non va ascritta ai loro meriti, ma a una speciale grazia di Cristo; se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati.

I catecumeni, che per impulso dello Spirito santo desiderano con volontà esplicita di essere incorporati alla Chiesa, vengono ad essa uniti da questo stesso desiderio, e la madre Chiesa come già suoi li ricopre del suo amore e delle sue cure.

15 - La Chiesa e i cristiani non cattolici

15. Con coloro che, battezzati, sono sì insigniti del nome cristiano, ma non professano la fede integrale o non conservano l'unità della comunione sotto ii successore di Pietro, la Chiesa sa di essere per più ragioni unita. Ci sono infatti molti che hanno in onore la sacra scrittura come norma della fede e della vita, mostrano un sincero zelo religioso, credono con amore in Dio Padre onnipotente e in Cristo, Figlio di Dio e salvatore, sono segnati dal battesimo, col quale vengono uniti con Cristo; anzi riconoscono e accettano nelle proprie chiese o comunità ecclesiali anche altri sacramenti. Molti fra loro hanno anche l'episcopato, celebrano la sacra eucaristia e coltivano la devozione alla vergine Madre di Dio. A questo si aggiunge la comunione di preghiere e di altri benefici spirituali; anzi una certa vera unione nello Spirito santo, poiché anche in loro lo spirito con la sua virtù santificante opera per mezzo di doni e grazie, e ha fortificati alcuni di loro fino allo spargimento del sangue. Così lo Spirito suscita in tutti i discepoli di Cristo il desiderio e l'azione, affinché tutti, nel modo da Cristo stabilito, pacificamente si uniscano in un solo gregge sotto un solo pastore. E per ottenere questo la madre Chiesa non cessa di pregare, sperare e operare, ed esorta i figli a purificarsi e rinnovarsi, perché il segno di Cristo risplenda più chiaramente sul volto della Chiesa.

16 - La Chiesa e i non cristiani

16. Infine, quelli che non hanno ancora ricevuto il vangelo, in vari modi sono ordinati al popolo di Dio. Per primo, quel popolo al quale furono dati i testamenti e le promesse e dal quale Cristo è nato secondo la carne (cfr. Rm 9, 4-5), popolo, in virtù della elezione, carissimo per ragione dei suoi padri: perché i doni e la chiamata di Dio sono senza pentimento (cfr. Rm 11, 28-29). Ma il disegno della salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in primo luogo i musulmani, i quali, professando di tenere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nei giorno finale. E Dio stesso non è lontano dagli altri che cercano un Dio ignoto nelle ombre e nelle immagini, poiché egli dà a tutti vita e respiro e ogni cosa (cfr. Atti 17, 25-28), e come salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvi (cfr. 1 Tm 2,4). Infatti, quelli che senza colpa ignorano il vangelo di Cristo e la sua Chiesa, e tuttavia cercano sinceramente Dio; e sotto l'influsso della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di Dio, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna. Né la divina Provvidenza nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che senza colpa da parte loro non sono ancora arrivati a una conoscenza esplicita di Dio, e si sforzano, non senza la grazia divina, di condurre una vita retta. Poiché tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro, è ritenuto dalla Chiesa come una preparazione al vangelo, e come dato da colei che illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la vita. Ma molto spesso gli uomini, ingannati dal maligno, hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e hanno scambiato la verità divina con la menzogna, servendo la creatura piuttosto che il Creatore (cfr. Rm 1, 21 e 25), oppure vivendo e morendo senza Dio in questo mondo, sono esposti alla disperazione finale. Perciò per promuovere la gloria di Dio e la salvezza di tutti costoro, la Chiesa, memore del comando del Signore che dice: "Predicate il vangelo a ogni creatura" (Mc. 16, 15), promuove con ogni cura le missioni.

17 - Carattere missionario della Chiesa

17. Come infatti il Figlio è stato mandato dal Padre, egli stesso ha mandato gli apostoli (cfr. Gv 20, 21) dicendo: " Andate e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro a osservare tutto quanto vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo" (Mt 28, 19-20). E questo solenne comando di Cristo di annunziare la verità della salvezza, la Chiesa l'ha ricevuto dagli apostoli per adempierlo sino all'ultimo confine della terra (cfr. Atti 1, 8). Essa fa quindi sue le parole dell'apostolo: (Guai... a me se non predicassi il vangelo:" (1 Cor 9, 16), e perciò continua a mandare ininterrottamente missionari, fino a che le nuove chiese siano pienamente costituite e anch'esse continuino l'opera di evangelizzazione. E' spinta infatti dallo Spirito santo a cooperare perché sia mandato ad effetto il piano di Dio, il quale ha costituito Cristo principio di salvezza per il mondo intero. Predicando il Vangelo, la Chiesa attira gli uditori alla fede e alla professione della fede, li dispone al battesimo, li toglie dalla schiavitù dell'errore e li incorpora a Cristo, affinché crescano in lui per la carità fino alla pienezza. Con la sua attività essa fa in modo che ogni germe di bene che si trova nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti e nelle culture proprie dei popoli, non solo non vada perduto, ma sia purificato, elevato e perfezionato per la gloria di Dio, per la confusione del demonio e la felicità dell'uomo. A ogni discepolo di Cristo incombe il dovere di diffondere, per parte sua, la fede. Ma se ognuno può battezzare i credenti, è tuttavia proprio del sacerdote completare l'edificazione del corpo col sacrificio eucaristico, adempiendo le parole dette da Dio per mezzo del profeta: " Da dove sorge il sole fin dove tramonta, grande è il mio nome tra le genti, e in ogni luogo si sacrifica e si offre al mio nome una pura oblazione" (Mal. 1, 11). Così la Chiesa prega e lavora nello stesso tempo, affinché la pienezza del mondo intero passi nel popolo di Dio, corpo del Signore e tempio dello Spirito santo, e in Cristo, capo di tutti, sia reso ogni onore e ogni gloria al Creatore e Padre dell'universo.

Cap.III - La costituzione gerarchica della chiesa e in particolare l’episcopato

18 - La costituzione gerarchica della Chiesa: Proemio

18. Cristo Signore, per pascere e sempre più accrescere il popolo di Dio, ha istituito nella sua Chiesa vari ministeri, che tendono al bene di tutto il corpo. I ministri infatti, che sono dotati di sacra potestà, sono a servizio dei loro fratelli, perché tutti coloro che appartengono al popolo di Dio, e perciò godono della vera dignità cristiana, aspirino tutti insieme liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza.

Proemio

Questo sacrosanto sinodo, seguendo le orme del Concilio Vaticano primo, insegna e dichiara con esso che Gesù Cristo, pastore eterno, ha edificato la santa Chiesa e ha mandato gli apostoli come egli stesso era stato mandato dal Padre (cfr. Gv 20, 21), e ha voluto che i loro successori, cioè i vescovi, fossero fino alla fine dei tempi pastori nella sua Chiesa. Affinché lo stesso episcopato fosse uno e indiviso, prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell'unità della fede e della comunione. Questa dottrina della istituzione, della perpetuità, della forza e del carattere del sacro primato del romano pontefice e del suo infallibile magistero, il santo Concilio la propone di nuovo a tutti i fedeli perché sia fermamente creduta e, proseguendo nella stessa linea, decide di professare e di dichiarare pubblicamente la dottrina sui vescovi, successori degli apostoli, i quali col successore di Pietro, vicario di Cristo e capo visibile di tutta la Chiesa, reggono la casa del Dio vivente.

19 - Vocazione e istituzione dei Dodici

19. Il Signore Gesù, dopo aver pregato il Padre, chiamò a sé quelli che egli volle, e ne costituì dodici perché stessero con lui, e per mandarli a predicare il regno di Dio (cfr. Mc. 3, 13-19; Mt 10, 1-42); e questi li costituì apostoli (cfr. Lc. 6, 13) sotto la forma di un collegio o di un gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto di mezzo a loro (cfr. Gv 21,15-17). Li mandò prima ai figli d'Israele e poi a tutte le genti (cfr. Rm 1, 16) affinché, partecipi della sua potestà, rendessero tutti di popoli suoi discepoli, li santificassero e li governassero (cfr. Mt 28, 16-20); Mc. 16, 15; Lc. 24,45-48; Gv 20,21-23), e così diffondessero la Chiesa e la pascessero esercitando il loro ministero, sotto la guida del Signore, tutti i giorni sino alla fine del mondo (cfr. Mt 28,20). E in questa missione furono pienamente confermati il giorno di pentecoste (cfr. Atti 2, 1-36) secondo la promessa del Signore: "Riceverete la forza dello Spirito santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni, sia in Gerusalemme, come in tutta la Giudea e la Samaria, e sino alla estremità della terra" (Atti 1, 8). E gli apostoli, predicando dovunque il vangelo (cfr. Mc. 16, 20), accolto dagli uditori sotto l'azione dello Spirito santo, radunano la Chiesa universale, che il Signore ha fondato sugli apostoli e ha edificato sul beato Pietro, loro capo, mentre Gesù Cristo stesso ne è la pietra maestra angolare (cfr. Ap 21, 14; Mt 16, 18; Ef 2, 20.

20 - I vescovi, successori degli apostoli

20. Quella missione divina, affidata da Cristo agli apostoli, dovrà durare fino alla fine dei secoli (cfr. Mt 28, 20), poiché il vangelo che essi devono trasmettere è per la Chiesa principio di tutta la sua vita in ogni tempo. Per questo gli apostoli, in questa società gerarchicamente ordinata, ebbero cura di costituirsi dei successori.

Infatti, non solo ebbero vari collaboratori nel ministero, ma perché la missione loro affidata venisse continuata dopo la loro morte, lasciarono quasi in testamento ai loro immediati cooperatori l'incarico di completare e consolidare l'opera da essi. incominciata, raccomandando loro di attendere a tutto il gregge, nel quale lo Spirito santo li aveva posti per pascere la Chiesa di Dio (cfr. Atti 20, 28). Essi stabilirono dunque questi uomini e in seguito diedero disposizione che, quando essi fossero morti, altri uomini provati prendessero la successione del loro ministero. Fra i vari ministeri che fin dai primi tempi si esercitano nella Chiesa. secondo la testimonianza della tradizione tiene il primo posto l'ufficio di quelli che, costituiti nell'episcopato, per successione che risale all'origine, possiedono i tralci del seme apostolico.Così, come attesta S. Ireneo, per mezzo di coloro che gli apostoli costituirono vescovi e dei loro successori fino a noi, la tradizione apostolica in tutto il mondo è manifestata e custodita.

I vescovi dunque hanno ricevuto il ministero della comunità con l'aiuto dei presbiteri e dei diaconi, presiedendo in luogo di Dio al gregge, di cui sono i pastori, quali maestri di dottrina, sacerdoti del sacro culto, ministri del governo. Come quindi permane l'ufficio dal Signore concesso singolarmente a Pietro, il primo degli apostoli, e da trasmettersi ai suoi successori, così permane l'ufficio degli apostoli di pascere la Chiesa, da esercitarsi ininterrottamente dal sacro ordine dei vescovi. Perciò il sacro Concilio, insegna che i vescovi per divina istituzione sono succeduti al posto degli apostoli, quali pastori della Chiesa: chi li ascolta, ascolta Cristo, chi li disprezza, disprezza Cristo e colui che ha mandato Cristo (cfr. Lc. 10, 16).

21 - La sacramentalita dell'episcopato

21. Nei vescovi, quindi, assistiti dai presbiteri, è presente in mezzo ai credenti il Signore Gesù Cristo, pontefice sommo. Sedendo infatti alla destra di Dio Padre non cessa di essere presente alla comunità dei suoi pontefici, ma in primo luogo per mezzo del loro ministero esimio predica la parola di Dio a tutte le genti e continuamente amministra ai credenti i sacramenti della fede; per la loro cura paterna (cfr. 1 Cor 4, 15) nuove membra incorpora, con una nuova nascita, al suo corpo; e infine, per la loro sapienza e prudenza, dirige e conduce il popolo del nuovo testamento nel suo pellegrinare verso l'eterna beatitudine. Questi pastori, eletti per pascere il gregge del Signore, sono i ministri di Cristo e i dispensatori dei misteri di Dio (cfr. 1 Cor 4, 1), ai quali è stata affidata la testimonianza del vangelo della grazia di Dio (cfr. Rm 15, 16; Atti 20,24) e il servizio dello Spirito e della giustizia nella gloria (cfr. 2 Cor 3, 8-9).

Per adempiere a uffici così grandi, gli apostoli sono stati arricchiti da Cristo con una speciale effusione dello Spirito santo discendente su loro (cfr. Atti 1, 8; 2, 4; Gv 20, 22-23), ed essi stessi con la imposizione delle mani hanno trasmesso questo dono dello Spirito ai loro collaboratori (cfr. 1 Tm 4, 14; 2 Tm 1, 6-7), dono che è stato trasmesso fino a noi nella consacrazione episcopale. Insegna il santo Concilio che con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell'ordine, quella cioè che dalla consuetudine liturgica della Chiesa e dalla voce dei santi padri viene chiamata il sommo sacerdozio, il vertice del sacro ministero. La consacrazione episcopale conferisce pure, con l'ufficio di santificare, gli uffici di insegnare e di governare, che però, per loro natura, non possono essere esercitati se non nella comunione gerarchica col capo e con le membra dei collegio. Dalla tradizione infatti, quale risulta specialmente dai riti liturgici e dall'usanza della Chiesa sia d'oriente che d'occidente, consta chiaramente che con l'imposizione delle mani e con le parole della consacrazione la grazia dello Spirito santo viene conferita, e viene impresso un sacro carattere, in maniera che i vescovi, in modo eminente e visibile, sostengono le parti dello stesso Cristo maestro, pastore e pontefice, e agiscono di sua persona. E' proprio dei vescovi assumere, col sacramento dell'ordine, nuovi eletti nel corpo episcopale.

22 - Il collegio dei vescovi e il suo capo

Come san Pietro e gli altri apostoli costituirono, per istituzione del Signore, un unico collegio apostolico, similmente il romano pontefice, successore di Pietro, e di vescovi, successori degli apostoli, sono fra loro uniti. Già l'antichissima disciplina, secondo cui i vescovi di tutto il mondo comunicavano fra di loro e col vescovo di Roma nel vincolo dell'unità, della carità e della pace; come pure il riunirsi di concili per decidere in comune anche delle questioni più importanti, dopo aver ponderato ed esaminato il parere di molti, stanno a significare il carattere e la natura collegiale dell'ordine episcopale; i concili ecumenici celebrati lungo i secoli comprovano apertamente tale natura, che è del resto già suggerita dall'antico uso di far partecipare più vescovi all'elevazione di un nuovo candidato al ministero del sommo sacerdozio. Uno viene costituito membro del corpo episcopale in virtù della consacrazione episcopale e mediante la comunione gerarchica col capo del collegio e con i membri.

Il collegio o corpo episcopale non ha però autorità, se non lo si concepisce insieme con il romano pontefice, successore di Pietro, quale suo capo, che conserva integralmente il suo potere primaziale su tutti, pastori e fedeli. Infatti il romano pontefice, in virtù del suo ufficio di vicario di Cristo e di pastore di tutta la Chiesa, ha sulla Chiesa la potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente. L'ordine dei vescovi, che succede al collegio degli apostoli nel magistero e nel governo pastorale, nel quale anzi si perpetua ininterrottamente il corpo apostolico, è pure, insieme con il suo capo il romano pontefice, e mai senza di esso, soggetto di suprema e piena potestà su tutta la Chiesa: potestà che non può essere esercitata se non con il consenso del romano pontefice. Il Signore ha posto solo Simone come pietra e clavigero della Chiesa (cfr. Mt 16, 18-19), e lo ha costituito pastore di tutto il gregge (cfr. Gv 21, 15 ss.); ma l'incarico di legare e di sciogliere, che è stato dato a Pietro (cfr. Mt 16, 19), risulta essere stato pure concesso ai collegio degli apostoli, unito col suo capo (cfr. Mt 18, 18; 28, 16-20). Questo collegio, in quanto composto da molti, esprime la varietà e l'universalità del popolo di Dio; in quanto raccolto sotto un solo capo, esprime l'unità del gregge di Cristo. In esso i vescovi, rispettando fedelmente il primato e la preminenza del loro capo, godono di un potere che è loro proprio, per il bene dei loro fedeli, anzi di tutta la Chiesa, di cui lo Spirito santo costantemente consolida la struttura organica e la concordia. La suprema potestà che questo collegio possiede su tutta la Chiesa è esercitata in modo solenne nel Concilio ecumenico. Mai si ha Concilio ecumenico, che come tale non sia confermato o almeno accettato dal successore di Pietro; ed è prerogativa del romano pontefice convocare questi concili, presiederli e confermarli. La stessa potestà collegiale può essere esercitata insieme col papa dai vescovi sparsi per il mondo, purchè il capo del collegio li chiami a un atto collegiale, o almeno approvi o liberamente accetti l'azione congiunta dei vescovi dispersi, così da risultare un vero atto collegiale.

23 - Relazioni dei vescovi in seno al collegio

23. L'unione collegiale appare anche nelle mutue relazioni dei singoli vescovi con le chiese particolari e con la Chiesa universale. Il romano pontefice, quale successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli. I vescovi, invece, singolarmente presi, sono il principio visibile e il fondamento dell'unità nelle loro chiese particolari, formate a immagine della Chiesa universale, nelle quali e a partire dalle quali esiste la sola e unica Chiesa cattolica. Perciò i singoli vescovi rappresentano la propria Chiesa, e tutti insieme col papa rappresentano tutta la Chiesa nel vincolo di pace, di amore e di unità.

I singoli vescovi, che sono preposti alle chiese particolari, esercitano il loro pastorale governo sopra la porzione del popolo di Dio che è stata loro affidata, non sopra le altre chiese né sopra la Chiesa universale. Ma in quanto membri del collegio episcopale e legittimi successori degli apostoli, i singoli vescovi sono tenuti, per istituzione e precetto di Cristo, ad avere per tutta la Chiesa una sollecitudine che, sebbene non esercitata con atto di giurisdizione, sommamente contribuisce tuttavia al bene della Chiesa universale. Tutti i vescovi, infatti, devono promuovere e difendere l'unità della fede e la disciplina comune a tutta la Chiesa, istruire i fedeli all'amore di tutto il corpo mistico di Cristo, specialmente delle membra povere, sofferenti e di quelle che sono perseguitate a causa della giustizia (cfr. Mt 5, 10) e, infine, promuovere ogni attività comune a tutta la Chiesa, specialmente nel procurare che la fede cresca e sorga per tutti gli uomini la luce della piena verità. Del resto è una verità che, reggendo bene la propria Chiesa come porzione della Chiesa universale, contribuiscono essi stessi efficacemente al bene di tutto il corpo mistico, che è pure un corpo fatto di chiese.

La cura di annunziare in ogni parte della terra il vangelo appartiene al corpo dei pastori, ai quali tutti in comune Cristo diede il mandato, imponendo un comune ufficio, come già papa Celestino raccomandò al padri del Concilio di Efeso. Quindi i singoli vescovi, per quanto lo permette l'esercizio del particolare loro ufficio, sono tenuti a collaborare tra di loro e col successore di Pietro, al quale in modo speciale fu affidato l'alto ufficio di propagare il nome cristiano. Con tutte le forze essi devono fornire alle missioni non solo gli operai della messe, ma anche aiuti spirituali e materiali, sia da sé direttamente, sia suscitando la fervida cooperazione dei fedeli. I vescovi, infine, nella universale comunione della carità, offrano volentieri un fraterno aiuto alle altre chiese, specialmente alle più vicine e più povere, seguendo in questo il venerando esempio dell'antica Chiesa.

Per divina provvidenza è avvenuto che varie chiese, in vari luoghi fondate dagli apostoli e dai loro successori, durante i secoli si sono costituite in molti gruppi, organicamente uniti, i quali, salva restando l'unità della fede e l'unica divina costituzione della Chiesa universale, godono di una propria disciplina, di un proprio uso liturgico, di un patrimonio teologico e spirituale proprio. Alcune fra esse, soprattutto le antiche chiese patriarcali, quasi matrici della fede, ne hanno generate altre che sono come loro figlie, con le quali restano fino ai nostri tempi legate da un più stretto vincolo di carità nella vita sacramentale e nel mutuo rispetto dei diritti e dei doveri. Questa varietà di chiese locali, fra loro concordi, dimostra con maggiore evidenza la cattolicità della Chiesa indivisa. In modo simile le conferenze episcopali possono oggi portare un molteplice e fecondo contributo perché lo spirito collegiale passi a concrete applicazioni.

24 - Il ministero dei vescovi.

24. I vescovi, quali successori degli apostoli, ricevono dal Signore, cui è data ogni potestà in cielo e in terra, la missione di insegnare a tutte le genti e di predicare il vangelo a ogni creatura, affinché tutti gli uomini, per mezzo della fede, del battesimo e dell'osservanza dei comandamenti, ottengano la salvezza (cfr. Mt 28, 18.20; Mc. 16, 15-16; Atti 26 17 ss.). Per compiere questa missione, Cristo Signore promise agli apostoli lo Spirito santo e il giorno di Pentecoste lo mandò dal cielo, perché con la forza di questo Spirito gli fossero testimoni fino alla estremità della terra, davanti alle nazioni e ai popoli e al re (cfr. Atti 1, 8; 2, 1 ss.; 9, 15). Questo ufficio che il Signore ha affidato ai pastori del suo popolo è un vero servizio, che nella sacra scrittura è chiamato significativamente " diaconia" o ministero (cfr. Atti 1, 17 e 25; 21, 19; Rm 11, 13; 1 Tm 1, 12).

La missione canonica dei vescovi può essere fatta per mezzo delle legittime consuetudini, non revocate dalla suprema e universale potestà della Chiesa, o per mezzo delle leggi fatte dalla stessa autorità o da essa riconosciute, oppure direttamente dallo stesso successore di Pietro; che se questi si oppone o rifiuta la comunione apostolica, i vescovi non possono essere assunti all'ufficio.

25 - La funzione dottrinale

25. Tra le funzioni principali dei vescovi eccelle la predicazione del vangelo. I vescovi, infatti, sono gli araldi della fede, che portano a Cristo nuovi discepoli, sono i dottori autentici, cioè rivestiti dell'autorità di Cristo, che predicano al popolo loro affidato la fede da credere e da applicare nella pratica della vita, che illustrano questa fede alla luce dello Spirito santo, traendo fuori dal tesoro della rivelazione cose nuove e vecchie (cfr. Mt 13, 52), la fanno fruttificare e vegliano per tenere lontano dal loro gregge gli errori che lo minacciano (cfr. 2 Tm 4, 1-4). I vescovi quando insegnano in comunione col romano pontefice devono essere da tutti ascoltati con venerazione quali testimoni della divina e cattolica verità; e i fedeli devono accordarsi col giudizio dal loro vescovo dato a nome di Cristo in materia di fede e di morale, e aderirvi col religioso ossequio dello spirito. Ma questo religioso ossequio della volontà e dell'intelligenza lo si deve in modo particolare prestare al magistero autentico del romano pontefice, anche quando non parla " ex cathedra", così che il suo supremo magistero sia con riverenza riconosciuto, e con sincerità si aderisca alle sentenze che egli esprime, secondo che fa conoscere la sua intenzione e la sua volontà, che si palesano specialmente sia dalla natura dei documenti, sia dal frequente riproporre la stessa dottrina, sia dal tenore della espressione verbale.

Quantunque i singoli Vescovi non godano della prerogativa dell'infallibilità, quando tuttavia anche dispersi per il mondo, ma conservanti il vincolo della comunione tra di loro e col successore di Pietro, nel loro insegnamento autentico circa materie di fede e di morale s'accordano su una dottrina da ritenersi come definitiva propongono infallibilmente la dottrina di Cristo. E questo è ancora più manifesto quando, radunati in Concilio ecumenico, sono per tutta la Chiesa dottori e giudici della fede e della morale; e alle loro definizioni si deve aderire in una sottomissione di fede.

Questa infallibilità, della quale il divino Redentore ha voluto provvedere la sua Chiesa quando essa definisce la dottrina della fede e della morale, si estende tanto quanto il deposito della divina rivelazione, che deve essere scrupolosamente custodito e fedelmente esposto. Di questa infallibilità il romano pontefice, capo del collegio dei vescovi, fruisce in virtù del suo ufficio quando, quale supremo pastore e dottore di tutti i fedeli che conferma nella fede i suoi fratelli (cfr. Lc. 22, 32), proclama con un atto definitivo una dottrina riguardante la fede o la morale. Perciò le sue definizioni giustamente sono dette irreformabili per se stesse e non per il consenso della Chiesa, perché esse sono pronunziate con l'assistenza dello Spirito santo, promessagli nel beato Pietro, per cui esse non abbisognano di alcuna approvazione di altri né ammettono appello alcuno a un altro giudizio. Infatti allora il romano pontefice pronunzia la sentenza non come persona privata, ma quale supremo maestro della Chiesa universale, singolarmente insignito dal carisma dell'infallibilità della stessa Chiesa, espone o difende la dottrina della fede cattolica. L'infallibilità promessa alla Chiesa risiede pure nel corpo episcopale, quando questi esercita il supremo magistero col successore di Pietro. E a queste definizioni non può mai mancare l'assenso della Chiesa, per l'azione dello stesso Spirito santo che conserva e fa progredire nella unità della fede tutto il gregge di Cristo.

Quando sia il romano pontefice sia il corpo dei vescovi con lui definiscono un punto di dottrina, lo fanno secondo la stessa rivelazione, cui tutti devono stare e conformarsi, e che, per via di scrittura o di tradizione, è integralmente trasmessa dalla legittima successione dei vescovi e specialmente dalla cura dello stesso pontefice romano, e viene nella Chiesa gelosamente conservata e fedelmente esposta sotto la luce dello Spirito di verità. Perché la rivelazione sia penetrata esattamente e sia espressa in termini adeguati, il romano pontefice e i vescovi in virtù del loro ufficio e secondo l'importanza della cosa, prestano la loro vigile opera usando di mezzi convenienti; però non ricevono una nuova rivelazione pubblica come appartenente al divino deposito della fede.

26 - La funzione di santificare

26. Il vescovo, insignito della pienezza del sacramento dell'ordine, è "il distributore della grazia del supremo sacerdozio", specialmente nell'eucaristia, che offre egli stesso o fa offrire, e della quale la Chiesa continuamente vive e cresce. Questa Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli, le quali, aderendo ai loro pastori, sono anche esse chiamate chiese del nuovo testamento. Esse infatti sono, nella loro sede, il popolo nuovo chiamato da Dio, nello Spirito santo e in una totale pienezza (cfr. 1 Ts 1, 5). In esse con la predicazione del vangelo di Cristo vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della cena del Signore, " affinché per mezzo della carne e del sangue del Signore sia strettamente unita tutta la fraternità del corpo". In ogni comunità che partecipa all'altare, sotto il ministero sacro del vescovo, viene offerto il simbolo di quella carità e " unità del corpo mistico, senza la quale non può esserci salvezza". In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Infatti " la partecipazione al corpo e al sangue di Cristo altro non fa, se non che ci mutiamo in ciò che prendiamo".

Ogni legittima celebrazione dell'eucaristia è diretta dal vescovo, al quale è affidato l'incarico di presentare il culto della religione cristiana alla divina maestà e di regolarlo secondo i precetti del Signore e le leggi della Chiesa, dal suo particolare giudizio ulteriormente determinate per la sua diocesi.

In questo modo i vescovi, con la preghiera e il lavoro per il popolo, in varie forme effondono abbondantemente la pienezza della santità di Cristo. Col ministero della parola comunicano ai credenti la virtù di Dio per la loro salvezza (cfr. Rm. 1, 16), e con i sacramenti, dei quali con la loro autorità organizzano la regolare e fruttuosa distribuzione, santificano i fedeli. Essi dirigono il conferimento del battesimo, col quale è concesso partecipare al regale sacerdozio di Cristo. Essi sono i ministri originari della confermazione, i dispensatori degli ordini sacri e quelli che regolano la disciplina penitenziale, e con sollecitudine esortano e istruiscono il loro popolo, affinché esso nella liturgia e specialmente nel santo sacrificio della messa compia la sua parte con fede e devozione. Devono, infine, con l'esempio della loro vita, aiutare quelli a cui presiedono, serbando i loro costumi immuni da ogni male e, per quanto possono, con l'aiuto di Dio mutandoli in bene, onde possano, insieme col gregge loro affidato, giungere alla vita eterna.

27 - La funzione di governare.

27. I vescovi reggono le chiese particolari a loro affidate, come vicari e delegati di Cristo, col consilio, la persuasione, l'esempio, ma anche con l'autorità e la sacra potestà, della quale però non si servono se non per edificare il proprio gregge nella verità e nella santità, ricordandosi che chi è il più grande si deve fare come il più piccolo e colui che governa, come colui che serve (cfr. Lc. 22,26-27). Questa potestà, che personalmente esercitano in nome di Cristo, è proprio, ordinario e immediato, quantunque ii suo esercizio sia in definitiva regolato dalla suprema autorità deila Chiesa e, entro certi limiti, in vista dell'utilità della Chiesa o dei fedeli, possa essere circoscritto. In virtù di questo potere i vescovi hanno il sacro diritto e davanti al Signore il dovere di dare leggi ai loro sudditi, di giudicare e di regolare tutto quanto appartiene al culto e all'apostolato.

Ad essi è pienamente affidato l'incarico pastorale ossia l'abituale e quotidiana cura del loro gregge, né devono essere considerati i vicari dei romani pontefici, perché esercitano una potestà che è loro propria e con tutta verità sono detti sovrintendenti dei popoli che governano. La loro potestà quindi non è sminuita dalla potestà suprema e universale, ma anzi è da essa affermata, corroborata e rivendicata, poiché lo Spirito santo conserva invariata la forma di governo da Cristo Signore stabilita nella sua Chiesa.

Il vescovo, mandato dal Padre di famiglia a governare la sua famiglia, tenga innanzi agli occhi l'esempio del buon pastore, che è venuto non per essere servito ma per servire (cfr. Mt 20, 28; Mc. 10, 45) e dare la sua vita per le pecore (cfr. Gv 10, 11). Preso di mezzo agli uomini e soggetto a debolezze, egli può compatire a quelli che sono nell'ignoranza o nell'errore (cfr. Eb 5, 1-2). Non rifugga dall'ascoltare i sudditi che cura come veri figli suoi e che esorta a cooperare alacremente con lui. Dovendo render conto a Dio delle loro anime (cfr. Eb 13, 17), con la preghiera, la predicazione e ogni opera di carità abbia cura di loro, e anche di quelli che non sono ancora dell'unico gregge, che deve considerare come affidati a sé nel Signore. Poiché egli, come l'apostolo Paolo, è debitore a tutti, sia pronto ad annunziare il vangelo a tutti (cfr. Rm 1, 14-15) e a esortare i suoi fedeli all'attività apostolica e missionaria. I fedeli poi devono aderire al vescovo come la Chiesa a Gesù Cristo e come Gesù Cristo al Padre, affinché tutte le cose siano d'accordo nella unità, e crescano per la gloria di Dio (cfr. 2 Cor 4, 15).

28 - I presbiteri: relazioni con Cristo, con i vescovi e il popolo.

28. Cristo, consacrato e mandato nel mondo dal Padre (cfr. Gv 10,36), per mezzo dei suoi apostoli ha reso partecipi della sua consacrazione e della sua missione i loro successori, cioè i vescovi, i quali hanno legittimamente affidato, secondo diversi gradi, l'ufficio del loro ministero a vari soggetti nella Chiesa. Così il ministero ecclesiastico di istituzione divina viene esercitato in diversi ordini, da quelli che già anticamente sono chiamati vescovi, presbiteri, diaconi. I presbiteri, pur non possedendo il vertice del sacerdozio e dipendendo dai vescovi nell'esercizio della loro potestà sono tuttavia a loro uniti nell'onore sacerdotale e in virtù del sacramento dell'ordine, a immagine di Cristo, sommo ed eterno sacerdote (cfr. Eb 5, 1-10; 7, 24; 9, 11-28, sono consacrati per predicare il vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino, quali veri sacerdoti del nuovo testamento. Partecipando, secondo il grado proprio del loro ministero, alla funzione dell'unico mediatore Cristo (cfr. 1 Tm 2, 5), essi annunziano a tutti la divina parola. Ma soprattutto esercitano la loro funzione sacra nel culto o assemblea eucaristica, dove agendo in persona di Cristo, e proclamando il suo mistero, uniscono i voti dei fedeli al sacrificio del loro capo e nel sacrificio della messa rendono presente e applicano, fino alla venuta del Signore (cfr. 1 Cor 11, 26), l'unico sacrificio del nuovo testamento, il sacrificio cioè di Cristo che una volta per tutte si offre al Padre quale vittima immacolata (cfr. Eb 9, 11-28). Essi esercitano al massimo grado il ministero della riconciliazione e del conforto per i fedeli penitenti o ammalati, e portano a Dio Padre le necessità e le preghiere dei fedeli (cfr. Eb 5, 1-4). Esercitando, per la loro parte di autorità, l'ufficio di Cristo, pastore e capo, raccolgono la famiglia di Dio, come una fraternità animata dallo spirito d'unità, e per mezzo di Cristo nello Spirito la portano a Dio Padre. In mezzo al loro gregge lo adorano in spirito e verità (cfr. Gv 4, 24). Infine, si affaticano nella predicazione e nell'insegnamento (cfr. 1 Tm 5, 17), credendo ciò che hanno letto e meditato nella legge del Signore, insegnando ciò che hanno creduto, vivendo ciò che hanno insegnato.

I presbiteri, saggi collaboratori dell'ordine episcopale e suo aiuto e strumento, chiamati al servizio del popolo di Dio, costituiscono col loro vescovo un unico presbiterio, sebbene destinato a uffici diversi. Nelle singole comunità locali i fedeli rendono, per così dire, presente il vescovo, cui sono uniti con animo fiducioso e grande, condividono in parte le sue funzioni e la sua sollecitudine e li esercitano con dedizione quotidiana. Essi, sotto l'autorità del vescovo santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro affidata, nella loro sede rendono visibile la Chiesa universale e lavorano efficacemente all'edificazione di tutto il corpo di Cristo (cfr. Ef 4, 12). Sempre intenti al bene dei figli di Dio, cerchino di portare il loro contributo al lavoro pastorale di tutta la diocesi, anzi, di tutta la Chiesa. E a ragione di questa loro partecipazione nel sacerdozio e nella missione, i presbiteri riconoscano nel vescovo il loro padre e gli obbediscano con rispetto. E il vescovo consideri i sacerdoti suoi cooperatori come figli e amici, come Cristo che chiama i suoi discepoli non servi, ma amici (cfr. Gv 15, 15). Per ragione quindi dell'ordine e del ministero, tutti i sacerdoti, sia diocesani che religiosi, sono associati al corpo episcopale e, secondo la loro vocazione e la loro grazia, sono al servizio del bene di tutta la Chiesa.

In virtù della comune sacra ordinazione e della missione tutti i presbiteri sono fra loro legati da un'intima fraternità, che deve spontaneamente e volentieri manifestarsi nel mutuo aiuto, spirituale e materiale, pastorale e personale, nelle diverse riunioni e nella comunione di vita di lavoro e di carità.

Abbiano poi cura, come padri in Cristo, dei fedeli che hanno spiritualmente generato col battesimo e l'insegnamento (cfr. 1 Cor 4, 15; 1 Pt. 1, 23). Divenuti generosamente modelli del gregge (cfr. 1 Pt. 5, 3), presiedano alla loro comunità locale e siano al suo servizio, in modo che essa possa degnamente essere chiamata col nome che onora l'unico popolo di Dio e l'onora tutto intero, cioè Chiesa di Dio (cfr. 1 Cor 1, 2; 2 Cor 1, 1; e altrove). Si ricordino, nella loro quotidiana condotta e sollecitudine di presentare ai fedeli e agli infedeli, ai cattolici e ai non cattolici, l'immagine di un ministero veramente sacerdotale e pastorale, e che devono rendere a tutti la testimonianza della verità e della vita e, come buoni pastori, ricercare anche quelli (cfr. Lc. 15, 4-7) che, sebbene battezzati nella Chiesa cattolica, hanno abbandonato la pratica dei sacramenti, o persino la fede.

Siccome oggi l'umanità va sempre più organizzandosi in unità civile, economica e sociale, tanto più bisogna che i sacerdoti, consociando il loro zelo e il loro lavoro sotto la guida dei vescovi e del sommo pontefice, sopprimano ogni causa di dispersione, affinché tutto il genere umano sia ricondotto alla unità della famiglia di Dio.

29 - I diaconi.

29. In un grado inferiore della gerarchia stanno di diaconi, ai quali sono imposte le mani " non per il sacerdozio, ma per il servizio". Infatti, sostenuti dalla grazia sacramentale, nel servizio (diaconia) della liturgia, della parola e della carità sono al servizio del popolo di Dio, in comunione col vescovo e il suo presbiterio. Appartiene al diacono, conforme gli sarà stato assegnato dalla competente autorità, amministrare solennemente il battesimo, conservare e distribuire l'eucaristia, in nome della Chiesa assistere e benedire il matrimonio, portare il viatico ai moribondi, leggere la sacra scrittura ai fedeli, istruire ed esortare ii popolo, presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli, amministrare i sacramentali presiedere al rito del funerale e della sepoltura. Dediti alle opere di carità e di assistenza, i diaconi si ricordino del monito del beato Policarpo: " Siano misericordiosi, attivi e camminino nella verità del Signore, il quale si è fatto il servo di tutti".

E siccome queste funzioni, sommamente necessarie alla vita della Chiesa, nella disciplina oggi vigente della Chiesa latina in molte regioni difficilmente possono essere esercitate, il diaconato potrà in futuro essere restaurato come un grado proprio e permanente della gerarchia. Spetterà poi alle diverse competenti assemblee episcopali territoriali decidere, con l'approvazione dello stesso sommo pontefice, se e dove sia opportuno che tali diaconi siano istituiti per il bene delle anime. Col consenso del romano pontefice questo diaconato potrà essere conferito a uomini di più matura età anche viventi nel matrimonio, e così pure a giovani idonei, per i quali però deve rimanere ferma la legge del celibato.

Cap.IV - I laici

30. I laici nella Chiesa

30. Il santo Concilio, dopo aver illustrate le funzioni della gerarchia, con piacere rivolge il pensiero allo stato di quei fedeli, che si chiamano laici. Sebbene tutto quanto fu detto del popolo di Dio sia ugualmente diretto ai laici, ai religiosi e al clero, ai laici tuttavia, sia uomini che donne, per la loro condizione e missione, si riferiscono in particolare alcuni punti; le circostanze speciali del nostro tempo domandano che se ne analizzino più accuratamente i fondamenti. I sacri pastori, infatti, sanno benissimo quanto contribuiscano i laici al bene di tutta la Chiesa. Sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutta la missione della salvezza che la Chiesa ha ricevuto nei confronti del mondo, ma che il loro magnifico incarico è di pascere i fedeli e di riconoscere i loro servizi e i loro carismi, in modo che tutti concordemente cooperino, nella loro misura, all'opera comune. Infatti bisogna che tutti " operando conforme alla verità andiamo in ogni modo crescendo nella carità verso colui, che è il capo, Cristo; da lui tutto il corpo, ben connesso e solidamente collegato, attraverso tutte le giunture che l'azionano secondo l'attività proporzionata a ciascun membro, opera il suo accrescimento e si va edificando nella carità" (Ef 4, 15-16).

31 - Natura e missione dei laici

31. Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli a esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso riconosciuto dalla Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio, e nella loro misura, resi partecipi della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano.

Il carattere secolare è proprio e particolare ai laici. Infatti i membri dell'ordine sacro, sebbene talora possano attendere ad affari secolari, anche esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione sono ordinati principalmente e propriamente (ex professo) al sacro ministero, mentre i religiosi col loro stato testimoniano in modo splendido e singolare che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini. Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Essi vivono nel secolo, cioè implicati in tutti e singoli gli impieghi e gli affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l'esercizio della loro funzione propria e sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo, a rendere visibile Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro vita e col fulgore della fede, della speranza e della carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le realtà temporali, alle quali essi sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e al Redentore.

32 - Dignità dei laici nel popolo di Dio

32. La santa Chiesa è, per divina istituzione, organizzata e diretta con una mirabile varietà. " A quel modo, infatti, che in uno stesso corpo abbiamo molte membra, e nessun membro ha la stessa funzlone; così tutti insieme formiamo un solo corpo in Cristo, essendo, ciascuno per parte sua, membra gli uni degli altri" (Rm 12, 4-5)

Uno solo è quindi il popolo eletto di Dio: " un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo" (Ef 4,5); comune è la dignità dei membri per la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia dei figli, comune la vocazione alla perfezione, una sola la salvezza, una sola la speranza, e una unità senza divisione. Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa per riguardo alla stirpe o alla nazione, alla condizione sociale o al sesso, poiché "non c'è né giudeo, né greco, non c'è né schiavo né libero, non c'è né uomo né donna: tutti voi siete uno in Cristo Gesù" (Gal. 3, 28 gr.; cfr. Col. 3,11).

Se quindi nella Chiesa non tutti camminano per la stessa via, tutti però sono chiamati alla santità e hanno ricevuto una fede per la giustizia di Dio (cfr. 2 Pt. 1, 1). Quantunque alcuni per volontà di Cristo siano costituiti dottori, dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all'azione comune a tutti i fedeli per l'edificazione del corpo di Cristo. La distinzione infatti posta dal Signore tra i sacri ministri e il resto del popolo di Dio include l'unione, essendo i pastori e gli altri fedeli legati tra loro da un comune necessario rapporto: i pastori della Chiesa sull'esempio del Signore siano al servizio gli uni degli altri e degli altri fedeli, e questi alla loro volta prestino volenterosi la loro collaborazione ai pastori e ai dottori. Così nella varietà tutti danno la testimonianza della mirabile unità nel corpo di Cristo: poiché la stessa diversità di grazie, di servizi e di attività raccoglie in un solo corpo i figli di Dio, dato che "tutte queste cose opera un unico e medesimo Spirito" (1 Cor 12, 11).

I laici, quindi, come per condiscendenza divina hanno per fratello Cristo, il quale, pur essendo il Signore di tutte le cose, è venuto non per essere servito ma per servire (cfr. Mt 20, 28); così anche hanno per fratelli coloro che, posti nel sacro ministero, insegnando e santificando e reggendo con l'autorità di Cristo la famiglia di Dio, la pascono in modo che sia da tutti adempiuto il nuovo precetto della carità. A questo proposito dice molto bene sant'Agostino: " Se mi atterrisce l'essere per voi, mi consola l'essere con voi. Perché per voi sono vescovo, con voi sono cristiano. Quello è il nome di una carica, questo di una grazia; quello è il nome di un pericolo, questo della salvezza".

33 - L'apostolato dei laici

33. I laici, radunati nel Popolo di Dio e costituiti nell'unico corpo di Cristo sotto un solo capo, chiunque essi siano, sono chiamati come membra vive a contribuire con tutte le loro forze, ricevute dalla bontà del Creatore e dalla grazia del Redentore, all'incremento della Chiesa e alla sua ininterrotta santificazione.

L'apostolato dei laici è la partecipazione alla stessa salvifica missione della Chiesa, e a questo apostolato sono tutti deputati dal Signore stesso per mezzo del battesimo e della confermazione. Dai sacramenti, e specialmente dalla sacra eucaristia, viene comunicata e alimentata quella carità verso Dio e gli uomini, che è l'anima di tutto l'apostolato. Ma i laici sono particolarmente chiamati a rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per loro mezzo. Così ogni laico, per ragione degli stessi doni ricevuti, è il testimonio e insieme lo strumento vivo della missione della Chiesa stessa " secondo la misura dei doni di Cristo" (Ef 4, 7).

Oltre a questo apostolato, che spetta assolutamente a tutti i fedeli, i laici possono anche essere chiamati in diversi modi a collaborare più immediatamente con l'apostolato della gerarchia, alla maniera di quegli uomini e di quelle donne che aiutavano l'apostolo Paolo nel vangelo, faticando molto per il Signore (cfr. Fil 4, 3; Rm 16, 3 ss). Hanno inoltre l'attitudine a essere assunti dalla gerarchia per esercitare, per un fine spirituale, alcune funzioni ecclesiastiche.

Grava quindi su tutti i laici il glorioso peso di lavorare, perché il divino disegno di salvezza raggiunga ogni giorno più tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutta la terra. Sia perciò loro aperta qualunque via affinché, secondo le loro forze e le necessità dei tempi, anch'essi attivamente partecipino all'opera salvifica della Chiesa.

34 - Funzione sacerdotale e cultuale

34. Gesù Cristo, sommo ed eterno sacerdote, volendo anche attraverso i laici continuare la sua testimonianza e il suo servizio, li vivifica col suo Spirito e incessantemente li spinge a ogni opera buona e perfetta.

A essi infatti, che intimamente congiunge alla sua vita e alla sua missione, concede anche una parte della sua funzione sacerdotale per esercitare un culto spirituale, affinché sia glorificato Dio e gli uomini siano salvati. Perciò i laici, essendo dedicati a Cristo e consacrati dallo Spirito santo, son in modo mirabile chiamati e istruiti perché lo Spirito produca in essi frutti sempre più copiosi. Tutte infatti le loro opere, le preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e persino le molestie della vita se sono sopportate con pazienza, diventano spirituali sacrifici graditi a Dio per Gesù Cristo (cfr. 1 Pt. 2, 5); e queste cose nella celebrazione dell'eucaristia sono piissimamente offerte al Padre insieme all'oblazione del corpo del Signore. Così anche i laici, operando santamente dappertutto come adoratori, consacrano a Dio il mondo stesso.

35 - Funzione profetica e testimonianza

35. Cristo, il grande profeta, che con la testimonianza della sua vita e con la virtù della sua parola ha proclamato il regno del Padre, adempie la sua funzione profetica fino alla piena manifestazione della gloria, non solo per mezzo della gerarchia, la quale insegna in nome e con il potere di lui, ma anche per mezzo dei laici, che perciò costituisce suoi testimoni e li provvede del senso della fede e della grazia della parola (cfr. Atti 2, 17-18; Ap 19, 10), perché la forza del vangelo risplenda nella vita quotidiana, familiare e sociale. Essi si mostrano come i figli della promessa, se forti nella fede e nella speranza mettono a profitto il tempo presente (cfr. Ef 5, 16; Col. 4, 5) e nella pazienza aspettano la gloria futura (cfr. Rm 25). E questa speranza non la nascondano nell'interno del loro animo, ma con una continua conversione e con la lotta " contro i dominatori di questo mondo tenebroso e contro gli spiriti maligni" (Ef 6, 12) la esprimano anche attraverso le strutture della vita secolare.

Come i sacramenti della nuova legge, alimento della vita e dell'apostolato dei fedeli, prefigurano il cielo nuovo e la nuova terra (cfr. Ap 21, 1), così i laici sono gli araldi efficaci della fede nelle realtà che speriamo (cfr. Eb 11, 1), se senza incertezze uniscono alla professione della fede una vita ispirata dalla fede. Questa evangelizzazione o annunzio di Cristo, fatto con la testimonianza della vita e con la parola, acquista una certa nota specifica e una particolare efficacia, dal fatto che viene compiuta nelle comuni condizioni del secolo.

In questa funzione appare di grande valore quello stato di vita, che è santificato da uno speciale sacramento: la vita coniugale e familiare. Ivi si ha l'esercizio e un'eccellente scuola di apostolato dei laici, dove la religione cristiana permea tutta la condotta della vita e ogni giorno più la trasforma. Là i coniugi hanno la propria vocazione, per essere uno all'altro e ai figli i testimoni della fede e dell'amore di Cristo. La famiglia cristiana proclama ad alta voce le virtù presenti del regno di Dio e la speranza della vita beata. Così col suo esempio e con la sua testimonianza essa accusa il mondo di peccato e illumina quelli che cercano la verità.

I laici quindi, anche quando sono occupati in cure temporali, possono e devono esercitare una preziosa azione per l'evangelizzazione del mondo. Se alcuni di loro, in mancanza di sacri ministri o essendo questi impediti in regime di persecuzione, suppliscono alcune funzioni sacre nella misura delle loro facoltà; e se pure molti di loro spendono tutte le loro forze nel lavoro apostolico, bisogna tuttavia che tutti cooperino alla dilatazione e all'incremento del regno di Cristo nel mondo. Perciò i laici si applichino con diligenza all'approfondimento della verità rivelata e impetrino insistentemente da Dio il dono della sapienza.

36 - Funzione regale

36. Cristo, che si è fatto obbediente fino ella morte e perciò è stato esaltato dal Padre (cfr. Fil 2, 8-9), è entrato nella gloria del suo regno; a lui sono sottomesse tutte le cose, fino a che egli sottometta al Padre se stesso e tutte le creature, affinché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1 Cor 15, 27-28). Questo potere egli l'ha comunicato ai discepoli, perché anch'essi siano costituiti nella libertà regale e con l'abnegazione di sé e la vita santa vincano in se stessi il regno del peccato (cfr. Rm 6, 12), anzi servendo a Cristo anche negli altri, con umiltà e pazienza conducano i loro fratelli al re, servire al quale è regnare. Il Signore infatti desidera dilatare anche per mezzo dei fedeli laici il suo regno, regno "di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, d'amore e di pace"; e in questo regno anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio (cfr. Rm 8, 21). Certamente una grande promessa e un grande comandamento è dato ai discepoli: "Infatti tutto è vostro, voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio" (1 Cor 3, 23).

I fedeli perciò devono riconoscere la natura intima di tutta la creazione, il suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio, e aiutarsi a vicenda a una vita più santa anche con le opere secolari, così che il mondo sia imbevuto dello spirito di Cristo e raggiunga più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace. Nel compiere nella sua universalità questo dovere i laici hanno il posto di primo piano. Con la loro competenza quindi nelle profane discipline e con la loro attività, elevata intrinsecamente dalla grazia di Cristo, portino efficacemente l'opera loro, perché i beni creati, secondo l'ordine del Creatore e la luce del suo Verbo, siano fatti progredire dal lavoro umano, dalla tecnica e dalla cultura per l'utilità di tutti assolutamente gli uomini, e siano tra loro più giustamente distribuiti e, nella loro misura, contribuiscano al progresso universale nella libertà umana e cristiana. Così Cristo per mezzo dei membri della Chiesa illuminerà sempre di più con la sua luce salvifica l'intera società umana.

Inoltre i laici, anche mettendo in comune la loro forza, risanino le istituzioni e le condizioni di vita del mondo, se ve ne sono che spingono i costumi al peccato, così che tutte siano rese conformi alle norme della giustizia e, anzichè ostacolare, favoriscano l'esercizio delle virtù. Così agendo impregneranno di valore morale la cultura e i lavori dell'uomo. In questo modo il campo del mondo sarà meglio preparato per il seme della parola divina, e insieme più aperte saranno le porte della Chiesa, perché vi entri l'annunzio della pace nel mondo.

A causa della stessa economia della salvezza imparino i fedeli a distinguere accuratamente fra i diritti e i doveri, che loro incombono in quanto sono aggregati alla Chiesa, e quelli che loro competono in quanto membri della società umana. Cerchino di metterli in armonia fra loro ricordandosi che in ogni cosa temporale devono essere guidati dalla coscienza cristiana, poiché nessuna attività umana, neanche in materia temporale, può essere sottratta al dominio di Dio. Nell'epoca nostra è sommamente necessario che questa distinzione e nello stesso tempo questa armonia risplendano nel modo più chiaro possibile nella maniera di agire dei fedeli, affinché la missione della Chiesa possa pienamente rispondere alle particolari condizioni del mondo moderno. Come infatti si deve riconoscere che la città terrena, a ragione dedita alle cure secolari, è retta da propri principi, così a ragione è rigettata la funesta dottrina, che pretende di costruire la società senza tenere alcun conto della religione, e impugna e sopprime la libertà religiosa dei cittadini.

37 - Relazioni con la gerarchia

37. I laici, come tutti i fedeli, hanno il diritto di ricevere abbondantemente dai sacri pastori i beni spirituali della Chiesa, soprattutto gli aiuti della parola di Dio e dei sacramenti; ai pastori quindi manifestino le loro necessità e i loro desideri, con quella libertà e fiducia, che si addice a figli di Dio e a fratelli in Cristo. Nella misura della scienza, della competenza e del prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, anzi anche il dovere di far conoscere il loro parere su ciò che riguarda il bene della Chiesa. Se occorra, si faccia questo attraverso le istituzioni stabilite a questo scopo dalla Chiesa, e sempre con verità, fortezza e prudenza, con rispetto e carità verso coloro che per ragione delle loro funzioni sacre rappresentano Cristo.

I laici, come tutti i fedeli, con cristiana obbedienza prontamente accettino ciò che i pastori, quali rappresentanti di Cristo, stabiliscono come maestri e capi nella Chiesa, seguendo in ciò l'esempio di Cristo, il quale con la sua obbedienza fino alla morte ha aperto a tutti gli uomini la via beata della libertà dei figli di Dio. Né tralascino di raccomandare a Dio nelle loro preghiere i loro superiori, che vegliano su di essi come dovendo rendere conto delle nostre anime, perché lo facciano con gioia e non gemendo (cfr. Eb 13, 17)

D'altra parte i sacri pastori riconoscano a promuovano la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa; si servano volentieri del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro degli incarichi per il servizio della Chiesa e lascino loro libertà e campo di agire, anzi li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria iniziativa. Considerino attentamente in Cristo e con paterno affetto le iniziative, le richieste e i desideri proposti dai laici. Con rispetto poi i pastori riconosceranno quella giusta libertà, che a tutti compete nella città terrestre.

Da questi familiari rapporti tra laici e pastori si devono attendere molti vantaggi per la Chiesa: in questo modo infatti è fortificato nei laici il senso della loro responsabilità, ne è favorito lo slancio e le loro forze più facilmente vengono associate all'opera dei pastori. E questi, aiutati dall'esperienza dei laici, possono giudicare con più chiarezza e più giustamente sia in materia spirituale che temporale; così che tutta la Chiesa, sostenuta da tutti i suoi membri, possa compiere con maggiore efficacia la sua missione per la vita del mondo.

38 - I laici, anima del mondo

38. Ogni laico deve essere davanti al mondo il testimone della resurrezione e della vita del Signore Gesù e il segno del Dio vivo. Tutti insieme, e ognuno per la sua parte, devono alimentare il mondo con i frutti spirituali (cfr. Gal. 5, 22) e in esso diffondere lo spirito, da cui sono animati i poveri, i miti e i pacifici, che il Signore nel vangelo proclamò beati (cfr. Mt 5, 3-9). In una parola: "ciò che l'anima è nel corpo, questo siano nel mondo i cristiani".

Cap.V - Universale vocazione alla santità nella chiesa

39. Noi crediamo che la Chiesa, il cui mistero è esposto nel sacro Concilio, è indefettibilmente santa. Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito è proclamato "il solo santo", ha amato la Chiesa come sua sposa e ha dato se stesso per essa, al fine di santificarla (cfr. Ef 5, 25-26), e l'ha unita a sé come suo corpo e l'ha riempita col dono dello Spirito santo, per la gloria di Dio. Perciò tutti nella Chiesa, sia che appartengano alla gerarchia sia che da essa siano diretti, sono chiamati alla santità, secondo il detto dell'apostolo: "La volontà di Dio è questa, che vi santifichiate" (1 Ts 4, 3; cfr. Ef 1, 4). Questa santità della Chiesa costantemente si manifesta e si deve manifestare nei frutti della grazia che lo Spirito produce nei fedeli; si esprime in varie forme presso i singoli, i quali, nella vita che è loro propria, giungono alla perfezione della carità edificando gli altri; in un modo tutto suo proprio si manifesta nella pratica dei consigli che si sogliono chiamare evangelici. Questa pratica dei consigli, abbracciata da molti cristiani per impulso dello Spirito santo, sia privatamente che in una condizione o in uno stato sanzionato dalla Chiesa, porta e deve portare nel mondo una testimonianza e un esempio splendidi della sua santità.

40 - Vocazione universale alla santità

40. Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e ai singoli suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato la santità della vita, di cui egli stesso è l'autore e il perfezionatore: " Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste" (Mt 5, 48). Ha mandato infatti a tutti lo Spirito santo, che li muovesse dall'interno ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente, con tutte le forze (cfr. Mc. 12, 30), e ad amarsi a vicenda come Cristo ha amato loro (cfr. Gv 13, 34; 15, 12). I seguaci di Cristo, chiamati da Dio non secondo le loro opere, ma secondo il disegno della sua grazia e giustificati in Gesù Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l'aiuto di Dio, mantenere nella loro vita e perfezionare la santità che hanno ricevuta. Li ammonisce l'apostolo che vivano " come si conviene ai santi" (Ef 5, 3), e si rivestano, "come si conviene a eletti di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza e di pazienza" (Col. 3, 12), e abbiano i frutti dello Spirito per la santità (cfr. Gal. 5, 22; Rm 6, 22). E poiché tutti commettiamo falli in molte cose (cfr. Giac. 3, 2), abbiamo continuamente bisogno della misericordia di Dio e dobbiamo ogni giorno pregare: "E rimetti a noi i nostri debiti" (Mt 6, 12).

E' chiaro dunque a tutti che tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità: da questa santità è promosso, anche nella società terrena, un tenore di vita più umano. Per raggiungere questa perfezione, i fedeli usino le forze ricevute secondo la misura di doni di Cristo, affinché, seguendo il suo esempio e fattisi conformi alla sua immagine, in tutto obbedienti alla volontà del Padre, con tutto il loro animo si consacrino alla gloria di Dio e al servizio del prossimo. Così la santità del popolo di Dio crescerà apportando frutti abbondanti, come è splendidamente dimostrato, nella storia della Chiesa, dalla vita di tanti santi.

41 - Multiforme esercizio dell'unica santità

41. Nei vari generi di vita e nelle varie professioni un'unica santità è praticata da tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio e, obbedienti alla voce del Padre e adorando in spirito e verità Dio Padre, seguono Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria. Ognuno secondo i propri doni e le proprie funzioni deve senza indugi avanzare per la via della fede viva, la quale accende la speranza e opera per mezzo della carità.

In primo luogo i pastori del gregge di Cristo devono, a immagine del sommo ed eterno sacerdote, pastore e vescovo delle anime nostre, compiere con santità e slancio, con umiltà e fortezza il proprio ministero, il quale, così adempiuto, sarà anche per loro un eccellente mezzo di santificazione. Eletti alla pienezza del sacerdozio, è loro data la grazia sacramentale affinché, pregando, sacrificando, e predicando, con ogni forma della cura e del servizio episcopale esercitino l'ufficio perfetto della carità pastorale, non temano di dare la propria vita per le pecore e, fattisi il modello del gregge (cfr. 1 Pt. 5, 3), spingano anche col proprio esempio la Chiesa a una santità ogni giorno più grande.

I presbiteri, a somiglianza dell'ordine dei vescovi, dei quali formano la corona spirituale, partecipando alla grazia del loro incarico per mezzo di Cristo, eterno e unico mediatore, mediante il quotidiano esercizio del proprio ufficio crescano nell'amore di Dio e del prossimo, conservino il vincolo della comunione sacerdotale, abbondino in ogni bene spirituale e diano a tutti la viva testimonianza di Dio, emuli di quei sacerdoti che, nel corso dei secoli, in un servizio spesso umile e nascosto hanno lasciato uno splendido esempio di santità. La loro lode risuona nella Chiesa di Dio. Pregando e offrendo il sacrificio, in virtù della loro carica, per il loro popolo e per tutto il popolo di Dio, riconoscendo ciò che fanno e imitando ciò che amministrano, anzichè essere ostacolati dalle cure apostoliche, dai pericoli e dalle tribolazioni, ascendano piuttosto per mezzo di esse a una maggiore santità, nutrendo e dando slancio con l'abbondanza della contemplazione alla propria attività, per il conforto di tutta la Chiesa di Dio. Tutti i sacerdoti, e specialmente quelli che per lo speciale titolo della loro ordinazione sono detti sacerdoti diocesani, ricordino quanto contribuiscano alla loro santificazione la fedele unione e la generosa cooperazione col proprio vescovo.

Della missione e della grazia del sacerdote supremo partecipano in una maniera particolare anche i ministri di un ordine inferiore, e prima di tutto i diaconi, i quali, essendo al servizio dei misteri di Dio e della Chiesa, devono mantenersi puri da ogni vizio e piacere a Dio e studiarsi di fare ogni genere di opere buone davanti agli uomini (cfr. 1 Tit. 3, 8-10 e 12-13). I chierici che, chiamati dal Signore e segregati per essere la sua parte, sotto la vigilanza dei pastori si preparano alle funzioni dei ministri, sono tenuti a conformare le loro menti e i loro cuori a una così eccelsa elezione: assidui nell'orazione, ferventi nella carità, intenti a quanto è vero, giusto ed è di buona riputazione, tutto operando per la gloria e l'onore di Dio. A questi si aggiungono quei laici eletti da Dio, i quali sono chiamati dal vescovo perché si diano più completamente alle opere apostoliche, e che nel campo del Signore lavorano con molto frutto.

I coniugi e i genitori cristiani, seguendo la loro propria via, devono con un amore fedele sostenersi a vicenda nella grazia per tutta la Vita e istruire nella dottrina cristiana e nelle virtù evangeliche la prole, che hanno con amore ricevuto da Dio. Così infatti offrono a tutti l'esempio di un amore instancabile e generoso, edificano una fraternità di carità e diventano i testimoni e i cooperatori della fecondità della madre Chiesa, in segno e in partecipazione di quell'amore, col quale Cristo ha amato la sua sposa e si è dato per lei. Un simile esempio è offerto in altro modo dalle persone vedove e da quelle non sposate, le quali pure possono contribuire non poco alla santità e alla operosità della Chiesa. Quelli poi che sono dediti alle fatiche, spesso dure, devono con le opere umane perfezionare se stessi, aiutare i concittadini e far progredire tutta la società e la creazione verso uno stato migliore, ma anche, con una carità operosa, lieti nella speranza e portando gli uni i pesi degli altri, imitare Cristo, le cui mani si esercitarono in lavori di carpentiere e che sempre opera col Padre alla salvezza di tutti, e infine con lo stesso loro quotidiano lavoro ascendere a una più alta santità anche sotto la forma apostolica.

E sappiano che sono pure uniti in modo speciale a Cristo, che soffre per la salvezza del mondo, quelli che sono oppressi dalla povertà, dalla debolezza, dalla malattia e dalle varie tribolazioni, o soffrono persecuzione per la giustizia: il Signore nel vangelo li ha proclamati beati, e il "Dio... di ogni grazia, che ci ha chiamati all'eterna sua gloria in Cristo Gesù, dopo un pò di patire, li condurrà egli stesso a perfezione e li renderà stabili e sicuri" (1 Pt. 5, 10)

Tutti i fedeli quindi nelle loro condizioni di vita, nei loro lavori o circostanze, e per mezzo di tutte queste cose, saranno ogni giorno più santificati se tutto prendono con fede dalla mano del Padre celeste, e cooperano con la volontà divina, manifestando a tutti, nello stesso servizio temporale, la carità con la quale Dio ha amato il mondo.

42 - Vie e mezzi della santità

42. " Dio è amore e chi sta fermo nell'amore, sta in Dio e Dio in lui" (1 Gv 4, 16). Ora Dio ha largamente diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci fu dato (cfr. Rm 5, 5); perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Dio. Ma perché la carità come un buon seme cresca nell'anima e vi fruttifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e, coll'aiuto della sua grazia, compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all'eucaristia e alla santa liturgia; applicarsi costantemente alla preghiera, all'abnegazione di se stesso, al servizio attivo dei fratelli e all'esercizio di ogni virtù. La carità, infatti, vincolo della perfezione e compimento della legge (cfr. Col. 3, 14; Rm 13, 10), dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine. Perciò il vero discepolo di Cristo si caratterizza dalla carità sia verso Dio che verso il prossimo.

Avendo Gesù, Figlio di Dio, manifestato la sua carità dando per noi la sua vita, nessuno ha più grande amore di colui che dà la sua vita per lui e per i suoi fratelli (cfr. 1 Gv 3, 10; Gv 15, 13). Già fino dai primi tempi, quindi, alcuni cristiani sono stati chiamati, e lo saranno sempre, a rendere questa massima testimonianza d'amore davanti a tutti, e specialmente davanti ai persecutori. Perciò il martirio, col quale il discepolo è reso simile al maestro che liberamente accetta la morte per la salvezza del mondo, e a lui si conforma nella effusione del sangue, è stimato dalla Chiesa come il dono eccezionale e la suprema prova della carità. Che se a pochi il martirio è concesso, devono però tutti essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini, e a seguirlo sulla via della croce attraverso le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa.

La santità della Chiesa è ancora in modo speciale favorita dai molteplici consigli di cui il Signore nel vangelo propone l'osservanza ai suoi discepoli. Tra essi eccelle questo prezioso dono della grazia divina, dato dal Padre ad alcuni (cfr. Mt 19, 11; 1 Cor 7, 7) di votarsi a Dio solo più facilmente e con un cuore senza divisioni (cfr. 1 Cor 7, 32-34) nella verginità e nel celibato. Questa perfetta continenza per il regno dei cieli è sempre stata tenuta in singolare onore dalla Chiesa, come un segno e uno stimolo della carità e come una speciale sorgente di spirituale fecondità nel mondo.

La Chiesa ripensa anche al monito dell'apostolo, il quale incitando i fedeli alla carità, li esorta ad avere in sé i sentimenti, che erano in Cristo Gesù, il quale "spogliò se stesso, prendendo la natura di un servo... facendosi obbediente fino alla morte" (Fil 2, 7-8), e per noi "da ricco che egli era si fece povero" (2 Cor 8, 9). Pur dovendo sempre i discepoli manifestare l'imitazione e la testimonianza di questa carità e umiltà di Cristo, si rallegra la madre Chiesa di trovare nel suo seno molti uomini e donne, che seguono più da vicino questo annientamento del Salvatore e più chiaramente lo mostrano, abbracciando la povertà nella libertà dei figli di Dio e rinunciando alla propria volontà: essi cioè, in ciò che riguarda la perfezione, si sottomettono a un uomo per Dio al di là della stretta misura del precetto, al fine di conformarsi più pienamente a Cristo obbediente.

Tutti i fedeli quindi sono invitati e tenuti a tendere alla santità e alla perfezione del proprio stato. Perciò tutti si sforzino di rettamente dirigere i propri affetti, affinché dall'uso delle cose di questo mondo e dall'attaccamento alle ricchezze, contrario allo spirito della povertà evangelica, non siano impediti di tendere alla carità perfetta; ammonisce infatti l'apostolo: "Quelli che si servono di questo mondo non vi si adagino poiché passa la figura di questo mondo (cfr. 1 Cor 7, 31 gr.).

Cap.VI - I religiosi

43 - I consigli evangelici nella Chiesa

43. I consigli evangelici della castità consacrata a Dio, della povertà e dell'obbedienza, fondati sulle parole e sugli esempi del Signore e raccomandati dagli apostoli, dai padri, dai dottori e dai pastori della Chiesa, sono un dono divino, che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore e che con la sua grazia sempre conserva. Ora l'autorità della Chiesa, sotto la guida dello Spirito santo, si è data cura di interpretarli, di regolarne la pratica e anche di stabilire, a partire da essi, forme stabili di vita. Avvenne quindi che, come in un albero piantato da Dio e in un modo mirabile e molteplice ramificatosi nel campo del Signore, sono cresciute varie forme di vita solitaria o comune e varie famiglie, che si sviluppano sia per il profitto dei loro membri, sia per il bene di tutto il corpo di Cristo. Quelle famiglie infatti forniscono ai loro membri gli aiuti di una maggiore stabilità nel modo di vivere, di una dottrina approvata per il conseguimento della perfezione, della comunione fraterna nella milizia di Cristo, di una libertà fortificata dall'obbedienza, così che possano adempiere con sicurezza e custodire con fedeltà la loro professione religiosa, e progredire gioiosi di spirito nella via della carità.

Un simile stato, se si tiene conto della divina e gerarchica costituzione della Chiesa, non è intermedio tra la condizione dei chierici e quella dei laici, ma da entrambe le parti alcuni fedeli sono chiamati da Dio a godere di questo speciale dono della vita della Chiesa e ad aiutare, ciascuno a suo modo, la missione salvifica di essa.

44 - Natura a importanza dello stato religioso

44. Con i voti o con altri sacri legami, secondo il loro modo proprio assimilati ai voti, con i quali il fedele si obbliga all'osservanza dei tre predetti consigli evangelici, egli si dona totalmente a Dio sommamente amato, così da essere con nuovo e speciale titolo destinato al servizio e all'onore di Dio. Col battesimo è morto al peccato e consacrato a Dio; ma per potere raccogliere un frutto più copioso della grazia battesimale, con la professione dei consigli evangelici nella Chiesa intende liberarsi dagli impedimenti, che potrebbero ritardarlo nel fervore della carità e nella perfezione del culto divino, e viene consacrato più intimamente al servizio di Dio. Questa consacrazione sarà tanto più perfetta, quanto più solidi e stabili sono i vincoli, con i quali è rappresentato Cristo indissolubilmente unito alla Chiesa sua sposa.

Ma poiché i consigli evangelici, per mezzo della carità alla quale conducono, uniscono in modo speciale i loro seguaci alla Chiesa e al suo mistero, la loro vita spirituale deve pure essere consacrata al bene di tutta la Chiesa. Di qui ne deriva il dovere di lavorare, secondo le loro forze e il genere della propria vocazione, sia con la preghiera, sia anche con l'opera attiva, a radicare e consolidare negli animi il regno di Cristo e a dilatarlo in ogni parte della terra. E per questo anche la Chiesa difende e sostiene il carattere proprio dei vari istituti religiosi.

La professione dei consigli evangelici appare dunque come un segno, che può e deve attirare efficacemente tutti i membri della Chiesa a compiere con slancio i doveri della vocazione cristiana. Poiché infatti il popolo di Dio non ha qui città permanente, ma va in cerca della futura, lo stato religioso, che rende più liberi i suoi seguaci dalle cure terrene, rende visibile per tutti i credenti la presenza, già in questo mondo, dei beni celesti, meglio testimonia la vita nuova ed eterna, acquistata dalla redenzione di Cristo, e meglio preannunzia la futura ressurrezione e la gloria del regno celeste. Parimenti lo stato religioso più fedelmente imita e continuamente rappresenta nella Chiesa la forma di vita, che il Figlio di Dio prese quando venne nel mondo per fare la volontà del Padre e che propose ai discepoli che lo seguivano. Infine, in un modo speciale manifesta l'elevatezza del regno di Dio sopra tutte le cose terrestri e le sue esigenze supreme; dimostra pure a tutti gli uomini la preminente grandezza della virtù di Cristo regnante e la infinita potenza dello Spirito santo, mirabilmente operante nella Chiesa.

Lo stato dunque, che è costituito dalla professione dei consigli evangelici, pur non appartenendo alla struttura gerarchica della Chiesa, interessa tuttavia indiscutibilmente alla sua vita e alla sua santità.

45 - Autorità della Chiesa e stato religioso

45. Essendo il compito della gerarchia ecclesiastica pascere il popolo di Dio e condurlo a pascoli ubertosi (cfr. Ez. 34, 14), spetta ad essa di regolare sapientemente con le sue leggi la pratica dei consigli evangelici, dai quali la perfezione della carità verso Dio e verso il prossimo è in modo singolare aiutata. Essa inoltre, docilmente seguendo gli impulsi dello Spirito santo, accoglie le regole proposte da eminenti uomini e donne e quando sono state ulteriormente ordinate, le approva autorevolmente. Con la sua volontà vigile e protettrice essa viene pure in aiuto agli istituti, dovunque eretti per l'edificazione del corpo di Cristo, perché abbiano in ogni modo a crescere e fiorire secondo lo spirito dei fondatori.

Perché poi sia meglio provveduto alle necessità dell'intero gregge del Signore, ogni istituto di perfezione e i singoli membri possono dal romano pontefice, per il suo primato su tutta la Chiesa, in vista della comune utilità, essere esentati dalla giurisdizione degli ordinari del luogo ed essere sottoposti a lui solo. Similmente possono essere lasciati o affidati alle rispettive autorità patriarcali. Gli stessi membri nel compiere, secondo il loro speciale genere di vita, il loro compito verso la Chiesa, devono, conforme alle leggi canoniche, prestare riverenza e obbedienza ai vescovi, a causa della loro autorità pastorale nelle chiese particolari e per l'unità e la concordia necessarie nel lavoro apostolico.

La Chiesa non solo erige con la sua sanzione la professione religiosa alla dignità di uno stato canonico, ma anche con la sua azione liturgica la presenta come stato consacrato a Dio. La stessa Chiesa infatti, con l'autorità affidatale da Dio, riceve i voti di quelli che fanno la professione, per loro impetra da Dio con la sua preghiera pubblica i soccorsi della sua grazia, li raccomanda a Dio e impartisce loro la benedizione spirituale, associando la loro oblazione al sacrificio eucaristico.

46 - Grandezza della consacrazione religiosa

46. I religiosi pongano ogni cura, affinché per loro mezzo la Chiesa ogni giorno meglio presenti Cristo ai fedeli e agli infedeli, o mentre egli contempla sul monte, o annunzia il regno di Dio alle turbe, o risana i malati e i feriti e converte a miglior vita i peccatori, o benedice i fanciulli e fa del bene a tutti, sempre obbediente alla volontà del Padre che lo ha mandato.

Tutti infine abbiano ben chiaro che la professione dei consigli evangelici, quantunque comporti la rinunzia di beni certamente molto apprezzabili, non si oppone al vero sviluppo della persona umana, ma per la sua stessa natura gli è di grandissimo giovamento. Infatti i consigli, abbracciati volontariamente secondo la personale vocazione di ognuno, aiutano non poco alla purificazione del cuore e alla libertà spirituale, tengono continuamente acceso il fervore della carità e, come è comprovato dall'esempio di tanti santi fondatori, hanno soprattutto la forza di maggiormente conformare il cristiano al genere di vita verginale e povera, che Cristo Signore si scelse per sé e che la vergine Madre sua abbracciò. Né pensi alcuno che i religiosi con la loro consacrazione diventino o estranei agli uomini o inutili nella città terrena. Poiché, anche se talora non sono direttamente presenti ai loro contemporanei, li tengono tuttavia presenti in modo più profondo nel cuore di Cristo e con essi collaborano spiritualmente, affinché la costruzione della città terrena sia sempre fondata nel Signore e a lui diretta, né avvenga che lavorino invano quelli che la stanno costruendo.

Perciò il sacro Concilio conferma e loda gli uomini e le donne, i fratelli e le sorelle, i quali nei monasteri, o nelle scuole e negli ospedali, o nelle missioni, con perseverante e umile fedeltà alla predetta consacrazione, onorano la sposa di Cristo e a tutti gli uomini prestano generosi e diversissimi servizi.

47 - Esortazione alla perseveranza

47. Ognuno poi, che è chiamato alla professione dei consigli, ponga ogni cura nel perseverare e maggiormente eccellere nella vocazione a cui Dio l'ha chiamato, per la più grande santità della Chiesa e per la maggior gloria della Trinità una e indivisa, la quale in Cristo e per mezzo di Cristo è la fonte e l'origine di ogni santità.

Cap.VII - Indole escatologica della Chiesa peregrinante e sua unione con la Chiesa celeste

Natura escatologica della nostra vocazione

48. La Chiesa, alla quale tutti siamo chiamati in Cristo Gesù e nella quale per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità, non avrà il suo compimento se non nella gloria celeste, quando verrà il tempo in cui tutte le cose saranno rinnovate (Cfr. Ap 3, 21), e col genere umano anche tutto l’universo, il quale è intimamente congiunto con l'uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, troverà nel Cristo la sua definitiva perfezione (cfr. Ef 1, 10; Col. 1, 20; 2 Pt. 3, 10-13).

E invero il Cristo, quando fu levato in alto da terra, attirò tutti a sé (cfr. Gv 12, 32 gr.); risorgendo dai morti (cfr. Rm 6, 9) immise negli apostoli il suo Spirito vivificatore, e per mezzo di lui costituì il suo corpo, che è la Chiesa, quale sacramento universale della salvezza; assiso alla destra del Padre, opera continuamente nel mondo per condurre gli uomini alla Chiesa e attraverso di essa congiungerli più strettamente a sé e renderli partecipi della sua vita gloriosa col nutrimento del proprio corpo e del proprio sangue. Quindi  la nuova condizione e sperata è già incominciata con Cristo; l’invio dello Spirito Santo le ha dato il suo slancio e per mezzo di lui essa continua nella Chiesa, nella quale siamo dalla fede istruiti anche sul senso della nostra vita temporale, mentre portiamo a termine, nella speranza dei beni futuri, l'opera a noi affidata nel mondo dal Padre e attuiamo così la nostra salvezza (cfr. Fil 2, 12).

Già dunque è arrivata a noi l'ultima fase dei tempi (cfr. 1 Cor 10, 11). La rinnovazione del mondo è irrevocabilmente acquisita e in certo modo reale anticipata in questo mondo: difatti la Chiesa già sulla terra è adorna di vera santità, anche se imperfetta. Tuttavia, fino a che non vi saranno nuovi cieli e la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora (cfr. 2 Pt 3, 13), la Chiesa peregrinante, nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all'età presente, porta la figura fugace di questo mondo; essa vive tra le creature, le quali ancora gemono, sono nel travaglio del parto e sospirano la manifestazione dei figli di Dio (cfr. Rm 8, 19-22).

Congiunti dunque con Cristo nella Chiesa e contrassegnati dallo Spirito Santo «che è il pegno della nostra eredità» (Ef 1, 14), con verità siamo chiamati figli di Dio, e lo siamo veramente (cfr. 1 Gv 3, 1), ma non siamo ancora apparsi con Cristo nella gloria (cfr. Col. 3, 4), nella quale saremo simili a Dio, perché lo vedremo qual è (cfr. 1 Gv 3, 2). Pertanto, «finché abitiamo in questo corpo siamo esuli lontani dal Signore» (2 Cor 5, 6); avendo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente (cfr. Rm 8, 23) e bramiamo di essere con Cristo (cfr. Fil 1, 23). Dalla stessa carità siamo spronati a vivere più intensamente per lui, il quale per noi è morto e risuscitato (cfr. 2 Cor 5, 15). E per questo ci sforziamo di essere in tutto graditi al Signore (cfr. 2 Cor 5, 9) e indossiamo l'armatura di Dio per potere star saldi contro gli agguati del diavolo e resistergli nel giorno cattivo (cfr. Ef 6, 11-13). Siccome poi non conosciamo il giorno né l'ora, bisogna che, seguendo l’avvertimento del Signore, vegliamo assiduamente, per meritare, finito il corso irripetibile della nostra vita terrena (cfr. Eb 9, 27), dio entrare con lui di entrare al banchetto nuziale ed essere annoverati fra i beati (cfr. Mt 25, 31- 46), e non ci venga comandato, come a servi cattivi e pigri (cfr. Mt 25, 26), di andare al fuoco eterno (cfr. Mt 25, 41), nelle tenebre esteriori dove «ci sarà pianto e stridore di denti» (Mt 22, 13 e 25, 30). Prima infatti di regnare con Cristo glorioso, noi tutti compariremo «davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno il salario della sua vita mortale, secondo quel che avrà fatto di bene e di male» (2 Cor 5, 10), e alla fine del mondo «usciranno dalla tomba, chi ha operato il bene a risurrezione di vita, e chi ha operato il male a risurrezione di condanna» (Gv 5, 29; cfr. Mt 25, 46). Stimando quindi che «le sofferenze del tempo presente non sono adeguate alla gloria futura che si dovrà manifestare in noi" (Rm 8, 18; cfr. 2 Tm 2, 11-12), forti nella fede aspettiamo «la beata speranza e la manifestazione gloriosa del nostro grande Iddio e Salvatore Gesù Cristo» (Tt 2, 13), «il quale trasformerà allora il nostro misero corpo, rendendolo conforme al suo corpo glorioso» (Fil 3, 21), e verrà «per essere glorificato nei suoi santi e ammirato in tutti quelli che avranno creduto" (2 Ts 1, 10).

La Chiesa celeste e la Chiesa peregrinante

49. Fino a che dunque il Signore non verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui (cfr. Mt 25, 31) e, distrutta la morte, non gli saranno sottomesse tutte le cose (cfr. 1 Cor 15, 26-27), alcuni dei suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri che sono passati da questa vita stanno purificandosi, altri infine godono della gloria contemplando "chiaramente Dio uno e trino, qual è"; tutti però, sebbene in grado e modo diverso, comunichiamo nella stessa carità di Dio e del prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. Tutti quelli che sono di Cristo, infatti, avendo il suo Spirito formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in lui (cfr. Ef 4, 16). L'unione quindi di coloro che sono in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo non è minimamente spezzata, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali. A causa infatti della loro più intima comunione con Cristo i beati rinsaldano tutta la Chiesa nella santità, nobilitano il culto che essa rende a Dio qui in terra e in molteplici maniere contribuiscono a una sua più ampia edificazione (cfr. 1 Cor 12, 12-27). Perché, ammessi nella patria e presenti davanti al Signore (cfr. 2 Cor 5, 8), per mezzo di lui, con lui e in lui non cessano di intercedere per noi presso il Padre, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini (cfr. 1 Tm 2, 5), servendo al Signore in ogni cosa e dando compimento nella loro carne, a ciò che manca alle sofferenze di Cristo per il suo corpo, che è la Chiesa (cfr. Col. 1, 24). La nostra debolezza quindi è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine.

Relazioni della Chiesa celeste con la Chiesa peregrinante

50. La Chiesa di coloro che camminano sulla terra, riconoscendo benissimo questa comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, fino dai primi tempi della religione cristiana ha coltivò con una grande pietà la memoria dei defunti e, «poiché santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati» (2 Mc 12, 46), ha offerto per loro anche suffragi. Che gli apostoli e i martiri di Cristo, i quali con l'effusione del loro sangue diedero la suprema testimonianza della fede e della carità, siano con noi strettamente uniti in Cristo, la Chiesa lo ha sempre creduto; li ha venerati con particolare affetto insieme con la beata Vergine Maria e i santi angeli, e ha pienamente implorato il soccorso della loro intercessione. A questi in breve se ne aggiunsero anche altri, che avevano più da vicino imitata la verginità e povertà di Cristo, e infine gli altri, il cui singolare esercizio delle virtù cristiane e le grazie insigni di Dio raccomandavano alla pia devozione e imitazione dei fedeli.

Il contemplare infatti la vita di coloro che hanno seguito fedelmente Cristo, è un motivo in più per sentirsi spinti a ricercare la Città futura (cfr. Eb 13, 14 e 11, 10); nello stesso tempo impariamo la via sicurissima per la quale, tra le mutevoli cose del mondo e secondo lo stato e la condizione propria di ciascuno, potremo arrivare alla perfetta unione con Cristo, cioè alla santità. Nella vita di quelli che, sebbene partecipi della nostra natura umana, sono tuttavia più perfettamente trasformati nell'immagine di Cristo (cfr. 2 Cor 3, 18), Dio manifesta agli uomini in una viva luce la sua presenza e il suo volto. In loro è egli stesso che ci parla e ci dà un segno del suo regno, verso il quale, avendo intorno a noi un tal nugolo di testimoni (cfr. Eb 12, 1) e una tale affermazione della verità del Vangelo, siamo potentemente attirati.

Non veneriamo però la memoria degli abitanti del cielo solo per il loro esempio, ma più ancora perché l'unione della Chiesa nello Spirito sia consolidata dall'esercizio della fraterna carità (cfr. Ef 4, 1-6). Poiché, come la cristiana comunione tra i cristiani della terra ci porta più vicino a Cristo, così la comunità con i santi ci congiunge a lui, dal quale, come dalla loro fonte e dal loro capo, promana ogni grazia e la vita dello stesso popolo di Dio. E' quindi sommamente giusto che amiamo questi amici e coeredi di Gesù Cristo, che sono anche nostri fratelli e insigni benefattori, e che per essi rendiamo le dovute grazie a Dio, «rivolgiamo loro supplici invocazioni e ricorriamo alle loro preghiere e al loro potente aiuto per impetrare grazie da Dio mediante il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro, il quale solo è il nostro Redentore e Salvatore». Infatti ogni nostra vera attestazione di amore fatta ai santi, per sua natura tende e termina a Cristo che è «la corona di tutti i santi», e per lui a Dio, che è mirabile nei suoi santi e in essi è glorificato.

La nostra unione poi con la Chiesa celeste si attua in maniera nobilissima, poiché specialmente nella sacra liturgia, nella quale la virtù dello Spirito Santo agisce su di noi mediante i segni sacramentali, in fraterna esultanza cantiamo le lodi della divina maestà; tutti, di ogni tribù e lingua, di ogni popolo e nazione, riscattati col sangue di Cristo (cfr. Ap 5, 9) e radunati in un'unica Chiesa, con un unico canto di lode glorifichiamo Dio uno in tre Persone. Perciò quando celebriamo il sacrificio eucaristico, ci uniamo in sommo grado al culto della Chiesa celeste, comunicando con essa e venerando la memoria soprattutto della gloriosa sempre vergine Maria, del beato Giuseppe, dei beati apostoli e martiri e di tutti i santi.

51 - Disposizioni pastorali del Concilio

51. Questa veneranda fede dei nostri padri circa la nostra vitale unione con i fratelli che sono nella gloria celeste o che ancora dopo la morte stanno purificandosi, questo sacrosanto Concilio la riceve con grande pietà e nuovamente propone i decreti dei sacri concili Niceno II, Fiorentino e Tridentino. E insieme in ragione della sua pastorale sollecitudine, esorta tutti quelli a cui spetta, perché, se si fossero infiltrati qua e là abusi, eccessi o difetti, si adoperino per toglierli e correggerli e tutto restaurino per una più piena lode di Cristo e di Dio. Insegnino dunque ai fedeli che il culto autentico dei santi non consiste tanto nella molteplicità degli atti esteriori quanto piuttosto nell'intensità del nostro amore attivo, col quale, per il maggiore bene nostro e della Chiesa, cerchiamo "dalla vita dei santi l'esempio, dalla comunione con loro la partecipazione, e dalla loro intercessione l'aiuto". E d'altra parte insegnino ai fedeli che il nostro rapporto con i beati, purchè lo si concepisca a una più piena luce della fede, non diminuisce affatto il culto latreutico, dato a Dio Padre mediante Cristo nello Spirito, ma, anzi lo intensifica.

Tutti, infatti, quanti siamo figli di Dio e costituiamo in Cristo una sola famiglia (cfr. Eb 3, 6), mentre comunichiamo tra di noi nella mutua carità e nell'unica lode della Trinità santissima, corrispondiamo all'intima vocazione della Chiesa e pregustando partecipiamo alla liturgia della gloria eterna. Infatti quando Cristo apparirà e vi sarà la gloriosa risurrezione dei morti, lo splendore di Dio illuminerà la città celeste e la sua lucerna sarà l'Agnello (cfr. Ap 21, 23). Allora tutta la Chiesa dei santi nella suprema felicità dell'amore adorerà Dio e "l'Agnello che è stato ucciso" (Ap 5, 12), esclamando a una sola voce: "A colui che siede sul trono e all'Agnello va la benedizione, l'onore, la gloria e il dominio per tutti i secoli" (Ap 5, 13).

Cap.VIII - La beata Maria Vergine Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa

52 -

52. Volendo Dio misericordiosissimo e sapientissimo compiere la redenzione del mondo, "quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo figlio, fatto da una donna... affinché ricevessimo l'adozione in figliuoli" (Gal. 4, 4-5). Egli per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso dal cielo e si incarnò per opera dello Spirito santo da Maria vergine". Questo divino mistero della salvezza ci è rivelato ed è continuato nella Chiesa, che il Signore ha costituito quale suo corpo e nella quale i fedeli che aderiscono a Cristo capo e sono in comunione con tutti i suoi santi, devono pure venerare la memoria "innanzi tutto della gloriosa sempre vergine Maria, madre del Dio e Signore nostro Gesù Cristo".

53 - Maria e la Chiesa

53. Infatti la vergine Maria, che all'annunzio dell'angelo accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio e portò la vita al mondo, è riconosciuta e onorata come la vera madre di Dio e del Redentore. Redenta in modo così sublime in vista dei meriti del Figlio suo e a lei unita da uno stretto e indissolubile vincolo, è insignita della somma carica e della dignità di madre del Figlio di Dio, e perciò è la figlia prediletta del Padre e il tempio dello Spirito santo; per questo dono di una grazia eminente precede di molto tutte le altre creature, celesti e terrestri. Insieme però è unita, nella stirpe di Adamo, con tutti gli uomini bisognosi di salvezza, anzi è "veramente madre delle membra (di Cristo)... perché... ha cooperato con la sua carità alla nascita dei fedeli nella Chiesa, i quali di quel capo sono lo membra". Per questo è anche riconosciuta quale sovranamente e del tutto singolare membro della Chiesa e sua immagine ed eccellentissimo modello nella fede e nella carità, e la Chiesa cattolica, edotta dallo Spirito santo, con affetto di pietà filiale la venera come una madre amatissima.

54 - L'intenzione del Concilio

54. Perciò il santo Concilio, mentre espone la dottrina riguardante la Chiesa, nella quale il divino Redentore opera la salvezza, intende illustrare attentamente sia la funzione della beata Vergine nel mistero del Verbo incarnato e del corpo mistico, sia i doveri degli uomini redenti verso la madre di Dio, madre di Cristo e madre degli uomini, specialmente dei fedeli, pur senza aver in animo di proporre una dottrina esauriente su Maria, né di dirimere questioni che il lavoro dei teologi non ha ancora pienamente illustrato. Permangono quindi nel loro diritto le opinioni, che nelle scuole cattoliche vengono liberamente proposte circa colei, che nella Chiesa santa occupa, dopo Cristo, il posto più alto e il più vicino a noi.

55 - La madre del Messia nell'antico testamento

55. I libri dell'antico e del nuovo testamento e la veneranda tradizione mostrano in modo sempre più chiaro la funzione della madre del Salvatore nella economia della salvezza, e per così dire la propongono alla nostra considerazione. I libri dell'antico testamento descrivono la storia della salvezza, nella quale lentamente viene preparandosi la venuta di Cristo nel mondo. E questi primitivi documenti, come sono letti nella Chiesa e sono capiti alla luce dell'ulteriore e piena rivelazione, passo passo mettono sempre più chiaramente in luce la figura della donna, madre del Redentore. Sotto questa luce ella viene già profeticamente adombrata nella promessa, fatta ai progenitori caduti nel peccato, circa la vittoria sul serpente (cfr. Gen. 3, 15). Parimenti, ella è la vergine che concepirà e partorirà un figlio, il cui nome sarà Emanuele (cfr. Is. 7, 14; Mt 5, 2-3; Mt 1, 22-23). Ella primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza. E infine con lei, la eccelsa figlia di Sion, dopo la lunga attesa della promessa, si compiono i tempi e si instaura la nuova economia, quando il Figlio di Dio assunse da lei la natura umana, per liberare coi misteri della sua carne l'uomo dal peccato.

56 - Maria nell'annunciazione

56. Volle il Padre delle misericordie che l'accettazione di colei che era predestinata a essere la madre precedesse l'incarnazione, perché così, come la donna aveva contribuito a dare la morte, la donna contribuisse a dare la vita. E questo vale in modo straordinario della madre di Gesù, la quale ha dato al mondo la vita stessa, che tutto rinnova, e da Dio è stata arricchita di doni degni di una così grande carica. Nessuna meraviglia quindi se presso i santi padri invalse l'uso di chiamare la madre di Dio la tutta santa, immune da ogni macchia di peccato, dallo Spirito santo quasi plasmata e resa una nuova creatura. Adornata fin dal primo istante della sua concezione dagli splendori di una santità del tutto singolare, la Vergine di Nazaret è, per ordine di Dio, salutata dall'angelo dell'annunciazione come "piena di grazia" (cfr. Lc. 1, 28) e al celeste messaggero ella risponde: "Ecco la serva del Signore, si faccia in me secondo la tua parola" (Lc. 1, 38). Così Maria, figlia di Adamo, acconsentendo alla parola divina, è diventata madre di Gesù e, abbracciando con tutto l'animo e senza essere ritardata da alcun peccato, la volontà divina di salvezza, si è offerta totalmente come la serva del Signore alla persona e all'opera del Figlio suo, mettendosi al servizio del mistero della redenzione sotto di lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente. Giustamente quindi i santi padri ritengono che Maria non fu strumento meramente passivo nelle mani di Dio, ma che cooperò alla salvezza dell'uomo con libera fede e obbedienza. Infatti, come dice s. Ireneo, ella "obbedendo divenne causa della salvezza per sé e per tutto il genere umano". Onde non pochi antichi padri nella loro predicazione volentieri affermano che "il nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione con l'obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, la vergine Maria l'ha sciolto con la sua fede", e fatto il paragone con Eva, chiamano Maria " la madre dei viventi", e affermano spesso: "la morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo di Maria".

57 - Maria e l'infanzia di Gesù.

57. Questa unione della Madre col Figlio nell'opera della redenzione si manifesta dal momento della concezione verginale di Cristo fino alla morte di lui. E prima di tutto quando Maria, recandosi frettolosa a visitare Elisabetta, è da questa proclamata beata per la sua fede nella salvezza promessa e il precursore ha trasalito nel seno della madre (cfr. Lc. 1, 41-45); nella natività, quando la Madre di Dio mostrò lieta al pastori e ai magi il Figlio suo primogenito, il quale non ha diminuito la sua verginale integrità, ma l'ha consacrata. E quando lo presentò al Signore nel tempio con l'offerta dei poveri, udì Simeone preannunciare a un tempo che il Figlio sarebbe divenuto un segno di contraddizione e che una spada avrebbe trafitto l'anima della madre, perché fossero svelati i pensieri intimi di un gran numero di cuori (cfr. Lc. 2, 34-35). Dopo avere perduto il fanciullo Gesù e averlo cercato con angoscia,  suoi genitori lo trovarono nel tempio occupato nelle cose del Padre suo, e non compresero le parole del loro Figlio. E la madre sua conservava tutte queste cose e le meditava in cuor suo (cfr. Lc. 2, 41-51).

58 - Maria e la vita pubblica di Gesù

58. Nella vita pubblica di Gesù, la madre sua appare in modo caratteristico, fin dal principio, quando alle nozze di Cana di Galilea, mossa a compassione con la sua intercessione diede inizio ai segni di Gesù messia (cfr. Gv 2, 1-11). Durante la predicazione del Figlio raccolse le parole, con le quali egli, esaltando il regno al di sopra delle condizioni e dei vincoli della carne e del sangue, proclamò beati quelli che ascoltano e custodiscono la parola di Dio (cfr. Mc. 3,35 par.; Lc. 11, 27- 28), come ella stessa fedelmente faceva (cfr. Lc. 2, 19 e 51). Così anche la beata Vergine ha avanzato nel cammino della fede e ha conservato fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette ritta (cfr. Gv 19, 25), soffrì profondamente col suo Figlio unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all'immolazione della vittima da lei generata; e finalmente, dallo stesso Cristo Gesù morente in croce fu data come madre al discepolo con queste parole: Donna, ecco il tuo figlio (cfr. Gv 19, 26-27).

59 - Maria dopo l'ascensione

59. Essendo piaciuto a Dio di non manifestare solenne mente il mistero della salvezza degli uomini prima dell'effusione dello Spirito promesso da Cristo, vediamo gli apostoli prima del giorno della Pentecoste "perseveranti d'un sol cuore nella preghiera con le donne e Maria, la madre di Gesù, e i fratelli di lui" (Atti 1, 14); e anche Maria implorava con le sue preghiere il dono dello Spirito, che l'aveva già presa sotto la sua ombra nell'annunciazione. Infine, l'immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria col suo corpo e con la sua anima, e dal Signore esaltata come la regina dell'universo, perché fosse più pienamente conformata al Figlio suo, il Signore dei dominanti (cfr. Ap 19, 16), il vincitore del peccato e della morte.

60 - Maria e Cristo unico mediatore

60. Uno solo è il nostro mediatore secondo le parole dell'apostolo: "Infatti non vi è che un solo Dio, e uno solo anche è il mediatore tra Dio e gli uomini, Cristo Gesù, uomo lui stesso, che per tutti ha dato se stesso come riscatto" (1 Tm 2, 5- 6). Ora la funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l'efficacia. Poiché ogni salutare influsso della Beata Vergine verso gli uomini non nasce da vera necessità, ma dal beneplacito di Dio, e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo, si fonda sulla mediazione di lui, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia; non impedisce minimamente l'unione immediata dei credenti con Cristo, anzi la facilita.

61 - Cooperazione alla radenzione

61- La beata Vergine, insieme con l'incarnazione del Verbo divino predestinata fino dall'eternità a essere madre di Dio, per una disposizione della divina provvidenza è stata su questa terra l'alma madre del divino Redentore, la compagna generosa del tutto eccezionale e l'umile serva del Signore. Col concepire Cristo, generarlo, nutrirlo, presentarlo al Padre nel tempio, soffrire col figlio suo morente sulla croce, ella ha cooperato in modo tutto speciale all'opera del Salvatore, con l'obbedienza, la fede, la speranza e l'ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo è stata per noi la madre nell'ordine della grazia.

62 - Funzione salvifica subordinata

62. E questa maternità di Maria nell'economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso prestato nella fede al tempo dell'annunciazione e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti. Difatti, assunta in cielo ella non ha deposto questa missione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni della salvezza eterna. Nella sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora pellegrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata. Per questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di avvocata, ausiliatrice, soccorritrice, mediatrice. Questo però va inteso in modo, che nulla detragga o aggiunga alla dignità e alla efficacia di Cristo, unico mediatore.

Nessuna creatura infatti può mai essere paragonata col Verbo incarnato e Redentore; ma come il sacerdozio di Cristo è in vari modi partecipato dai sacri ministri e dal popolo fedele, e come l'unica bontà di Dio è realmente diffusa in vari modi nelle creature, così anche l'unica mediazione del Redentore non esclude, ma suscita nelle creature una varia cooperazione partecipata dall'unica fonte.

E questo compito subordinato di Maria la Chiesa non dubita di riconoscerlo apertamente, continuamente lo sperimenta e lo raccomanda al cuore dei fedeli, perché, sostenuti da questo materno aiuto, essi più intimamente aderiscano col Mediatore e Salvatore.

63 - Maria vargine e madre, modello della Chiesa

63. La beata Vergine per il dono e la carica della divina maternità che la unisce col Figlio redentore, e per le sue grazie e le sue funzioni singolari è pure intimamente unita alla Chiesa: la madre di Dio è la figura (typus) della Chiesa, come già insegnava sant'Ambrogio, nell'ordine cioè della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo. Infatti, nel mistero della Chiesa la quale pure è giustamente chiamata madre e vergine, la beata vergine Maria è la prima, dando in maniera eminente e singolare l'esempio della vergine e della madre. Per la sua fede e la sua obbedienza ella generò sulla terra lo stesso Figlio del Padre, senza conoscere uomo, ma sotto l'ombra dello Spirito santo, come una Eva novella credendo non all'antico serpente, ma al messaggero di Dio, con una fede che non era alterata da nessun dubbio. Ella ha dato alla luce un Figlio, che Dio ha fatto il primogenito di una moltitudine di fratelli (cfr. Rm 8, 29), cioè dei fedeli, e alla cui nascita e formazione ella coopera con amore di madre.

64 - La Chiesa vergine e madre

64. Ora la Chiesa, contemplando l'arcana santità di Maria, imitandone la carità e adempiendone fedelmente la volontà del Padre, per mezzo della parola di Dio accolta con fedeltà diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito santo e nati da Dio. Essa pure è la Vergine che custodisce integra e pura la fede data allo Sposo, e a imitazione della madre del suo Signore, con la virtù dello Spirito santo, conserva verginalmente integra la fede, solida la speranza, sincera la carità.

65 - Le virtù di Maria che la Chiesa deve imitare

65. Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione che la rende senza macchia e senza ruga (cfr. Ef 5, 27), i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come il modello della virtù davanti a tutta la comunità degli eletti. La Chiesa pensando a lei piamente e contemplandola alla luce del Verbo fatto uomo, penetra con venerazione e più profondamente nell'altissimo mistero dell'incarnazione e si va ognor più conformando col suo Sposo. Maria, infatti, che è entrata intimamente nella storia della salvezza, riunisce in sé in qualche modo e riverbera i massimi dati della fede; così quando la si predica e la si onora, ella chiama i credenti al Figlio suo, al suo sacrificio e all'amore del Padre. A sua volta la Chiesa, mentre persegue la gloria di Cristo, diventa più simile al suo così alto modello (typus), progredendo continuamente nella fede, nella speranza e nella carità e in ogni cosa cercando e seguendo la divina volontà. Onde anche nella sua opera apostolica la Chiesa giustamente guarda a colei che generò Cristo, il quale fu concepito da Spirito santo e nacque dalla Vergine, per poter poi nascere e crescere per mezzo della Chiesa anche nel cuore dei fedeli. La Vergine infatti nella sua vita fu il modello di quell'amore materno, del quale devono essere animati tutti quelli che nella missione apostolica della Chiesa cooperano alla rigenerazione degli uomini.

66 - Natura e fondamento del culto di Maria

66. Maria, esaltata per la grazia di Dio, dopo suo Figlio, al di sopra di tutti gli angeli e gli uomini, perché è la madre santissima di Dio, che ha preso parte ai misteri di Cristo, viene dalla Chiesa giustamente onorata con culto speciale. In verità dai tempi più antichi la beata Vergine è venerata col titolo di "madre di Dio", sotto il cui presidio i fedeli pregandola si rifugiano in tutti i loro pericoli e le loro necessità. Soprattutto a partire dal Concilio di Efeso, il culto del popolo di Dio verso Maria crebbe mirabilmente in venerazione e in amore, in invocazione e in imitazione, secondo le sue stesse profetiche parole: "Tutte le generazioni mi chiameranno beata, perché grandi cose mi ha fatto l'onnipotente" (Lc. 1, 48). Questo culto, quale sempre fu nella Chiesa, sebbene del tutto singolare, differisce essenzialmente dal culto di adorazione, prestato al Verbo incarnato come al Padre e allo Spirito santo, e particolarmente lo promuove. Infatti le varie forme di devozione verso la madre di Dio, che la Chiesa ha approvato, entro i limiti di una dottrina sana e ortodossa, secondo le circostanze di tempo e di luogo e l'indole e la mentalità dei fedeli, fanno sì che, mentre è onorata la madre, il Figlio, per il quale esistono tutte lo cose (cfr. Col. 1, 15-16) e el quale "piacque all'eterno Padre di far risiedere tutta la pienezza" (Col. 1, 19), sia debitamente conosciuto, amato, glorificato, e siano osservati i suoi comandamenti.

67 - Norme pastorali

67. Il sacrosanto Concilio espressamente insegna questa dottrina cattolica, e insieme esorta tutti i figli della Chiesa, perché generosamente promuovano il culto, specialmente liturgico, verso la beata Vergine, abbiano in grande stima le pratiche e gli esercizi di pietà verso di lei, raccomandati lungo i secoli dal magistero, e scrupolosamente osservino quanto in passato è stato sancito circa il culto delle inmagini di Cristo, della beata Vergine e dei santi. Esorta inoltre caldamente i teologi e i predicatori della parola divina ad astenersi con ogni cura da qualunque falsa esagerazione, come pure da una eccessiva ristrettezza di mente nel considerare la singolare dignità della Madre di Dio. Con lo studio della sacra scrittura, dei santi padri e dottori e delle liturgie della Chiesa, condotto sotto la guida del magistero, illustrino rettamente i compiti e i privilegi della beata Vergine, che sempre hanno per fine Cristo, origine di ogni verità, santità e devozione. Sia nelle parole che nei fatti evitino diligentemente ogni cosa che possa indurre in errore i fratelli separati o qualunque altra persona, circa la vera dottrina della Chiesa. I fedeli a loro volta si ricordino che la vera devozione non consiste né in uno sterile e passeggero sentimento, né in una vana credulità, ma bensì procede della fede vera, dalla quale siamo portati a riconoscere la preminenza della Madre di Dio e siamo spinti a un amore filiale verso la Madre nostra e all'imitazione delle sue virtù.

68 - Maria segno del popolo di Dio

68. La Madre di Gesù, come in cielo, glorificata ormai nel corpo e nell'anima, è l'immagine e la primizia della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell'età futura, così sulla terra brilla come un segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio in marcia, fino a quando non verrà il giorno del Signore (cfr. 2 Pt. 3, 10).

69 - Maria intercede per l'unione dei cristiani

69. Per questo santo Concilio è di grande gioia e consolazione che vi siano anche tra i fratelli separati di quelli che tributano il debito onore alla Madre del Signore e Salvatore, specialmente presso gli orientali, i quali concorrono nel venerare la Madre di Dio, sempre vergine, con ardente slancio e animo devoto. Tutti i fedeli effondano insistenti preghiere alla Madre di Dio e madre degli uomini, perché ella, che con le sue preghiere aiutò le primizie della Chiesa, anche ora in cielo esaltata sopra tutti i beati e gli angeli, nella comunione di tutti i santi interceda presso il Figlio suo, finché tutte lo famiglie dei popoli, sia quelle insignite del nome cristiano, sia quelle che ancora ignorano il loro Salvatore, nella pace e nella concordia siano felicemente riunite in un solo popolo di Dio, a gloria della santissima e indivisibile Trinità. Tutte e singole le cose, stabilite in questa costituzione dogmatica, sono piaciute ai padri del sacro Concilio. E noi, in virtù della potestà apostolica conferitaci da Cristo, unitamente ai venerabili padri, nello Spirito santo le approviamo, le decretiamo e stabiliamo; e quanto è stato così sinodalmente stabilito, comandiamo che sia promulgato a nome di Dio.

Roma, presso S. Pietro, 21 novembre 1964. Io Paolo vescovo della Chiesa cattolica.

(Seguono le firme dei padri)

 

 


 

 

Dei Verbum

Costituzione Dogmatica sulla Divina Rivelazione.

Roma, 18 novembre 1965

 

1 - Proemio.

1. In religioso ascolto della parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia, il sacro concilio aderisce alle parole di s. Giovanni, il quale dice: " Annunciamo a Voi la vita eterna, che era presso il Padre e si manifestò in noi: vi annunziamo ciò che abbiamo veduto e udito, affinché anche voi abbiate comunione con noi, e la nostra comunione sia col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo" (1 Gv. 1, 2-3). Perciò, seguendo le orme dei concili Tridentino e Vaticano I, intende proporre la genuina dottrina sulla divina rivelazione e la sua trasmissione, affinché per l'annunzio della salvezza il mondo intero ascoltando creda, credendo speri, sperando ami.

2. Natura e oggetto della rivelazione

2. Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà (cf. Ef. 1, 9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito santo hanno accesso al Padre e son resi partecipi della divina natura (cf., Ef. 2, 18; 2 Pt. 1, 4). Con questa rivelazione infatti Dio invisibile cf. Col 1, 15; 1 Tim. 1, 17) nel suo immenso amore parla agli uomini come ad amici (cf. Es. 33, 11; Gv. 15, 14-15) e si intrattiene con essi (cf. Bar. 3, 38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi tra loro, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole dichiarano le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto. La profonda verità, poi, su Dio e sulla salvezza degli uomini, per mezzo di questa rivelazione risplende a noi nel Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione.

3 - Preparazione della rivelazione evangelica

3. Dio, il quale crea e conserva tutte le cose per mezzo del Verbo (cf. Gv. 1, 3), offre agli uomini nelle cose create una perenne testimonianza di sé (cf. Rom. 1, 19-20). Inoltre, volendo aprire la via della salvezza celeste, fin dal principio manifestò se stesso ai progenitori. Dopo la loro caduta, con la promessa della redenzione, li risollevò nella speranza della salvezza (cf. Gen. 3, 15), ed ebbe costante cura del genere umano, per dare la vita eterna a tutti coloro, i quali cercano la salvezza con la perseveranza nella pratica del bene (cf. Rom. 2, 6-7). A suo tempo chiamò Abramo, per fare di lui un gran popolo (cf. Gen. 12, 2-3), che dopo i patriarchi ammaestrò per mezzo di Mosè e dei profeti, affinché lo riconoscessero come il solo Dio vivo e vero, Padre provvido e giusto giudice, e stessero in attesa del salvatore promesso. In tal modo preparò lungo i secoli la via al vangelo.

4 - Cristo completa la rivelazione

4. Dio, dopo avere a più riprese e in più modi parlato per mezzo dei profeti, " alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del figlio" (Ebr. 1, 1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e ad essi spiegasse i segreti di Dio (cf. Gv. 1, 1-18). Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come " uomo agli uomini", " parla le parole di Dio" (Gv. 3, 34) e porta a compimento l'opera di salvezza affidatagli dal Padre (cf. Gv. 5, 36; 17, 4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cf. Gv. 14, 9), con tutta la sua presenza e con la manifestazione di sé, con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la gloriosa resurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello Spirito di verità, compie e completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna.

L'economia cristiana dunque, in quanto è alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcuna nuova rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cf. 1 Tim. 6, 14 e Tit. 2, 13).

5 - La Rivelazione va accolta con fede

5. A Dio che rivela è dovuta l'obbedienza della fede (cf. Rom. 16, 26; rif. Rom. 1, 5; 2 Cor. 10, 5-6), con la quale l'uomo si abbandona tutto a Dio liberamente, prestando " il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà a Dio che rivela" e assentendo volontariamente alla rivelazione data da lei. Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia "a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità". Affinché poi l'intelligenza della rivelazione diventi sempre più profonda, lo stesso Spirito santo perfeziona continuamente la fede per mezzo dei suoi doni.

6 - La verità rivelata

6. Con la divina rivelazione Dio volle manifestare e comunicare se stesso e i decreti eterni della sua volontà riguardo alla salvezza degli uomini, " per renderli cioè partecipi dei beni divini, che trascendono assolutamente la comprensione della mente umana".

Il sacro concilio professa che " Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza con il lume naturale della umana ragione dalle cose create" (cf. Rom. 1, 20); insegna inoltre che va attribuito alla sua rivelazione "il fatto che, ciò che nell'ordine divino non è di per sé inaccessibile alla umana ragione, possa, anche nella presente condizione del genere umano, esser conosciuto da tutti speditamente, con ferma certezza e senza mescolanza d'errore ".

7 - Gli apostoli e i loro successori, araldi del vangelo

7. Dio, con la stessa somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta la rivelazione del sommo Dio (cf. 2 Cor. 1, 20 e 3, 16 - 4, 6), ordinò agli apostoli di predicare a tutti, comunicando loro i doni divini, come la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale, il vangelo che, prima promesso per mezzo dei profeti, egli ha adempiuto e promulgato di sua bocca. Ciò venne fedelmente eseguito, tanto dagli apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalla bocca, dal vivere insieme e dalle opere di Cristo, sia ciò che avevano imparato per suggerimento dello Spirito santo, quanto da quegli apostoli e uomini della loro cerchia, i quali, sotto l'ispirazione dello Spirito santo, misero in iscritto l'annunzio della salvezza.

Gli apostoli poi, affinché il vangelo si conservasse sempre integro e vivo nella chiesa, lasciarono come successori i vescovi, ad essi "affidando il loro proprio posto di magistero". Questa sacra tradizione dunque e la sacra scrittura dell'uno e dell'altro testamento sono come uno specchio nel quale la chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché giunga a vederlo faccia a faccia com'è (cf. 1 Gv. 3, 2).

8 - La sacra tradizione

8. Pertanto, la predicazione apostolica, che è espressa in modo speciale nei libri ispirati, doveva essere conservata con successione continua fino alla fine dei tempi. Gli apostoli perciò, trasmettendo ciò che essi stessi hanno ricevuto, ammoniscono i fedeli di conservare le tradizioni che hanno appreso sia a voce sia per lettera (cf. 2 Tess. 2, 15) e di combattere per la fede ad essi trasmessa una volta per sempre (cf. Giuda 3). Ciò che fu trasmesso dagli apostoli, poi, comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa e all'incremento della fede del popolo di Dio. Così la chiesa, nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede.

Questa tradizione, che trae origine dagli apostoli, progredisce nella chiesa sotto l'assistenza dello Spirito santo: infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, cresce sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro (cf. Lc. 2, 19 e 51), sia con la profonda intelligenza che essi provano delle cose spirituali, sia con la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di Verità. La chiesa, cioè, nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole di Dio.

Le asserzioni dei santi padri attestano la vivificante presenza di questa tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella pratica e nella vita della chiesa che crede e che prega. La stessa tradizione fa conoscere alla chiesa il canone integrale dei libri sacri, e in essa fa più profondamente comprendere e rende ininterrottamente operanti le stesse sacre lettere; così Dio, il quale ha parlato in passato, non cessa di parlare con la sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito santo, per mezzo del quale la viva voce del vangelo risuona nella chiesa, e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti a tutta intera la verità e fa risiedere in essi abbondantemente la parola di Cristo (cf. Col. 3, 16).

9 - Mutua relazione tra la tradizione e la sacra scrittura

9. La sacra tradizione e la sacra scrittura sono dunque strettamente tra loro congiunte e comunicanti. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti la sacra scrittura è parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l'ispirazione dello Spirito divino; la parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito santo agli apostoli, viene trasmessa integralmente dalla sacra tradizione ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano; accade così che la chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola sacra scrittura. Perciò l'una e l'altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e rispetto.

10 - Relazione della tradizione e della scrittura col magistero

10. La sacra tradizione e la sacra scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla chiesa. Aderendo ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi pastori, persevera costantemente nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione, nella frazione del pane e nelle orazioni (cf. Atti 2, 42 gr.), in modo che, nel ritenere, praticare e professare la fede trasmessa si crei una singolare unità di spirito tra vescovi e fedeli.

L'ufficio poi d'interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa è stato affidato al solo magistero vivo della chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Il quale magistero però non è al di sopra della parola di Dio, ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l'assistenza dello Spirito santo, piamente la ascolta, santamente la custodisce e fedelmente la espone, e da questi unici depositi della fede attinge tutto ciò che propone da credere come rivelato da Dio.

E` chiaro dunque che la sacra tradizione, la sacra scrittura e il magistero della chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che non possono indipendentemente sussistere, e che tutti insieme, ciascuno secondo il proprio modo, sotto l'azione di un solo Spirito santo, contribuiscono efficacemente alla Salvezza delle anime.

11 - Ispirazione e verità nella sacra scrittura

11. Le cose divinamente rivelate, che nei libri della sacra scrittura sono contenute e presentate, furono consegnate sotto l'ispirazione dello Spirito santo. La santa madre chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell'antico che del nuovo testamento, con tutte le loro parti, perché, scritti sotto ispirazione dello Spirito santo (cf. Gv. 20, 31; 2 Tim. 3, 16; 2 Pt. 1, 19-21; 3, 15- 16), hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla chiesa. Per la composizione dei libri sacri, Dio scelse degli uomini di cui si servì nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori tutte e soltanto quelle cose che egli voleva.

Poiché dunque tutto ciò, che gli autori ispirati o agiografi asseriscono, è da ritenersi asserito dallo Spirito santo, si deve dichiarare, per conseguenza, che i libri della scrittura insegnano fermamente, fedelmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle sacre scritture. Pertanto " Ogni scrittura divinamente ispirata è anche utile per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché l'uomo di Dio sia perfetto, addestrato a ogni opera buona" (2 Tim. 3, 10-17 gr.).

 

12 - Come deve essere interpretata la sacra scrittura

12. Poiché Dio nella sacra scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana, l'interprete della sacra scrittura, per vedere bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione, che cosa gli agiografi in realtà hanno inteso significare e che cosa a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole.

Per ricavare l'intenzione degli agiografi, si deve tener conto tra l'altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa nei testi in varia maniera storici, o profetici, o poetici, o con altri generi di espressione. E` necessario dunque che l'interprete ricerchi il senso che l'agiografo intese esprimere ed espresse in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso. Infatti per comprendere esattamente ciò che l'autore sacro ha voluto asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli abituali e originari medi di intendere, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell'agiografo, sia a quelli che allora erano in uso qua e là nei rapporti umani.

Però, dovendo la sacra scrittura essere letta e interpretata con l'aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta, per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e alla unità di tutta la scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la chiesa e dell'analogia della fede. E` compito degli esegeti contribuire, secondo queste regole, alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della sacra scrittura, affinché, con studi in qualche modo preparatori, si maturi il giudizio della chiesa. Tutto questo, infatti, che concerne il modo di interpretare la scrittura, è sottoposto in ultima istanza al giudizio della chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la parola di Dio.

13 - La " condiscendenza " della divina Sapienza

13. Nella sacra scrittura dunque, restando sempre intatta la verità e la santità di Dio, si manifesta l'ammirabile condiscendenza della eterna Sapienza, " affinché apprendiamo l'ineffabile benignità di Dio e quanto egli, sollecito e provvido nei riguardi della nostra natura, abbia contemperato il suo parlare". Le parole di Dio, infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al linguaggio degli uomini, come già il Verbo dell'eterno Padre, avendo assunto le debolezze della umana natura, si fece simile agli uomini.

14 - La storia della salvezza nell'antico testamento

14. Nel suo grande amore Dio, progettando e preparando con sollecitudine la salvezza di tutto il genere umano, si scelse con singolare disegno un popolo, al quale confidare le promesse. Infatti, una volta conclusa l'alleanza con Abramo (cf. Gen. 15, 18) e col popolo d'Israele per mezzo di Mosè (cf. Es. 24, 8), egli si rivelò con parole ed azioni al popolo, che s'era acquistato, come l'unico Dio vero e vivo, così che Israele sperimentasse quali fossero le vie divine con gli uomini e, parlando Dio per bocca dei profeti, le comprendesse con sempre maggiore profondità e chiarezza e le facesse conoscere con maggiore ampiezza fra le genti (cf. Sal. 21, 28-29; 95, 1-3; Is. 2, 14; Ger. 3, 17). L'economia della salvezza preannunziata, narrata e spiegata dai sacri autori, si trova come vera parola di Dio nei libri dell'antico testamento; perciò questi libri divinamente ispirati conservano valore perenne: " Quanto infatti fu scritto, per nostro ammaestramento fu scritto, affinché mediante quella pazienza e quel conforto che vengono dalle scritture possiamo ottenere la speranza" (Rom. 15, 4).

15 - Importanza dell'antico testamento per i cristiani

15. L'economia dell'antico testamento era soprattutto ordinata a preparare, ad annunziare profeticamente (cf. Lc. 24, 44; Gv. 5, 39; 1 Pt. 1, 10) e a significare con vari tipi (cf. 1 Cor. 10, 11) l'avvento di Cristo redentore dell'universo e del regno messianico. I libri poi dell'antico testamento, secondo la condizione del genere umano prima dei tempi della salvezza instaurata da Cristo, manifestano a tutti la conoscenza di Dio e dell'uomo e il modo con cui Dio giusto e misericordioso si comporta con gli uomini. I quali libri, sebbene contengano anche cose imperfette e temporanee, dimostrano tuttaVia una vera pedagogia divina. Quindi i fedeli devono ricevere con devozione questi libri, che esprimono un vivo senso di Dio, una sapienza salutare per la vita dell'uomo e mirabili tesori di preghiere, nei quali infine è nascosto il mistero della nostra salvezza.

16 - Unità dei due testamenti

16. Dio, dunque, ispiratore e autore dei libri dell'uno e dell'altro testamento, ha sapientemente disposto che il nuovo fosse nascosto nell'antico e l'antico diventasse chiaro nel nuovo (2). Poiché, anche se Cristo ha fondato la nuova alleanza nel sangue suo (cf. Lc. 22, 20; 1 Cor. 11, 25), tuttavia i libri dell'antico testamento, integralmente assunti nella predicazione evangelica, acquistano e manifestano il loro completo significato nel nuovo testamento (cf. Mt. 5, 17; Lc. 24, 27; Rom. 16, 25-26; 2 Cor. 3, 14-16), e a loro volta lo illuminano e lo spiegano.

17 - Eccellenza del nuovo testamento

17. La parola di Dio, che è potenza divina per la salvezza di chiunque crede (cf. Rom. 1, 16), si presenta e manifesta la sua forza in modo eminente negli scritti del nuovo testamento. Quando infatti venne la pienezza del tempo (cf. Gal. 4, 4), il Verbo si fece carne ed abitò tra noi pieno di grazia e di verità (cf. Gv. 1, 14). Cristo stabilì il regno di Dio sulla terra, manifestò con opere e parole il Padre suo e se stesso e portò a compimento l'opera sua con la morte, la resurrezione, la gloriosa ascensione e l'invio dello Spirito santo. Innalzato da terra attira tutti a sé (cf. Gv. 12, 32 gr.), lui, che solo ha parole di vita eterna (cf. Gv. 6, 68). Ma questo mistero non fu palesato alle altre generazioni, come adesso è stato svelato ai santi apostoli suoi e ai profeti nello Spirito santo (cf. Ef. 3, 4-6 gr.), affinché predicassero il vangelo, suscistassero la fede in Gesù Cristo e Signore, e congregassero la chiesa. Di tutto ciò gli scritti del nuovo testamento sono testimonianza perenne e divina.

18 - Origine apostolica dei vangeli

18. A nessuno sfugge che tra tutte le scritture, anche del nuovo testamento, i vangeli meritatamente eccellono, in quanto sono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro salvatore.

La chiesa sempre e in ogni luogo ha ritenuto e ritiene che i quattro vangeli sono di origine apostolica. Infatti, ciò che gli apostoli per mandato di Cristo predicarono, dopo, per ispirazione dello Spirito divino essi stessi e gli uomini della loro cerchia tramandarono a noi in scritti, come fondamento della fede, cioè il vangelo quadriforme, secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni.

19 - Carattere storico dei vangeli

19. La santa madre chiesa ha ritenuto e ritiene con fermezza e costanza massima, che i quattro suindicati vangeli, di cui afferma senza esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro salvezza eterna, fino al giorno in cui fu assunto in cielo (cf. Atti 1, 1-2). Gli apostoli poi, dopo l'ascensione del Signore, trasmisero ai loro ascoltatori ciò che egli aveva detto e fatto, con quella più completa intelligenza di cui essi, ammaestrati dagli eventi gloriosi di Cristo e illuminati dalla luce dello Spirito di verità, godevano. E gli autori sacri scrissero i quattro vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte tramandate a voce o già per iscritto, redigendo una sintesi delle altre o spiegandole con riguardo alla situazione delle chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferire su Gesù cose Vere e sincere. Essi, infatti, attingendo sia dalla propria memoria e dai propri ricordi sia della testimonianza di coloro che " fin dal principio furono testimoni oculari e ministri della parola", scrissero con l'intenzione di farci conoscere la " verità" (cf. Lc. 1, 2-4) degli insegnamenti sui quali siamo stati istruiti.

20 - Gli altri scritti del nuovo testamento

20. Il canone del nuovo testamento, oltre i quattro vangeli, contiene anche le lettere di san Paolo ed altri scritti apostolici composti per ispirazione dello Spirito santo, con i quali, per sapiente disposizione di Dio, è confermato tutto ciò che riguarda Cristo Signore, è ulteriormente spiegata la sua autentica dottrina, è predicata la potenza salvifica dell'opera divina di Cristo, sono narrati gli inizi e la mirabile diffusione della chiesa ed è preannunziata la sua gloriosa consumazione.

Il Signore Gesù, infatti, assistè i suoi apostoli come aveva promesso (cf. Mt. 28, 20) e inviò loro lo Spirito paraclito, il quale doveva introdurli nella pienezza della verità (cf. Gv. 10, 13).

21 - La chiesa venera le sacre scritture

21. La chiesa ha sempre venerato le divine scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli. Insieme con la sacra tradizione, la chiesa le ha sempre considerate e le considera come la regola suprema della propria fede; esse infatti, ispirate da Dio e redatte una volta per sempre, comunicano immutabilmente la parola di Dio stesso e fanno risuonare, nelle parole dei profeti e degli apostoli, la voce dello Spirito santo. E` necessario, dunque, che tutta la predicazione ecclesiastica come la stessa religione cristiana sia nutrita e regolata dalla sacra scrittura. Nei libri sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con loro; nella parola di Dio poi è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della chiesa, e per i figli della chiesa saldezza della fede, cibo dell'anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale. Perciò si applicano in modo eccellente alla sacra scrittura le affermazioni: "Vivente ed efficace è la parola di Dio" (Ebr. 4, 12), " che ha la forza di edificare e di dare l'eredità tra tutti i santificati" (Atti 20, 32; cf. 1 Tess. 2, 13).

22 - Le tradizioni devono essere appropriate

22. E` necessario che i fedeli abbiano largo accesso alla sacra scrittura. Per questo motivo, la chiesa fin dagli inizi accolse come sua l'antichissima traduzione greca dell'antico testamento detta dei LXX; e ha sempre in onore le altre versioni orientali e le versioni latine, particolarmente quella che è detta Volgata. Ma poiché la parola di Dio deve essere a disposizione di tutti in ogni tempo, la chiesa cura con materna sollecitudine che si facciano traduzioni appropriate e corrette nelle varie lingue, a preferenza dai testi originali dei sacri libri. Queste, se secondo l'opportunità e col consenso dell'autorità della chiesa saranno fatte in collaborazione con i fratelli separati, potranno essere usate da tutti i cristiani.

23 - Impegno apostolico degli apostoli

2. La sposa del Verbo incarnato, la chiesa, istruita dallo Spirito santo, si preoccupa di raggiungere una intelligenza sempre più profonda delle sacre scritture, per nutrire di continuo i suoi figli con le divine parole; perciò a ragione favorisce anche lo studio dei santi padri, d'oriente e d'occidente, e delle sacre liturgie. Bisogna che gli esegeti cattolici, poi, e gli altri cultori della sacra teologia, collaborando con zelo, si impegnino, sotto la vigilanza del sacro magistero, a studiare e spiegare con mezzi adatti le divine lettere, in modo che il più gran numero possibile di ministri della divina parola possano offrire con frutto al popolo di Dio l'alimento delle scritture, che illumini la mente, corrobori le volontà, accenda i cuori degli uomini all'amore di Dio. Il sacro concilio incoraggia i figli della chiesa che coltivano le scienze bibliche, affinché perseverino nel compimento dell'opera felicemente intrapresa, con energie sempre rinnovate, con ogni applicazione secondo il senso della chiesa.

24 - Importanza della sacra scrittura per la teologia

24. La sacra teologia si basa, come su un fondamento perenne, sulla parola di Dio scritta, insieme con la sacra tradizione, e in quella vigorosamente si consolida e ringiovanisce sempre, scrutando alla luce della fede ogni verità racchiusa nel mistero di Cristo. Le sacre scritture contengono la parola di Dio e, perché ispirate, sono veramente parola di Dio; lo studio delle sacre pagine sia dunque come l'anima della sacra teologia. Anche il ministero della parola, cioè la predicazione pastorale, la catechesi e tutta l'istruzione cristiana, nella quale l'omelia liturgica deve avere un posto privilegiato, si nutre con profitto e santamente vigoreggia con la parola della scrittura.

25 - Si raccomanda la lettura della sacra scrittura

25. perciò è necessario che tutti i chierici, in primo luogo i sacerdoti di Cristo e quanti, come i diaconi o i catechisti, attendono legittimamente al ministero della parola, devono essere attaccati alle scritture, mediante la sacra lettura assidua e lo studio accurato, affinché qualcuno di loro non diventi " vano predicatore della parola di Dio all'esterno, lui che non l'ascolta di dentro", mentre deve partecipare ai fedeli a lui affidati le sovrabbondanti ricchezze della parola divina, specialmente nella sacra liturgia. Parimenti, il santo concilio esorta con forza e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere "la sublime scienza di Gesù Cristo" (Fil. 3, 8) con la frequente lettura delle divine scritture. " L'ignoranza delle scritture, infatti, è ignoranza di Cristo". Si accostino dunque volentieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra liturgia ricca di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle iniziative adatte a tale scopo e di altri sussidi, che con l'approvazione e a cura dei pastori della chiesa lodevolmente oggi si diffondono ovunque. Si ricordino però che la lettura della sacra scrittura dev'essere accompagnata dalla preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l'uomo; poiché " gli parliamo quando preghiamo e lo ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini".

Compete ai sacri presuli, " depositari della dottrina apostolica", istruire opportunamente i fedeli loro affidati circa il retto uso dei libri divini, soprattutto del nuovo testamento e in primo luogo dei vangeli, con traduzioni dei sacri testi, che siano corredate dalle spiegazioni necessarie e veramente sufficienti, affinché i figli della chiesa si familiarizzino con sicurezza e utilità con le sacre scritture e siano permeati del loro spirito.

Inoltre, siano preparate edizioni della sacra scrittura, fornite di idonee annotazioni, ad uso anche dei non-cristiani e adattate alle loro condizioni, che in ogni maniera sia i pastori d'anime sia i cristiani di qualsiasi stato avranno cura di diffondere con prudenza.

26 - Conclusione

26. In tal modo, dunque, con la lettura e lo studio dei libri sacri " la parola di Dio compia la sua corsa e sia glorificata" (2 Tess. 3, 1) e il tesoro della rivelazione, affidato alla chiesa riempia sempre più il cuore degli uomini. Come dall'assidua frequenza del mistero eucaristico si accresce la vita della chiesa, così è lecito sperare nuovo impulso di vita spirituale dall'accresciuta venerazione della parola di Dio, che " permane in eterno" (Is. 40, 8; 1 Pt. 1, 23-25). Tutte e singole le cose, stabilite ecc.

Roma, presso S. Pietro, 18 novembre 1965. Io Paolo vescovo della chiesa cattolica.

(Seguono le firme dei padri)

 

 

 


 

 

 Presbyterorum Ordinis

Decreto del Concilio Vaticano II (1962-1965) sul ministero e la vita sacerdotale.

Roma, 7 dicembre 1965

 

1 - Proemio.

1. Più di una volta questo sacrosanto sinodo ha ricordato a tutti l'alta dignità dell'ordine dei presbiteri. Ma poiché questo ordine ha un compito estremamente importante e sempre più arduo da svolgere nell'ambito del rinnovamento della chiesa di Cristo, è parsa di sommo interesse una trattazione più completa e più approfondita sui presbiteri. Quanto verrà qui detto va applicato a tutti i presbiteri - specialmente a quelli che si dedicano alla cura d'anime - fatti i dovuti adattamenti nel caso dei presbiteri religiosi. I presbiteri, in virtù della sacra ordinazione e della missione che ricevono dai vescovi, sono promossi al servizio di Cristo maestro, sacerdote e re, partecipando al suo ministero, per il quale la chiesa qui in terra è incessantemente edificata in popolo di Dio, corpo di Cristo e tempio dello Spirito santo. Perciò questo sacrosanto sinodo, affinché il ministero dei presbiteri nelle attuali circostanze pastorali e umane, spesso radicalmente nuove, possa trovare sostegno più valido e affinché si provveda più adeguatamente alla loro vita, dichiara e stabilisce quanto segue.

2. Natura del presbiterato

2. Nostro Signore Gesù, "che il Padre santificò e inviò nel mondo" (Gv. 10, 36) rende partecipe tutto il suo corpo mistico di quella unzione dello Spirito con la quale è stato unto: in esso, infatti, tutti i fedeli formano un sacerdozio santo e regale, offrono a Dio ostie spirituali per mezzo di Gesù Cristo e annunziano le grandezze di colui che li ha chiamati per trarli dalle tenebre e accoglierli nella sua luce meravigliosa. Non vi è dunque nessun membro che non abbia parte nella missione di tutto il corpo, ma ciascuno di essi deve santificare Gesù nel suo cuore e rendere testimonianza di Gesù con spirito di profezia.

Ma lo stesso Signore, affinché i fedeli fossero uniti in un corpo solo, di cui però " non tutte le membra hanno la stessa funzione " (Rom. 12, 4), promosse alcuni di loro come ministri, in modo che nel seno della società dei fedeli avessero il sacro potere dell'ordine per offrire il sacrificio e perdonare i peccati, e che in nome di Cristo svolgessero per gli uomini in forma ufficiale la funzione sacerdotale. Pertanto, dopo aver inviato gli apostoli come egli stesso era stato inviato dal Padre, Cristo, per mezzo degli stessi apostoli, rese partecipi della sua consacrazione e della sua missione i loro successori, cioè i vescovi, la cui funzione ministeriale fu trasmessa in grado subordinato ai presbiteri, affinché questi, costituiti nell'ordine del presbiterato, fossero cooperatori dell'ordine episcopale, per il retto assolvimento della missione apostolica affidata da Cristo.

La funzione dei presbiteri, in quanto strettamente unita all'ordine episcopale, partecipa dell'autorità con la quale Cristo stesso fa crescere, santifica e governa il proprio corpo. Per questo motivo, il sacerdozio dei presbiteri, pur presupponendo i sacramenti dell'iniziazione cristiana, viene conferito da quel particolare sacramento per il quale i presbiteri, in virtù della unzione dello Spirito santo, sono segnati da uno speciale carattere che li configura a Cristo sacerdote, in modo da poter agire in nome e nella persona di Cristo capo.

Dato che i presbiteri hanno una loro partecipazione nella funzione degli apostoli, ad essi è concessa da Dio la grazia per poter essere ministri di Cristo Gesù fra i popoli mediante il sacro ministero del vangelo, affinché l'oblazione dei popoli sia accetta, santificata nello Spirito santo. E' infatti proprio per mezzo dell'annuncio apostolico del vangelo che il popolo di Dio viene convocato e adunato, in modo che tutti coloro che appartengono a questo popolo, poiché sono santificati con lo Spirito santo, possano offrire se stessi come "ostia viva, santa, accetta a Dio" (Rom. 12,1). Inoltre, è attraverso il ministero dei presbiteri che il sacrificio spirituale dei fedeli viene reso perfetto perché viene unito al sacrificio di Cristo, unico mediatore; questo sacrificio, infatti, per mano dei presbiteri e in nome di tutta la chiesa, viene offerto nell'eucaristia in modo incruento e sacramentale, fino al giorno della venuta del Signore. A ciò tende e in ciò trova la sua perfetta realizzazione il ministero dei presbiteri. Infatti il loro servizio, che comincia con l'annuncio del vangelo, deriva la propria forza e la propria efficacia dal sacrificio di Cristo, e ha come scopo che " tutta la città redenta, cioè la riunione e società dei santi, si offra a Dio come sacrificio universale per mezzo del gran sacerdote, il quale ha anche offerto se stesso per noi nella sua passione, per farci diventare corpo di così eccelso capo ".

Pertanto, il fine cui tendono i presbiteri con il loro ministero e la loro vita è la gloria di Dio Padre che devono procurare in Cristo. E tale gloria consiste nel fatto che gli uomini accolgano con consapevolezza, con libertà e con gratitudine l'opera perfetta di Dio realizzata in Cristo e la manifestino in tutta la loro vita. Perciò i presbiteri, sia che si dedichino alla preghiera e all'adorazione, sia che predichino la parola, sia che offrano il sacrificio eucaristico e amministrino gli altri sacramenti, sia che svolgano altri ministeri in servizio degli uomini, contribuiscono all'aumento della gloria di Dio e nello stesso tempo a far avanzare gli uomini nella vita divina. E tutte queste cose - le quali scaturiscono dalla pasqua di Cristo - troveranno pieno compimento nella venuta gloriosa dello stesso Signore, allorché egli consegnerà il regno a colui che è Dio e Padre.

3. Condizione dei presbiteri nel mondo

3. I presbiteri, presi fra gli uomini e costituiti in favore degli uomini stessi nelle cose che si riferiscono a Dio, per offrire doni e sacrifici in remissione dei peccati, vivono in mezzo agli altri uomini come fratelli. Così infatti si comportò Gesù nostro Signore, Figlio di Dio, uomo inviato dal Padre agli uomini, il quale dimorò presso di noi e volle in ogni cosa essere uguale ai suoi fratelli, eccetto che per il peccato. E' un esempio, il suo, che già imitarono i santi apostoli; e san Paolo, dottore delle genti, "segregato per il vangelo di Dio" (Rom. 1, 1), dichiara di essersi fatto tutto per tutti, e allo scopo di salvare tutti. Così i presbiteri del nuovo testamento in forza della propria chiamata e della propria ordinazione, sono in un certo modo segregati in seno al popolo di Dio; ma non per rimanere separati da questo stesso popolo o da qualsiasi uomo, bensì per consacrarsi interamente all'opera per la quale il Signore li assume. Essi non potrebbero essere ministri di Cristo se non fossero testimoni e dispensatori di una vita diversa da quella terrena; ma non potrebbero nemmeno servire gli uomini se si estraniassero dalla loro vita e dal loro ambiente. Per il loro stesso ministero sono tenuti con speciale motivo a non conformarsi con il secolo presente; ma allo stesso tempo sono tenuti a vivere in questo secolo in mezzo agli uomini, a conoscere bene - come buoni pastori - le proprie pecorelle e a cercare di ricordare anche quelle che non sono di questo ovile, affinché anch'esse sentano la voce di Cristo, e ci sia un solo ovile e un solo pastore. Per raggiungere questo scopo, di grande utilità risultano quelle virtù che giustamente sono molto apprezzate nella società umana, come ad esempio la bontà, la sincerità, la fermezza d'animo e la costanza, la continua cura per la giustizia, la gentilezza e tutte le altre virtù che raccomanda l'apostolo Paolo quando dice: " Tutto ciò che è vero, tutto ciò che è onesto, tutto ciò che è giusto, tutto ciò che è santo, tutto ciò che è degno d'amore, tutto ciò che merita rispetto, qualunque virtù, qualunque lodevole disciplina: questo sia vostro pensiero (Fil. 4, 8).

4. I presbiteri, ministri della parola di Dio

4. Il popolo di Dio viene adunato innanzitutto per mezzo della parola del Dio vivente, che tutti hanno il diritto di cercare sulle labbra dei sacerdoti. Dato infatti che nessuno può essere salvo se prima non ha creduto, i presbiteri, nella loro qualità di cooperatori dei vescovi, hanno anzitutto il do vere di annunciare a tutti il vangelo di Dio, affinché seguendo il mandato del Signore: " Andate nel mondo intero a predicare il vangelo a ogni creatura " (Mc. 16, 15), possano costituire e incrementare il popolo di Dio. Difatti, in virtù della parola salvatrice, la fede si accende nel cuore dei non credenti e si alimenta nel cuore dei credenti, e con la fede ha inizio e cresce la comunità dei credenti, secondo quanto ha scritto l'apostolo: " La fede è possibile per l'ascolto, e l'ascolto è possibile per la parola di Cristo " (Rom. 10, 17). Verso tutti, pertanto, sono debitori i presbiteri, nel senso che a tutti devono comunicare la verità del vangelo la quale posseggono nel Signore. Quindi sia che offrano in mezzo alla gente la testimonianza di una vita esemplare, che induca a dar gloria a Dio; sia che annuncino il mistero di Cristo ai non credenti con la predicazione esplicita; sia che svolgano la catechesi cristiana o illustrino la dottrina della chiesa; sia che si applichino a esaminare i problemi del loro tempo alla luce di Cristo: in qualunque caso, il loro compito non è di insegnare una propria sapienza, bensì di insegnare la parola di Dio e di invitare tutti insistentemente alla conversione e alla santità. E la predicazione sacerdotale, che nelle circostanze attuali del mondo è spesso assai difficile, se vuole avere più efficaci risultati sulle menti di coloro che ascoltano, non può limitarsi ad esporre la parola di Dio in termini generali e astratti, ma deve applicare la perenne verità del vangelo alle circostanze concrete della vita.

In tal modo il ministero della parola viene esercitato sotto forme diverse, secondo le diverse necessità degli ascoltatori e i diversi carismi dei predicatori. Nelle regioni o negli ambienti non cristiani, per mezzo del messaggio evangelico gli uomini vengono attratti alla fede e ai sacramenti della salvezza; e nella stessa comunità dei cristiani, soprattutto per quanto riguarda coloro che mostrano di non capire o non credere abbastanza ciò che praticano, la predicazione della parola è necessaria per lo stesso ministero dei sacramenti, trattandosi di sacramenti della fede, la quale nasce e si alimenta con la parola: e questo vale soprattutto nel caso della liturgia della parola nella celebrazione della messa, in cui si realizza una unità inscindibile fra l'annuncio della morte e resurrezione del Signore, la risposta del popolo che ascolta e l'oblazione stessa con la quale Cristo ha confermato nel suo sangue la nuova alleanza; a questa oblazione si uniscono i fedeli sia con i loro voti sia con la ricezione del sacramento.

5. I presbiteri, ministri dei sacramenti e della eucaristia

5. Dio, il quale solo è santo e santificatore, ha voluto assumere degli uomini come soci e collaboratori, perché servano umilmente nell'opera di santificazione. Per questo i presbiteri sono consacrati da Dio, mediante il vescovo, in modo che, resi partecipi in modo speciale del sacerdozio di Cristo, nelle sacre celebrazioni agiscano come ministri di colui che ininterrottamente esercita la sua funzione sacerdotale in favore nostro nella liturgia, per mezzo dello Spirito. Essi infatti, con il battesimo, introducono gli uomini nel popolo di Dio; con il sacramento della penitenza, riconciliano i peccatori con Dio e con la chiesa; con l'olio degli infermi sollevano gli ammalati; e soprattutto con la celebrazione della messa offrono sacramentalmente il sacrificio di Cristo. Ma nel conferire tutti i sacramenti, i presbiteri - come già ai tempi della primitiva chiesa attesta sant'Ignazio martire - sono gerarchicamente collegati sotto diversi aspetti al vescovo, e così lo rendono in un certo modo presente in ciascuna adunanza dei fedeli.

Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere d'apostolato, sono strettamente uniti alla sacra eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella santissima eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra pasqua e pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito santo e vivificante, dà vita agli uomini i quali sono in tal modo invitati e indotti a offrire assieme a lui se stessi, le proprie fatiche e tutte le cose create. Per questo l'eucaristia si presenta come fonte e culmine di tutta l'evangelizzazione, cosicché i catecumeni sono introdotti a poco a poco alla partecipazione dell'eucaristia, e i fedeli, già segnati dal sacro battesimo e dalla confermazione, sono pienamente inseriti nel corpo di Cristo per mezzo dell'eucaristia.

La sinassi eucaristica è dunque il centro della comunità dei fedeli presieduta dal presbitero. Pertanto, i presbiteri insegnano ai fedeli a offrire la divina vittima a Dio Padre nel sacrificio della messa, e a fare, in unione con questa vittima, l'offerta della propria vita. Nello spirito di Cristo pastore essi insegnano altresì a sottomettere con cuore contrito i propri peccati alla chiesa nel sacramento della penitenza, per potersi così convertire ogni giorno di più al Signore, ricordando le sue parole: " Fate penitenza, poiché si è avvicinato il regno dei cieli " (Mt. 4, 17). Insegnano inoltre ai fedeli a partecipare così intimamente alle celebrazioni liturgiche, da poter anche arrivare in esse alla preghiera sincera; li spingono ad avere per tutta la vita uno spirito di orazione sempre più attivo e perfetto, in rapporto alle grazie e ai bisogni di ciascuno; invitano tutti a compiere i doveri del proprio stato e inducono quelli che hanno fatto maggiori progressi a seguire i consigli del vangelo, nel modo che meglio convenga a ciascuno. Istruiscono dunque i fedeli in modo che possano cantare in cuor loro al Signore inni e cantici spirituali, rendendo sempre grazie per ogni cosa a Dio Padre nel nome di nostro Signore Gesù Cristo.

Le lodi e il ringraziamento che rivolgono a Dio nella celebrazione eucaristica, i presbiteri li estendono alle diverse ore del giorno con il divino ufficio, mediante il quale pregano Dio in nome della chiesa e in favore di tutto il popolo loro affidato, anzi in favore di tutto il mondo.

La casa di preghiera - in cui l'eucaristia è celebrata e conservata; in cui i fedeli si riuniscono; in cui la presenza del Figlio di Dio nostro salvatore, che si è offerto per noi sull'altare del sacrificio, viene venerata a sostegno e consolazione dei fedeli - dev'essere nitida e adatta alla preghiera e alle sacre funzioni. In essa i pastori e i fedeli sono invitati a rispondere con riconoscenza al dono di colui che di continuo infonde la vita divina, mediante la sua umanità, nelle membra del suo corpo. Abbiano cura i presbiteri di coltivare adeguatamente la scienza e l'arte liturgica, affinché, per mezzo del loro ministero liturgico, le comunità cristiane ad essi affidate elevino una lode sempre più perfetta a Dio, Padre e Figlio e Spirito santo.

6. I presbiteri, educatori del popolo di Dio

6. Esercitando la funzione di Cristo capo e pastore per la parte di autorità che spetta loro, i presbiteri, in nome del vescovo, riuniscono la famiglia di Dio come fraternità animata nell'unità, e la conducono al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito santo. Per questo ministero, come per le altre funzioni del presbitero, viene conferito un potere spirituale, che è appunto concesso ai fini dell'edificazione. Ma nell'edificare la chiesa, i presbiteri devono avere con tutti dei rapporti improntati alla più delicata bontà, seguendo l'esempio del Signore. E nel trattare con gli uomini non devono regolarsi in base ai gusti di questi, bensì in base alle esigenze della dottrina e della vita cristiana, istruendoli e anche ammonendoli come figli carissimi, secondo le parole dell'apostolo: " Insisti a tempo e fuor di tempo: convinci, riprendi, esorta con ogni pazienza e dottrina " (2 Tim. 4, 2).

Perciò spetta ai sacerdoti, nella loro qualità di educatori nella fede, di curare, per proprio conto o per mezzo di altri, che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito santo a sviluppare la propria vocazione specifica secondo il vangelo, a praticare una carità sincera e operosa, ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati. Di ben poca utilità saranno le cerimonie più belle o le associazioni più fiorenti, se non sono volte ad educare gli uomini alla maturità cristiana. E per promuovere tale maturità, i presbiteri potranno contribuire efficacemente a far sì che ciascuno sappia scorgere negli avvenimenti stessi - siano essi di grande o di minore portata - quali siano le esigenze naturali e la volontà di Dio. I cristiani inoltre devono essere educati a non vivere egoisticamente, ma secondo le esigenze della nuova legge della carità, la quale vuole che ciascuno amministri in favore del prossimo la misura di grazia che ha ricevuto, e che in tal modo tutti assolvano cristianamente i propri compiti nella comunità umana.

Ma, anche se sono tenuti a servire tutti, ai presbiteri sono affidati in modo speciale i poveri e i più deboli, ai quali lo stesso Signore volle dimostrarsi particolarmente unito, e la cui evangelizzazione è mostrata come segno dell'opera messianica. Anche i giovani vanno seguiti con cura particolare, e così pure i coniugi e i genitori; è auspicabile che tali persone si riuniscano amichevolmente in gruppo, per potersi aiutare a vicenda a vivere più facilmente e pienamente come cristiani nelle circostanze spesso difficili in cui si trovano. Ricordino inoltre i presbiteri che i religiosi tutti - sia uomini che donne - formano una parte di speciale dignità nella casa del Signore, e meritano quindi particolare attenzione, affinché progrediscano sempre nella perfezione spirituale per il bene di tutta la chiesa. E soprattutto abbiano cura, infine, dei malati e dei moribondi, visitandoli e confortandoli nel Signore.

Ma la funzione di pastore non si restringe alla cura dei singoli fedeli: essa va specialmente estesa alla formazione dell'autentica comunità cristiana. E per fomentare opportunamente lo spirito comunitario, bisogna che esso miri non solo alla chiesa locale ma anche alla chiesa universale. La comunità locale non deve limitarsi a prendersi cura dei propri fedeli, ma è tenuta anche a sentire lo zelo missionario di aprire a tutti gli uomini la strada che conduce a Cristo. Alla comunità, però, incombe il dovere di occuparsi in primo luogo dei catecumeni e dei neofiti, che vanno educati gradualmente alla conoscenza e alla pratica della vita cristiana.

D'altra parte, non è possibile che si formi una comunità cristiana se non avendo come radice e come cardine la celebrazione della sacra eucaristia, dalla quale deve quindi prendere le mosse qualsiasi educazione tendente a formare lo spirito di comunità. E la celebrazione eucaristica, a sua volta, per essere piena e sincera deve spingere sia alle diverse opere di carità e al reciproco aiuto, sia all'azione missionaria e alle varie forme di testimonianza cristiana.

Inoltre, mediante la carità, la preghiera, l'esempio e le opere di penitenza, la comunità ecclesiale esercita una vera azione materna nei confronti delle anime da avvicinare a Cristo. Essa infatti viene ad essere, per chi ancora non crede, uno strumento efficace per indicare o per agevolare il cammino che porta a Cristo e alla sua chiesa; e per chi già crede è stimolo, alimento e sostegno per la lotta spirituale.

Ma nell'edificare la comunità cristiana i presbiteri non si mettono mai al servizio di una ideologia o umana fazione bensì, come araldi del vangelo e pastori della chiesa, si dedicano all'incremento spirituale del corpo di Cristo.

7. Relazioni tra il vescovo e i presbiteri

7. Tutti i presbiteri, insieme ai vescovi, partecipano in tal grado dello stesso e unico sacerdozio e ministero di Cristo, che la stessa unità di consacrazione e di missione esige la comunione gerarchica dei presbiteri con l'ordine dei vescovi; a volte tale comunione viene ottimamente espressa nella concelebrazione liturgica, quando uniti ai vescovi, i presbiteri professano di celebrare la sinassi eucaristica. I vescovi, pertanto, grazie al dono dello Spirito santo che è concesso ai presbiteri nella sacra ordinazione, hanno in essi dei necessari collaboratori e consiglieri nel ministero e nella funzione di istruire, santificare e governare il popolo di Dio. Ciò è vigorosamente affermato fin dai primi tempi della chiesa nei documenti liturgici, lì dove essi implorano solennemente da Dio sull'ordinando presbitero l'infusione dello "spirito della grazia e del consiglio, affinché aiuti e governi il popolo con cuore puro ", proprio come lo spirito di Mosè nel deserto fu trasmesso a settanta uomini prudenti, " con l'aiuto dei quali egli poté governare agevolmente la massa innumerevole del popolo ". Per questa comune partecipazione nel medesimo sacerdozio e ministero, i vescovi abbiano dunque i presbiteri come fratelli e amici, e stia loro a cuore, in tutto ciò che possono, il loro benessere materiale e soprattutto spirituale. E' ai vescovi, infatti, che incombe in primo luogo la grave responsabilità della santificazione dei loro sacerdoti: devono pertanto prendersi cura con la massima serietà della continua formazione del proprio presbiterio. Siano pronti ad ascoltarlo, anzi, siano essi stessi a consultarlo e a esaminare assieme i problemi riguardanti le necessità del lavoro pastorale e il bene della diocesi. E perché ciò sia possibile nella pratica, vi sia - nel modo più confacente alle circostanze e ai bisogni di oggi, nella forma e secondo norme giuridiche da stabilire - una commissione o senato di sacerdoti in rappresentanza del presbiterio, il quale con i suoi consigli possa aiutare efficacemente il vescovo nel governo della diocesi.

I presbiteri, dal canto loro, avendo presente la pienezza del sacramento dell'ordine di cui godono i vescovi, venerino in essi l'autorità di Cristo supremo pastore. Siano dunque uniti al loro vescovo con sincera carità e obbedienza. Questa obbedienza sacerdotale, pervasa dallo spirito di collaborazione, si fonda sulla partecipazione stessa del ministero episcopale, conferita ai presbiteri attraverso il sacramento dell'ordine e la missione canonica.

L'unione tra i presbiteri e i vescovi è particolarmente necessaria ai nostri giorni, dato che oggi, per diversi motivi, le iniziative apostoliche debbono non solo rivestire forme molteplici, ma anche trascendere i limiti di una parrocchia o di una diocesi. Nessun presbitero è quindi in condizione di realizzare a fondo la propria missione se agisce da solo e per proprio conto, senza unire le proprie forze a quelle degli altri presbiteri, sotto la guida di coloro che governano la chiesa.

8. Unione e cooperazione fraterna dei presbiteri tra loro

8. I presbiteri, costituiti nell'ordine del presbiterato mediante l'ordinazione, sono tutti tra loro uniti da intima fraternità sacramentale; ma in modo speciale essi formano un unico presbiterio nella diocesi al cui servizio sono assegnati sotto il proprio vescovo. Infatti, anche se si occupano di mansioni differenti, sempre esercitano un unico ministero sacerdotale in favore degli uomini. Tutti i presbiteri, cioè, hanno la missione di contribuire ad una medesima opera, sia che esercitino il ministero parrocchiale o sopraparrocchiale, sia che si dedichino alla ricerca dottrinale o all'insegnamento, sia che esercitino un mestiere manuale - condividendo le condizioni di vita degli operai, nel caso che ciò risulti conveniente e riceva l'approvazione dell'autorità competente -, sia infine che svolgano altre opere d'apostolato o ordinate all'apostolato. E' chiaro che tutti lavorano per la stessa causa, cioè per l'edificazione del corpo di Cristo, la quale esige molteplici funzioni e nuovi adattamenti, soprattutto in questi tempi. Pertanto, è assai necessario che tutti i presbiteri, sia diocesani che religiosi, si aiutino a vicenda, in modo da essere sempre cooperatori della verità. Pertanto, ciascuno è unito agli altri membri di questo presbiterio da particolari vincoli di carità apostolica, di ministero e di fraternità: il che viene liturgicamente rappresentato, fin dai tempi più antichi, nella cerimonia in cui i presbiteri assistenti all'ordinazione sono invitati a imporre le mani, assieme al vescovo che ordina, sul capo del nuovo eletto, e anche quando concelebrano la sacra eucaristia con unanimità di sentimenti. Ciascuno dei presbiteri è dunque legato ai confratelli con il vincolo della carità, della preghiera e di ogni specie di collaborazione, manifestando così quella unità con cui Cristo volle i suoi resi perfetti in uno, affinché il mondo sappia che il Figlio è stato inviato dal Padre.

Per tali motivi, i più anziani devono veramente trattare come fratelli i più giovani aiutandoli nelle prime attività e responsabilità del ministero, sforzandosi anche di comprendere la loro mentalità, per quanto possa essere diversa, e guardando con simpatia le loro iniziative. I giovani, a loro volta, abbiano rispetto per l'età e l'esperienza degli anziani, sappiano studiare assieme ad essi i problemi riguardanti la cura d'anime, e collaborino con loro.

Animati da spirito fraterno, i presbiteri non trascurino l'ospitalità, pratichino la beneficenza e la comunione dei beni, avendo speciale cura di quanti sono infermi, afflitti, sovraccarichi di lavoro, soli, o in esilio, nonché di coloro che soffrono la persecuzione. E' bene anche che si riuniscano volentieri per trascorrere assieme in allegria qualche momento di distensione e riposo, ricordando le parole con cui il Signore stesso invitava gli apostoli stremati dalla fatica: "Venite in un luogo deserto a riposare un poco " (Mc. 6, 31). Inoltre, per far sì che i presbiteri possano reciprocamente aiutarsi a fomentare la vita spirituale e intellettuale, collaborare più efficacemente nel ministero, ed eventualmente evitare i pericoli della solitudine, sia incoraggiata fra di essi una certa vita comune, ossia una qualche comunità di vita, che può naturalmente assumere forme diverse, in rapporto ai differenti bisogni personali e pastorali: può trattarsi, cioè, di coabitazione, lì dove è possibile, oppure di una mensa comune, o almeno di frequenti e periodici incontri. Vanno anche tenute in grande considerazione e diligentemente incoraggiate le associazioni che, in base a statuti riconosciuti dall'autorità ecclesiastica competente, fomentano - grazie a un modo di vita convenientemente ordinato e approvato e all'aiuto fraterno - la santità dei sacerdoti nell'esercizio del loro ministero, e mirano in tal modo al servizio di tutto l'ordine dei presbiteri.

Infine, a causa della medesima partecipazione nel sacerdozio, sappiano i presbiteri che sono specialmente responsabili nei confronti di coloro che soffrono qualche difficoltà; procurino di aiutarli a tempo, anche con un delicato ammonimento, quando ce ne fosse bisogno. E per quanto riguarda coloro che fossero caduti in qualche mancanza, li trattino sempre con carità fraterna e comprensione, preghino per loro incessantemente e si mostrino in ogni occasione come veri fratelli e amici.

9. Rapporti dei presbiteri con i laici

9. I sacerdoti del nuovo testamento, anche se in virtù del sacramento dell'ordine svolgono la funzione eccelsa e insopprimibile di padre e di maestro nel popolo di Dio e per il popolo di Dio, sono tuttavia, come gli altri fedeli, discepoli del Signore, resi partecipi del suo regno in grazia della chiamata di Dio. In mezzo a tutti coloro che sono stati rigenerati con le acque del battesimo, i presbiteri sono fratelli tra fratelli, come membra dello stesso e unico corpo di Cristo, la cui edificazione è compito di tutti.

Perciò i presbiteri, nello svolgimento della propria funzione di presiedere la comunità, devono agire in modo tale che, non mirando ai propri interessi, ma solo al servizio di Gesù Cristo, uniscano i loro sforzi a quelli dei fedeli laici, comportandosi in mezzo a loro come il maestro, il quale fra gli uomini " non venne per essere servito, ma per servire, e per dare la propria vita per la redenzione di molti " (Mt. 20, 28). I presbiteri devono riconoscere e promuovere sinceramente la dignità dei laici, nonché il loro ruolo specifico nell'ambito della missione della chiesa. Abbiano inoltre il massimo rispetto per la giusta libertà che spetta a tutti nella città terrestre. Siano pronti ad ascoltare il parere dei laici, considerando con interesse fraterno le loro aspirazioni e giovandosi della loro esperienza e competenza nei diversi campi dell'attività umana, in modo da poter assieme a loro riconoscere i segni dei tempi. Sapendo discernere quali spiriti abbiano origine da Dio, essi devono scoprire con senso di fede i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi ai laici, devono ammetterli con gioia e fomentarli con diligenza. Dei doni di Dio che si trovano abbondantemente fra i fedeli, meritano speciale attenzione quelli che spingono non pochi a una vita spirituale più elevata. Allo stesso modo, non esitino ad aver fiducia di affidare ai laici degli incarichi al servizio della chiesa, lasciando loro libertà d'azione e il conveniente margine di autonomia, anzi invitandoli opportunamente a intraprendere anche delle iniziative per proprio conto.

Infine, i presbiteri si trovano in mezzo ai laici per condurre tutti all'unità della carità, " amandosi l'un l'altro con la carità fraterna, prevenendosi a vicenda nella deferenza " (Rom. 12, 10). A loro spetta quindi di armonizzare le diverse mentalità in modo che nessuno, nella comunità dei fedeli, possa sentirsi estraneo. Essi sono i difensori del bene comune, che tutelano in nome del vescovo, e sono allo stesso tempo strenui assertori della verità, evitando che i fedeli siano sconvolti da qualsiasi vento di dottrina. Specialmente devono aver cura di quanti hanno abbandonato la frequenza dei sacramenti o forse addirittura la fede, e come buoni pastori non devono tralasciare di andare alla loro ricerca.

Avendo presenti le disposizioni sull'ecumenismo, non trascurino i fratelli che non godono della piena comunione ecclesiastica con noi.

Devono infine considerare come oggetto della propria cura tutti coloro che non conoscono Cristo loro salvatore.

I fedeli, dal canto loro, abbiano coscienza del debito che hanno nei confronti dei presbiteri, e li trattino perciò con amore filiale, come loro pastori e padri; e inoltre, condividendo le loro preoccupazioni, si sforzino, per quanto è possibile, di esser di aiuto ai loro presbiteri con la preghiera e con l'azione, in modo che essi possano superare più agevolmente le eventuali difficoltà e assolvere con maggior efficacia i propri compiti.

10. Sollecitudine per tutta la chiesa

10. Il dono spirituale che i presbiteri hanno ricevuto nell'ordinazione non li prepara a una missione limitata e ristretta, bensì a una vastissima e universale missione di salvezza, " fino agli ultimi confini della terra" (Atti 1, 8), dato che qualunque ministero sacerdotale partecipa della stessa ampiezza universale della missione affidata da Cristo agli apostoli. Infatti il sacerdozio di Cristo, di cui i presbiteri sono resi realmente partecipi, si dirige necessariamente a tutti i popoli e a tutti i tempi, né può subire limite alcuno di stirpe, nazione o età, come già veniva prefigurato in modo arcano con Melchisedec. Ricordino quindi i presbiteri che a loro incombe la sollecitudine di tutte le chiese. Pertanto, i presbiteri di quelle diocesi che hanno maggior abbondanza di vocazioni, si mostrino disposti ad esercitare volentieri il proprio ministero, previo il consenso o l'invito del proprio ordinario, in quelle regioni, missioni o opere che soffrano di scarsezza di clero.

Inoltre, le norme sull'incardinazione e l'escardinazione vanno rivedute in modo che questo antichissimo istituto, pur rimanendo in vigore, sia però più rispondente ai bisogni pastorali di oggi. E lì dove ciò sia reso necessario da motivi apostolici, si faciliti non solo una funzionale distribuzione dei presbiteri, ma anche l'attuazione di peculiari iniziative pastorali in favore di diversi gruppi sociali in certe regioni o nazioni o addirittura in tutto il mondo. A questo scopo potrà essere utile la creazione di seminari internazionali, peculiari diocesi o prelature personali, e altre istituzioni del genere, cui potranno essere iscritti o incardinati dei presbiteri per il bene di tutta la chiesa, secondo norme da stabilirsi per ognuna di queste istituzioni, e rispettando sempre i diritti degli ordinari del luogo.

Comunque, per quanto è possibile, i presbiteri non devono essere mandati soli in una nuova regione, soprattutto quando non ne conoscono ancora bene la lingua e le usanze: è meglio che vadano a gruppi di almeno due o tre, come i discepoli del Signore, in modo da aiutarsi a vicenda. Conviene anche che si prenda attenta cura della loro vita spirituale e della loro salute fisica e mentale, inoltre, nei limiti del possibile, è bene che siano preparati per loro il luogo e le condizioni di lavoro che meglio si adattano alle circostanze personali di ciascuno di essi. Nello stesso tempo è grandemente conveniente che coloro i quali si avviano a una nuova nazione cerchino di conoscere non solo la lingua che là si parla, ma anche gli speciali caratteri psicologici e sociali di quel popolo al cui servizio essi umilmente desiderano mettersi, fondendosi con esso nel modo più pieno, così da seguire l'esempio dell'apostolo Paolo, il quale poté dire di sé: " Io infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servitore di tutti, per guadagnare il più possibile. E per i giudei mi sono fatto giudeo, per guadagnare i giudei... " (1 Cor. 9, 19-20).

11. Cura per le vocazioni sacerdotali

11. Pastore e vescovo delle nostre anime, Cristo costituì la sua chiesa in tal modo, che il popolo da lui scelto e acquistato a prezzo del suo sangue dovesse avere sempre, fino alla fine del mondo, i propri sacerdoti, e quindi i cristiani non venissero mai a trovarsi come pecore senza pastore. Conoscendo questa volontà di Cristo, gli apostoli, per suggerimento dello Spirito santo, considerarono proprio dovere di scegliere dei ministri " i quali fossero capaci di insegnare anche ad altri " (2 Tim. 2,2). Questa è appunto una funzione che fa parte della stessa missione sacerdotale, in virtù della quale il presbitero partecipa della sollecitudine per la chiesa intera, affinché nel popolo di Dio qui sulla terra non manchino mai gli operai. Ma siccome " vi è comunità di interessi fra il nocchiere e i viaggiatori della nave ", a tutto il popolo cristiano va insegnato che è suo dovere di collaborare in vari modi con la preghiera insistente e anche con gli altri mezzi a sua disposizione - a far sì che la chiesa disponga sempre dei sacerdoti di cui ha bisogno per compiere la propria missione divina. In primo luogo, quindi, abbiano i presbiteri la massima preoccupazione per far comprendere ai fedeli con il ministero della parola e con la propria testimonianza di una vita in cui si rifletta chiaramente lo spirito di servizio e la vera gioia pasquale - l'eccellenza e la necessità del sacerdozio; e senza badare a fatiche o difficoltà, aiutino quanti prudentemente considerino idonei a un così elevato ministero, siano essi giovani o adulti, in modo che abbiano modo di prepararsi convenientemente e possano quindi essere infine chiamati dai vescovi, sempre naturalmente nel pieno rispetto della loro libertà sia esterna che interna. A questo scopo è oltremodo utile una attenta e prudente direzione spirituale. Quanto poi ai genitori e ai maestri, e in genere a tutti coloro cui spetta in un modo o nell'altro l'educazione dei bambini e dei giovani, essi devono istruirli in modo tale che questi, conoscendo la sollecitudine del Signore per il suo gregge e avendo presenti i bisogni della chiesa, siano pronti a rispondere con generosità alla chiamata del Signore, dicendogli con il profeta: " Eccomi qui, manda me " (Is. 6, 8). Ma si badi che questa voce del signore che chiama non va affatto attesa come se dovesse giungere all'orecchio del futuro presbitero in un qualche modo straordinario. Essa va piuttosto riconosciuta ed esaminata attraverso quei segni di cui si serve ogni giorno il Signore per far capire la sua volontà ai cristiani prudenti; e ai presbiteri spetta di studiare attentamente questi segni.

Ad essi pertanto si raccomandano caldamente le opere per le vocazioni, sia quelle diocesane che quelle nazionali. Nella predicazione, nella catechesi, sulla stampa, vanno eloquentemente illustrate le necessità della chiesa locale e della chiesa universale, e devono essere messi in piena luce il significato e l'importanza del ministero sacerdotale, facendo vedere che esso comporta pesanti responsabilità, ma allo stesso tempo anche gioie ineffabili, e soprattutto che attraverso di esso, come insegnano i padri, si può dare a Cristo la più grande testimonianza d'amore.

12. L'obbligo di tendere alla perfezione

12. Con il sacramento dell'ordine i presbiteri si configurano a Cristo sacerdote come ministri del capo, allo scopo di far crescere ed edificare tutto il suo corpo che è la chiesa, in qualità di cooperatori dell'ordine episcopale. Già fin dalla consacrazione del battesimo, essi, come tutti i fedeli, hanno ricevuto il segno e il dono di una vocazione e di una grazia così grande che, pur nell'umana debolezza, possono e devono tendere alla perfezione, secondo quanto ha detto il Signore: "Siate dunque perfetti così come il Padre vostro celeste è perfetto" (Mt. 5, 48). Ma i sacerdoti sono specialmente obbligati a tendere a questa perfezione, poiché essi - che hanno ricevuto una nuova consacrazione a Dio mediante l'ordinazione - vengono elevati alla condizione di strumenti vivi di Cristo eterno sacerdote, per proseguire nel tempo la sua mirabile opera, che ha reintegrato con divina efficacia l'intero genere umano. Dato quindi che ogni sacerdote, nel modo che gli è proprio, agisce a nome e nella persona di Cristo stesso, fruisce anche di una grazia speciale, in virtù della quale, mentre è al servizio della gente che gli è affidata e di tutto il popolo di Dio, egli può avvicinarsi più efficacemente alla perfezione di colui del quale è rappresentante, e l'umana debolezza della carne viene sanata dalla santità di lui, il quale è fatto per noi pontefice " santo, innocente, incontaminato, segregato dai peccatori " (Ebr. 7, 26).

Cristo, che il Padre santificò e consacrò, inviandolo al mondo, " offerse se stesso in favor nostro per redimerci da ogni iniquità e rifarci un popolo non più immondo, che fosse oggetto di compiacenza e cercasse di compiere il bene " (Tito 2, 14), e così con la passione entrò nella sua gloria; allo stesso modo i presbiteri, consacrati con l'unzione dello Spirito santo e inviati da Cristo, mortificano in se stessi le opere della carne e si dedicano interamente al servizio degli uomini, e in tal modo possono progredire nella santità della quale sono stati dotati in Cristo, fino ad arrivare all'uomo perfetto.

Pertanto, esercitando il ministero dello Spirito e della giustizia, essi vengono consolidati nella vita dello spirito, a condizione però che siano docili agli insegnamenti dello Spirito di Cristo che li vivifica e li conduce. I presbiteri, infatti, sono ordinati alla perfezione della vita in forza delle stesse sacre azioni che svolgono quotidianamente, come anche di tutto il loro ministero, che esercitano in stretta unione con il vescovo e tra di loro. Ma la stessa santità dei presbiteri, a sua volta, contribuisce moltissimo al compimento efficace del loro ministero: infatti, se è vero che la grazia di Dio può realizzare l'opera della salvezza anche attraverso ministri indegni, ciò nondimeno Dio, ordinariamente, preferisce manifestare le sue grandezze attraverso coloro i quali, fattisi più docili agli impulsi e alla direzione dello Spirito santo, possono dire con l'apostolo, grazie alla propria intima unione con Cristo e alla santità di vita: "Ormai non sono più io che vivo, bensì è Cristo che vive in me"(Gal. 2, 20).

Perciò questo sacrosanto sinodo, per il raggiungimento dei suoi fini pastorali di rinnovamento interno della chiesa, di diffusione del vangelo in tutto il mondo e di dialogo con il mondo moderno, esorta vivamente tutti i sacerdoti ad impiegare i mezzi efficaci che la chiesa ha raccomandato, in modo da tendere a quella santità sempre maggiore che consentirà loro di divenire strumenti ogni giorno più validi al servizio di tutto il popolo di Dio.

13. L'esercizio della triplice funzione esige la santità

13. I presbiteri raggiungeranno la santità nel loro modo proprio se nello Spirito di Cristo eserciteranno le proprie funzioni con impegno sincero e instancabile.

Essendo ministri della parola di Dio, essi leggono ed ascoltano ogni giorno questa stessa parola che devono insegnare agli altri: e se si sforzano anche di realizzarla in se stessi, allora diventano dei discepoli del Signore sempre più perfetti, secondo quanto dice l'apostolo Paolo a Timoteo: " Occupati di queste cose, dedicati ad esse interamente, affinché siano palesi a tutti i tuoi progressi. Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento, persevera in tali cose, poiché così facendo salverai te stesso e quelli che ti ascoltano " (1 Tim. 4, 15-16). Infatti, pensando a come possono trasmettere meglio agli altri ciò che hanno contemplato, assaporeranno più intimamente " le insondabili ricchezze di Cristo " (Ef. 3, 8) e la multiforme sapienza di Dio. Non dimenticando mai che è il Signore ad aprire i cuori, e che l'efficacia non proviene da loro stessi ma dalla potenza di Dio, all'atto stesso di predicare la parola si uniranno più intimamente con Cristo maestro e saranno guidati dal suo Spirito. Comunicando così con Cristo, partecipano della carità di Dio, il cui mistero, nascosto nei secolo, è stato rivelato in Cristo.

Nella loro qualità di ministri delle realtà sacre, e soprattutto nel sacrificio della messa, i presbiteri agiscono in modo speciale in nome e nella persona di Cristo, il quale si è offerto come vittima per santificare gli uomini; sono pertanto invitati a imitare ciò che trattano, nel senso che, celebrando il mistero della morte del Signore, devono cercare di mortificare le proprie membra dai vizi e dalle concupiscenze. Nel mistero del sacrificio eucaristico, in cui i sacerdoti svolgono la loro funzione principale, viene esercitata ininterrottamente l'opera della nostra redenzione, e quindi se ne raccomanda caldamente la celebrazione quotidiana, la quale è sempre un atto di Cristo e della sua chiesa, anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli. Così i presbiteri, unendosi con l'atto di Cristo sacerdote, si offrono ogni giorno totalmente a Dio, e nutrendosi del corpo di Cristo partecipano nell'anima della carità di colui che si dà come cibo ai fedeli. Allo stesso modo, quando amministrano i sacramenti si uniscono all'intenzione e alla carità di Cristo; il che realizzano in modo particolare nell'esercizio del sacramento della penitenza, se si mostrano sempre e pienamente disposti ad amministrarla ogniqualvolta i fedeli ne facciano ragionevolmente richiesta. Nella recitazione dell'ufficio divino essi danno voce alla chiesa, la quale persevera in preghiera in nome di tutto il genere umano assieme a Cristo, che è " sempre vivente per intercedere in favor nostro " (Ebr. 7, 25).

Reggendo e pascendo il popolo di Dio, i presbiteri sono stimolati dalla carità del buon pastore a dare la loro vita per il gregge, pronti anche al supremo sacrificio, seguendo l'esempio di quei sacerdoti che anche ai nostri tempi non sono indietreggiati di fronte alla morte; e poiché sono educatori nella fede, avendo anch'essi " fiducia nell'accesso dei santi al sangue di Cristo " (Ebr. 10, 19), si rivolgono a Dio " con cuore sincero nella pienezza della fede " (Ebr. 10, 22); assumono una speranza incrollabile al cospetto dei loro fedeli, in modo da poter consolare coloro che sono in qualsiasi tribolazione, con la medesima esortazione con cui loro stessi sono consolati da Dio, nella loro qualità di reggitori della comunità praticano l'ascetica propria del pastore d'anime, rinunciando ai propri interessi e mirando non a ciò che a loro è utile, bensì a ciò che è utile a molti, in modo che siano salvi, in un continuo progresso nella perfezione del compimento del lavoro pastorale e, all'occorrenza, pronti anche ad adottare nuovi sistemi pastorali, sotto la guida dello Spirito d'amore, che soffia dove vuole.

14. Unità e armonia nella vita dei presbiteri

14. Al mondo d'oggi, essendo tanti i compiti che devono affrontare gli uomini e così grande la diversità dei problemi che li preoccupano, e che molto spesso devono risolvere con urgenza, in molte occasioni essi si trovano in condizioni tali che è facile che si disperdano in tante cose diverse. Anche i presbiteri, immersi e dispersi in un gran numero di impegni derivanti dalla loro missione, possono domandarsi con vera angoscia come fare ad armonizzare nell'unità la vita interiore con l'azione esterna. Ed effettivamente, per ottenere questa unità di vita, non bastano né l'ordine puramente esterno delle attività pastorali, né la sola pratica degli esercizi di pietà, quantunque siano di grande utilità per fomentarla. L'unità di vita può essere raggiunta invece dai presbiteri seguendo nello svolgimento del loro ministero l'esempio di Cristo Signore, il cui cibo era il compimento della volontà di colui che lo aveva inviato a realizzare la sua opera.

In effetti Cristo, per continuare a realizzare incessantemente questa stessa volontà del Padre nel mondo per mezzo della chiesa, opera attraverso i suoi ministri, e pertanto rimane sempre il principio e la fonte della unità di vita dei presbiteri. Per raggiungerla, essi dovranno perciò unirsi a Cristo nella scoperta della volontà del Padre e nel dono di sé per il gregge loro affidato. Così, rappresentando il buon pastore, nello stesso esercizio pastorale della carità troveranno il vincolo della perfezione sacerdotale che realizzerà l'unità nella loro vita e attività. D'altra parte, questa carità pastorale scaturisce soprattutto dal sacrificio eucaristico, il quale risulta quindi il centro e la radice di tutta la vita del presbiterio, cosicché l'anima sacerdotale si studia di rispecchiare in sé ciò che viene realizzato sull'altare. Ma ciò non è possibile se i sacerdoti non penetrano sempre più a fondo nel mistero di Cristo con la preghiera.

E per poter anche verificare nella pratica l'unità di vita, considerino ogni loro iniziativa- esaminando quale sia la volontà di Dio, vedendo cioè se tale iniziativa va d'accordo con le norme della missione evangelica della chiesa. Infatti la fedeltà a Cristo non può essere separata dalla fedeltà alla sua chiesa. Per questo, la carità pastorale esige che presbiteri, se non vogliono correre invano, lavorino sempre nel vincolo della comunione con i vescovi e gli altri fratelli nel sacerdozio. Se procederanno con questo criterio, i presbiteri troveranno l'unità della propria vita nella unità stessa della missione della chiesa, e così saranno uniti al loro Signore, e per mezzo di lui al Padre nello Spirito santo, per poter essere colmati di consolazione e di gioia.

15. Umiltà e obbedienza

15. Tra le virtù che più sono necessarie nel ministero dei presbiteri, va ricordata quella disposizione di animo per cui sempre sono pronti a cercare non la propria volontà, ma il compimento della volontà di colui che li ha inviati. Infatti l'opera divina per la quale sono stati assunti dallo Spirito santo trascende ogni forza umana e l'umana sapienza: " Dio ha scelto le cose deboli del mondo per confondere quelle forti " (1 Cor. 1, 27). Consapevole quindi della propria debolezza, il vero ministro di Cristo lavora con umiltà, cercando di sapere ciò che è gradito a Dio (29) e, come avvinto dallo Spirito, si fa condurre in ogni cosa dalla volontà di colui che vuole che tutti gli uomini siano salvi e questa volontà la può scoprire e seguire nelle circostanze di ogni giorno, servendo umilmente tutti coloro che gli sono affidati da Dio in ragione della funzione che deve svolgere e dei molteplici avvenimenti della sua vita.

D'altra parte, il ministero sacerdotale, dato che è il ministero della chiesa stessa, non può essere realizzato se non nella comunione gerarchica di tutto il corpo. La carità pastorale esige pertanto che i presbiteri, lavorando in questa comunione, con l'obbedienza facciano dono della propria volontà nel servizio di Dio e dei fratelli, ricevendo e mettendo in pratica con spirito di fede le prescrizioni o le raccomandazioni del sommo pontefice, del loro vescovo e degli altri superiori; dando volentieri tutto di sé in ogni incarico che venga loro affidato, anche se molto umile e povero. Perché con questo atteggiamento custodiscono e rafforzano la necessaria unità con i fratelli nel ministero, specialmente con quelli che il Signore ha costituito reggitori visibili della sua chiesa, e lavorano per l'edificazione del corpo di Cristo, il quale cresce " per ogni articolazione di servizio ". Questa obbedienza, che porta a una più matura libertà di figli di Dio, esige per sua natura che i presbiteri, nello svolgimento della loro missione, mentre sono indotti dalla carità a cercare prudentemente vie nuove per un maggior bene della chiesa, facciano sapere con fiducia le loro iniziative ed espongano chiaramente i bisogni del proprio gregge, disposti sempre a sottomettersi al giudizio di coloro che esercitano una funzione superiore nel governo della chiesa di Dio.

Con questa umiltà e obbedienza responsabile e volontaria, i presbiteri si conformano a Cristo, e arrivano ad avere in sé gli stessi sentimenti di Cristo Gesù, il quale " annientò se stesso prendendo forma di servo...; fatto obbediente fino alla morte " (Fil. 2, 7-8), e con questa obbedienza ha vinto e redento la disobbedienza di Adamo, come dice l'apostolo: " Infatti come per la disobbedienza di un solo uomo, i molti furono costituiti peccatori, così per l'obbedienza di un solo, i molti saranno costituiti giusti " (Rom. 5, 19).

16. Abbracciare e considerare il celibato come una grazia

16. La perfetta e perpetua continenza per il Regno dei cieli, raccomandata da Cristo Signore, nel corso dei secoli e anche ai nostri giorni volentieri abbracciata e lodevolmente osservata da non pochi fedeli, è sempre stata considerata dalla chiesa come particolarmente confacente alla vita sacerdotale. E' infatti segno e allo stesso tempo stimolo della carità pastorale, e fonte speciale di fecondità spirituale nel mondo. Certamente essa non è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente dalla prassi della chiesa primitiva e dalla tradizione delle chiese orientali, nelle quali, oltre a coloro che assieme a tutti i vescovi scelgono con l'aiuto della grazia di osservare il celibato, vi sono anche degli eccellenti presbiteri coniugati: ma questo sacrosanto sinodo, nel raccomandare il celibato ecclesiastico, non intende tuttavia mutare quella disciplina diversa che è legittimamente in vigore nelle chiese orientali, anzi esorta amorevolmente tutti coloro che hanno ricevuto il presbiterato quando erano allo stato matrimoniale, a perseverare nella santa vocazione, continuando a dedicare pienamente e con generosità la propria vita per il gregge loro affidato.

Il celibato, comunque, ha molteplici rapporti di convenienza con il sacerdozio. Infatti la missione sacerdotale è tutta dedicata al servizio della nuova umanità che Cristo, vincitore della morte, suscita nel mondo con il suo Spirito, e che deriva la propria origine " non dal sangue, né da volontà di carne, né da volontà d'uomo, ma da Dio " (Gv. 1, 13). Ora, con la verginità o celibato osservato per il regno dei cieli, i presbiteri si consacrano a Cristo con un nuovo ed eccelso titolo, aderiscono più facilmente a lui con un cuore non diviso, si dedicano più liberamente in lui e per lui al servizio di Dio e degli uomini, servono più prontamente il suo regno e la sua opera di rigenerazione divina, e in tal modo si dispongono meglio a ricevere una più ampia paternità in Cristo. In questo modo, pertanto, essi proclamano di fronte agli uomini di volersi dedicare esclusivamente alla missione di condurre i fedeli alle nozze con un solo sposo, e di presentarli a Cristo come vergine casta, evocando così quell'arcano sposalizio istituito da Dio e che si manifesterà pienamente nel futuro per il quale la chiesa ha come suo unico sposo Cristo. Essi inoltre diventano segno vivente di quel mondo futuro, presente già attraverso la fede e la carità, nel quale i figli della risurrezione non si uniranno in matrimonio.

Per questi motivi - fondati sul mistero di Cristo e della sua missione - il celibato, che prima veniva raccomandato ai sacerdoti, in seguito è stato imposto per legge nella chiesa latina a tutti coloro che si avviano a ricevere l'ordine sacro. Questo sacrosanto sinodo torna ad approvare e confermare tale legislazione per quanto riguarda coloro che sono destinati al presbiterato, avendo fiducia nello Spirito che il dono del celibato, così confacente al sacerdozio della nuova legge, viene concesso in grande misura dal Padre, a condizione che tutti coloro che partecipano del sacerdozio di Cristo con il sacramento dell'ordine, anzi la chiesa intera, lo richiedano con umiltà e insistenza. Il sacro sinodo esorta inoltre i presbiteri, i quali hanno liberamente abbracciato il sacro celibato seguendo l'esempio di Cristo e confidando nella grazia di Dio, ad aderirvi con decisione e con tutta l'anima e a perseverare fedelmente in questo stato, sapendo apprezzare questo dono meraviglioso che il Padre ha loro concesso e che il Signore ha così esplicitamente esaltato, e avendo anche presenti i grandi misteri che in esso sono rappresentati e realizzati. E al mondo d'oggi, quanto più la perfetta continenza viene considerata impossibile da tante persone, con tanta maggiore umiltà e perseveranza debbono i presbiteri implorare assieme alla chiesa la grazia della fedeltà che mai è negata a chi la chiede, ricorrendo allo stesso tempo ai mezzi soprannaturali e naturali di cui tutti dispongono. E soprattutto non trascurino quelle norme ascetiche che sono garantite dalla esperienza della chiesa e che nelle circostanze odierne non sono meno necessarie. Questo sacrosanto sinodo prega perciò i sacerdoti - e non solo essi, ma anche tutti i fedeli - di avere a cuore questo dono prezioso del celibato sacerdotale, e di supplicare tutti Dio affinché lo conceda sempre abbondantemente alla sua chiesa.

17. Povertà volontaria e atteggiamento verso i beni terreni

17. Grazie ai rapporti d'amicizia e di fraternità fra di loro e con gli altri uomini, i presbiteri sono in grado di imparare ad avere stima per i valori umani e ad apprezzare i beni creati come doni di Dio. Vivendo in mezzo al mondo devono però avere sempre presente che, come ha detto il Signore nostro maestro, essi non appartengono al mondo. Perciò, usando del mondo come se non ne usassero, possono giungere a quella libertà, per la quale, liberati da ogni disordinata preoccupazione, sono resi docili all'ascolto della voce di Dio nella vita di tutti i giorni. Da questa libertà e docilità si sviluppa la discrezione spirituale che consente di mettersi nel giusto rapporto con il mondo e le realtà terrene. Tale rapporto è importante nel caso dei presbiteri, dato che la missione della chiesa sl svolge in mezzo al mondo, e i beni creati sono del tutto necessari per lo sviluppo personale dell'uomo. Siano perciò riconoscenti per tutte le cose che concede loro il Padre perché possano condurre una vita ben ordinata. E' però indispensabile che sappiano esaminare attentamente alla luce della fede tutto ciò con cui hanno a che fare, in modo da sentirsi spinti a usare rettamente dei beni in conformità con la volontà di Dio, respingendo quanto possa nuocere alla loro missione.

I sacerdoti infatti, dato che il Signore è la loro " parte ed eredità " (Num. 18, 20), debbono usare dei beni temporali solo per quei fini ai quali tali beni possono essere destinati d'accordo con la dottrina di Cristo Signore e gli ordinamenti della chiesa.

Quanto ai beni ecclesiastici propriamente detti, i sacerdoti devono amministrarli, come esige la natura stessa di tali cose, a norma delle leggi ecclesiastiche, e possibilmente con l'aiuto di esperti laici; devono sempre impiegarli per quegli scopi per il cui raggiungimento la chiesa può possedere beni temporali, vale a dire: la sistemazione del culto divino; il dignitoso mantenimento del clero, il sostenimento delle opere di apostolato e di carità, specialmente per i poveri. Quanto poi ai beni che si procurano in occasione dell'esercizio di qualche ufficio ecclesiastico, i presbiteri, come pure i vescovi, salvi restando eventuali diritti particolari, devono impiegarli anzitutto per il proprio onesto mantenimento e per l'assolvimento dei doveri del proprio stato; il rimanente vogliano destinarlo per il bene della chiesa e per le opere di carità. Non trattino dunque l'ufficio ecclesiastico come occasione di guadagno, né impieghino il reddito che ne derivi per aumentare le sostanze della propria famiglia. I sacerdoti, quindi, senza affezionarsi in modo alcuno alle ricchezze, debbono evitare sempre ogni bramosia e astenersi accuratamente da qualsiasi tipo di commercio.

Anzi, essi sono invitati ad abbracciare la povertà volontaria, con cui possono conformarsi a Cristo in un modo più evidente ed essere in grado di svolgere con maggiore prontezza il sacro ministero. Cristo infatti da ricco è diventato per noi povero, affinché la sua povertà ci facesse ricchi. Gli apostoli, dal canto loro, hanno testimoniato con l'esempio personale che il dono di Dio, che è gratuito, va trasmesso gratuitamente, sapendo ugualmente avere grandi disponibilità che essere nell'indigenza. Ma anche un certo uso in comune delle cose - sul modello di quella comunità di beni che viene esaltata nella storia della chiesa primitiva - contribuisce in misura notevolissima a spianare la via alla carità pastorale; inoltre, con questo tenore di vita i presbiteri possono mettere lodevolmente in pratica lo spirito di povertà raccomandato da Cristo.

Mossi perciò dallo Spirito del Signore, che unse il Salvatore e lo mandò ad evangelizzare i poveri, i presbiteri come pure i vescovi, cerchino di evitare tutto ciò che possa in qualsiasi modo indurre i poveri ad allontanarsi, e più ancora degli altri discepoli del Signore eliminino nelle proprie cose ogni ombra di vanità. Sistemino la propria abitazione in modo tale che nessuno possa ritenerla inaccessibile, né debba, anche se di condizione molto umile, aver timore di frequentarla.

18. Mezzi per favorire la vita spirituale

18. Per poter alimentare in ogni circostanza della propria vita l'unione con Cristo, i presbiteri, oltre all'esercizio consapevole del loro ministero dispongono dei mezzi sia comuni che specifici, sia tradizionali che nuovi, che lo Spirito santo non ha mai cessato di suscitare in mezzo al popolo di Dio, e la chiesa raccomanda - anzi talvolta prescrive addirittura - per la santificazione dei suoi membri. Al di sopra di tutti i sussidi spirituali occupano un posto di rilievo quegli atti per cui i fedeli si nutrono del verbo divino alla duplice mensa della sacra scrittura e dell'eucaristia; a nessuno sfugge, del resto, l'importanza di un frequente uso di questi ai fini della santificazione propria dei presbiteri. Essi, che sono i ministri della grazia sacramentale, si uniscono intimamente a Cristo salvatore e pastore attraverso la fruttuosa ricezione dei sacramenti, soprattutto con la confessione sacramentale frequente, giacché essa - che va preparata con un quotidiano esame di coscienza - favorisce tanto la necessaria conversione del cuore all'amore del Padre delle misericordie. Alla luce della fede, che si alimenta della lettura divina, essi possono cercare diligentemente di scoprire nelle diverse vicende della vita i segni della volontà di Dio e gli impulsi della sua grazia, divenendo così sempre più pronti a corrispondere a ogni esigenza della missione cui si sono dedicati nello Spirito santo. Un esempio meraviglioso di tale prontezza lo possono trovare sempre nella beata vergine Maria, che sotto la guida dello Spirito santo si consacrò pienamente al mistero della redenzione umana. Ella è la madre del sommo ed eterno sacerdote, la regina degli apostoli, l'ausilio dei presbiteri nel loro ministero: essi devono quindi venerarla e amarla con devozione e culto filiale.

I presbiteri abbiano inoltre a cuore, se vogliono compiere con fedeltà il proprio ministero, il dialogo quotidiano con Cristo Signore andandolo a visitare nel tabernacolo e praticando il culto personale della sacra eucaristia. Siano anche disposti- a dedicare volentieri del tempo al ritiro spirituale, e abbia grande stima la direzione spirituale. In modi assai diversi - soprattutto con l'orazione mentale, di così provata efficacia, e con le varie forme di preghiera che ciascuno preferisce - possono i presbiteri ricercare e ardentemente implorare da Dio quell'autentico spirito di adorazione col quale essi, insieme col popolo a loro affidato, si uniscono intimamente con Cristo, mediatore della nuova alleanza, e così potranno gridare come figli adottivi: " Abba, Padre! " (Rom. 8, 15).

19. Studio e scienza pastorale

19. Nel sacro rito dell'ordinazione, il vescovo ricorda ai presbiteri che devono essere " maturi nella scienza ", e che la loro dottrina dovrà risultare come "una spirituale medicina per il popolo di Dio". Ora, bisogna che la scienza del ministro sacro sia anch'essa sacra, in quanto derivata da una fonte sacra e diretta a un fine altrettanto sacro. Deve pertanto essere tratta in primo luogo dalla lettura e dalla meditazione della sacra scrittura; ma suo fruttuoso alimento è anche lo studio dei santi padri e dottori e degli altri documenti della tradizione. In secondo luogo, per poter dare una risposta esauriente ai problemi sollevati dagli uomini d'oggi, è necessario che i presbiteri conoscano a fondo i documenti del magistero - specie quelli dei concili e dei romani pontefici - e che consultino le opere di teologi seri e di dottrina sicura.

Ma ai nostri giorni la cultura umana e anche le scienze sacre avanzano a un ritmo prima sconosciuto; è bene quindi che i presbiteri si preoccupino di perfezionare sempre adeguatamente la propria scienza teologica e la propria cultura, in modo da essere in condizione più opportuna per poter sostenere il dialogo con gli uomini del loro tempo.

D'altra parte, perché si possa agevolare ai presbiteri il compito di approfondire i propri studi e apprendere i migliori metodi di evangelizzazione e apostolato, si preparino per loro con ogni cura i sussidi opportuni, adattandoli logicamente alle situazioni locali. Tali sussidi comprendono l'istituzione di corsi o congressi, l'erezione di centri destinati agli studi pastorali, la creazione di biblioteche e una intelligente direzione degli studi da parte di persone capaci. I vescovi devono studiare altresì da soli o a livello interdiocesano - il sistema migliore per far sì che tutti i loro presbiteri - soprattutto qualche anno dopo l'ordinazione - possano frequentare periodicamente dei corsi di perfezionamento nelle scienze teologiche e nei metodi pastorali; questi corsi dovranno servire anche a rafforzare la vita spirituale e consentiranno un proficuo scambio di esperienze apostoliche con i confratelli. Mediante tutti questi sussidi e altri del genere, si abbia una cura particolare dei parroci di nomina recente e di tutti coloro che iniziano una nuova attività pastorale e sono trasferiti a un'altra diocesi o nazione.

Infine, i vescovi devono anche procurare che alcuni presbiteri si dedichino allo studio approfondito delle scienze divine, in modo che non vengano mai a mancare dei professori competenti per le scuole ecclesiastiche, e specialisti in grado di orientare gli altri sacerdoti e i fedeli verso una dottrina a tutti indispensabile; inoltre, con questo lavoro di ricerca si stimola quel sano progresso delle scienze sacre che è del tutto necessario alla chiesa.

20. Provvedere a un giusto compenso

20. I presbiteri si dedicano pienamente al servizio di Dio nello svolgimento delle funzioni che sono state loro assegnate; è logico pertanto che siano equamente retribuiti, dato che " l'operaio ha diritto alla sua paga " (Lc. 10, 7), e che "il Signore ha disposto che coloro i quali annunciano il vangelo vivano del vangelo" (1 Cor. 9, 14). In base a ciò, se non si provvede in un altro modo a retribuire equamente i presbiteri, sono i fedeli stessi che vi devono pensare, dato che è per il loro bene che essi lavorano; i fedeli, cioè, sono da vero obbligo tenuti a procurare che non manchino ai presbiteri i mezzi per condurre una vita onesta e dignitosa. Spetta ai vescovi ricordare ai fedeli questo loro obbligo, e provvedere - ognuno per la propria diocesi, o meglio ancora riunendosi in gruppi interessati a uno stesso territorio - all'istituzione di norme che garantiscano un mantenimento dignitoso per quanti svolgono o hanno svolto una funzione al servizio del popolo di Dio. Quanto poi al tipo di retribuzione che deve essere assegnata a ciascuno, bisogna considerare sia la natura stessa della funzione sia le diverse circostanze di luogo e di tempo. Comunque tale retribuzione sia essenzialmente la stessa per tutti coloro che si trovano nelle stesse condizioni, e che soddisfi veramente i loro bisogni ed esigenze: il che significa che deve anche consentire ai presbiteri di retribuire debitamente il personale che presta servizio presso di loro e di soccorrere personalmente in qualche modo i bisognosi, dato che questo ministero a favore dei poveri è stato tenuto in grande considerazione da parte della chiesa fin dai primi tempi. Nello stabilire la quantità della retribuzione per i presbiteri, occorre pensare che essa deve consentire anche un tempo sufficiente di ferie ogni anno; e i vescovi hanno il dovere di controllare se i presbiteri dispongono di questo necessario riposo.

Comunque, il rilievo maggiore va dato all'ufficio che svolgono i sacri ministri. Per questo, il sistema noto sotto il nome di sistema beneficiale deve essere abbandonato, o almeno riformato a fondo, in modo che la parte beneficiale - ossia, il diritto al reddito di cui è dotato l'ufficio ecclesiastico - sia trattata come cosa secondaria, e venga messo in primo piano, invece, l'ufficio ecclesiastico stesso. D'ora in avanti, inoltre, per ufficio ecclesiastico si deve intendere qualsiasi incarico conferito in modo stabile per un fine spirituale.

21. Fondo comune e previdenza sociale

21. Deve essere sempre tenuto presente l'esempio dei fedeli della primitiva chiesa di Gerusalemme, dove " tutto era ad essi comune " (Atti 4, 32) e " veniva diviso fra tutti in base ai bisogni di ciascuno " (Atti 4, 35). In conseguenza, è estremamente conveniente che le offerte fatte per il mantenimento del clero siano concentrate da una istituzione diocesana, amministrata dal vescovo con la collaborazione di sacerdoti delegati, e anche di laici esperti in economia, se ce ne fosse bisogno. Questa istituzione sia fatta almeno nelle regioni in cui il mantenimento del clero dipende totalmente o in massima parte dalle offerte dei fedeli. E' anche auspicabile che, nei limiti del possibile, venga costituita in ogni diocesi o regione una cassa comune da cui possano attingere i vescovi per far fronte agli altri impegni nei riguardi delle persone che prestano servizio a favore della chiesa e per affrontare i diversi bisogni della diocesi. Con questa cassa comune, inoltre, le diocesi più dotate potranno venire incontro a quelle più povere, in modo da bilanciare con la propria abbondanza la loro scarsezza. Anche questa cassa comune è bene che sia formata soprattutto in base alle offerte dei fedeli; ma vi potranno affluire anche i beni derivanti da altre fonti, da determinarsi per legge.

Oltre a ciò, nelle nazioni in cui la previdenza sociale a favore del clero non è ancora sufficientemente disposta, le conferenze episcopali vi devono provvedere, sempre nel massimo rispetto delle leggi ecclesiastiche e civili, ad esempio, con istituti di previdenza di ambito diocesano che operano per proprio conto o uniti in federazione; con istituti che operano in una zona comprendente varie diocesi; e infine con organismi che coprono tutto il territorio nazionale. In ogni caso, queste istituzioni devono sufficientemente provvedere, sotto la vigilanza della gerarchia, sia alla conveniente prevenzione e all'assistenza sanitaria, sia al decoroso mantenimento dei presbiteri che patiscono malattia, invalidità o vecchiaia. I sacerdoti, dal canto loro, devono appoggiare l'istituzione che sia stata creata, spinti da un senso di solidarietà verso i confratelli, che li porta a condividere le loro pene; e abbiano anche presente che in tal modo si risparmieranno eccessive preoccupazioni per il futuro, potendosi invece dedicare totalmente con più alacre spirito evangelico alla pratica della povertà e alla salvezza delle anime. In ultimo luogo, coloro che hanno tale obbligo facciano in modo che gli istituti di previdenza di diverse nazioni che operano in uno stesso settore siano collegati fra di loro, perché così maggiormente si consolideranno e si estenderanno.

22. Fiducia in Dio nel compimento dell'altissima missione

22. Questo sacrosanto sinodo ha presenti le grandi gioie di cui è ricca la vita sacerdotale; ma ciò non significa che dimentichi le difficoltà che devono affrontare i presbiteri nelle circostanze della vita di oggi. Né ignora la profonda trasformazione che i tempi hanno operato nelle strutture economiche e sociali e nel costume; e sa benissimo che c'è stato un profondo mutamento nella gerarchia dei valori che viene comunemente adottata. Per questo i ministri della chiesa, e talvolta gli stessi fedeli, si sentono quasi estranei nei confronti del mondo di oggi, e si domandano angosciosamente quali sono i mezzi e le parole adatte per poter comunicare con esso. E non c'è dubbio che i nuovi ostacoli per la fede, l'apparente inutilità degli sforzi che si son fatti finora e il crudo isolamento in cui vengono a trovarsi, possano costituire un serio pericolo di scoraggiamento.

Ma sta di fatto che Dio ha amato tanto il mondo - così come esso oggi si presenta all'amore e al ministero dei presbiteri della chiesa - da dare per esso il Figlio suo unigenito. Ed effettivamente questo mondo - vincolato certamente a tanti peccati, ma allo stesso tempo dotato di risorse non irrilevanti - fornisce alla chiesa pietre vive, che tutte insieme servono a edificare l'abitazione di Dio nello Spirito. E lo stesso Spirito santo, mentre da una parte spinge la chiesa ad aprire vie nuove per arrivare al mondo di oggi, dall'altra suggerisce e fomenta gli opportuni adattamenti del ministero sacerdotale.

I presbiteri non devono perdere di vista che nel loro lavoro non sono mai soli, perché hanno come sostegno l'onnipotenza di Dio. Abbiano fede in Cristo che li chiamò a partecipare del suo sacerdozio: e con questa fede si dedichino con tutta fiducia al loro ministero, nella consapevolezza che potente è Dio per aumentare in essi la carità. E non dimentichino che hanno al loro fianco i propri confratelli nel sacerdozio, anzi, tutti i fedeli del mondo. C'è infatti una cooperazione di tutti i presbiteri per la realizzazione del disegno di salvezza di Dio, che è il mistero di Cristo, ossia il sacramento nascosto da secoli in Dio; e questo disegno non viene condotto a termine se non a poco a poco, attraverso la collaborazione organica di diversi ministeri che tendono tutti all'edificazione del corpo di Cristo, fin tanto che non venga raggiunta la misura della sua età. Tutto ciò è nascosto con Cristo in Dio, e quindi è con la fede soprattutto che può essere avvertito. Effettivamente, con la fede si devono guidare nel loro cammino i condottieri del popolo di Dio, seguendo l'esempio del fedele Abramo, il quale per la fede " obbedì all'ordine di dirigersi verso il luogo che avrebbe ricevuto in eredità: e si mosse senza sapere dove sarebbe andato a finire" (Ebr. 11, 8). Realmente il dispensatore dei misteri di Dio può essere paragonato all'uomo che semina nel campo, di cui dice il Signore: " Dorma, o si alzi di notte e di giorno, nel frattempo il seme germoglia e cresce senza che lui se ne accorga " (Mc. 4, 27).

Del resto, Gesù ha detto: " Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo " (Gv. 16, 33); ma con queste parole non ha voluto promettere alla sua chiesa una perfetta vittoria prima della fine dei tempi. Il sacrosanto sinodo si rallegra nel vedere che la terra seminata con il seme del vangelo dà ora molti frutti in diversi luoghi, grazie all'azione dello Spirito del Signore, il quale riempie l'orbe della terra e ha fatto nascere nel cuore di molti sacerdoti e di molti fedeli uno spirito autenticamente missionario. Per tutto ciò il sacrosanto sinodo ringrazia con il cuore colmo di affetto i presbiteri di tutto il mondo: " A colui poi che, mediante la potenza che opera in noi, può compiere infinitamente di più di tutto ciò che possiamo domandare o pensare: a lui sia la gloria nella chiesa e in Cristo Gesù" (Ef. 3, 20-21). Tutte e singole le cose, stabilite in questo decreto, sono piaciute ai padri del sacro concilio. E noi, in virtù della potestà apostolica conferitaci da Cristo, unitamente ai venerabili padri, nello Spirito santo le approviamo, le decretiamo e stabiliamo; e quanto è stato così sinodalmente stabilito, comandiamo che sia promulgato a gloria di Dio.

Roma, presso S. Pietro, 7 dicembre 1965. Io Paolo, vescovo della chiesa cattolica.

(Seguono le firme dei padri)

 

 


 

 

Apostolicam Actuositatem

Decreto sull’Apostolato dei Laici

Roma, 18 novembre 1965

 

Proemio

1. Il sacro Concilio, volendo rendere più intensa l'attività apostolica del popolo di Dio, con viva premura si rivolge ai fedeli laici, dei quali già altrove ha ricordato il ruolo proprio e assolutamente necessario che essi svolgono nella missione della Chiesa. L'apostolato dei laici, infatti, derivando dalla loro stessa vocazione cristiana, non può mai venir meno nella Chiesa. La stessa sacra Scrittura mostra abbondantemente quanto spontanea e fruttuosa fosse tale attività ai primordi della Chiesa (cfr. At 11,19-21; 18,26; Rm 16,1-16; Fil 4,3).

I nostri tempi poi non richiedono minore zelo da parte dei laici; anzi le circostanze odierne richiedono assolutamente che il loro apostolato sia più intenso e più esteso. Infatti l'aumento costante della popolazione, il progresso scientifico e tecnico, le relazioni umane che si fanno sempre più strette, non solo hanno allargato straordinariamente il campo dell'apostolato dei laici, in gran parte accessibile solo ad essi, ma hanno anche suscitato nuovi problemi, che richiedono il loro sollecito impegno e zelo.

Tale apostolato si è reso tanto più urgente, in quanto l'autonomia di molti settori della vita umana si è assai accresciuta, com'è giusto; ma talora ciò è avvenuto con un certo distacco dall'ordine etico e religioso e con grave pericolo della vita cristiana. Inoltre in molte regioni, in cui i sacerdoti sono assai pochi, oppure, come talvolta avviene, vengono privati della dovuta libertà di ministero, senza l'opera dei laici la Chiesa a stento potrebbe essere presente e operante. Il segno di questa molteplice e urgente necessità è l'evidente intervento dello Spirito Santo, il quale rende oggi sempre più consapevoli i laici della loro responsabilità e dovunque li stimola a mettersi a servizio di Cristo e della Chiesa.

Con il presente decreto il Concilio vuole illustrare la natura, il carattere e la varietà dell'apostolato dei laici, enunciarne i principi fondamentali e dare delle direttive pastorali per un suo più efficace esercizio. Tutto questo dovrà servire di norma per la revisione del diritto canonico per quanto riguarda l'apostolato dei laici.

Capitolo I: La Vocazione dei Laici all’Apostolato

La partecipazione dei laici alla missione della Chiesa

2. Questo è il fine della Chiesa: con la diffusione del regno di Cristo su tutta la terra a gloria di Dio Padre, rendere partecipi I tutti gli uomini della salvezza operata dalla redenzione, e per mezzo di essi ordinare effettivamente il mondo intero a Cristo. Tutta l'attività del corpo mistico ordinata a questo fine si chiama “ apostolato ”; la Chiesa lo esercita mediante tutti i suoi membri, naturalmente in modi diversi; la vocazione cristiana infatti è per sua natura anche vocazione all'apostolato. Come nella compagine di un corpo vivente non vi è membro alcuno che si comporti in maniera del tutto passiva, ma unitamente alla vita partecipa anche alla sua attività, così nel corpo di Cristo, che è la Chiesa “ tutto il corpo... secondo l'energia propria ad ogni singolo membro... contribuisce alla crescita del corpo stesso ” (Ef 4,16). Anzi in questo corpo è tanta l'armonia e la compattezza delle membra (cfr. Ef 4,16), che un membro il quale non operasse per la crescita del corpo secondo la propria energia dovrebbe dirsi inutile per la Chiesa e per se stesso.

C'è nella Chiesa diversità di ministero ma unità di missione. Gli apostoli e i loro successori hanno avuto da Cristo l'ufficio di insegnare, reggere e santificare in suo nome e con la sua autorità. Ma anche i laici, essendo partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, all'interno della missione di tutto il popolo di Dio hanno il proprio compito nella Chiesa e nel mondo. In realtà essi esercitano l'apostolato evangelizzando e santificando gli uomini, e animando e perfezionando con lo spirito evangelico l'ordine temporale, in modo che la loro attività in quest'ordine costituisca una chiara testimonianza a Cristo e serva alla salvezza degli uomini. Siccome è proprio dello stato dei laici che essi vivano nel mondo e in mezzo agli affari profani, sono chiamati da Dio affinché, ripieni di spirito cristiano, esercitino il loro apostolato nel mondo, a modo di fermento.

I fondamenti dell'apostolato dei laici

3. I laici derivano il dovere e il diritto all'apostolato dalla loro stessa unione con Cristo capo. Infatti, inseriti nel corpo mistico di Cristo per mezzo del battesimo, fortificati dalla virtù dello Spirito Santo per mezzo della cresima, sono deputati dal Signore stesso all'apostolato. Vengono consacrati per formare un sacerdozio regale e una nazione santa (cfr. 1 Pt 2,4-10), onde offrire sacrifici spirituali mediante ogni attività e testimoniare dappertutto il Cristo. Inoltre con i sacramenti, soprattutto con quello dell'eucaristia, viene comunicata e alimentata quella carità che è come l'anima di tutto l'apostolato.

L'apostolato si esercita nella fede, nella speranza e nella carità: virtù che lo Spirito Santo diffonde nel cuore di tutti i membri della Chiesa. Anzi, in forza del precetto della carità, che è il più grande comando del Signore, ogni cristiano è sollecitato a procurare la gloria di Dio con l'avvento del suo regno e la vita eterna a tutti gli uomini: perché conoscano l'unico vero Dio e colui che egli ha mandato, Gesù Cristo (cfr. Gv 17,3).

A tutti i cristiani quindi è imposto il nobile impegno di lavorare affinché il divino messaggio della salvezza sia conosciuto e accettato da tutti gli uomini, su tutta la terra.

Per l'esercizio di tale apostolato lo Spirito Santo che già santifica il popolo di Dio per mezzo del ministero e dei sacramenti, elargisce ai fedeli anche dei doni particolari (1 Cor 12,7) “distribuendoli a ciascuno come vuole” (1 Cor 12,11), affinché mettendo “ ciascuno a servizio degli altri il suo dono al fine per cui l'ha ricevuto, contribuiscano anch'essi come buoni dispensatori delle diverse grazie ricevute da Dio” (1 Pt 4,10) alla edificazione di tutto il corpo nella carità (cfr. Ef 4,16).

Dall'aver ricevuto questi carismi, anche i più semplici, sorge per ogni credente il diritto e il dovere di esercitarli per il bene degli uomini e a edificazione della Chiesa, sia nella Chiesa stessa che nel mondo con la libertà dello Spirito, il quale “ spira dove vuole ” (Gv 3,8) e al tempo stesso nella comunione con i fratelli in Cristo, soprattutto con i propri pastori essi hanno il compito di giudicare sulla loro genuinità e uso ordinato, non certo per estinguere lo Spirito ma per esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cfr. 1 Tes 5,12,19,21).

La spiritualità dei laici in ordine all'apostolato

4. Siccome la fonte e l'origine di tutto l'apostolato della Chiesa è Cristo, mandato dal Padre, è evidente che la fecondità dell'apostolato dei laici dipende dalla loro unione vitale con Cristo, secondo il detto del Signore: “ Chi rimane in me ed io in lui, questi produce molto frutto, perché senza di me non potete far niente ” (Gv 15,5).

Questa vita d'intimità con Cristo viene alimentata nella Chiesa con gli aiuti spirituali comuni a tutti i fedeli, soprattutto con la partecipazione attiva alla sacra liturgia. I laici devono usare tali aiuti in modo che, mentre compiono con rettitudine i doveri del mondo nelle condizioni ordinarie di vita, non separino dalla propria vita l'unione con Cristo, ma crescano sempre più in essa compiendo la propria attività secondo il volere divino.

Su questa strada occorre che i laici progrediscano nella santità con ardore e gioia, cercando di superare le difficoltà con prudenza e pazienza. Né la cura della famiglia né gli altri impegni secolari devono essere estranei alla spiritualità della loro vita, secondo il detto dell'Apostolo: “ Tutto quello che fate, in parole e in opere, fatelo nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie a Dio e al Padre per mezzo di lui ” (Col 3,17).

Tale vita richiede un continuo esercizio della fede, della speranza e della carità.

Solo alla luce della fede e nella meditazione della parola di Dio è possibile, sempre e dovunque, riconoscere Dio nel quale “ viviamo, ci muoviamo e siamo ” (At 17,28), cercare in ogni avvenimento la sua volontà, vedere il Cristo in ogni uomo, vicino o estraneo, giudicare rettamente del vero senso e valore che le cose temporali hanno in se stesse e in ordine al fine dell'uomo.

Quanti hanno tale fede vivono nella speranza della rivelazione dei figli di Dio, nel ricordo della croce e della risurrezione del Signore.

Nel pellegrinaggio della vita presente, nascosti con Cristo in Dio e liberi dalla schiavitù delle ricchezze, mentre mirano ai beni eterni, con animo generoso si dedicano totalmente ad estendere il regno di Dio e ad animare e perfezionare con lo spirito cristiano l'ordine delle realtà temporali. Nelle avversità della vita trovano la forza nella speranza, pensando che “ le sofferenze del tempo presente non reggono il confronto con la gloria futura che si rivelerà in noi” (Rm 8,18).

Spinti dalla carità che viene da Dio, operano il bene verso tutti e in modo speciale verso i fratelli nella fede (cfr. Gal 6,10) “eliminando ogni malizia e ogni inganno, le ipocrisie e le invidie, e tutte le maldicenze ” (1 Pt 2,1), attraendo così gli uomini a Cristo.

La carità di Dio, “ diffusa nel nostro cuore per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato ” (Rm 5,5), rende capaci i laici di esprimere realmente nella loro vita lo spirito delle beatitudini. Seguendo Gesù povero, non si deprimono nella mancanza dei beni temporali, né si inorgogliscono nella abbondanza di essi; imitando Gesù umile, non diventano avidi di una gloria vana (cfr. Gal 5,26), ma cercano di piacere più a Dio che agli uomini, sempre pronti a lasciare tutto per Cristo (cfr. Lc 14,26) e a soffrire persecuzione per la giustizia (cfr. Mt 5,10), memori delle parole del Signore: “ Se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24). Coltivando l'amicizia cristiana tra loro si offrono vicendevolmente aiuto in qualsiasi necessità.

Questa spiritualità dei laici deve parimenti assumere una sua fisionomia particolare a seconda dello stato del matrimonio e della famiglia, del celibato o della vedovanza, della condizione di infermità, dell'attività professionale e sociale. I laici non tralascino dunque di coltivare costantemente le qualità e le doti ricevute, corrispondenti a tali condizioni, e di servirsi dei doni ottenuti dallo Spirito Santo.

Inoltre, quei laici che, seguendo la propria particolare vocazione, sono iscritti a qualche associazione o istituto approvato dalla Chiesa, si sforzino di assimilare fedelmente la spiritualità peculiare dei medesimi.

Tutti i laici facciano pure gran conto della competenza professionale, del senso della famiglia, del senso civico e di quelle virtù che riguardano i rapporti sociali, come la correttezza, lo spirito di giustizia, la sincerità, la cortesia, la fortezza di animo: virtù senza le quali non ci può essere neanche una vera vita cristiana.

Modello perfetto di tale vita spirituale e apostolica è la beata vergine Maria, regina degli apostoli, la quale, mentre viveva sulla terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudini familiari e di lavoro, era sempre intimamente unita al Figlio suo, e cooperava in modo del tutto singolare all'opera del Salvatore; ora poi assunta in cielo, “ con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo ai pericoli e affanni fino a che non siano condotti nella patria beata”. La onorino tutti devotissimamente e affidino alla sua materna cura la propria vita e il proprio apostolato.

Capitolo II: I fini dell’Apostolato dei Laici

Introduzione

5. L'opera della redenzione di Cristo ha per natura sua come fine la salvezza degli uomini, però abbraccia pure il rinnovamento di tutto l'ordine temporale. Di conseguenza la missione della Chiesa non mira soltanto a portare il messaggio di Cristo e la sua grazia agli uomini, ma anche ad animare e perfezionare l'ordine temporale con lo spirito evangelico. I laici, dunque, svolgendo tale missione della Chiesa, esercitano il loro apostolato nella Chiesa e nel mondo, nell'ordine spirituale e in quello temporale. Questi ordini, sebbene siano distinti, tuttavia sono così legati nell'unico disegno divino, che Dio stesso intende ricapitolare in Cristo tutto il mondo per formare una creazione nuova: in modo iniziale sulla terra, in modo perfetto alla fine del tempo. Nell'uno e nell'altro ordine il laico, che è simultaneamente membro del popolo di Dio e della città degli uomini, deve continuamente farsi guidare dalla sua unica coscienza cristiana.

L'apostolato di evangelizzazione e di santificazione

6. La missione della Chiesa ha come scopo la salvezza degli uomini, che si raggiunge con la fede in Cristo e con la sua grazia. Perciò l'apostolato della Chiesa e di tutti i suoi membri è diretto prima di tutto a manifestare al mondo il messaggio di Cristo con la parola e i fatti e a comunicare la sua grazia. Ciò viene effettuato soprattutto con il ministero della parola e dei sacramenti, affidato in modo speciale al clero, nel quale anche i laici hanno la loro parte molto importante da compiere “ per essere anch'essi cooperatori della verità ” (3 Gv 8). È specialmente in questo ordine che l'apostolato dei laici e il ministero pastorale si completano a vicenda.

Molte sono le occasioni che si presentano ai laici per esercitare l'apostolato dell'evangelizzazione e della santificazione. La stessa testimonianza della vita cristiana e le opere buone compiute con spirito soprannaturale hanno la forza di attirare gli uomini alla fede e a Dio; il Signore dice infatti: “ Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini in modo che vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16).

Tuttavia tale apostolato non consiste soltanto nella testimonianza della vita; il vero apostolo cerca le occasioni per annunziare Cristo con la parola sia ai non credenti per condurli alla fede, sia ai fedeli per istruirli, confermarli ed indurli ad una vita più fervente; “ poiché l'amore di Cristo ci sospinge ” (2 Cor 5,14) e nel cuore di tutti devono echeggiare le parole dell'Apostolo: “Guai a me se non annunciassi il Vangelo ” (1 Cor 9,16).

Siccome m questo nostro tempo nascono nuove questioni e si diffondono gravissimi errori che cercano di abbattere dalle fondamenta la religione, l'ordine morale e la stessa società umana, questo sacro Concilio esorta vivamente tutti i laici, perché secondo la misura dei loro talenti e della loro formazione dottrinale, e seguendo il pensiero della Chiesa, adempiano con diligenza anche maggiore la parte loro spettante nell'enucleare, difendere e rettamente applicare i principi cristiani ai problemi attuali.

L'animazione cristiana dell'ordine temporale

7. Quanto al mondo, è questo il disegno di Dio: che gli uomini, con animo concorde, instaurino e perfezionino sempre più l'ordine delle realtà temporali.

Tutto ciò che compone l'ordine temporale, cioè i beni della vita e della famiglia, la cultura, l'economia, le arti e le professioni, le istituzioni della comunità politica, le relazioni internazionali e così via, la loro evoluzione e il loro progresso, non sono soltanto mezzi con cui l'uomo può raggiungere il suo fine ultimo, ma hanno un valore proprio, riposto in essi da Dio, sia considerati in se stessi, sia considerati come parti di tutto l'ordine temporale: “ E Dio vide tutte le cose che aveva fatto, ed erano assai buone ” (Gen 1,31). Questa loro bontà naturale riceve una speciale dignità dal rapporto che essi hanno con la persona umana a servizio della quale sono stati creati. Infine piacque a Dio unificare in Cristo Gesù tutte le cose naturali e soprannaturali, “ affinché egli abbia il primato sopra tutte le cose” (Col 1,18). Questa destinazione, tuttavia, non solo non priva l'ordine delle realtà temporali della sua autonomia, dei suoi propri fini, delle sue proprie leggi, dei suoi propri mezzi, della sua importanza per il bene dell'uomo, ma anzi ne perfeziona la forza e il valore e nello stesso tempo lo adegua alla vocazione totale dell'uomo sulla terra.

Nel corso della storia, l'uso delle cose temporali è stato macchiato da gravi manchevolezze, perché gli uomini, in conseguenza del peccato originale, spesso sono caduti in moltissimi errori intorno al vero Dio, alla natura dell'uomo e ai principi della legge morale: allora i costumi e le istituzioni umane sono stati corrotti e non di rado conculcata la stessa persona umana. Anche ai nostri giorni, non pochi, ponendo un'eccessiva fiducia nel progresso delle scienze naturali e della tecnica inclinano verso una specie di idolatria delle cose temporali, fattisi piuttosto schiavi che padroni di esse.

È compito di tutta la Chiesa aiutare gli uomini affinché siano resi capaci di ben costruire tutto l'ordine temporale e di ordinarlo a Dio per mezzo di Cristo.

È compito dei pastori enunciare con chiarezza i principi circa il fine della creazione e l'uso del mondo, dare gli aiuti morali e spirituali affinché l'ordine temporale venga instaurato in Cristo.

I laici devono assumere il rinnovamento dell'ordine temporale come compito proprio e in esso, guidati dalla luce del Vangelo e dal pensiero della Chiesa e mossi dalla carità cristiana, operare direttamente e in modo concreto; come cittadini devono cooperare con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità; dappertutto e in ogni cosa devono cercare la giustizia del regno di Dio.

L'ordine temporale deve essere rinnovato in modo che, nel rispetto integrale delle leggi sue proprie, sia reso più conforme ai principi superiori della vita. cristiana e adattato alle svariate condizioni di luogo di tempo e di popoli. Tra le opere di simile apostolato si distingue eminentemente l'azione sociale dei cristiani. Il Concilio desidera oggi che essa si estenda a tutto l'ambito dell'ordine temporale, anche a quello della cultura.

L'azione caritativa

8. Sebbene ogni esercizio di apostolato nasca e attinga il suo vigore dalla carità, tuttavia alcune opere per natura propria sono atte a diventare vivida espressione della stessa carità; e Cristo Signore volle che esse fossero segni della sua missione messianica (cfr. Mt 11,4-5).

Il più grande dei comandamenti della legge è amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi (cfr. Mt 22,37-40). Cristo ha fatto proprio questo precetto della carità verso il prossimo e lo ha arricchito di un nuovo significato, avendo identificato se stesso con i fratelli come oggetto della carità e dicendo: “ Ogni volta che voi avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me ” (Mt 25,40). Egli infatti, assumendo la natura umana, ha legato a sé come sua famiglia tutto il genere umano in una solidarietà soprannaturale ed ha stabilito che la carità fosse il distintivo dei suoi discepoli con le parole: “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni verso gli altri ” (Gv 13,35).

La santa Chiesa, come fin dalle sue prime origini, unendo insieme l'“agape” con la cena eucaristica, si manifestava tutta unita nel vincolo della carità attorno a Cristo, così, in ogni tempo, si riconosce da questo contrassegno della carità, e mentre gode delle iniziative altrui, rivendica le opere di carità come suo dovere e diritto inalienabile. Perciò la misericordia verso i poveri e gli infermi con le cosiddette opere caritative e di mutuo aiuto, destinate ad alleviare ogni umano bisogno, sono da essa tenute in particolare onore.

Oggi che i mezzi di comunicazione sono divenuti più rapidi, le distanze tra gli uomini quasi eliminate e gli abitanti di tutto il mondo resi membri quasi di una unica famiglia, tali attività ed opere sono divenute molto più urgenti e devono prendere di più le dimensioni dell'universo. L'azione caritativa ora può e deve abbracciare tutti assolutamente gli uomini e tutte quante le necessità. Ovunque vi è chi manca di cibo, di bevanda, di vestito, di casa, di medicine, di lavoro, di istruzione, dei mezzi necessari per condurre una vita veramente umana, ovunque vi è chi afflitto da tribolazioni e da malferma salute, chi soffre l'esilio o il carcere, la carità cristiana deve cercarli e trovarli, consolarli con premurosa cura e sollevarli porgendo loro aiuto. E quest'obbligo si impone prima di tutto ai singoli uomini e popoli che vivono nella prosperità.

Affinché tale esercizio di carità possa essere al di sopra di ogni critica e appaia come tale, si consideri nel prossimo l'immagine di Dio secondo cui è stato creato, e Cristo Signore, al quale veramente è donato quanto si dà al bisognoso; si abbia estremamente riguardo della libertà e della dignità della persona che riceve l'aiuto; la purità di intenzione non macchiata da ricerca alcuna della propria utilità o desiderio di dominio; siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia, perché non avvenga che offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia; si eliminino non soltanto gli effetti ma anche le cause dei mali; l'aiuto sia regolato in t modo che coloro i quali lo ricevono vengano, a poco a poco, liberati dalla dipendenza altrui e diventi sufficienti a se stessi.

I laici dunque abbiano in grande stima e sostengano, nella misura delle proprie forze, le opere caritative e le iniziative di “ assistenza sociale ”, private pubbliche, anche internazionali, con cui si porta aiuto efficace agli individui e ai popoli che si trovano nel bisogno, e in ciò collaborino con tutti gli uomini di buona volontà.

Capitolo III: Vari campi di Apostolato

Introduzione

9. I laici esercitano il loro multiforme apostolato tanto nella Chiesa che nel mondo. Su questo duplice fronte si aprono svariati campi di attività apostolica di cui ricordiamo i principali. Essi sono: le comunità ecclesiali, la famiglia, i giovani, l'ambiente sociale, l'ordine nazionale e internazionale. Siccome poi ai nostri giorni le donne prendono parte sempre più attiva a tutta la vita sociale, è di grande importanza una loro più larga partecipazione anche nei vari campi dell'apostolato della Chiesa.

Le comunità ecclesiali

10. Come partecipi della missione di Cristo sacerdote, profeta e re, i laici hanno la loro parte attiva nella vita e nell'azione della Chiesa. All'interno delle comunità ecclesiali la loro azione è talmente necessaria che senza di essa lo stesso apostolato dei pastori non può per lo più ottenere il suo pieno effetto. Infatti i laici che hanno davvero spirito apostolico, ad esempio di quegli uomini e di quelle donne che aiutavano Paolo nella diffusione del Vangelo (cfr. At 18,18-26; Rm 16,3), suppliscono a quello che manca ai loro fratelli e confortano cosi sia i pastori, sia gli altri membri del popolo fedele (cfr. 1 Cor 16,17-18). Nutriti dall'attiva partecipazione alla vita liturgica della propria comunità, partecipano con sollecitudine alle sue opere apostoliche; conducono alla Chiesa gli uomini che forse ne vivono lontani; cooperano con dedizione generosa nel comunicare la parola di Dio, specialmente mediante l'insegnamento del catechismo; rendono più efficace la cura delle anime ed anche l'amministrazione dei beni della Chiesa, mettendo a disposizione la loro competenza.

La parrocchia offre un luminoso esempio di apostolato comunitario, fondendo insieme tutte le diversità umane che vi si trovano e inserendole nell'universalità della Chiesa. I laici si abituino ad agire nella parrocchia in stretta unione con i loro sacerdoti apportino alla comunità della Chiesa i propri problemi e quelli del mondo, nonché le questioni concernenti la salvezza degli uomini, perché siano esaminati e risolti con il concorso di tutti; diano, secondo le proprie possibilità, il loro contributo a ogni iniziativa apostolica e missionaria della propria famiglia ecclesiale.

Coltivino costantemente il senso della diocesi, di cui la parrocchia è come la cellula, pronti sempre, all'invito del loro pastore, ad unire le proprie forze alle iniziative diocesane. Anzi, per venire incontro alle necessità delle città e delle zone rurali non limitino la propria cooperazione entro i confini della parrocchia e della diocesi, ma procurino di allargarla all'ambito interparrocchiale, interdiocesano, nazionale o internazionale, tanto più che il crescente spostamento delle popolazioni, lo sviluppo delle mutue relazioni, la facilità delle comunicazioni, non consentono più ad alcuna parte della società di rimanere chiusa in se stessa. Anzitutto facciano proprie le opere missionarie, fornendo aiuti materiali o anche personali. È infatti un dovere e un onore per i cristiani restituire a Dio parte dei beni da lui ricevuti.

La famiglia

11. Poiché il Creatore di tutte le cose ha costituito il matrimonio quale principio e fondamento dell'umana società e, con la sua grazia, l'ha reso sacramento grande in riferimento a Cristo e alla Chiesa (cfr. Ef 5,32), l'apostolato dei coniugi e delle famiglie acquista una singolare importanza sia per la Chiesa sia per la società civile.

I coniugi cristiani sono cooperatori della grazia e testimoni della fede l'uno per l'altro, nei confronti dei figli e di tutti gli altri familiari. Sono essi i primi araldi della fede ed educatori dei loro figli; li formano alla vita cristiana e apostolica con la parola e con l'esempio, li aiutano con prudenza nella scelta della loro vocazione e favoriscono con ogni diligenza la sacra vocazione eventualmente in essi scoperta.

Sono sempre stati doveri dei coniugi, ed oggi sono la parte principale del loro apostolato:

a) manifestare e comprovare, con l'esempio della propria vita, l'indissolubilità e la santità del vincolo matrimoniale;

b) affermare con fortezza il diritto e il dovere che spetta per natura ai genitori e ai tutori di educare cristianamente la prole;

c) difendere la dignità e la legittima autonomia della famiglia. Essi dunque e gli altri fedeli collaborino con gli uomini di buona volontà, affinché nella legislazione civile siano sanciti e difesi questi sacri diritti; perché nel governo della società si tenga conto delle esigenze familiari per quanto riguarda l'alloggio, l'educazione dei fanciulli, le condizioni di lavoro, la sicurezza sociale e gli oneri fiscali; nella regolamentazione dell'emigrazione si salvaguardi nel modo più assoluto la convivenza della famiglia.

La famiglia ha ricevuto da Dio la missione di essere la cellula prima e vitale della società. E essa adempirà tale missione se, mediante il mutuo affetto dei membri e la preghiera elevata a Dio in comune, si mostrerà come il santuario domestico della Chiesa; se tutta la famiglia si inserirà nel culto liturgico della Chiesa; se infine praticherà una fattiva ospitalità e se promuoverà la giustizia e le buone opere a servizio di tutti i fratelli che si trovano in necessità.

Fra le svariate opere dell'apostolato familiare, ci sia concesso enumerare le seguenti: adottare come figli i bambini abbandonati, accogliere con benevolenza i forestieri, dare il proprio contributo nella direzione delle scuole, consigliare e aiutare gli adolescenti, aiutare i fidanzati a prepararsi meglio al matrimonio, collaborare alle opere catechistiche, sostenere i coniugi e le famiglie nelle loro difficoltà materiali e morali, provvedere ai vecchi non solo l'indispensabile, ma anche renderli partecipi equamente dei frutti del progresso economico.

Le famiglie cristiane le quali in tutta la loro vita si mostrano coerenti con il Vangelo e mostrano con l'esempio cosa sia il matrimonio cristiano, offrono al mondo una preziosissima testimonianza cristiana, sempre e dovunque, ma in modo speciale nelle regioni in cui viene annunziato per la prima volta il Vangelo, oppure la Chiesa si trova tuttora nei suoi inizi o urta contro gravi ostacoli.

Affinché possano raggiungere più facilmente le finalità del loro apostolato, può essere opportuno che le famiglie si uniscano in qualche associazione.

I giovani

12. I giovani esercitano un influsso di somma importanza nella società odierna. Le circostanze della loro vita, la mentalità e gli stessi rapporti con la propria famiglia sono grandemente mutati. Essi passano spesso troppo rapidamente ad una nuova condizione sociale ed economica. Mentre cresce sempre più la loro importanza sociale ed anche politica, appaiono quasi impari ad affrontare adeguatamente i loro nuovi compiti.

L'accresciuto loro peso nella società esige da essi una corrispondente attività apostolica; del resto lo stesso carattere naturale li dispone a questo. Col maturare della coscienza della propria personalità, spinti dall'ardore della vita e dalla loro esuberanza, assumono le proprie responsabilità e desiderano prendere il loro posto nella vita sociale e culturale: zelo questo che, se è impregnato dallo spirito di Cristo e animato da obbedienza ed amore verso i pastori della Chiesa, fa sperare abbondantissimi frutti. I giovani debbono divenire i primi e immediati apostoli dei giovani, esercitando da loro stessi l'apostolato fra di loro, tenendo conto dell'ambiente sociale in cui vivono.

Gli adulti procurino d'instaurare con i giovani un dialogo amichevole passando sopra la distanza dell'età, di conoscersi reciprocamente e di comunicarsi reciprocamente le proprie ricchezze interiori. Stimolino i giovani all'apostolato anzitutto con l'esempio, e, all occasione, con un prudente consiglio e con un valido aiuto. I giovani nutrano rispetto e fiducia verso gli adulti; quantunque siano inclinati naturalmente alle novità, apprezzino come meritano le buone tradizioni.

Anche i fanciulli hanno la loro attività apostolica. Secondo le proprie forze sono veri testimoni viventi di Cristo tra i compagni.

L'ambiente sociale

13. L'apostolato dell'ambiente sociale, cioè l'impegno nel permeare di spirito cristiano la mentalità e i costumi, le leggi e le strutture della comunità in cui uno vive, è un compito e un obbligo talmente proprio dei laici, che nessun altro può mai debitamente compierlo al loro posto. In questo campo i laici possono esercitare l'apostolato del simile verso il simile. Qui completano la testimonianza della vita con la testimonianza della parola. Qui nel campo del lavoro, della professione, dello studio, dell'abitazione, del tempo libero o delle associazioni sono i più adatti ad aiutare i propri fratelli.

I laici adempiono tale missione della Chiesa nel mondo:

a) anzitutto nella coerenza della vita con la fede, mediante la quale diventano luce del mondo, e con la loro onestà in qualsiasi affare, con la quale attraggono tutti all'amore del vero e del bene, e in definitiva a Cristo e alla Chiesa;

b) con la carità fraterna, con cui diventano partecipi delle condizioni di vita, di lavoro, dei dolori e delle aspirazioni dei fratelli e dispongono a poco a poco il cuore di tutti alla salutare azione della grazia;

c) con la piena coscienza della propria responsabilità nell'edificazione della società, per cui si sforzano di svolgere la propria attività domestica, sociale, professionale con cristiana magnanimità. Così il loro modo d'agire penetra un po' alla volta l'ambiente di vita e di lavoro.

Questo apostolato deve abbracciare tutti quelli che vivono nel proprio raggio di azione e non escludere alcun bene spirituale o temporale realizzabile. Ma i veri apostoli non si accontentano soltanto di questa azione, bensì cercano di annunziare Cristo al prossimo anche con la parola. Molti uomini non possono udire il Vangelo e conoscere Cristo, se non per mezzo dei laici che stan loro vicino.

L'ordine nazionale e internazionale

14. Immenso è il campo di apostolato che si apre nell'ordine nazionale e internazionale, dove sono specialmente i laici a essere ministri della sapienza cristiana. Animati dall'amore di patria e nel fedele adempimento dei doveri civici, i cattolici si sentano obbligati a promuovere il vero bene comune e facciano valere il peso della propria opinione in maniera tale che il potere civile venga esercitato secondo giustizia e le leggi corrispondano ai precetti morali e al bene comune. I cattolici esperti in politica e, come è naturale, saldamente ancorati alla fede e alla dottrina cristiana, non ricusino le cariche pubbliche, potendo mediante una buona amministrazione provvedere al bene comune e al tempo stesso aprire la via al Vangelo.

Si sforzino i cattolici di collaborare con tutti gli uomini di buona volontà nel promuovere tutto ciò che è vero, tutto ciò che è giusto, tutto ciò che è santo, tutto ciò che è amabile (cfr. Fil 4,8). Entrino in dialogo con essi, andando loro incontro con prudenza e gentilezza e promuovano indagini circa le istituzioni sociali e pubbliche per portarle a perfezione secondo lo spirito del Vangelo.

Tra i segni del nostro tempo è degno di speciale menzione il crescente e inarrestabile senso di solidarietà di tutti i popoli, che è compito dell'apostolato dei laici promuovere con sollecitudine e trasformare in sincero e autentico affetto fraterno. I laici inoltre debbono prendere coscienza del campo internazionale e delle questioni e soluzioni sia dottrinali sia pratiche che sorgono in esso, specialmente per quanto riguarda i popoli in via di sviluppo.

Rammentino tutti coloro che lavorano in altre nazioni o danno ad esse aiuto, che le relazioni fra i popoli devono essere un vero scambio fraterno, in cui l'una e l'altra parte simultaneamente dà e riceve. Coloro poi che viaggiano per ragioni di impegni internazionali o di affari o di divertimento, si ricordino che essi sono dovunque anche degli araldi itineranti di Cristo, e come tali si comportino davvero.

Capitolo IV: Vari modi di Apostolato

Introduzione

15. I laici possono esercitare l'attività apostolica o individualmente o uniti in varie comunità e associazioni.

Importanza e molteplicità dell'apostolato individuale

16. L'apostolato che ciascuno deve esercitare personalmente, sgorgando in misura abbondante dalla fonte di una vita veramente cristiana (Gv 4,14), è la prima forma e la condizione di ogni altro apostolato dei laici, anche di quello associato ed è insostituibile.

A tale apostolato, sempre e dovunque proficuo, anzi in certe circostanze l'unico adatto e possibile, sono chiamati e obbligati tutti i laici, di qualsiasi condizione, ancorché non abbiano l'occasione o la possibilità di collaborare nelle associazioni.

Molte sono le forme di apostolato con cui i laici edificano la Chiesa e santificano il mondo animandolo in Cristo.

Una forma particolare di apostolato individuale e segno adattissimo anche ai nostri tempi a manifestare il Cristo vivente nei suoi fedeli, è la testimonianza di tutta la vita laicale, promanante dalla fede, dalla speranza e dalla carità. Con l'apostolato poi della parola, in alcuni casi del tutto necessario, i laici annunziano Cristo, spiegano e diffondono la sua dottrina secondo la propria condizione e capacità e fedelmente la professano.

Collaborando inoltre, come cittadini di questo mondo, in ciò che riguarda la costruzione e la gestione dell'ordine temporale, i laici devono perseguire nella vita familiare, professionale, culturale e sociale, alla luce della fede, ancor più alti motivi dell'agire e, presentandosi l'occasione, farli conoscere agli altri, consapevoli di rendersi così collaboratori di Dio creatore, redentore e santificatore e di glorificarlo.

Infine i laici animino la propria vita con la carità e l'esprimano con le opere, secondo le proprie possibilità.

Si ricordino tutti che, con il culto pubblico e la preghiera, con la penitenza e la spontanea accettazione delle fatiche e delle pene della vita, con cui si conformano a Cristo sofferente (cfr. 2 Cor 4,10; Col 1,24), essi possono raggiungere tutti gli uomini e contribuire alla salvezza di tutto il mondo.

L'apostolato individuale in particolari circostanze

17. Questo apostolato individuale è di grande necessità e urgenza in quelle regioni in cui la libertà della Chiesa è gravemente impedita. In tali difficilissime circostanze i laici, sostituendo come possono i sacerdoti, mettendo in pericolo la propria libertà e talvolta anche la vita, insegnano la dottrina cristiana a coloro cui vivono vicino, li formano alla vita religiosa e allo spirito cattolico, li inducono a ricevere con frequenza i sacramenti e a coltivare la pietà, soprattutto quella eucaristica. Il sacro Concilio, mentre di tutto cuore ringrazia Dio che anche nella nostra epoca, non manca di suscitare laici di eroica fortezza in mezzo alle persecuzioni, li abbraccia con paterno affetto e con riconoscenza.

L'apostolato individuale ha luogo particolarmente in quelle regioni dove i cattolici sono pochi e dispersi. Ivi i laici, che solo individualmente possono esercitare l'apostolato, sia per i motivi suddetti, sia per speciali ragioni derivanti anche dalla loro attività professionale, opportunamente a tempo e luogo si radunano insieme in piccoli gruppi per scambiarsi le idee senza alcuna rigida formula di istituzione od organizzazione, in maniera che questo apparisca sempre come segno della comunità della Chiesa di fronte agli altri e quale vera testimonianza di amore. In questo modo, con l'amicizia e lo scambio di esperienze, aiutandosi a vicenda spiritualmente, si fortificano per superare i disagi di una vita e di una attività troppo isolate e per produrre frutti sempre più abbondanti di apostolato.

Importanza dell'apostolato organizzato

18. I fedeli sono dunque chiamati ad esercitare l'apostolato individuale nelle diverse condizioni della loro vita; tuttavia ricordino che l'uomo, per natura sua, è sociale e che piacque a Dio di riunire i credenti in Cristo per farne il popolo di Dio (cfr. 1 Pt 2,5-10) e un unico corpo (cfr. 1 Cor 12,12). Quindi l'apostolato associato corrisponde felicemente alle esigenze umane e cristiane dei fedeli e al tempo stesso si mostra come segno della comunione e dell'unità della Chiesa in Cristo che disse: “ Dove sono due o tre riuniti in mio nome, io sono in mezzo a loro ” (Mt 18,20).

Perciò i fedeli esercitino il loro apostolato accordandosi su uno stesso fine. Siano apostoli tanto nelle proprie comunità familiari, quanto in quelle parrocchiali e diocesane, che già sono esse stesse espressione del carattere comunitario dell'apostolato, e in quelle libere istituzioni nelle quali si vorranno riunire.

L'apostolato associato è di grande importanza anche perché sia nelle comunità ecclesiali, sia nei vari ambienti, spesso richiede di essere esercitato con azione comune. Infatti le associazioni erette per un'attività apostolica in comune sono di sostegno ai propri membri e li formano all'apostolato, ordinano e guidano la loro azione apostolica, così che possono sperarsi frutti molto più abbondanti che non se i singoli operassero separatamente.

Nelle attuali circostanze, poi, è assolutamente necessario che nell'ambiente di lavoro dei laici sia rafforzata la forma di apostolato associata e organizzata, poiché solo la stretta unione delle forze è in grado di raggiungere pienamente tutte le finalità dell'apostolato odierno e di difenderne validamente i frutti 3. In questo campo è cosa particolarmente importante che l'apostolato incida anche sulla mentalità generale e sulle condizioni sociali di coloro ai quali si rivolge; altrimenti i laici saranno spesso impari a sostenere la pressione sia della pubblica opinione sia delle istituzioni.

Molteplicità di forme dell'apostolato associato

19. Grande è la varietà delle associazioni apostoliche alcune si propongono il fine apostolico generale della Chiesa; altre in particolare il fine dell'evangelizzazione e della santificazione; altre attendono ai fini dell'animazione cristiana dell'ordine delle realtà temporali; altre rendono in modo speciale testimonianza a Cristo con le opere di misericordia e di carità.

Tra queste associazioni vanno considerate in primo luogo quelle che favoriscono e rafforzano una più intima unità tra la vita pratica dei membri e la loro fede. Le associazioni non sono fine a se stesse, ma devono servire a compiere la missione della Chiesa nei riguardi del mondo: la loro incidenza apostolica dipende dalla conformità con le finalità della Chiesa, nonché dalla testimonianza cristiana e dallo spirito evangelico dei singoli membri e di tutta l'associazione.

Inoltre la missione universale della Chiesa, in considerazione del progresso delle istituzioni e sotto la spinta del rapido evolversi della società odierna, richiede che le iniziative apostoliche dei cattolici perfezionino sempre più le forme associate in campo internazionale. Le organizzazioni internazionali cattoliche raggiungono meglio il proprio fine, se le associazioni che ne fanno parte e i loro membri sono più intimamente uniti ad esse.

Salvo il dovuto legame con l'autorità ecclesiastica i laici hanno il diritto di creare associazioni e guidarle, e di aderire a quelle già esistenti. Occorre tuttavia evitare la dispersione delle forze che si ha allorché si promuovono nuove associazioni e opere senza motivo sufficiente, o si mantengono in vita, più del necessario, associazioni o metodi invecchiati; né sarà sempre opportuno che forme istituite in una nazione vengano portate indiscriminatamente in altre.

L'Azione cattolica

20. Da diversi decenni i laici sono andati consacrandosi sempre più all'apostolato in molte nazioni e si sono raccolti in forme varie di attività e di associazioni che, in unione particolarmente stretta con la gerarchia, si sono occupate e si occupano di fini propriamente apostolici. Tra queste o anche altre simili del passato, sono soprattutto da ricordare quelle che, pur seguendo diversi metodi, hanno prodotto abbondantissimi frutti nel regno di Cristo e, meritatamente raccomandate e promosse dai romani Pontefici e da molti vescovi, hanno avuto da essi il nome di Azione cattolica e spessissimo sono state descritte come collaborazione dei laici all'apostolato gerarchico.

Queste forme di apostolato, si chiamino esse Azione cattolica o con altro nome, esercitano oggi un apostolato prezioso. Esse sono costituite dal concorso delle seguenti note caratteristiche prese tutte insieme:

a) Fine immediato di tali organizzazioni è il fine apostolico della Chiesa, cioè l'evangelizzazione e la santificazione degli uomini e la formazione cristiana della loro coscienza, in modo che riescano ad impregnare dello spirito evangelico le varie comunità e i vari ambienti.

b) I laici, collaborando con la gerarchia secondo il modo loro proprio, portano la loro esperienza e assumono la loro responsabilità nel dirigere tali organizzazioni, nel ponderare le circostanze in cui si deve esercitare l'azione pastorale della Chiesa e nella elaborazione ed esecuzione del loro programma di azione.

c) I laici agiscono uniti a guisa di corpo organico, affinché sia meglio espressa la comunità della Chiesa e l'apostolato riesca più efficace.

d) Questi laici, sia che si offrano spontaneamente, o siano invitati all'azione e alla cooperazione diretta con l'apostolato gerarchico, agiscono sotto la superiore direzione della gerarchia medesima, la quale può sancire tale cooperazione anche per mezzo di un “ mandato ” esplicito.

Le organizzazioni in cui, a giudizio della gerarchia, si trovano tutte insieme queste note, si devono ritenere Azione cattolica, anche se, per esigenze di luoghi e di popoli, prendono varie forme e nomi. Il sacro Concilio raccomanda vivamente queste istituzioni, che certamente in molti paesi rispondono alle necessità dell'apostolato della Chiesa; invita i sacerdoti e i laici che lavorano in esse a tradurre sempre più in atto le note sopra ricordate e a cooperare sempre fraternamente nella Chiesa con tutte le altre forme di apostolato.

Stima delle associazioni

21. Occorre stimare nel modo giusto tutte le associazioni di apostolato; quelle poi che la gerarchia secondo le necessità dei tempi e dei luoghi, ha lodato o raccomandato o ha deciso di istituire come più urgenti, vanno tenute in somma considerazione da sacerdoti, dai religiosi e dai laici e promosse secondo la natura propria di ciascuna di esse. Tra queste, soprattutto oggi, vanno certamente annoverate le associazioni e i gruppi internazionali dei cattolici.

I laici dediti al servizio della Chiesa a titolo speciale

22. Nella Chiesa sono degni di particolare onore e di raccomandazione quei laici, celibi o uniti in matrimonio, che si consacrano in perpetuo o temporaneamente al servizio delle istituzioni e delle loro opere con la propria competenza professionale. È per essa di grande gioia veder crescere sempre più il numero dei laici che offrono il proprio servizio alle associazioni e alle opere di apostolato, sia dentro i limiti della propria nazione, sia in campo internazionale, sia soprattutto nelle comunità cattoliche delle missioni e delle Chiese nascenti.

I pastori della Chiesa accolgano volentieri e con animo grato tali laici, procurino che la loro condizione soddisfi nella misura migliore possibile alle esigenze della giustizia, dell'equità e della carità, soprattutto in merito all'onesto sostentamento loro e della famiglia, e che essi godano della necessaria formazione, di conforto e di stimoli spirituali.

Capitolo V: L'ordine da osservare nell’Apostolato

Introduzione

23. L'apostolato dei laici, sia esso esercitato dai singoli che dai cristiani consociati, dev'essere inserito, con il debito ordine, nell'apostolato di tutta la Chiesa; anzi l'unione con coloro che lo Spirito Santo ha posto a reggere la Chiesa di Dio (cfr. At 20,28) è un elemento essenziale dell'apostolato cristiano. Non meno necessaria è la collaborazione tra le varie iniziative di apostolato, che deve essere convenientemente predisposta dalla gerarchia.

Infatti, per promuovere lo spirito di unione, affinché in tutto l'apostolato della Chiesa splenda la carità fraterna, si raggiungano le comuni finalità e siano evitate dannose rivalità, si richiede una stima vicendevole fra tutte le forme di apostolato nella Chiesa e un conveniente coordinamento, nel rispetto della natura propria di ciascuna. Ciò è sommamente conveniente quando una determinata attività nella Chiesa richiede l'armonia e la cooperazione apostolica dell'uno e dell'altro clero, dei religiosi e dei laici.

Rapporti con la gerarchia

24. Spetta alla gerarchia promuovere l'apostolato dei laici, fornire i principi e gli aiuti spirituali, ordinare l'esercizio dell'apostolato medesimo al bene comune della Chiesa, vigilare affinché la dottrina e le disposizioni fondamentali siano rispettate.

L'apostolato dei laici ammette certamente vari tipi di rapporti con la gerarchia, secondo le svariate forme e diversi scopi dell'apostolato stesso.

Sono molte infatti le iniziative apostoliche che vengono prese dalla libera volontà dei laici e sono rette dal loro prudente criterio. Mediante queste iniziative, in certe circostanze la missione della Chiesa può essere meglio adempiuta; perciò esse vengono non di rado lodate o raccomandate dalla gerarchia. Ma nessuna iniziativa rivendichi a se stessa la denominazione di “ cattolica ”, se non interviene il consenso della legittima autorità ecclesiastica.

Alcune forme di apostolato dei laici vengono espressamente riconosciute dalla gerarchia in maniere diverse. L'autorità ecclesiastica, per il bene comune della Chiesa, può inoltre scegliere e promuovere in modo particolare alcune associazioni e iniziative aventi finalità immediatamente spirituali, per le quali assume una speciale responsabilità. Così la gerarchia, ordinando in diverse maniere l'apostolato secondo le circostanze, unisce più strettamente alcune forme di esso alla sua missione apostolica, rispettando tuttavia la natura propria e la distinzione dell'una e dell'altra, senza per questo togliere ai laici la necessaria facoltà di agire di propria iniziativa. Questo atto della gerarchia prende in vari documenti ecclesiastici il nome di “ mandato ”.

Infine la gerarchia affida ai laici alcuni compiti che sono più intimamente collegati con i doveri dei pastori, e ciò sia nell'esposizione della dottrina cristiana, sia in alcuni atti liturgici, sia nella cura delle anime. In forza di tale missione, i laici, nell'esercizio di questi compiti, sono pienamente soggetti alla direzione del superiore ecclesiastico.

Nei confronti delle opere e istituzioni di ordine temporale, il compito della gerarchia consiste nell'insegnare e interpretare autenticamente i principi dell'ordine morale che devono essere seguiti nelle cose temporali; inoltre è in suo potere giudicare, tutto ben considerato e servendosi dell'aiuto di esperti, della conformità di tali opere e istituzioni con i principi morali, e stabilire quali cose sono necessarie per custodire e promuovere i beni di ordine soprannaturale.

L'aiuto che il clero deve dare all'apostolato dei laici

25. Ricordino i vescovi, i parroci e gli altri sacerdoti dell'uno e dell'altro clero, che il diritto e il dovere di esercitare l'apostolato è comune a tutti i fedeli, sia chierici sia laici, e che anche i laici hanno compiti propri nell'edificazione della Chiesa. Perciò lavorino fraternamente con i laici nella Chiesa e per la Chiesa, ed abbiano una cura speciale dei laici nel loro lavoro apostolico.

Si scelgano con diligenza sacerdoti dotati delle qualità necessarie e convenientemente formati per aiutare i laici in speciali forme di apostolato. Coloro che si dedicano a questo ministero, una volta ricevuta la missione dalla gerarchia, la rappresentano nella loro azione pastorale: favoriscano le opportune relazioni dei laici con la gerarchia stessa, sempre aderendo fedelmente allo spirito e alla dottrina della Chiesa; consacrino se stessi ad alimentare la vita spirituale e il senso apostolico delle associazioni cattoliche ad essi affidate; le assistano con il loro sapiente consiglio nella loro operosità apostolica e ne favoriscano le iniziative; instaurando un continuo dialogo con i laici, studino attentamente quali siano gli accorgimenti per rendere più fruttuosa la loro azione apostolica; promuovano lo spirito d'unione nell'interno dell'associazione medesima, come pure fra essa e le altre.

I religiosi, infine, sia i frati che le suore, abbiano stima delle opere apostoliche dei laici; secondo lo spirito e le regole dei loro istituti, si dedichino volentieri a promuovere le opere dei laici procurino di sostenere, aiutare, completare i compiti del sacerdote.

Alcuni strumenti per la mutua collaborazione

26. Nelle diocesi, per quanto è possibile, vi siano dei consigli che aiutino il lavoro apostolico della Chiesa, sia nel campo dell'evangelizzazione e della santificazione, sia in campo caritativo, sociale, ecc., nei quali devono convenientemente collaborare clero, religiosi e laici. Questi consigli potranno giovare alla mutua coordinazione delle varie associazioni e iniziative dei laici, nel rispetto dell'indole propria e dell'autonomia di ciascuna.

Consigli di tal genere vi siano pure, per quanto è possibile, nell'ambito parrocchiale, interparrocchiale, interdiocesano, nonché a livello nazionale e internazionale.

Sia costituito inoltre presso la santa Sede uno speciale segretariato per il servizio e l'impulso dell'apostolato dei laici, come centro che, con mezzi adatti fornisca notizie delle varie iniziative apostoliche dei laici, istituisca ricerche intorno ai problemi che sorgono in questo campo e assista con i suoi consigli la gerarchia e i laici nelle opere apostoliche. In questo segretariato abbiano la parte loro i movimenti e le iniziative dell'apostolato dei laici esistenti in tutto il mondo e, con i laici, vi lavorino anche dei chierici e dei religiosi.

La collaborazione con gli altri cristiani e con i non cristiani

27. Il comune patrimonio evangelico, nonché il conseguente comune dovere della testimonianza cristiana, raccomandano e spesso esigono la collaborazione dei cattolici con gli altri cristiani, da attuarsi dai singoli e dalle comunità ecclesiali, sia in singole attività, sia in associazioni, nel campo nazionale e in quello internazionale. Anche i comuni valori umani richiedono non di rado una simile cooperazione dei cristiani che perseguono finalità apostoliche con coloro che non professano il cristianesimo, ma riconoscono tali valori. Con questa cooperazione dinamica e prudente che è di grande importanza nelle attività temporali, i laici danno testimonianza a Cristo, salvatore del mondo, e all'unità della famiglia umana.

Capitolo VI: La Formazione all’Apostolato

Necessità della formazione all'apostolato

28. L'apostolato può raggiungere piena efficacia soltanto mediante una multiforme e integrale formazione. Questa è richiesta non soltanto dal continuo progresso spirituale e dottrinale del laico, ma anche dalle varie circostanze di cose, di persone, di compiti a cui la sua attività deve adattarsi. Questa formazione all'apostolato deve poggiare su quei fondamenti che da questo sacro Concilio altrove sono stati affermati e dichiarati. Oltre la formazione comune a tutti i cristiani, non poche forme di apostolato esigono una formazione specifica e particolare, a causa della varietà delle persone e delle circostanze.

Principi per la formazione dei laici all'apostolato

29. Poiché i laici hanno un modo proprio di partecipare alla missione della Chiesa, la loro formazione apostolica presenta un carattere speciale a motivo dell'indole secolare propria del laicato e della sua particolare spiritualità.

La formazione all'apostolato suppone che i laici siano integralmente formati dal punto di vista umano, secondo la personalità e le condizioni di vita di ciascuno. Il laico, infatti, oltre a conoscere bene il mondo contemporaneo, deve essere un membro ben inserito nel suo gruppo sociale e nella sua cultura.

In primo luogo il laico impari ad adempiere la missione di Cristo e della Chiesa vivendo anzitutto nella fede il divino mistero della creazione e della redenzione, mosso dallo Spirito Santo che vivifica il popolo di Dio e che spinge tutti gli uomini ad amare Dio Padre e in lui il mondo e gli uomini. Questa formazione deve essere considerata come fondamento e condizione di qualsiasi fruttuoso apostolato.

Oltre la formazione spirituale, è richiesta una solida preparazione dottrinale e cioè teologica, etica, filosofica, secondo la diversità dell'età, della condizione e delle attitudini. Né si trascuri l'importanza della cultura generale unitamente alla formazione pratica e tecnica. Per coltivare buone relazioni umane ne bisogna favorire i genuini valori umani, anzitutto l'arte del convivere e del cooperare fraternamente di instaurare il dialogo.

Ma poiché la formazione all'apostolato non può consistere nella sola istruzione teorica, il laico, fin dall'inizio della sua formazione, impari gradualmente e prudentemente a vedere tutto, a giudicare e a agire nella luce della fede, a formare e a perfezionare se stesso con gli altri mediante l'azione e ad entrare così attivamente nel servizio della Chiesa. Questa formazione, che dev'essere sempre ulteriormente perfezionata per la crescente maturazione della persona umana e per l'evolversi dei problemi, richiede una conoscenza sempre più approfondita e un'azione sempre più idonea. Nel soddisfare a tutte le esigenze della formazione si abbia sempre dinanzi l'unità e l'integrità della persona umana, al fine di preservare e accrescere la sua armonia e il suo equilibrio.

In questo modo il laico si inserisce a fondo e fattivamente nella stessa realtà dell'ordine temporale assume la sua parte in maniera efficace in tutte le attività; allo stesso tempo quale membro vivo e testimone della Chiesa, la rende presente ed operante in seno alle cose temporali .

Chi forma all'apostolato

30. La formazione all'apostolato ha inizio con la prima educazione dei fanciulli. In modo speciale vengano iniziati all'apostolato gli adolescenti e i giovani e li si permei di spirito apostolico. La formazione deve essere perfezionata lungo tutta la vita a misura che lo richiedono i nuovi compiti che si assumono. È chiaro dunque che coloro ai quali spetta l'educazione cristiana sono anche tenuti al dovere della formazione all'apostolato.

È compito dei genitori disporre nella famiglia i loro figli fin dalla fanciullezza a riconoscere l'amore di Dio verso tutti gli uomini. Insegnino loro gradualmente, specialmente con l'esempio, la sollecitudine verso le necessità sia materiali che spirituali del prossimo. Tutta la famiglia dunque, nella sua vita in comune, diventi quasi un tirocinio di apostolato.

È necessario inoltre educare i fanciulli in modo che, oltrepassando i confini della famiglia, aprano il loro animo alla vita delle comunità sia ecclesiali che temporali. Vengano accolti nella locale comunità parrocchiale in maniera tale che acquistino in essa la coscienza d'essere membri vivi e attivi del popolo di Dio.

I sacerdoti poi, nella catechesi e nel ministero della parola, nella direzione delle anime, come negli altri ministeri pastorali, abbiano dinanzi agli occhi la formazione all'apostolato. Anche le scuole, i collegi e gli altri istituti cattolici di educazione devono promuovere nei giovani il senso cattolico e l'azione apostolica. Qualora questa formazione manchi, o perché i giovani non frequentano tali scuole o per altra causa, la curino con tanto maggiore impegno i genitori, i pastori d'anime e le associazioni.

Gli insegnanti, poi, e gli educatori i quali con la loro vocazione e il loro ufficio esercitano una eccellente forma di apostolato dei laici, siano provveduti della necessaria dottrina e dell'arte pedagogica con cui potranno impartire efficacemente questa formazione.

Parimenti i gruppi e le associazioni di laici che abbiano per scopo l'apostolato in genere o altre finalità soprannaturali, secondo che il loro fine e la loro possibilità lo comportano, debbono diligentemente e assiduamente favorire la formazione all'apostolato. Essi sono spesso la via ordinaria di un'adeguata formazione all'apostolato. In essi infatti si dà simultaneamente una formazione dottrinale, spirituale e pratica. I loro membri, riuniti in piccoli gruppi con i compagni e con gli amici, valutano i metodi e i frutti della loro attività apostolica e confrontano con il Vangelo il loro modo di vivere quotidiano.

Tale formazione va organizzata in modo da tener conto di tutto l'apostolato dei laici, che deve essere esercitato non solo tra i gruppi stessi delle associazioni, ma in ogni circostanza per tutta la vita, specialmente professionale e sociale.

Anzi ognuno deve fattivamente prepararsi all'apostolato, cosa che urge maggiormente nell'età adulta. Infatti con il progredire dell'età, l'animo si apre meglio in modo che ciascuno può scoprire più accuratamente i talenti con cui Dio ha arricchito la sua anima, ed esercitare con maggiore efficacia quei carismi che gli sono stati concessi dallo Spirito Santo, a bene dei suoi fratelli.

Adattare la formazione ai diversi tipi di apostolato

31. Le varie forme di apostolato richiedono pure una formazione particolare adeguata.

a) Quanto all'apostolato per l'evangelizzazione e la santificazione degli uomini, i laici debbono essere particolarmente formati a stabilire il dialogo con gli altri, credenti o non credenti, per annunziare a tutti il messaggio di Cristo. E poiché nel tempo nostro il materialismo di vario tipo sta diffondendosi largamente dovunque, anche in mezzo ai cattolici, i laici non soltanto imparino con maggior diligenza la dottrina cattolica, specialmente in quei punti nei quali la dottrina stessa viene messa in questione, ma contro ogni forma di materialismo offrano anche la testimonianza di una vita evangelica.

b) Quanto alla trasformazione cristiana dell'ordine temporale, i laici siano istruiti sul vero significato e valore dei beni temporali in se stessi e rispetto a tutte le finalità della persona umana; si esercitino nel retto uso delle cose e dell'organizzazione delle istituzioni, avendo sempre di mira il bene comune secondo i principi della dottrina morale e sociale della Chiesa. Assimilino soprattutto i principi della dottrina sociale e le sue applicazioni, affinché si rendano capaci sia di collaborare, per quanto loro spetta, al progresso della dottrina stessa, sia di applicarla correttamente ai singoli casi.

c) Poiché le opere di carità e di misericordia offrono una splendida testimonianza di vita cristiana, la formazione apostolica deve portare pure all'esercizio di esse, affinché i fedeli, fin dalla fanciullezza, imparino a immedesimarsi nelle sofferenze dei fratelli e a soccorrerli generosamente quando versano in necessità.

I sussidi

32. I laici consacrati all'apostolato hanno già a disposizione molti sussidi, cioè convegni, congressi, ritiri, esercizi spirituali, incontri frequenti, conferenze, libri, riviste per una più profonda conoscenza della sacra Scrittura e della dottrina cattolica per nutrire la propria vita spirituale, per conoscere le condizioni del mondo e per scoprire e impiegare i metodi apostolici adatti.

I suddetti sussidi di formazione sono in funzione delle svariate forme di apostolato negli ambienti in cui essere vengono esercitate. A questo fine sono pure stati eretti centri o istituti superiori che hanno già recato ottimi frutti. Questo sacro Concilio si rallegra per simili iniziative già fiorenti in alcune parti è si augura che esse siano promosse pure in altri posti, dove risultassero necessarie.

Si erigano inoltre centri di documentazione e di studio, non solo in campo teologico, ma anche antropologico, psicologico, sociologico, metodologico, per meglio sviluppare le attitudini dei laici, uomini e donne, giovani e adulti, in tutti i campi di apostolato.

Esortazione finale

33. Il sacro Concilio scongiura perciò nel Signore tutti i laici a rispondere volentieri, con generosità e con slancio alla voce di Cristo, che in quest'ora li invita con maggiore insistenza, e all'impulso dello Spirito Santo. In modo speciale sentano questo appello come rivolto a se stessi i più giovani e l'accolgano con gioia e magnanimità.

È il Signore stesso infatti che ancora una volta per mezzo di questo santo Sinodo invita tutti i laici ad unirsi sempre più intimamente a lui e, sentendo come proprio tutto ciò che è di lui (cfr. Fil 2,5), si associno alla sua missione salvifica.

È ancora lui che li manda in ogni città e in ogni luogo dove egli sta per venire (cfr. Lc 10,1), affinché gli si offrano come cooperatori nelle varie forme e modi dell'unico apostolato della Chiesa, che deve continuamente adattarsi alle nuove necessità dei tempi, lavorando sempre generosamente nell'opera del Signore, sapendo bene che faticando nel Signore non faticano invano (cfr. 1 Cor 15,58).

 Roma, presso S. Pietro, 18 novembre 1965.  Io Paolo vescovo della chiesa cattolica.

(Seguono le firme dei padri).

 

 


 

 

Perfectae Caritatis

Decreto sul rinnovamento della vita religiosa.

Roma 28 ottobre 1965

 

1 - Proemio.

1. Il sacrosanto concilio già in precedenza, nella costituzione "Lumen gentium", ha dimostrato che il raggiungimento della carità perfetta per mezzo dei consigli evangelici trae origine dalla dottrina e dagli esempi del divino Maestro e appare come una splendida caratteristica del regno dei cieli. Ora lo stesso concilio intende occuparsi della vita e della disciplina di quegli istituti, i cui membri fanno professione di castità, di povertà e di obbedienza, e insieme provvedere alle loro necessità secondo le odierne esigenze.

 Fin dai primi tempi della chiesa vi furono uomini e donne che per mezzo della pratica dei consigli evangelici intesero seguire Cristo con maggiore libertà e imitarlo più da vicino e condussero, ciascuno a loro modo, una vita consacrata a Dio. Molti di essi, dietro l'impulso dello Spirito santo, o vissero una vita solitaria o fondarono famiglie religiose, che la chiesa con la sua autorità volentieri accolse e approvò. Cosicché per disegno divino si sviluppò una meravigliosa varietà di comunità religiose che molto ha contribuito a far sì che la chiesa non solo sia ben attrezzata per ogni opera buona (cf. 2 Tim. 3, 17) e preparata all'opera di servizio per l'edificazione del corpo di Cristo (cf. Ef. 4, 12), ma, anche abbellita con la varietà dei doni dei suoi figli, appaia altresì come una sposa adornata per il suo sposo (cf. Apoc. 21, 2) e per mezzo di essa si manifesti la multiforme sapienza di Dio (cf. Ef, 3, 10).

 In tanta varietà di doni, tutti coloro che sono chiamati da Dio alla pratica dei consigli evangelici e ne fanno fedelmente professione, si consacrano in modo speciale al Signore, seguendo Cristo che, vergine e povero (cf. Mt, 8, 20; Lc. 9, 58), redense e santificò gli uomini con la sua obbedienza spinta fino alla morte di croce (cf. Fil. 2, 8). Così essi, animati dalla carità che lo Spirito santo infonde nei loro cuori (cf. Rom. 5, 5) sempre più vivono per Cristo e per il suo corpo che è la chiesa (cf. Col. 1, 24). Quanto più fervorosamente, adunque, si uniscono a Cristo con questa donazione di sè che abbraccia tutta la vita, tanto più si arricchisce la vita della chiesa e il suo apostolato diviene più vigorosamente fecondo.

 Affinché il superiore valore della vita consacrata per mezzo della professione dei consigli evangelici, nonché la sua necessaria funzione nelle presenti circostanze riescano di magglor vantaggio alla chiesa, questo sacro concilio sancisce le seguenti norme, che riguardano soltanto i principi generali dell'aggiornamento della vita e della disciplina da attuarsi nelle famiglie religiose, come pure nelle società di vita comune senza voti e negli istituti secolari, conservando ognuno la propria fisionomia. Le norme particolari, che riguardano la esposizione e l'applicazione di questi principi, saranno emanate dalla competente autorità ecclesiastica dopo il concilio.

2 - Principi generali di un conveniente rinnovamento.

2. L'aggiornamento della vita religiosa comporta il continuo ritorno alle fonti di ogni forma di vita cristiana e allo spirito primitivo degli istituti, e nello stesso tempo l'adattamento degli istituti stessi alle mutate condizioni dei tempi. Questo rinnovamento, sotto l'influsso dello Spirito santo e la guida della chiesa, deve attuarsi secondo i seguenti principi:

 a) Essendo norma fondamentale della vita religiosa il seguire Cristo come viene insegnato dal vangelo, questa norma deve essere considerata da tutti gli istituti come la loro regola suprema.

 b) Torna a vantaggio stesso della chiesa che gli istituti abbiano una loro propria fisionomia e una loro propria funzione. Perciò fedelmente si interpretino e si osservino lo spirito e le finalità proprie dei fondatori, come pure le sane tradizioni: tutto ciò costituisce ii patrimonio di ciascun istituto.

 c) Tutti gli istituti partecipino alla vita della chiesa e secondo la loro indole facciano propri e sostengano nella misura delle proprie possibilità le sue iniziative e gli scopi che essa si propone di raggiungere nei vari campi, come in quello biblico, liturgico, dogmatico, pastorale, ecumenico, missionario e sociale.

 d) Gli istituti procurino ai loro membri un'appropriata conoscenza sia delle condizioni dei tempi e degli uomini sia dei bisogni della chiesa, in modo che essi sapendo rettamente giudicare le circostanze attuali del mondo secondo i criteri della fede e ardendo di zelo apostolico siano in grado di giovare agli altri più efficacemente.

 e) Essendo la vita religiosa innanzitutto ordinata a far si che i suoi membri seguano Cristo e si uniscano a Dio con la professione dei consigli evangelici, bisogna tenere ben presente che le migliori forme di aggiornamento non potranno avere successo, se non saranno animate da un rinnovamento spirituale, al quale spetta sempre il primo posto anche nelle opere esterne di apostolato.

3 - Criteri pratici par il rinnovamento.

3. Il modo di vivere, di pregare e di agire deve convenientemente adattarsi alle odierne condizioni fisiche e psichiche dei religiosi, come pure, per quanto è richiesto dalla natura di ciascun istituto, alle necessità dell'apostolato, alle esigenze della cultura, alle circostanze sociali ed economiche; e ciò dovunque, ma specialmente nei luoghi di missione.

Anche il modo di governare degli istituti deve essere sottoposto a esame secondo gli stessi criteri.

 Perciò le costituzioni, i " direttori", i libri delle usanze, delle preghiere e delle cerimonie e altri simili codici, siano convenientemente riveduti e, soppresse le prescrizioni che non sono più attuali, vengano modificati in base ai documenti emanati da questo sacro concilio.

4 - Da quali persone deve essere compiuto questo rinnovamento.

4. Un efficace rinnovamento e un vero aggiornamento non possono aver luogo senza la collaborazione di tutti i membri dell'istituto.

 Stabilire le norme dell'aggiornamento e fissarne le leggi, come pure determinare un sufficiente e prudente periodo di prova, è compito ch che spetta soltanto alle competenti autorità, soprattutto ai capitoli generali, salva restando, quando sia necessaria, l'approvazione della santa sede o degli ordinari dei luoghi, a norma del diritto. I superiori, in tutto ciò che riguarda le sorti dell'intero istituto, consultino e ascoltino come si conviene i propri confratelli.

 Per l'aggiornamento dei monasteri femminili si potranno ottenere anche i voti e le consultazioni delle adunanze delle federazioni o di altre riunioni legalmente convocate.

 Tutti però devono tener presente che l'auspicato rinnovamento, più che nel moltiplicare le leggi, è da riporsi in una più esatta osservanza della regola e delle costituzioni.

5. Elementi comuni a tutte le forme di vita religiosa.

5. I membri di qualsiasi istituto ricordino anzitutto di aver risposto alla divina chiamata con la professione dei consigli evangelici, in modo che essi, non solo morti al peccato (cf. Rom, 6, 11) ma rinunziando anche al mondo, vivono per Dio solo. Tutta la loro vita, infatti, è stata posta al servizio di Dio, e ciò costituisce una consacrazione del tutto speciale che ha le sue profonde radici nella consacrazione battesimale e ne è un'espressione più piena.

 Avendo poi la chiesa ricevuto questa loro donazione di sè, sappiano essi di essere anche al servizio della chiesa.

 Tale servizio di Dio deve in essi stimolare e favorire l'esercizio delle virtù, specialmente dell'umiltà e dell'obbedienza, della fortezza e della castità, con cui si partecipa allo spogliamento di Cristo (cf. Fil. 2, 7-8) e insieme alla sua vita mediante lo spirito (cf. Rom. 8, 1-13)

 I religiosi adunque, fedeli alla loro professione, lasciando ogni cosa per amore di Cristo (cf. Mc. 10, 28), lo seguano (cf. Mt. 19, 21) come l'unica cosa necessaria (cf. Lc. 10, 42), ascoltandone le parole (cf. Lc. 10, 39) e pieni di sollecitudine per le cose sue (cf. 1 Cor. 7, 32).

 Perciò è necessario che i membri di qualsiasi istituto, avendo di mira sopra ogni cosa e unicamente Dio, congiungano tra loro la contemplazione, con cui siano in grado di aderire a Dio con la mente e col cuore, e l'ardore apostolico, con cui si sforzino di collaborare all'opera della redenzione e dilatare il regno di Dio.

6. Primato della vita spirituale.

6. Coloro che fanno professione dei consigli evangelici, prima di ogni cosa cerchino e amino Dio che per primo ci ha amati (cf. 1 Gv. 4, 10), e in tutte le circostanze si sforzino di alimentare la vita nascosta con Cristo in Dio (cf. Col. 3, 3), donde scaturisce e riceve impulso l'amore del prossimo per la salvezza del mondo e l'edificazione della chiesa. Questa carità anima e guida anche la stessa pratica dei consigli evangelici.

 Perciò i membri degli istituti coltivino con assiduo impegno lo spirito di preghiera e la preghiera stessa, attingendoli dalle fonti genuine della spiritualità cristiana. In primo luogo abbiano quotidianamente fra le mani la sacra scrittura, affinché dalla lettura e dalla meditazione dei libri sacri imparino "la eminente scienza di Gesù Cristo" (Fil. 3, 8). Compiano la sacra liturgia, soprattutto il sacrosanto mistero dell'eucaristia, con le disposizioni interne ed esterne volte della chiesa, e alimentino presso questa ricchissima fonte la propria vita spirituale.

 In tal modo, nutriti alla mensa della divina legge e del sacro altare, amino fraternamente le membra di Cristo; con spirito filiale circondino di riverenza e di affetto i pastori; sempre più intensamente vivano e sentano con la chiesa e si mettano a completo servizio della sua missione.

7 - Gli istituti interamente dediti alla contemplazione.

7. Gli istituti dediti interamente alla contemplazione, tanto che i loro membri si occupano solo di Dio nella solitudine e nel silenzio, nella continua preghiera e nella gioiosa penitenza, pur nella urgente necessità di apostolato attivo conservano sempre un posto eminente nel corpo mistico di Cristo, in cui "tutte le membra non hanno la stessa funzione" (Rom. 12, 4). Essi infatti offrono a Dio un eccellente sacrificio di lode e producendo frutti abbondantissimi di santità sono di onore e di esempio al popolo di Dio, cui danno incremento con una misteriosa fecondità apostolica. Così essi costituiscono una gloria per la chiesa e una sorgente di grazie celesti. Il loro genere di vita tuttavia sia riveduto secondo i principi e i criteri di aggiornamento sopra indicati, nel pieno rispetto però della loro separazione dal mondo e degli esercizi propri della vita contemplativa.

8 - Gli istituti votati all'apostolato.

8. Vi sono nella chiesa moltissimi istituti, clericali o laicali dediti alle varie opere di apostolato, che hanno differenti doni secondo la grazia che è stata loro data: " chi ha il dono del ministero, lo eserciti secondo le esigenze della rispettiva funzione; chi ha il dono d'insegnare, insegni; chi quello di esortare, esorti; chi dona, dia con liberalità; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia" (cf. Rom. 12, 5-8). " Vi è varietà di doni, ma lo Spirito è il medesimo" (1 Cor. 12,4).

 In questi istituti l'azione apostolica e caritativa rientra nella natura stessa della vita religiosa in quanto costituisce un ministero sacro e un'opera particolare di carità che sono stati loro affidati dalla chiesa e devono essere esercitati in suo nome. Perciò tutta la vita religiosa dei membri sia compenetrata di spirito apostolico e tutta l'azione apostolica sia informata di spirito religioso, Affinché adunque i religiosi corrispondano in primo luogo alla loro vocazione che li chiama a seguire Cristo e servano Cristo nelle sue membra, bisogna che la loro azione apostolica si svolga in intima unione con lui. Con ciò viene alimentata la carità stessa verso Dio e verso gli uomini.

 Perciò detti istituti adattino convenientemente le loro osservanze e i loro usi alle esigenze dell'apostolato, cui si dedicano. Siccome poi molteplici sono le forme di vita religiosa consacrata alle opere di apostolato, è necessario che l'aggiornamento tenga conto di questa diversità e che presso i vari istituti la vita dei membri a servizio di Cristo sia sostentata con mezzi loro propri e rispondenti allo scopo.

9 - La fedeltà alla vita monastica a conventuale.

9. Sia fedelmente conservata e sempre più rifulga nel suo genuino spirito sia in oriente che in occidente la veneranda istituzione della vita monastica che lungo il corso dei secoli si acquistò insigni benemerenze verso la chiesa e la società. Ufficio principale dei monaci è quello di prestare umile e insieme nobile servizio alla divina Maestà entro le mura del monastero, sia dedicandosi interamente al culto divino con una vita di nascondimenti, sia assumendo legittimamente qualche opera di apostolato o di carità cristiana. Mantenendo pertanto la fisionomia caratteristica del proprio istituto, i monaci rinnovino le antiche benefiche tradizioni e le adattino agli odierni bisogni delle anime, in modo che i monasteri siano come vivai di edificazione del popolo cristiano

 Analogamente gli istituti religiosi, i quali per regola o per ordinamento uniscono strettamente la vita apostolica all'ufficio corale e alle osservanze monastiche, adattino il loro modo di vivere con le esigenze dell'apostolato a loro confacente, in maniera tale da conservare fedelmente il loro genere di vita, essendo esso di grande vantaggio per la chiesa.

10 - La vita religiosa laicale.

10. La vita religiosa laicale, tanto maschile quanto femminile, costituisce uno stato in sè completo di professione dei consigli evangelici. Perciò il sacro concilio, che ha grande stima di questa vita religiosa laicale poiché essa tanta utilità arreca all'attività pastorale della chiesa nell'educazione della gioventù, nell'assistenza agli infermi e in altri servizi, conferma i membri di tale forma di vita religiosa nella loro vocazione e li esorta ad adattare la loro vita alle odierne esigenze.

 Il sacro concilio dichiara non esservi alcun impedimento a che nelle comunità religiose maschili, pur restando fermamente il loro carattere laicale, per disposizione del capitolo generale alcuni membri ricevano gli ordini sacri, allo scopo di provvedere nelle proprie case alle necessità del servizio sacerdotale.

11 - Gli istituti secolari.

11. Gli istituti secolari, pur non essendo istituti religiosi, tuttavia comportano una vera e completa professione dei consigli evangelici nel secolo, riconosciuta dalla chiesa. Tale professione agli uomini e alle donne, ai laici e ai chierici che vivono nel secolo conferisce una consacrazione. Perciò essi anzitutto intendano darsi totalmente a Dio nella perfetta carità, e gli istituti stessi conservino la loro propria particolare fisionomia, cioè quella secolare, per essere in grado di compiere efficacemente e dovunque nella vita secolare e come se appartenessero alla vita secolare quell'apostolato, per il cui esercizio essi sono sorti.

 Tuttavia sappiano bene che non potranno assolvere un compito così importante, se i loro membri non riceveranno una formazione nelle discipline divine e umane tale da diventare realmente fermento nel mondo per il vigore e l'incremento del corpo di Cristo. I superiori perciò seriamente procurino di dare ai loro sudditi una istruzione specialmente spirituale e di sviluppare ulteriormente la loro formazione.

12 - La castità.

12. La castità osservata " per il regno dei cieli" (Mt. 19, 12), quale viene professata dai religiosi, deve essere apprezzata come un insigne dono della grazia. Essa infatti rende libero in maniera speciale il cuore dell'uomo (cf. 1 Cor. 7, 32-35), così da accenderlo maggiormente di carità verso Dio e verso tutti gli uomini, e per conseguenza costituisce un segno particolare dei beni celesti, nonché un mezzo molto adatto offerto ai religiosi per potere generosamente dedicarsi al servizio divino e alle opere di apostolato. In tal modo essi davanti a tutti i fedeli sono un richiamo di quel mirabile connubio operato da Dio e che si manifesterà pienamente nel secolo futuro, per cui la chiesa ha Cristo come unico suo sposo.

 Bisogna dunque che i religiosi, sforzandosi di mantenersi fedeli alla loro professione, credano nelle parole del Signore e, fidando nell'aiuto divino, non presumano delle loro forze, ma pratichino la mortificazione e la custodia dei sensi. E neppure trascurino i mezzi naturali, che giovano alla sanità mentale e fisica. In tal modo essi non potranno essere influenzati dalle false teorie che sostengono essere la continenza perfetta impossibile o nociva al perfezionamento dell'uomo, ma quasi per un istinto spirituale sapranno respingere tutto ciò che può mettere in pericolo la castità. Inoltre tutti sappiano, specialmente i superiori, che la castità si potrà custodire più sicuramente, se i religiosi nella vita comune sapranno praticare un vero amore fraterno tra loro.

 Poiché l'osservanza della continenza perfetta tocca intimamente le inclinazioni più profonde della natura umana, i candidati alla professione di castità non abbraccino questo stato né vi siano ammessi, se non dopo una prova veramente sufficiente e dopo che sia stata da essi raggiunta una debita maturità psicologica e affettiva. Essi non solo siano preavvertiti circa i pericoli ai quali va incontro la castità, ma devono essere educati in maniera tale, da osservare il celibato consacrato a Dio anche come un bene per lo sviluppo integrale della propria persona.

13 - La povertà.

13. La povertà volontaria scelta per mettersi a seguire Cristo, di cui oggi specialmente essa è un segno molto apprezzato, sia coltivata diligentemente dai religiosi e, se sarà necessario, si trovino nuove forme per esprimerla. Per mezzo di essa si partecipa alla povertà di Cristo, il quale da ricco che era si fece povero per amore nostro, allo scopo di farci ricchi con la sua povertà (cf. 2 Cor. 8, 9; Mt. 8, 20).

 Per quanto riguarda la povertà religiosa, non basta essere soggetti ai superiori nell'uso dei beni, ma occorre che i religiosi pratichino una povertà esterna e interna, ammassando tesori in cielo (cf. Mt. 6, 20).

 Nel loro proprio ufficio si sentano impegnati alla comune legge del lavoro e, mentre in tal modo si procurano i mezzi necessari al loro sostentamento e alle loro opere, allontanino da sè ogni eccessiva preoccupazione e si affidino alla provvidenza del Padre celeste (cf. Mt. 6, 25).

Le congregazioni religiose nelle loro costituzioni possono permettere che i loro membri rinuncino ai beni patrimoniali acquistati o da acquistarsi.

 Gli istituti stessi, tenendo conto delle condizioni dei singoli luoghi, cerchino di dare una testimonianza quasi collettiva della povertà, e volentieri destinino qualche parte dei loro beni per le altre necessità della chiesa e per il sostentamento dei poveri, che i religiosi tutti devono amare nelle viscere di Cristo (cf. Mt. 19, 21; 25, 34-46; Giac. 2, 15-16; 1 Gv. 3, 17). Le province e le case degli istituti religiosi si scambino tra loro i beni temporali, in modo che le più fornite di mezzi aiutino le altre che soffrono la povertà.

 Quantunque gli istituti, in conformità alle regole e alle costituzioni, abbiano diritto di possedere tutto ciò che è necessario al loro sostentamento e alle loro opere, tuttavia evitino ogni apparenza di lusso, di lucro eccessivo e di accumulazione di beni.

14 - L'obbedienza.

14. I religiosi con la professione di obbedienza offrono a Dio la piena dedizione della propria volontà come sacrificio di se stessi, e per mezzo di questo sacrificio in maniera più costante e sicura si uniscono alla volontà salvifica di Dio. Pertanto, sull'esempio di Gesù Cristo, che venne per fare la volontà del Padre (cf. Gv, 4, 34; 5, 30; Ebr. 10, 7; Sal. 39, 9) e " prendendo la natura di un servo" (Fil. 2, 7) dai patimenti sofferti conobbe a prova la sottomissione (cf. Ebr. 5, 8), i religiosi, mossi dallo Spirito santo, si sottomettono in spirito di fede ai superiori che fanno le veci di Dio, e tramite loro si pongono al servizio di tutti i fratelli in Cristo, come Cristo stesso per la sua sottomissione al Padre venne per servire i fratelli e diede la sua vita in riscatto per molti (cf. Mt. 20, 28; Gv. 10, 14-18). Così essi si vincolano sempre più strettamente al servizio della chiesa e si sforzano di raggiungere la misura della piena statura di Cristo (cf. Ef. 4, 13).

 Perciò i religiosi in spirito di fede e di amore verso la volontà di Dio, secondo quanto prescrivono la regola e le costituzioni, prestino umile ossequio ai loro superiori col mettere a disposizione tanto le energie della mente e della volontà, quanto i doni di grazia e di natura, nella esecuzione degli ordini e nel compimento degli uffici loro assegnati, sapendo di dare la propria opera alla edificazione del corpo di Cristo secondo il piano di Dio. Così l'obbedienza religiosa, lungi dal diminuire la dignità della persona umana, la fa pervenire al suo pieno sviluppo, avendo accresciuta la libertà dei figli di Dio.

 I superiori, dovendo un giorno rendere conto a Dio delle anime che sono loro affidate (cf. Ebr. 13, 17), docili alla volontà di Dio nel compimento del dovere, esercitino l'autorità in spirito di servizio verso i fratelli, in modo da esprimere la carità con cui Dio li ama. Reggano i sudditi come figli di Dio e con rispetto della persona umana, facendo sì che la loro soggezione sia volontaria. Per conseguenza specialmente lascino loro la dovuta libertà per quanto riguarda il sacramento della penitenza e la direzione della coscienza. Guidino i membri in maniera tale che questi nell'assolvere i propri compiti e nell'intraprendere iniziative cooperino con un'obbedienza attiva e responsabile. Perciò i superiori ascoltino volentieri i membri e promuovano l'unione delle loro forze per il bene dell'istituto e della chiesa, pur rimanendo ferma la loro autorità di decidere e di comandare ciò che deve farsi.

 I capitoli e i consigli eseguiscano fedelmente il compito che è stato loro affidato nel governo, e questi organismi, ciascuno a suo modo, siano l'espressione della partecipazione e delle sollecitudini di tutti i membri per il bene dell'intera comunità.

15 - La vita comune.

15. Sull'esempio della chiesa primitiva in cui la moltitudine dei credenti era d'un cuore solo e di un'anima sola (cf. Atti 4, 32), la vita da condurre in comune, nutrita dagli insegnamenti del vangelo, dalla sacra liturgia e soprattutto dall'eucaristia perseveri nell'orazione e nella comunione dello stesso spirito (cf. Atti 2, 42). I religiosi, come membra di Cristo, in fraterna comunanza di vita si prevengano gli uni agli altri nel rispetto scambievole (cf. Rom. 12, 10), portando i pesi gli uni degli altri (cf. Gal 6, 2). Infatti in forza della carità di Dio diffusa nei cuori per mezzo dello Spirito santo (cf. Rom. 5, 5), la comunità come una vera famiglia unita nel nome del Signore gode della sua presenza (cf. Mt, 18, 20). La carità poi è il compimento della legge (cf. Rom, 13, 10) e il vincolo della perfezione (cf. Col. 3, 14), e per mezzo di essa noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita (cf. 1 Gv. 3, 14). Anzi l'unità dei fratelli manifesta la venuta di Cristo (cf. Gv, 13, 35; 17, 21), e da essa promana una grande energia per l'apostolato.

 Allo scopo di rendere più intimo il vincolo di fraternità fra i religiosi, coloro che sono chiamati conversi, cooperatori o con altro nome, siano congiunti strettamente con la vita e le opere della comunità. Se le circostanze non consigliano proprio di fare diversamente, bisogna far sì che negli istituti femmininili si arrivi a un'unica categoria di suore. In tal caso si mantenga solo quella diversità di persone, che è richiesta dalla distinzione dell varie opere a cui le suore o per speciale vocazione divina o per speciale attitudine sono destinate.

 I monasteri e gli istituti maschili non del tutto laicali possono ammettere, secondo la loro indole, a norma delle costituzioni, chierici e laici, in pari misura e con eguali diritti e obblighi, eccettuati quelli che scaturiscono dall'ordine sacro.

16 - La clausura delle monache.

16. La clausura papale per le monache di vita interamente contemplativa rimanga in vigore, ma si aggiorni secondo le condizioni dei tempi e dei luoghi, e siano abolite, dopo che sono stati ascoltati i pareri dei monasteri stessi, le usanze che non hanno più ragione di esistere

 Le altre monache invece, che per regola si dedicano alle opere esterne di apostolato, siano esenti dalla clausura papale, in modo da essere in grado di attendere meglio ai loro impegni di apostolato, rimanendo in vigore tuttavia la clausura a norma delle loro costituzioni.

17 - L'abito religioso.

17. L'abito religioso, in quanto è segno della consacrazione, sia semplice e modesto, povero e nello stesso tempo decoroso, come pure rispondente alle esigenze della buona salute e adatto sia alle circostanze dei tempi e dei luoghi sia alle necessità del servizio. Gli abiti tanto dei religiosi quanto delle religiose, che non concordano con queste norme, devono mutarsi.

18 - La formazione dei membri.

18. L'aggiornamento degli istituti dipende in massima parte dalla formazione dei membri. Perciò gli stessi religiosi non chierici e le religiose non siano destinati alle opere di apostolato immediatamente dopo il noviziato, ma la loro formazione religiosa e apostolica, dottrinale e tecnica, col conseguimento anche dei titoli specifici, si protragga convenientemente in apposite case.

 Per evitare il pericolo che l'adattamento alle esigenze del nostro tempo sia solo esteriore o che siano impari al proprio compito coloro che per regola attendono all'apostolato esterno, i religiosi secondo le capacità intellettuali e l'indole personale di ciascuno siano convenientemente istruiti intorno alla mentalità e ai costumi della vita sociale odierna. La formazione attraverso la fusione armonica dei suoi vari elementi deve avvenire in maniera tale da contribuire all'unità di vita dei religiosi stessi.

 Per tutta la vita i religiosi si adoprino a perfezionare diligentemente questa cultura spirituale, dottrinale e tecnica, e i superiori, per quanto possono, procurino loro a questo scopo l'occasione opportuna, gli aiuti e il tempo.

 E` pure dovere dei superiori provvedere alla scelta accurata e alla sola preparazione dei direttori, dei maestri di spirito e dei professori.

19 - La fondazione di nuovi istituti.

19. Nel fondare nuovi istituti si deve ben ponderare la necessità o almeno la grande utilità nonché la possibilità di sviluppo, affinché non sorgano imprudentemente istituti inutili o sprovvisti di sufficiente vigore. In modo speciale si abbia cura di promuovere e coltivare le forme di vita religiosa nelle chiese di nuova fondazione, e in ciò si tenga conto dell'indole e dei costumi degli abitanti, come pure delle condizioni e delle consuetudini locali.

20 - Le opere proprie all'istituto da conservare, adattare o lasciare.

20. Gli istituti mantengano e svolgano fedelmente le opere proprie e, tenendo presente l'utilità della chiesa universale e delle diocesi, adattino le opere stesse alle necessità dei tempi e dei luoghi, adoperando i mezzi opportuni anche se nuovi e lasciando invece quelle opere che oggi non corrispondono più allo spirito e all'indole genuina dell'istituto.

Si conservi in pieno negli istituti religiosi lo spirito missionario e, secondo la natura propria di ciascuno, si adatti alle condizioni odierne, in modo che sia resa più efficace la predicazione del vangelo a tutte le genti.

21 - Gli istituti e monasteri in decadenza.

21. Agli istituti invece e ai monasteri che, dopo essere stato ascoltato il parere degli ordinari del luogo interessati, a giudizio della santa sede non offrono fondata speranza che in seguito possano rifiorire, si proibisca di ricevere ancora novizi in avvenire e, se sarà possibile, siano uniti a un altro istituto o monastero più fiorente che non molto differisca nelle finalità e nello spirito.

22 - L'unione fra istituti religiosi.

22. Gli istituti e i monasteri " sui iuris", secondo l'opportunità e con l'approvazione della santa sede, promuovano tra di loro federazioni, se appartengono in qualche maniera alla stessa famiglia religiosa; oppure unioni, se hanno quasi uguali le costituzioni e gli usi e sono animati dello stesso spirito, soprattutto se sono troppo esigui; oppure associazioni, se attendono alle stesse o a simili opere di apostolato.

23 - Le conferenze dei superiori maggiori.

23. Si devono favorire le conferenze o i consigli dei superiori maggiori eretti dalla santa sede, i quali possono molto contribuire a far conseguire meglio il fine proprio dei singoli istituti, a promuovere una più efficace collaborazione per il bene della chiesa, a distribuire più razionalmente gli operai del vangelo in un determinato territorio, nonché a trattare le questioni che i religiosi hanno in comune, stabilendo una conveniente opera di coordinamento e di collaborazione con le conferenze episcopali per quanto riguarda l'esercizio dell'apostolato.

Conferenze di questo genere si possono istituire anche per gli istituti secolari.

24 - Le vocazioni religiose.

24. I sacerdoti e gli educatori cristiani facciano seri sforzi, affinché per mezzo di vocazioni religiose, scelte in maniera conveniente e accurata, la chiesa riceva nuovi sviluppi in piena corrispondenza con le necessità del momento. Anche nella predicazione ordinaria si tratti più frequentemente dei consigli evangelici e della scelta dello stato religioso. I genitori, curando l'educazione cristiana dei figli, coltivino e custodiscano nei loro cuori la vocazione religiosa.

 Agli istituti è lecito, allo scopo di suscitare vocazioni, curare la propria propaganda e il reclutamento dei candidati, purché ciò avvenga con la dovuta prudenza e nell'osservanza delle norme stabilite dalla santa sede e dall'ordinario del luogo.

Ricordino però i religiosi che l'esempio della propria vita costituisce la migliore propaganda del proprio istituto e il migliore invito ad abbracciare lo stato religioso.

25 Conclusione

25. Gli istituti per i quali sono state emanate queste norme di aggiornamento corrispondano prontamente alla loro divina vocazione e al compito che oggi devono assolvere nella chiesa. Il sacro concilio infatti molto apprezza il loro genere di vita verginale, povera e obbediente, di cui lo stesso Cristo Signore è il modello, e ripone ferma speranza nella loro così feconda opera sia nascosta che manifesta. Tutti i religiosi, perciò, animati da fede integra, da carità verso Dio e il prossimo, dall'amore alla croce e dalla speranza nella futura gloria, diffondano in tutto il mondo la buona novella di Cristo, in modo che la loro testimonianza sia palese a tutti e sia glorificato il Padre nostro che è nei cieli (cf. Mt. 5, 16). Così, per l'intercessione della dolcissima vergine Maria madre di Dio, " la cui vita è regola di condotta per tutti", essi progrediranno ogni giorno più e apporteranno frutti di salvezza più abbondanti. Tutte e singole le cose, stabilite in questo decreto, sono piaciute ai padri del sacro concilio. E noi, in virtù della potestà apostolica conferitaci da Cristo, unitamente ai venerabili padri, nello Spirito santo le approviamo, le decretiamo e stabiliamo; e quanto è stato così sinodalmente stabilito, comandiamo che sia promulgato a gloria di Dio.

 Roma, presso S. Pietro, 28 ottobre 1965.  Io Paolo, vescovo della chiesa cattolica.

(Seguono le firme dei padri)

 

 


 

 

Optatam Totius

Decreto del Concilio Vaticano II (1962-1965) sulla formazione sacerdotale

Roma, 28 ottobre 1965

 

Proemio.

Il concilio ecumenico, ben consapevole che l'auspicato rinnovamento di tutta la chiesa in gran parte dipende dal ministero sacerdotale animato dallo spirito di Cristo, afferma solennemente l'importanza somma della formazione sacerdotale, ne delinea alcuni principi fondamentali, diretti a riaffermare le leggi già collaudate dall'esperienza dei secoli e a inserirvi elementi nuovi rispondenti al tenore dei decreti e delle costituzioni conciliari e alle mutate condizioni dei tempi. Questa formazione sacerdotale, data l'intrinseca unità del sacerdozio cattolico, è necessaria a tutti i sacerdoti del clero secolare e regolare e di ogni rito; perciò le seguenti norme che riguardano direttamente la formazione del clero diocesano devono essere adattate, con le dovute proporzioni, a tutti i candidati al sacerdozio.

I - Regolamento di formazione sacerdodale da farsi in ogni nazione

1 - La formazione sia adeguata al luogo.

1. In tanta diversità di popoli e di regioni non essendo possibile sancire leggi se non di carattere generale, si elabori in ogni nazione o rito un particolare "Regolamento di formazione sacerdotale", che dovrà essere compilato dalle conferenze episcopali, riveduto periodicamente e approvato dalla sede apostolica. Con tale regolamento le leggi generali vengano adattate alle particolari circostanze di tempo e di luogo, in modo che la formazione sacerdotale risulti sempre conforme alle necessità pastorali delle regioni in cui dovrà svolgersi il ministero.

II - Necessità di favorire le vocazioni sacerdotali

2 - Tutto il popolo cristiano si senta responsabile.

2. Il dovere di dare incremento alle vocazioni sacerdotali spetta a tutta la comunità cristiana, che è tenuta ad assolvere questo compito anzitutto con una vita perfettamente cristiana. A tale riguardo il massimo contributo viene offerto tanto dalle famiglie le quali, se animate da spirito di fede, di carità e di pietà, costituiscono come il primo seminario, quanto dalle parrocchie, della cui vita fiorente entrano a far parte gli stessi adolescenti. I maestri e tutti coloro che in qualsiasi maniera curano l'educazione dei fanciulli e dei giovani, specialmente le associazioni cattoliche, cerchino di coltivare gli adolescenti loro affidati in maniera da essere in grado di scoprire la vocazione divina e di seguirla di buon grado. Tutti i sacerdoti dimostrino il loro zelo apostolico massimamente nel favorire le vocazioni e con la loro vita umile, operosa, vissuta con interiore gioia, come pure con l'esempio della loro scambievole carità sacerdotale e della loro fraterna collaborazione attirino verso il sacerdozio l'animo degli adolescenti.

 Ai vescovi tocca stimolare il proprio gregge a favorire le vocazioni e curare a questo scopo lo stretto collegamento di tutte le energie e di tutte le iniziative ed è loro dovere di comportarsi come padri nell'aiutare senza risparmio di sacrifici coloro che essi avranno giudicato chiamati all'eredità del Signore.

 Questa fattiva partecipazione di tutto il popolo di Dio all'opera delle vocazioni corrisponde all'azione della provvidenza divina, la quale elargisce le qualità necessarie e aiuta con la sua grazia coloro che sono stati scelti da Dio a far parte del sacerdozio gerarchico di Cristo; e nello stesso tempo essa affida ai legittimi ministri della chiesa il compito di chiamare i candidati che aspirino a così grande mandato con retta intenzione e piena libertà, dopo averne riconosciuta e provata l'idoneità, e di consacrarli col sigillo dello Spirito santo al culto di Dio e al servizio della chiesa.

 Il sacro concilio in primo luogo raccomanda i mezzi tradizionali di questa comune cooperazione, quali la fervente preghiera, la penitenza cristiana, nonché una istruzione sempre più profonda dei fedeli da impartirsi con la predicazione e la catechesi, sia anche coi vari mezzi della comunicazione sociale; istruzione che deve tendere a mettere in luce la necessità, la natura e il valore della vocazione sacerdotale. Inoltre il concilio stabilisce che le Opere delle vocazioni già erette o da erigersi nelle singole diocesi, regioni o nazioni, a norma delle direttive pontificie, debbano dirigere in maniera metodica e armonica tutta l'azione pastorale per favorire le vocazioni, senza trascurare nessun utile aiuto offerto dalla moderna scienza psicologica e sociologica, e con pari discrezione e zelo la promuovano.

 E` necessario che l'Opera delle vocazioni con larghezza di vedute si apra oltre i confini delle singole diocesi, nazioni, famiglie religiose, riti e, guardando alle necessità della chiesa universale, arrechi aiuto specialmente a quelle regioni, dove più urgente è la richiesta di operai per la vigna del Signore.

3 - Formazione spirituale e intellettuale nei seminari minori.

3. Nei seminari minori eretti allo scopo di coltivare i germi della vocazione, gli alunni, per mezzo di una speciale formazione religiosa e soprattutto di un'appropriata direzione spirituale, si preparino a seguire Cristo redentore con animo generoso e cuore puro. Sotto la guida paterna dei superiori, coadiuvati opportunamente dai genitori, conducano un tenore di vita conveniente all'età, allo spirito e allo sviluppo degli adolescenti e in piena armonia con lo norme della sana psicologia, senza trascurare una conveniente esperienza delle cose umane e i rapporti con la propria famiglia. Inoltre si adattino anche al seminario minore, per quanto lo consentono le sue finalità e la sua natura, le norme che in seguito qui vengono sancite per i seminari maggiori. L'ordinamento degli studi deve essere tale da permettere agli alunni di proseguirli altrove senza danno, qualora intendessero abbracciare un altro stato di vita.

 Con pari premura si coltivino altresì i germi della vocazione degli adolescenti o dei giovani in questi istituti speciali che, secondo li circostanze di luogo, servono anche agli scopi dei seminari minori, nonché di coloro che vengono formati o in altre scuole o con altri metodi di educazione; e si abbia ben cura di promuovere istituti o altre iniziative per coloro che in età adulta seguono la vocazione divina.

III - Regolamento dei Seminari Maggiori

4 - Formazione a carattere pastorale.

4. I seminari maggiori sono necessari per la formazione sacerdotale. In essi tutta l'educazione degli alunni deve tendere allo scopo di formare veri pastori d'anime, sull'esempio di nostro Signore Gesù Cristo maestro, sacerdote e pastore. Gli alunni perciò vengano preparati: al ministero della parola in modo da penetrare sempre meglio la parola di Dio rivelata, rendersela propria con la meditazione e saperla esprimere con la parola e con la vita; al ministero del culto e della santificazione, in modo che pregando e celebrando le azioni liturgiche sappiano esercitare l'opera della salvezza per mezzo del sacrificio eucaristico e dei sacramenti; al servizio di pastore, per essere in grado di rappresentare agli uomini Cristo, il quale " non venne per essere servito, ma per servire e dare la sua vita a redenzione di molti" (Mc. 10, 45; cf. Gv. 13, 12-17) e di guadagnarne molti, facendosi servi di tutti (cf. 1 Cor. 9, 19).

 Pertanto tutti gli aspetti della formazione, sacerdotale, spirituale, intellettuale, disciplinare, siano con azione intimamene unica indirizzati a questo fine pastorale; per raggiungere questo fine tutti i superiori e i maestri devono adoperarsi con diligenza e con opera concorde, nel fedele ossequio all'autorità del vescovo.

5 - La scelta dei superiori e del corpo insegnante.

5. Poiché l'educazione degli alunni dipende e dalla sapienza delle leggi e soprattutto dalla idoneità degli educatori, i superiori e i professori dei seminari devono essere scelti fra gli uomini migliori e diligentemente preparati con un corredo di soda dottrina, di conveniente esperienza pastorale e di una speciale formazione spirituale e pedagogica. Bisogna perciò che a questo fine si organizzino appositi istituti o almeno dei corsi con programmi organici, nonché convegni di superiori di seminario da tenersi periodicamente.

 I superiori e i professori abbiano viva la consapevolezza di quanto possa dipendere dal loro modo di pensare e di agire la riuscita della formazione degli alunni; sotto la guida del rettore siano in strettissima unità di spirito e di azione, e fra loro e con gli alunni formino una famiglia tale da tradurre in pratica la preghiera del Signore "Che siano uno" (cf. Gv. 17, 11) e da alimentare negli alunni la gioia della propria vocazione. Il vescovo con continua e premurosa predilezione incoraggi coloro che lavorano nel seminario, e verso gli alunni si dimostri vero padre in Cristo. E infine i sacerdoti considerino il seminario come il cuore della diocesi e ad esso volentieri diano il proprio aiuto.

6 - Esame sulla retta intenzione.

6. Con vigile cura, proporzionata alla età dei singoli e al loro sviluppo, si indaghi sulla retta intenzione e la libera volontà dei candidati, sulla loro idoneità spirituale, morale e intellettuale, sulla conveniente salute fisica e psichica, considerando anche le eventuali inclinazioni ereditarie. Si ponderi altresì la capacità dei candidati a sopportare gli oneri sacerdotali e a esercitare i doveri pastorali.

 In tutta la selezione degli alunni e nel sottoporli a debita prova, sempre si abbia fermezza d'animo, anche nel caso doloroso di penuria di clero, poiché Dio non permette che la sua chiesa manchi di ministri, se i degni vengono promossi e i non idonei sono tempestivamente e paternamente indirizzati verso altre professioni e aiutati a dedicarsi con ardore all'apostolato laicale, nella consapevolezza della loro vocazione cristiana.

7 - Seminari interdiocesani.

7. Là dove le singole diocesi non sono in grado di tenere nel debito modo un proprio seminario, si erigano e si favoriscano seminari interdiocesani o regionali o nazionali, in modo da provvedere più efficacemente a una soda formazione degli alunni, la quale in questo campo è da considerarsi come norma suprema. Tali seminari, se sono regionali o nazionali, si reggano secondo le norme stabilite dai vescovi interessati e approvate dalla sede apostolica.

 Nei seminari dove numerosi sono gli alunni, conservando l'unità della direzione e dell'insegnamento, essi vengano distribuiti, con sistemi adeguati, in piccoli gruppi, affinché si possa provvedere meglio alla formazione personale dei singoli.

IV - Necessità di maggior impegno nella formazione spirituale

8 - Una approfondita vita spirituale.

8. La formazione spirituale deve essere strettamente collegata con quella dottrinale e pastorale e, specialmente con l'aiuto del direttore spirituale, sia impartita in modo tale che gli alunni imparino a vivere in intima comunione e familiarità col Padre per mezzo del suo Figlio Gesù Cristo nello Spirito santo. Destinati a configurarsi a Cristo sacerdote per mezzo della sacra ordinazione, si abituino anche a vivere intimamente uniti a lui, come amici, in tutta la loro vita. Vivano il mistero pasquale di Cristo in modo da sapervi iniziare un giorno il popolo che sarà loro affidato. Si insegni loro a cercare Cristo nella fedele meditazione della parola di Dio; nell'attiva partecipazione ai misteri sacrosanti della chiesa, soprattutto nell'eucaristia e nell'ufficio divino; nel vescovo che li manda e negli uomini ai quali sono inviati, specialmente nei poveri, nei piccoli, negli infermi, nei peccatori e negli increduli. Con fiducia filiale amino e venerino la beatissima vergine Maria che fu data come madre da Gesù Cristo morente in croce al suo discepolo.

 Siano vivamente inculcati gli esercizi di pietà raccomandati dalla veneranda tradizione della chiesa; bisogna curare però che la formazione spirituale non consista solo in questi esercizi, né si diriga al solo sentimento religioso. Gli alunni imparino piuttosto a vivere secondo l'ideale del vangelo, a radicarsi nella fede, nella speranza e nella carità, in modo che attraverso l'esercizio di queste virtù possano acquistare lo spirito di preghiera, ottengano forza e difesa per la loro vocazione, rinvigoriscano le altre virtù e crescano nello zelo di guadagnare tutti gli uomini a Cristo.

9 - Educare al senso della chiesa e all'obbedienza.

9. Gli alunni siano penetrati del mistero della chiesa, che questo sacro concilio ha principalmente illustrato, in maniera che, uniti in umile e filiale amore al vicario di Cristo e domani da sacerdoti aderendo al proprio vescovo come fedeli cooperatori e prestando la loro collaborazione ai confratelli, sappiano dare testimonianza di quella unità con cui gli uomini vengono attirati a Cristo. Con animo aperto imparino a partecipare alla vita di tutta la chiesa secondo l'espressione di S. Agostino: " Ognuno possiede lo Spirito santo tanto quanto ama la chiesa di Cristo". In modo ben chiaro gli alunni sappiano di non essere destinati né al dominio né agli onori, ma di dover mettersi a completo servizio di Dio e del ministero pastorale. Con particolare sollecitudine vengano educati all'obbedienza sacerdotale, a un tenore di vita povera, allo spirito di abnegazione di sè, in modo da abituarsi a rinunziare prontamente anche alle cose per sè lecite ma non convenienti e a vivere in conformità con Cristo crocifisso.

 Gli stessi alunni siano resi consapevoli degli oneri che dovranno affrontare, né sia loro nascosta nessuna difficoltà della vita sacerdotale; tuttavia nel lavoro futuro non devono considerare quasi unicamente il pericolo, ma siano piuttosto formati a una vita spirituale che sappia trarre più che mai vigore della stessa loro attività pastorale.

10 - Educazione alla castità.

10. Gli alunni, che secondo le leggi sante e salde del proprio rito seguono la veneranda tradizione del celibato sacerdotale, siano diligentemente educati a questo stato nel quale rinunziando alla vita coniugale per il regno dei cieli (cf. Mt. 19, 12) aderiscono a Dio con un amore indiviso rispondente intimamente alla nuova legge, danno testimonianza della futura risurrezione (cf. Lc. 20, 36) e ricevono un aiuto grandissimo per l'esercizio continuo di quella perfetta carità che li renderà capaci nel ministero sacerdotale di farsi tutto a tutti. Sentano profondamente con quanta gratitudine debba essere abbracciato questo stato, non proprio solo come cosa comandata dalla legge ecclesiastica, ma come prezioso dono di Dio da impetrarsi umilmente, e al quale essi, stimolati e aiutati dalla grazia dello Spirito Santo, devono affrettarsi a corrispondere liberamente e generosamente.

 Gli alunni abbiano una conveniente conoscenza dei doveri e della dignità del matrimonio cristiano che simboleggia l'amore di Cristo con la chiesa (cf. Ef. 5, 22- 23); ma sappiano comprendere la superiorità della verginità consacrata a Cristo, in modo da fare a Dio la donazione completa del corpo e dell'animo, per mezzo di una scelta operata con matura deliberazione e magnanimità.

 Siano avvertiti circa i pericoli ai quali particolarmente nella società di oggi è esposta la loro castità; aiutandosi con mezzi divini e umani adatti, imparino a integrare nella loro persona la rinunzia al matrimonio in maniera tale che la loro vita e la loro attività non solo non abbiano a patire danno dal celibato, ma essi piuttosto acquistino un più perfetto dominio sull'animo e sul corpo e il vantaggio di una più completa maturità, e possano meglio gustare la beatitudine del vangelo.

11 - Il dominio di sé.

11. Si osservino scrupolosamente le norme della educazione cristiana, e queste siano convenientenente perfezionate coi dati recenti della sana psicologia e pedagogia. Pertanto, per mezzo di una formazione sapientemente organizzata, negli alunni si coltivi anche la necessaria maturità umana, particolarmente comprovata in una fermezza d'animo, nel sapere prendere decisioni ponderate e nel retto modo di giudicare uomini ed eventi. Gli alunni si abituino a perfezionare come si deve la propria indole; siano formati alla fortezza d'animo, e in generale imparino a stimare quelle virtù che sono tenute in gran conto fra gli uomini e rendono accetto il ministro di Cristo, quali sono la sincerità d'animo, il rispetto costante della giustizia, la fedeltà alla parola data, la gentilezza del tratto, la discrezione e la carità nel conversare.

La disciplina nella vita di seminario deve considerarsi non solo come un sostegno della vita comune e della carità, ma anche come un elemento integrativo di tutta la formazione, necessario per acquistare il dominio di sè, per assicurare il pieno sviluppo della personalità e per formare quelle altre disposizioni di animo che giovano moltissimo a rendere bene ordinata e fruttuosa l'attività della chiesa. Tale disciplina tuttavia deve praticarsi in maniera da formare nell'animo degli alunni l'attitudine ad accogliere l'autorità dei superiori per intima convinzione o per dovere di coscienza (cf. Rom. 13, 5) e per motivi soprannaturali. Le norme disciplinari devono applicarsi in modo conforme all'età degli alunni, cosicché essi, mentre si abituano gradualmente al dominio di sè, imparino nello stesso tempo a fare retto uso della libertà, a sviluppare lo spirito di iniziativa e a collaborare coi confratelli e coi laici.

 Tutta la vita del seminario, compenetrata di vita interiore e di silenzio e di premurosa sollecitudine verso gli altri, deve ordinarsi in maniera tale da essere come una iniziazione alla futura vita sacerdotale.

12 - Tirocinio pastorale.

12. Affinché la formazione spirituale abbia basi più solide e gli alunni abbraccino la vocazione con una scelta scaturita da matura deliberazione, sarà compito dei vescovi stabilire un conveniente intervallo di tempo da dedicare a un tirocinio spirituale più intenso. Sarà altresì loro compito considerare l'opportunità di stabilire una qualche interruzione degli studi o di disporre un conveniente tirocinio pastorale per provare meglio i candidati al sacerdozio. Secondo le particolarità delle singole regioni, spetterà pure ai vescovi di decidere se protrarre o meno l'età canonica richiesta dal diritto comune per i sacri ordini, e anche decidere sulla opportunità che gli alunni al termine del corso teologico, per un conveniente periodo di tempo esercitino l'ordine del diaconato prima di essere promossi al sacerdozio.

V - Revisione degli studi ecclesiastici

3 - Cultura umanistica.

13. Gli alunni del seminarlo, prima di iniziare gli studi ecclesiastici propriamente detti, devono acquistare quella cultura umanistica e scientifica che in ciascuna loro nazione dà diritto ai giovani di accedere agli studi superiori; inoltre devono acquistarsi quella conoscenza della lingua latina che è necessaria per comprendere le fonti di tante scienze e i documenti della chiesa e per potersene servire. E` da considerarsi necessario lo studio della lingua liturgica propria a ciascun rito, e si promuova molto una conveniente conoscenza delle lingue, della sacra scrittura e della tradizione.

14 - Orientare verso la teologia.

14. Nel riordinamento degli studi ecclesiastici si abbia cura in primo luogo di disporre meglio le varie discipline filosofiche e teologiche e di farle convergere concordemente alla progressiva apertura delle menti degli alunni verso il mistero di Cristo, il quale compenetra tutta la storia del genere umano, agisce continuamente nella chiesa e opera principalmente attraverso il ministero sacerdotale.

 Affinché questa visione venga data agli alunni fin dall'inizio dell'insegnamento, gli studi ecclesiastici incomincino con un corso introduttivo da protrarsi per un conveniente periodo di tempo. In questa iniziazione agli studi il mistero della salvezza sia proposto in modo che gli alunni possano percepire il significato degli studi ecclesiastici, la loro struttura e il fine pastorale, e insieme siano aiutati e vengano consolidati ad abbracciare la loro vocazione con piena dedizione personale e con lieto animo.

15 - Gli studi filosofici.

15. Le discipline filosofiche si insegnino in maniera che gli alunni siano anzitutto guidati all'acquisto di una solida e armonica conoscenza dell'uomo, del mondo e di Dio, basandosi sul patrimonio filosofico perennemente valido, tenuto conto anche delle correnti filosofiche moderne, specialmente di quelle che esercitano maggiore influsso nella loro propria nazione, come pure del progresso delle scienze moderne in modo che, provvisti di una adeguata conoscenza della mentalità moderna, essi possano opportunamente prepararsi al dialogo con gli uomini del loro tempo.

 L'insegnamento della storia della filosofia si svolga in modo che gli alunni, mentre apprendono i principi fondamentali dei vari sistemi, siano in grado di ritenere ciò che vi è di vero, di scoprire le radici degli errori e di confutarli.

 Il modo stesso di insegnare svegli negli alunni il desiderio di cercare rigorosamente la verità, di penetrarla e di dimostrarla, insieme all'onesto riconoscimento dei limiti della umana conoscenza. Si presti molta attenzione ai rapporti tra la filosofia e i veri problemi della vita, nonché alle questioni che assillano la mente degli alunni; gli alunni stessi siano aiutati a cogliere il nesso tra gli argomenti filosofici e i misteri della salvezza che vengono studiati in teologia alla luce superiore della fede.

16 - Gli studi teologici.

16 Le discipline teologiche, alla luce della fede e sotto la guida del magistero della chiesa, siano insegnate in maniera che gli alunni possano attingere accuratamente la dottrina cattolica della divina rivelazione, la studino profondamente, la rendano alimento della propria vita spirituale, e siano in grado di annunziarla, esporla e difenderla nel ministero sacerdotale.

 Con particolare diligenza si curi la formazione degli alunni con lo studio della sacra scrittura, che deve essere come l'anima di tutta la teologia, premessa una appropriata introduzione, essi vengano iniziati accuratamente al metodo dell'esegesi, apprendano i massimi temi della divina rivelazione, e per la quotidiana lettura e meditazione dei libri santi ricevano incitamento e nutrimento.

 Nell'insegnamento della teologia dogmatica, prima vengano proposti gli stessi temi biblici; si illustri poi agli alunni il contributo dei padri della chiesa orientale e occidentale nella fedele trasmissione ed enucleazione delle singole verità rivelate, nonché l'ulteriore storia del dogma, considerando anche i rapporti di questa con la storia generale della chiesa. Inoltre, per illustrare integralmente quanto più possibile i misteri della salvezza, gli alunni imparino ad approfondirli e a vederne il nesso per mezzo della speculazione, avendo S. Tommaso per maestro; si insegni loro a riconoscerli presenti e operanti sempre nelle azioni liturgiche e in tutta la vita della chiesa; ed essi imparino a cercare la soluzione dei problemi umani alla luce della rivelazione, ad applicare lo verità eterne alla mutevole condizione di questo mondo e comunicarle in modo appropriato agli uomini contemporanei.

 Parimenti tutte le altre discipline teologiche vengano rinnovate per mezzo di un contatto più vivo col mistero di Cristo e con la storia della salvezza. Si ponga speciale cura nel perfezionare la teologia morale in modo che la sua esposizione scientifica, maggiormente fondata sulla sacra scrittura, illustri l'altezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di apportare frutto nella carità per la vita del mondo. Così pure nella esposizione del diritto canonico e nell'insegnamento della storia ecclesiastica si tenga presente il mistero della chiesa, secondo la costituzione dogmatica "De Ecclesia" promulgata da questo concilio. La sacra liturgia, che è da ritenersi la prima e necessaria sorgente di vero spirito cristiano, si insegni come è prescritto negli articoli 15 e 16 della costituzione sulla sacra liturgia.

 Tenendo opportuno conto delle condizioni delle varie regioni, gli alunni vengano indirizzati a meglio conoscere le chiese e le comunità ecclesiali separate dalla sede apostolica romana, affinché possano contribuire al ristabilimento dell'unità tra tutti i cristiani, da promuovere secondo le prescrizioni di questo concilio.

 Vengano anche introdotti alla conoscenza delle altre religioni più diffuse nelle singole regioni, affinché meglio riconoscano ciò che, per disposizione di Dio, vi è in esse di buono e di vero, imparino a confutarne gli errori e siano in grado di comunicare la pienezza della verità a coloro che non la possiedono.

17 - Rivedere i metodi didattici.

17. Poiché l'insegnamento dottrinale non deve tendere a una semplice comunicazione di nozioni, ma a una vera formazione interiore, siano riveduti i metodi didattici per quanto riguarda le lezioni, i colloqui e le esercitazioni, nonché l'interessamento allo studio da parte degli alunni sia in privato sia in piccoli gruppi. Si curino diligentemente l'unità e la sodezza di tutto l'insegnamento, evitando l'eccessivo numero di materie e di lezioni e omettendo quelle questioni che non hanno più alcuna importanza o che devono lasciarsi agli studi accademici superiori.

18 - Gli studi superiori.

18. Sarà cura dei vescovi curare che giovani capaci per indole, virtù e ingegno vengano inviati, in speciali istituti, facoltà o università, affinché nelle scienze sacre o in altre che sembrino opportune, si preparino sacerdoti muniti di una formazione scientifica più profonda, che siano in grado di soddisfare alle varie esigenze dell'apostolato; in nessun modo però venga trascurata la loro formazione spirituale e pastorale soprattutto se ancora non hanno ricevuto il sacerdozio.

VI - Norme per la formazione strettamente pastorale

19 - Educazione al dialogo.

19. Quella preoccupazione pastorale che deve permeare l'integra formazione degli alunni, richiede anche una diligente loro istruzione nelle cose che riguardano in modo speciale il sacro ministero, specialmente nella catechesi e nella predicazione, nel culto liturgico e nell'amministrazione dei sacramenti, nelle opere di carità, nel dovere di andare incontro agli erranti e agli increduli, e negli altri uffici pastorali. Si insegni loro accuratamente l'arte di dirigere le anime, per mezzo della quale possano dare a tutti i figli della chiesa soprattutto quella formazione che li porti a una vita cristiana pienamente consapevole e apostolica e all'adempimento dei doveri del proprio stato; con pari premura essi imparino ad aiutare i religiosi e le religiose a perseverare nella grazia della propria vocazione e a progredire secondo lo spirito dei vari istituti.

 In generale si coltivino negli alunni quelle particolari attitudini che contribuiscono moltissimo a stabilire un dialogo con gli uomini, quali sono la capacità di ascoltare gli altri e di aprire l'animo in spirito di carità ai vari aspetti della umana convivenza.

20 - Educazione allo spirito missionario.

20. Si insegni anche a fare uso degli aiuti che possono essere offerti dalle discipline sia pedagogiche sia psicologiche sia sociologiche, secondo i giusti metodi e le norme dell'autorità ecclesiastica. Parimenti gli alunni vengano accuratamente istruiti circa il modo di suscitare e favorire l'azione apostolica dei laici, nonché di promuovere le varie forme di apostolato più efficaci; e siano penetrati di quello spirito veramente cattolico, che li abitui a guardare oltre i confini della propria diocesi, nazione o rito, e andare incontro alle necessità della chiesa intera, pronti nel loro animo a predicare dovunque il vangelo.

21 - Esercitazioni pratiche in attività fuori seminario.

21. Poiché è necessario che gli alunni imparino l'arte dell'apostolato non solo teoricamente ma anche praticamente e si rendano atti ad agire con responsabilità propria e in collaborazione con altri, gli stessi già durante il tempo degli studi, nel periodo anche delle ferie, siano iniziati alla pratica pastorale attraverso opportune esercitazioni; queste poi, proporzionatamente all'età degli alunni e alle condizioni locali, secondo il giudizio prudente dei vescovi devono svolgersi metodicamente e sotto la guida di persone esperte nel campo pastorale, sempre tenendo presente la superiore efficacia dei mezzi soprannaturali.

VII - Perfezionamento della formazione dopo il periodo di studi

22 - L'aggiornamento teorico e pratico

22. Essendo necessario proseguire e perfezionare la formazione sacerdotale, a motivo soprattutto delle circostanze della società moderna, anche dopo che è terminato il curricolo degli studi nei seminari, sarà cura delle conferenze episcopali nelle singole nazioni studiare i mezzi più adatti, quali potrebbero essere istituti pastorali in collaborazione con parrocchie opportunamente scelte, convegni periodici, appropriate esercitazioni, in modo che il giovane clero sotto l'aspetto spirituale, intellettuale e pastorale venga introdotto gradualmente nella vita sacerdotale e nell'attività apostolica e sia in grado sempre più di rinnovare e perfezionare l'una e l'altra.

Conclusione

I padri di questo sacro concilio, proseguendo l'opera iniziata dal concilio tridentino, mentre con fiducia affidano ai superiori e ai professori dei seminari il compito di formare i futuri sacerdoti di Cristo secondo lo spirito di rinnovamento promosso dal concilio stesso, esortano vivamente coloro che si preparano al ministero sacerdotale, affinché abbiano piena consapevolezza che la speranza della chiesa e la salvezza delle anime sono affidate a loro, e accogliendo volenterosamente le disposizioni di questo decreto, possano così apportare frutti abbondantissimi e duraturi. Tutte e singole le cose, stabilite in questo decreto, sono piaciute ai padri del sacro concilio. E noi, in virtù della potestà apostolica conferitaci da Cristo, unitamente ai Venerabili padri, nello Spirito santo le approviamo, le decretiamo e stabiliamo; e quanto è stato così sinodalmente stabilito, comandiamo che sia promulgato a gloria di Dio.

 Roma, presso S. Pietro, 28 ottobre 1965.  Io Paolo vescovo della chiesa cattolica.

(Seguono le firme dei padri)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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