TESTI SEZIONE MONASTICA

 

Don Ernesto Pepato, Abate o.s.b.

«Maestro, dove abiti?»

Conferenze ai monaci:

un itinerario di sequela di Cristo sulla via tracciata da san Benedetto

 

Edito a cura dell’Abbazia S. Maria della Castagna (GE)

 

 

SOMMARIO

 

 

 PRIMA  CONFERENZA: "Monachus quis?"  (Chi è il monaco?).

La fisionomia del monaco

 

SECONDA  CONFERENZA: "De zelo bono quod debent monachi habere". (Il buon zelo che devono avere i monaci).

Il testamento di san Benedetto

 

TERZA CONFERENZA: "Orationi frequenter incumbere".

La Preghiera

 

QUARTA CONFERENZA: "Ausculta...".

L'abbandono ai disegni di Dio

 

QUINTA  CONFERENZA: "De taciturnitate".

Il silenzio

 

SESTA  CONFERENZA: "Abnegare semetipsum sibi, ut sequatur Christum...

(Rinnegare se stessi per seguire Cristo...)

 

 SETTIMA CONFERENZA: "Christo omnino nihil praeponere"

 (Non anteporre nulla a Cristo)

 

OTTAVA  CONFERENZA: "Et ita omnia membra erunt in pace"

(Così tutti vivranno in pace). Carità fraterna: immagini desunte dalla Regola

 

 NONA  CONFERENZA: "Quaerere Deum"

(Cercare Dio)

 


 

 

PRIMA CONFERENZA

 

Monachus quis?

(Chi è il monaco?)

(18/4/1991)

 

Fratelli! Oggi non si viaggia, non si oltrepassa il confine di altre nazioni, non si può viaggiare in macchina, in treno, in aereo, per mare; non si può fare un deposito in una banca, né ritirare un assegno bancario, senza un documento di riconoscimento, senza almeno la carta d’identità. Un tempo, ma molto lontano, bastava che un uomo indossasse un abito confezionato in una determinata forma (come, per esempio, i pellegrini che si portavano nei luoghi santi della Palestina, o a S. Giacomo di Compostela, o a S. Michele Arcangelo o nei Santuari più famosi del mondo), perché il solo abito ed equipaggiamento costituivano per se stessi un “lasciapassare” sicuro; il popolo cristiano li ospitava volentieri, li sfamava, usando con essi ogni carità in base alle parole di Gesù: “hospes fui et suscepisti me”.

Non solo i Monasteri avevano un ospizio apposito per i pellegrini, ma anche città e paesi gareggiavano nell’ospitalità. Il nostro S.P. Benedetto [1] ha stilato un capitolo a parte (il 61°) dove con somma precisione descrive il modo di accogliere i pellegrini ospiti: “Tamquam Cristus suscipiantur” [2]. Più tardi, con la civiltà dei consumi, il segno dell’abito non godette più fiducia, venendo meno la fede e la carità nell’uomo stesso. Vorrei, questa sera, rispondere ad una domanda: Quali sono - oggi - i segni caratteristici per riconoscere che il “religioso” è un “Monaco” e come S. Benedetto lo presenta nella sua Regola.

Si è molto discusso per trovare una definizione precisa di “Monaco” e finora i risultati - dicono i competenti studiosi “de re monastica”, non sono al tutto soddisfacenti.

Il 1° capitolo della Regola porta per titolo: “Diverse specie di Monaci”. Benché i critici dubitino forte se la dicitura di ogni capitolo sia veramente di S. Benedetto, tuttavia il termine “monaco” è la prima volta che compare nella Regola. Il nome di “Monaco”, deriva dal greco “Monos” (solo - uno - unico). Con lo sviluppo del cristianesimo viene indicato per indicare una certa specie di cristiani che si ritiravano dal mondo per vivere nella solitudine, tutti dediti alla penitenza e alla compunzione. Letteralmente quindi significa: un solitario, un penitente. Per sé, sarebbe bastato chiamare costoro: “monos = soli”, ma furono chiamati: “monachos” aggiungendo a “monos” il termine “achos” che significa: “tristezza, dolore”; in quanto i Monaci fanno professione di penitenza, di vita aliena dai piaceri del mondo: “Monos = quod solus doleat, seu affligatur, poeniteat, lugeat”. [3]

“Monachi” - dice S. Girolamo (contra Vigilantium) - “non docentis, sed dolentis habent officium” [4]. In una parola i Monaci cristiani, lasciata la cura delle cose del mondo, conducono una vita di unità senza eccezione, per cui indirizzano il loro spirito verso l’unità divina e verso la perfezione del santo amore di Dio.

Per molto tempo essere religiosi ed essere “monaci” designava indifferentemente coloro che si votavano alla “perfezione”; nel Medioevo e dopo, il termine “monaco” (specialmente in Occidente) si restrinse solo per designare i figli di San Benedetto (compresi i vari rami: Camaldolesi, Cistercensi, Olivetani, Vallombrosani, Trappisti, Certosini), ben distinti quindi dai frati Mendicanti (Francescani, Domenicani), dagli Ordini e Congregazioni moderne (Gesuiti, Passionisti, Liguorini, Salesiani ecc.)...

Ma vediamo un po’ come il nostro S.P. Benedetto concepisce la vita Monastica, precisando i diversi elementi che costituiscono in particolare la vita Benedettina.

Dalle nozioni fondamentali ben precisate nella Regola, io credo che senz’altro si dovrebbe arrivare alla scoperta di che cosa distingue il Monaco dagli altri “Religiosi”. La vita Monastica, com’è descritta nella Regola, è stata paragonata ad un albero, alla cui costituzione e sviluppo contribuiscono diversi elementi: “Il seme da cui procede la vita - le radici che lo nutrono - il tronco che gli da solidità ed è causa di tutta la vitalità dell’albero - i rami che spuntano naturalmente - le foglie che lo completano ed abbelliscono e ne costituiscono, per così dire, i polmoni per cui respira - e finalmente i frutti che l’albero produce.” Esaminiamo questi diversi elementi e sapremo il costitutivo di un Monaco.

Il seme: è un carisma particolare che Dio concede a certi cristiani e che Egli deposita nell’anima del futuro Monaco. Sappiamo che ogni carisma è un dono che comunica a chi lo riceve la possibilità di realizzare un certo genere di vita cristiana. Naturalmente deve trovare nel Monaco disponibilità di accoglienza generosa e aperta. Il S.P. Benedetto presenta nel Prologo questo dono come “una chiamata o una vocazione” da cui si attende una risposta: “Quis est homo qui vult vitam et cupit videre dies bonos?” [5]. E il Signore attende che ogni giorno “cotidie, factis, nos respondere debere” [6]. Se uno è veramente disposto, il Signore gli mostra la via mediante il suo Spirito. Senza questo carisma non ci può essere possibilità di vita Monastica, proprio perché questa esige un atteggiamento dello spirito che la sola natura non può dare; per cui il Nostro Santo Padre esorta il Monaco a pregare il Signore che si degni di aiutarlo offrendogli la sua grazia.

Si capisce così l’esigenza di San Benedetto, perché prima di ammettere un aspirante alla vita Monastica stabilisce che sia attentamente esaminato. Se caso mai un postulante, che non possegga il carisma della vita Monastica, venisse accettato in Monastero, egli stesso si sentirebbe un fuori-posto, un osso slogato in Comunità, un “infelice per tutta la vita”, perché né l’abito, né la professione, né la convivenza comunitaria, gli impedirà di serbare ancora fede al mondo, e sarà uno che con la tonsura mentirà palesemente a Dio; sarà la croce dei Superiori, il disgusto dei confratelli e uno scandalo per quanti l’avvicineranno. Non per niente, ho detto, il S. P. Benedetto è tanto esigente: “Non ei - dice - facile tribuatur ingressus” [7],  ma si osservi se lo spirito che lo guida è da Dio oppure no, “si revera Deum quaerit... probetur in omni patientia” [8]

Fratelli, in quale conto abbiamo tenuto finora, ciascuno di noi, il carisma ricevuto in dono da Dio, cioè la vocazione alla vita Monastica? E stato per ciascuno di noi un “seme vitale”? Possiamo constatare “oggi” (dopo decine d’anni) l’azione dello Spirito nella nostra anima, asserendo che cerchiamo davvero solo Dio in Monastero: “soli Deo placere desiderantes, nihil operi Dei (in tutta l’ampiezza di quel “nihil”) praeponendo?” [9]. Oppure la nostra vita non è vita, ma un completo fallimento, e del carisma della nostra vocazione non ci interessa neppure il ricordo?

Paolo VI riporta la definizione di “monaco” di Teodoro lo Stilita, che dice: “Monaco è colui che fissa lo sguardo in Dio Solo, di Dio Solo è desideroso, a Dio Solo è consacrato, Dio Solo si preoccupa di servire”. Così facendo, ripete la frase di San Gregorio circa il nostro S.P. Benedetto: “soli Deo placere desiderans”.

Il “seme”, ossia la vocazione, non è che un indizio dei segni caratteristici del carisma Monastico. In pratica la presenza del “carisma Monastico”, secondo il nostro S. P., si manifesta mediante una intima e profonda inclinazione e stima all’Opus Dei, amato, studiato, approfondito, ben preparato e con la massima attenzione e pietà bene eseguito; si manifesta nell’obbedienza, “ac si divinitus imperetur, omni oboedientia se subdat majori” [10], sia questi Abate, Priore, Decano o un semplice confratello; infine si palesa nell’accettazione di quanto è necessario per seguire la propria vocazione, fossero pure umiliazioni, disprezzi, durezze, intolleranze od “obprobria”.

Il nostro S.P. Benedetto indica così la prima e più profonda radice della vita Monastica, ossia la disposizione a compiere in tutto e sempre, anche nelle più impensate situazioni, la volontà di Dio, e ad essere disposti ad ogni cosa pur di rimanere fedeli a questa volontà.

Fratelli, in simili frangenti, per non smarrirci, rifugiamoci all’ombra del “fiat” di Cristo agonizzante nel Getsemani.

Il nostro S.P. indica pure un’altra radice, o inclinazione spirituale, suscitata dal carisma Monastico, radice

importante perché assicura l’autenticità cristiana della vita Monastica.

Spesso anche in Monastero si possono trovare degli appartenenti alla tristissima specie dei Monaci sarabaiti, che chiamano “santo” quanto pensano o scelgono, mentre giudicano “illecito” quello che a loro non piace. Ecco che lo Spirito Santo suscita nel vero Monaco l’impellente necessità, il bisogno indispensabile di un Maestro al quale sottomettersi, in maniera che, non volendo vivere a proprio capriccio, né obbedire ai propri gusti e desideri, viva invece sotto le direttive di un Padre Spirituale.

Queste sono le due radici generate dal “seme”, ossia dalla vocazione, dalle quali ha origine la vita Monastica:

da una parte l’opus Dei con l’obbedienza e l’umiltà, dall’altra il desiderio reale, fattivo di vivere sotto la Regola e un Padre Spirituale. Sono le due radici che assorbono la linfa e le sostanze, che possono nutrire l’albero della nostra santificazione o perfezione religiosa.

Non è forse vero che molto spesso noi Monaci (più o meno maturi o anziani di vita Monastica, entriamo tutti in queste categorie, volenti o nolenti), dimentichiamo di nutrire il nostro carisma Monastico con le due radici sopraccitate, utilizzando tutte le circostanze della vita naturale, per cui facciamo che la nostra vita di relazione con Dio sia stentata, rachitica, tisica? Vale la pena ripensare un poco a queste due manifestazioni fondamentali della nostra identità Monastica: Opus Dei e vita di obbedienza e perfetta osservanza alla Regola e al proprio Padre Spirituale.

A quanti crediamo di possedere il “carisma Monastico”,  il S.P. Benedetto offre un mezzo stupendo per poter corrispondervi appieno: offre nientemeno che una “Scuola”, nella quale possiamo avere la possibilità che il dono di Dio porti frutti abbondanti. In questa “Scuola” viene insegnato come coltivare “l’albero”, perché è “Scuola di servizio divino”, il cui programma di fondo non è altro che il “Vangelo”.

La dottrina evangelica è il clima, l’aria, la rugiada, la pioggia che assicura la buona riuscita dell’albero in Monastero. Nella S. Regola ci sono ben 135 citazioni del Nuovo Testamento: bisogna proprio dire che la nostra guida non sia altro che il Vangelo. Sarebbe tanto bello e tanto utile uno studio particolare sull’applicazione che S. Benedetto fa del Vangelo nella sua Regola. Questo è sicuro: Egli incentra il suo metodo pedagogico nella pratica dell’obbedienza,  cioè vuole sensibilizzare il Monaco a compiere la volontà di Dio, ossia propone ai Monaci la stessa via seguita da Gesù Cristo, “factus oboediens usque ad mortem”[11]. Per il Nostro S.P. questa è la caratteristica specifica del benedettino: “ausculta... efficaciter comple”[12]. E l’unica via sicura per ritornare a Dio.

Tutto il piano di educazione monastica viene sviluppato nei 73 capitoli della Regola, illuminati dalla luce proiettata su di essi dal programma altamente formativo del Prologo, perché, senza questo, quei capitoli sarebbero in gran parte un elenco di prescrizioni. L’orientamento spirituale che ha ispirato la Regola, ossia il “quaerere Deum - Soli Deo placere desiderans - nihil operi Dei praeponatur” [13] fa del Monastero un terreno quanto mai adatto perché il carisma Monastico si sviluppi e cresca rigoglioso.

Il tronco dell’albero lo si può scorgere nei capitoli 5-6-7, ossia nell’obbedienza, ben alimentata dalla linfa dell’umiltà. Credo che proprio in tutto questo si possa trovare la chiave per interpretare la Regola Benedettina e comprendere il senso della nostra vita. Sfigurando invece il concetto evangelico dell’obbedienza (ritenendone esagerate le qualità, le modalità, i motivi suggeriti dalla Regola, rivestendola di un bell’abito di formalismo, con l’etichetta malintesa di “obbedienza ragionata”), possiamo capire come tutti i Monasteri italiani della nostra Provincia (compreso il nostro) oggi siano oberati da gravi problemi, con monaci ad alto potenziale di indocilità e di ribellione, oppure fortemente malati di infantilismo, contrario in modo assoluto a quello che il nostro S.P. chiama “fortissimum genus” dei cenobiti. Tutti gli inconvenienti che si riscontrano oggi in quasi tutti i Monasteri Benedettini presentano in pratica i sintomi generali dello stesso male: la perdita della nozione che il Monastero Benedettino è prima di tutto “Schola Dominici Servitii”, in cui i Monaci apprendono l’arte spirituale, percorrendo un lungo tirocinio, esercitandosi in compagnia per giungere a quella carità “quae foras mittit timorem” [14]. Lo sappiamo bene tutti, lo predichiamo e ci viene ricordato in tutti i tempi e modi, che ogni spiritualità si sviluppa nella pratica del precetto della carità: spiritualità e carità si potrebbero definire i due grandi rami producenti i frutti della vita Monastica; “ex fructibus” si conosce l’albero. Forse troppo spesso alcuni di questi frutti hanno dato occasione di sfasare in qualche modo l’immagine della vera vita Monastica, riducendo il Monaco ad un puro contemplativo, ad un liturgista, ad un trascrittore di libri, ad un grande scienziato e niente più. Bisogna riconoscere che tutto questo val poco o niente, se queste cose non mettono il Monaco in rapporto diretto con Dio e con gli uomini e non sono frutto di una vita profondamente cristiana, secondo il programma della “Schola Dominici Servitii”.

L’organizzazione della Comunità ha per scopo che ogni Monaco possa realizzare il proprio ideale in una vita comune, fruttuosa per tutti. È vero che la vita comune deve essere al servizio degli individui, ma è anche vero che ciascuno degli individui deve essere disposto ad accettare quelle rinunce e quei doveri, che l’interesse comune esige. Il tipo di vita che ogni Monastero col tempo è andato creandosi è un segno visibile dello spirito che anima i suoi Monaci. “Aspectus decipit” (l’apparenza inganna): è facile accorgersi se in una Comunità prevalgono Monaci che cercano Dio, o Monaci che cercano i propri comodi e gusti e vivono come borghesi, più o meno dediti a certe forme di pietà e buone opere.

S.Benedetto insiste perciò sull’obbedienza, perché questa pone il Monaco sopra ogni meschinità e gli impedisce di cadere in uno stato di miserabile mediocrità spirituale.

Fratelli, facciamo attenzione a non essere dei girovaghi dello spirito; impegniamoci a tradurre seriamente in pratica il carisma originario benedettino, perché il nostro S.P. Benedetto abbia a riconoscerci come suoi veri figli e non ci ritenga benedettini falliti e fedifraghi.

 

NOTE

[1] L’abbreviazione “SP.” sta ad indicare “Santo Padre”. Infatti san Benedetto è considerato padre dei monaci che seguono la sua Regola.

[2] «Siano accolti come Cristo» (Regola di san Benedetto, cap. 53). D’ora in poi sarà impiegata l’abbreviazione RB, seguita direttamente dal numero del capitolo cui ci si riferisce.

[3] «I Monaci hanno la funzione non di insegnare, ma di fare penitenza».

[4] «La parola “monachos” non indica un maestro, ma un penitente».

[5] «Chi è l’uomo che desidera la vita e anela a vedere giorni felici?» (RB, Prologo).

[6] Egli attende che «noi ogni giorno gli rispondiamo coi fatti» (Ivi).

[7] «Non gli si conceda facilmente di entrare» (RB, 58).

[8] «Se cerca veramente Dio... Sia provato in ogni maniera» (Ivi).

[9] «Desiderando di piacere solo a Dio.., nulla anteponendo all’opera di Dio» (cfr. RB 43).

[10] «Come se l’ordine venisse da Dio, ...si sottometta al suo maggiore» (RB, 5; 7).

[11] «Divenuto obbediente fino alla morte» (Fil 2,8).

[12] «Ascolta... metti efficacemente in opera» (RB, Prologo).

[13] «Cercare Dio - ansioso di piacere solo a Dio - nulla si preponga all’opera di Dio» (cfr. RB 58;43).

[14] « .la quale scaccia il timore» (RB, 7).

 

 


 

SECONDA CONFERENZA

 

"De zelo bono quod debent monachi habere".

(Il buon zelo che devono avere i monaci).

Il testamento di san Benedetto

(31/1/1983)

 

Nei nostri brevissimi intrattenimenti settimanali, tenuti non per insegnare, ma con l’unico intento di “ricordare”, mi sono soffermato sull’Abate, sulle qualità di cui il S.P. Benedetto lo vuole adorno, sul suo ufficio, esemplarità, responsabilità, ecc.. L’ultima volta ho accennato pure ai doveri dei Monaci verso il loro “padre”. Sono cose notissime a tutti. Io non faccio che “rispolverarle”, perché risplendano meglio alla nostra mente e constatiamo se le mettiamo in pratica (“Non nova ut sciatis, sed vetera ut faciatis”)[1].

Oggi vorrei toccare un argomento, anche questo basilare, pari a quello sull’Abate: mi avventuro, non senza molta esitazione, a mettere le mani sul “Testamento” del nostro Santo Padre.

Quando ero parroco, mi è capitato qualche volta di essere chiamato nelle famiglie per assistere alla lettura, o meglio all’apertura del testamento del nonno o del capofamiglia. Si radunavano i figli, le figlie con i rispettivi mariti e quanti entravano nel cerchio degli intimi. Si apriva il testamento e tra un silenzio assoluto (quasi fosse presente il morto) veniva letto lentamente, scandendo nomi, cifre, cose. Se qualcuno lo desiderava, si leggeva una seconda volta. Poi si chiedeva se qualcuno aveva da fare qualche domanda o chiedere qualche chiarimento, ecc.. Bene. Una o due volte, tra i convenuti c’è stato chi ha avanzato la richiesta di poter fotocopiare il testamento, per poterlo rileggere e ponderare meglio, con più calma,

ritenendolo più importante di quello che a prima vista poteva apparire.

Ecco. Il Testamento del S.P. Benedetto ci viene letto e riletto almeno due o tre volte all’anno pubblicamente; inoltre ognuno ne possiede una copia fedelissima, stampata, nella S. Regola.

Si tratta del c. 72 : “Dello zelo buono che devono avere i Monaci”.

Il Marmion nel suo “Cristo ideale del monaco” non esita ad affiancare, per la dolcezza, la compassione, l’amore, questo c. 72 della S. Regola al Testamento di Gesù nell’Ultima Cena.

Certamente è la “gemma” più fulgida di tutta la Regola.

Gesù ha parlato ai discepoli e alla folla di una via larga e di una via stretta: la prima conduce all’inferno, la seconda alla vita eterna. Così il S.P. Benedetto, all’inizio del suo Testamento, sintetizza tutta la sua Regola nella parola “Caritas”, presentandoci l’esistenza di un duplice “zelo”: uno “amaro” e uno “buono”. Guardiamo in faccia questi due tipi di “zelo”, ossia di “fervore”.

Il primo si chiama “amaro = zelus amaritudinis”.

È il “fervore falso” di chi è convinto della propria perfezione, del proprio fervore e non s’accorge che è di marca prettamente “farisaica”. Negli altri vede difetti in tutto, imperfezioni, inosservanze. In Chiesa: nel canto, nel modo di stare, di celebrare la Messa, nel salmodiare ecc.. In Refettorio: nel modo di leggere, nel servizio, nel modo di mangiare, di tenere i piedi sotto la tavola, ecc.. In una parola: chi è posseduto da questo fervore “amaro”, superbamente credendosi lo “judex vivorum et mortuorum”, si lamenta in pubblico, riprende davanti a tutti, mormora, diventa impaziente e offende non poco la “carità” col pretesto di un rigoroso attaccamento all’osservanza, senza accorgersi di essere succube del proprio “io”. Nessun “Santo” ha mai ripetuto il detto di Gesù: “Discite a me”, cioè guardate me che sono “esemplare”. Anzi, Gesù taccia questo fervore come “ipocrita”, proprio di chi vede la pagliuzza nell’occhio degli altri e nel suo non vede la trave. Il S.P. Benedetto mette in guardia questi zelanti estremisti, aggiungendo alla qualifica “amaritudinis” anche un altro aspetto, cioè che questo zelo proviene dal maligno: “zelus malus”. L’autore dell’imitazione di Cristo ha una dura sentenza: “Videtur esse caritas et est carnalitas”[2] è tutta superbia, e la superbia “allontana da Dio e conduce all’inferno”.

Brutto tipo questo zelo “amaro”, di nome e di fatto. Al contrario più attraente è il secondo tipo di fervore, al quale  il S.P. Benedetto ha dato il nome di “buono”. È uno zelo santo, è la fiamma della carità verso i fratelli, alimentata dall’amor di Dio, Il contrasto con lo zelo “malus” è palese, perché il “buono” allontana dai vizi e conduce alla vita eterna.

Evidentemente S. Benedetto si ferma volentieri a raccomandare l’esercizio di quest’ultimo, scendendo anche a particolari concreti nei riguardi della vita famigliare, cioè del Monastero. Sono, mi si permetta l’espressione, la “crema” della carità.

Facciamo attenzione a questi precetti testamentari del  S.P. Benedetto.

1) “Honore se invicem praeveniant”[.3]

Per arrivare a questo non occorre frequentare scuole di eleganza, di salamelecchi, non occorre snodarci la spina dorsale per eseguire dei profondi inchini; la sollecitudine che ci spinge a prevenirci nel prestarci onore deve essere solo un motivo di fede: onorare Cristo nei nostri fratelli, ma con grande semplicità e naturalezza.

2) “lnfirmitates suas sive corporum sive morum patientissime tolerent”. [4]

È una raccomandazione del S.P. Benedetto piena di umanità e di comprensione. Siamo tutti pieni di miserie che danno fastidio agli altri. Perciò Paolo stesso raccomandava ai fedeli: “Alter alterius onera portate et sic implebitis legem Christi”. Senza dire che alcune di queste “infirmitates”, se fossimo un po’ solo più presenti a noi stessi, potremmo anche eliminarle o almeno diminuirle.

Mi scuserete se faccio qualche esempio: il soffiarsi il naso come se suonasse la tromba del giudizio universale, mentre il lettore legge il ritornello del salmo responsoriale o l’invocazione delle Preci dei fedeli; o schiarirsi la gola proprio alla finale di un “oremus”, per cui non si sente o non si sa quando risponder “Amen”; così pure cantare un pezzo di gregoriano senza badare e osservare punti od episemi, solo per la pigrizia di non prendere il libro tra le mani, ecc..

Il S.P. Benedetto usa un superlativo “patientissime” che ha bagliori di martirio, se si pensa che può darsi il caso che un monaco di orecchio fine e intonatissimo debba stare sempre accanto ad uno stonato come una campana fessa, che ne strazia il timpano e che si crede in dovere di farsi sentire, perché solo lui può mettere in tono tutto il coro. Non per nulla lo stesso Gesù dichiara: “In patientia vestra possidebitis animas vestras”. e il giovane S. Giovanni Berchmans: “mea maxima poenitentia vita communis”.[5]

3) “Oboedientiam sibi certatim impendant”.

Facciamo a gara nell’obbedirci a vicenda. Quanto valuti  questa raccomandazione il S.P. Benedetto, basta solo  pensare che nella Regola vi ha dedicato per intero tutto il c. 71: “Ut oboedientes sibi sint invicem fratres”.

Il “bonum oboedientiae” è virtù così grande, valida, preziosa, che il monaco non deve esercitarla solo con l’Abate, ma deve costituire come il tessuto connettivo di tutti i membri della Comunità; anzi è la via più sicura, più bella e luminosa per cui si ritorna a Dio. Questa obbedienza tra fratelli è costituita da infiniti piccoli sacrifici: tempo libero, ritagli, piccoli margini di cui uno potrebbe disporre per sé, e che invece cerca, per amor di Dio, di donare agli altri. Se in Monastero c’è uno che non dice mai di “no”, costui corre, o lo fanno correre, per la via della carità; sarà il “turabuchi” del Monastero: alla porta, nelle sostituzioni di uffici settimanali, nelle pulizie ecc., sicuri che compie tutto “omni caritate”.

4) “NuIlus quod sibi utile judicat sequatur, sed quod magis alio”.

In Monastero quanto spesso bisogna, per aiutare un fratello e usare ogni carità verso di lui, sacrificare ricreazione, riposo, piccole comodità; si può giungere all’eroicità senza che alcuno se n’accorga. Per esempio, uno che faccia due ore di scuola, che poi legga in refettorio, che invece di riposare aiuti, a spazzar la Chiesa, che si metta al confessionale per un paio di ore in sostituzione di un altro e partecipi a tutti gli atti comuni, sorvegli un confratello malato ecc., arriva alla sera che può dire davvero di aver cercato non la propria, ma l’altrui volontà e utilità.

5) “Caritatem fraternitatis caste impendant”.

Si voglia bene a tutti i fratelli con casto amore: ecco nel Testamento del S.P. Benedetto una raccomandazione di ampio respiro. I Monaci devono formare nel Monastero una famiglia; il Monastero infatti non è una caserma, né un albergo. Tra loro devono sentirsi tutti fratelli, amarsi, volersi bene, senza alcuna ombra, di un vero amore soprannaturale.

6) “Abbatem suum sincera et humili cantate diligant”.

Ecco un risvolto nel Testamento del S.P. Benedetto: dai fratelli risale al padre del Monastero. È più che logico questo risvolto, quando pensiamo all’obbedienza, al rispetto, alla venerazione che il Santo insinua in tutta la Regola verso l’Abate. Nel Testamento non lo può dimenticare. Perciò esorta i Monaci ad amare colui che chiamano ed è loro “Padre”, Abbà, che appartiene a loro e proprio per loro ha ricevuto l’autorità da Dio.

È caratteristico del Nostro Ordine questo vincolo, ed essenziale tra i Monaci e il loro padre; non è un semplice “superiore”, come in tante istituzioni religiose (francescani, conventuali, gesuiti, camilliani ecc.), ma è “padre” e padre stabilmente.

Nella festa della Sacra Famiglia, la Chiesa ha messo davanti a tutti uno stupendo prospetto per un profondo esame di coscienza su questo punto. Ne riporto qualche frase:

“Il Signore vuole che il Padre sia onorato dai figli”; “Chi onora il Padre, espia i peccati”;  “Chi onora il Padre, vivrà a lungo”;  “Figlio, non contristare tuo Padre durante la sua vita”;  “Anche se perdesse il senno, compatiscilo e non disprezzarlo”;  “La pietà verso il Padre non sarà dimenticata, ti sarà computata a sconto dei peccati” (Sir. 3,3-7.14-17a).

È contro natura che un figlio abbia a misconoscere il proprio Padre. Potranno esserci difetti, manchevolezze, colpe, imprudenze e andate dicendo: lo si potrà riprendere, richiamare, aiutare, consigliare, esporre le

deleterie conseguenze del suo agire, ma arrivare a certi punti!

E poi ditemi: quanti di noi si mortificano, recitano un  rosario, fanno una Via Crucis, applicano una delle Messe  libere per il proprio Padre?

Se si arriva a dire (o a far dire) al proprio padre, con il fatto, non con le parole: “levati dai piedi”, vuoi dire che non lo si ama “sincera et humili caritate” (con schietta e umile carità), ma che si gioca di diplomazia e di insincerità.

Esaminiamoci spesso sulle nostre relazioni con colui che tiene in Monastero le veci di Cristo, spolveriamo la nostra fede su questo punto per non incorrere nei castighi del Signore.

È l’Abate che ci ha accolti in Monastero, è mediante Lui che la misericordia di Dio ha accettato la nostra Professione, è l’Abate che ci ha coadiuvati in mille modi per ascendere al sacerdozio, o diventare definitivamente “Monaci”... Che mai e poi mai il lamento angoscioso di Dio per il suo popolo abbia anche solo a sfiorare le labbra del nostro Padre: “Filios enutrivi et exaltavi” con quel che segue.

Ma non voglio terminare la lettura del Testamento del S.P. Benedetto con una geremiade, bensì riportando l’ultima e paterna sua raccomandazione, anima di tutta la Regola:

7) “Christo omnino nihil praeponant”.

“Assolutamente nulla antepongano a Cristo, il quale ci conduca tutti alla vita eterna”.

Tutta la vita individuale e comunitaria sia un atto di dedizione e di amore a Gesù, unica aspirazione della vita terrena del Monaco.

Il S.P. Benedetto non poteva porre un migliore sigillo al suo “Testamento”.

 

NOTE

[1] «Non cose nuove per arricchire le menti, ma cose vecchie perché le mettiate in pratica».

[2] «Sembra carità ma è carnalità».

[3] «Si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore» (RB, 72).

[4] «Sopportiamo le vicendevoli debolezze del corpo e dei costumi con la più grande pazienza» (Ivi).
[5] «La mia più grande penitenza è la vita comune».

 

 


 

TERZA CONFERENZA

 

Orationi frequenter incumbere

(Dedicarsi spesso alla preghiera)

(17/12/1987)

 

Fratelli! Lo stesso Signore che ci invita a preparare il suo Natale ci trovi vigilanti nella preghiera. La vita Monastica dovrebbe costituire un ambiente sommamente favorevole per il germoglio e lo sviluppo pieno del seme della preghiera. Per vita Monastica non intendo solo la nostra vita personale consacrata, ma anche tutto l’ambiente costituito dalla Comunità e dal modo con il quale si osservano in piena convinzione le regole essenziali, costitutive di una Comunità Monastica. Ogni preghiera autentica è, almeno in germe, contemplativa ed essa è in noi opera dello Spirito di Gesù. Quando un Monaco si volge verso il suo Signore, incontra Dio che si avvicina a lui, un Dio che lo interpella e lo attende. Dio aspetta, da ciascun membro della Comunità, che c’incamminiamo verso un incontro con Lui. Del resto, se la vita di ogni uomo è destinata a terminare in un incontro eterno e definitivo con Dio, allora esiste la via della Preghiera che è, si può dire, il cammino verso questo incontro. E per questo che l’incontro con Dio, definitivo, totale ed eterno, che tutti ci attende, non può essere altro che la continuazione di un incontro che ha avuto l’inizio quaggiù. La preghiera porta immediatamente in tutti, ma specialmente nel Monaco, una nostalgia di eternità, come un gusto di Dio che non potrà essere, quaggiù, mai saziato. Sono istanti che si vorrebbe durassero eternamente, mentre passano più veloci del vento. Come gli apostoli sul Tabor, saremmo portati a fermarci e a ripetere: “Bonum est nos hic esse, faciamus hic tria tabernacula”[1];  tre tende per dimorare in questo riflesso di eternità. Ma la sua luce passa e la nuvola oscura della nostra ignoranza ricopre il nostro cuore e non vediamo altro che la nostra vita quotidiana. Gesù stesso, agli occhi della fede, non è altro che una realtà vera, ma nascosta sotto le apparenze dell’uomo e degli avvenimenti umani. S.Francesco, durante una preghiera solitaria, si identifica talmente con Gesù crocefisso fino al punto di essere segnato dalle stigmate del Signore. Nelle anime contemplative l’orazione esprime un desiderio così vivo ed ardente di incontrarsi con il Signore, che si può dire già un inizio della vita eterna. Questo ci fa capire che la preghiera, ben preparata, tanto desiderata, attenta, devota è essenzialmente un’attesa amorosa, piena del desiderio di Dio solo. Ma questa semente della preghiera non può sbocciare in noi finché Dio non ci si manifesterà velatamente, ma con certezza. Ecco perché il nostro S.P.Benedetto vuole che il Monaco sia una torcia che brucia nella vera ricerca di Dio: “Revera Deum quaerere” [2]. Purtroppo l’uomo, il Monaco, lasciato a se stesso, è alla ricerca di molte cose, ma soprattutto di se stesso; quanti, anche di buona volontà, entrati in Monastero, vivono poi come distratti dall’invisibile, hanno perduto la nostalgia dell’unum necessarium e forse proprio a causa dell’ambiente, della Comunità, che non ha mai o troppo poco valutato quell’avverbio infuocato “revera”, che S.Benedetto ha posto come condizione di incontro con Dio!

Certo la “preghiera” può germinare, sprigionarsi nel cuore di un peccatore, come in quello di un uomo generoso, cosciente del suo stato di cristiano. Ma noi Monaci siamo stati particolarmente chiamati dal Signore  alla condizione di Religiosi e quindi ad una vita di preghiera, al servizio del Signore; abbiamo professato di prestare a Dio un “servitium sanctum”. Quindi la preghiera diventa per noi un’esigenza più pressante che per tutti gli altri. Ecco perché S. Benedetto ne fa uno strumento dell’arte spirituale: “Orationi frequenter incumbere” [3].

Fratelli, ci sono dei giorni in cui preghiamo meglio ed altri giorni in cui anche noi Monaci preghiamo meno bene, perché la preghiera è un atto che dipende dalle nostre povere possibilità all’arbitrio della nostra vita, anche se per sua natura tende alla perfezione. Il dono di Dio ci è sempre soltanto proposto, non ci opprime, non ci viene imposto, (parliamo sempre di preghiera personale), ci è offerto con discrezione e sta a noi riceverlo con amore. Dobbiamo essere convinti che tutto ciò che Dio vuole compiere in noi non può germogliare senza un terreno favorevole e senza la nostra piena collaborazione; occorre quindi che il terreno del nostro cuore sia profondamente arato, sgombrato dai sassi e ripulito dagli sterpi: il soprannaturale non può trasformarsi senza il concorso della nostra libertà, né senza l’incontro con sufficienti disposizioni naturali. Insomma la perfezione della preghiera è data dall’incontro della grazia di Dio con un cuore e uno spirito ben disposti. Occorre desiderare la preghiera e prepararsi ad essa.

Come possiamo prepararci a pregare? Ci sono tante maniere. Ma per conto mio (e senza far da maestro, perché ognuno ha fatto esperienza del proprio metodo), occorre prima di tutto essere capaci di applicarsi interamente alla propria preghiera. Dal fatto reale che noi non possediamo che l’attimo presente, dobbiamo concentrare in quell’attimo il dono di noi stessi, in maniera che in quel momento noi preferiamo Gesù ad ogni altra cosa. È attuare quanto il nostro S.P. Benedetto raccomanda caldamente al Monaco: “Nihil amori Christi praeponere” [4]. Questa disposizione - per conto mio - è fondamentale. Però tale disposizione di accettare Dio, anche per un tempo così breve non si improvvisa, perché essa dipende da tutta la nostra vita. Se vogliamo essere onesti con noi stessi, dobbiamo fare tutto il possibile per arrivare ad essere capaci, attraverso tutte le nostre occupazioni quotidiane, di preferire Gesù a tutto e di amarlo più di tutti. La nostra vita Monastica dovrebbe essere vissuta come una continua disposizione alla preghiera. Se siamo fedeli nel difendere la castità del nostro cuore e del nostro corpo secondo le esigenze del nostro voto, saremo senz’altro pronti a preferire l’unione con Gesù ad ogni amore umano. Se la nostra povertà è autentica, saremo distaccati da tutto e ci sarà facile preferire Gesù ad ogni cosa terrestre. Se noi siamo pronti a servire il Signore nell’obbedienza, saremo senz’altro anche pronti a preferirlo ad ogni attività, fosse pure la più utile in vista del bene degli altri. Insomma la principale condizione della preghiera è la libertà del cuore. E quanto intende dire il nostro Santo Padre, quando afferma: “Pura debet esse oratio” [5].

Fratelli, io desidererei che tutti avessimo per il Signore un amore vero, puro e spoglio da ogni illusione. Ma dal momento che, purtroppo, anche noi Monaci non avremo mai la coscienza di poter raggiungere una tale perfezione, dobbiamo a tutti i costi entrare nello stato d’animo del pubblicano, riconoscendoci peccatori, ma con verità, pace ed umiltà: avremo allora il dono o il privilegio di incontrare il Signore Misericordioso. Avremo così raggiunto - dice il S.P. Benedetto - il dodicesimo gradino dell’umiltà, pronti a posare il piede nel regno della “carità”.

Ho detto che, per pregare bene, è necessario avere un cuore libero e puro; ebbene, il riconoscimento delle nostre miserie permette allo sguardo di Dio di penetrare fino in fondo al nostro cuore: cerchiamo di non sottrarre mai nulla a questo sguardo! Nessun altro atteggiamento è più favorevole alla preghiera.

 

 NOTE

[1] «È bello per noi restare qui; facciamo tre tende» (Mc 9,5).

[2] «Cercare veramente Dio».

[3] «Attendere alla preghiera con frequenza» (RB, 4).

[4] «Nulla preferire all’amore di Cristo» (RB, 4).
[5] «Pura dev’essere la preghiera» (RB, 20).

 

 


 

QUARTA CONFERENZA

 

"Ausculta"

L'abbandono ai disegni di Dio

(14/1/1988)

 

Fratelli! Dio da tutta l’eternità, prima della creazione del mondo, nei riguardi dell’uomo ha un disegno ben preciso, un disegno di benevolenza, secondo il quale - come recitiamo ogni martedì ai Vespri - “in Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per trovarci al suo cospetto santi e immacolati nell’amore, ci ha predestinati ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito del suo volere. In Lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia.” Di questi disegni dell’amore divino riguardo a noi Monaci (come a tutti i cristiani) S. Paolo fa un magnifico esposto nel I capitolo della lettera agli Efesini.

Quali devono essere i nostri atteggiamenti davanti a questi disegni? Il nostro S.P. Benedetto ci fa entrare nel cammino dell’abbandono ai disegni di Dio? Si sforza di farci capire questi progetti divini? Lo sappiamo: il nostro S.P. non ci parla da teologo, non ci propone delle meditazioni a questo livello, ma di fatto ci fa entrare nella teologia. Infatti, se apriamo la S. Regola, che cosa immediatamente leggiamo nel suo “Prologo”? Proprio la volontà di farci entrare nei disegni di Dio.

Inizia: “Ausculta”. E un modo di dire: ecco, vedi il piano di Dio. In che cosa consiste questo piano? Dio ti offre la vita eterna e anche i mezzi per raggiungerla: “Se vuoi avere la vera ed eterna vita, preserva la tua lingua dal male, cerca la pace e seguila”. Inoltre entrare pienamente nel suo piano è tutto e solo a nostro beneficio. Ecco perché nel Prologo S. Benedetto espone in lungo e in largo i mezzi da adoperare per entrare nel tabernacolo di Dio, nella vita eterna, per ricevere la promessa, per condividere la mirabile luce, per fare nostro il suo progetto. Ci insegna il cammino della redenzione.

Non si tratta, quindi, di un trattato di teologia, come ho detto, ma di un avviso: dobbiamo entrare nell’opera della salvezza, tale e quale l’ha concepita Dio e seguire Cristo, che è il nostro Capo (“abnegare semetipsum sibi ut Christum sequatur”[1]).

Ora questa dottrina si ricava tutta dalla lettera di Paolo agli Efesini e da tutto il Nuovo Testamento. Entrando, quindi, nel piano di Dio, cammineremo decisamente verso la vita eterna, che non è soltanto nell’ aldilà. Ma anche la nostra vita nel tempo è già tutta proiettata verso il cielo o - come si dice con una grossa parola - escatologica. Comincia nel Battesimo, continua durante tutto il nostro passaggio sulla terra per realizzarsi completamente e pienamente in Paradiso, senza alcuna interruzione. Del resto la semplice vita cristiana, vissuta nella fede, nella speranza e nella carità (virtù infuse in ciascun cristiano nel Battesimo), racchiude in sé la promessa dell’eternità. S. Benedetto con la vita Monastica non fa altro che offrirci un mezzo più sicuro e più veloce per entrare nella beata patria, cioè: seguire con fervore Cristo povero, casto, obbediente e nella sua Passione, per meritare di avere un posto nel suo regno. Il S.P. Benedetto ci fa imboccare questo cammino, dandoci una Regola di vita. Entrare in questa via vuoi dire far nostro il progetto salvifico di Dio, perché è una via sicura e dal tracciato chiarissimo. Vi sono molte formule per seguire Cristo: la nostra vita benedettina è una di esse.

Per noi, per tutti coloro che il Signore ha chiamato in Monastero, entrarvi significa abbandonarsi ai disegni, al piano misericordioso di Dio. Questo impegno non è che un mezzo per meglio realizzare l’abbandono fra le sue mani. S. Benedetto ce lo trasmette lungo tutto l’insegnamento spirituale della sua Regola.

Senza farci tanti particolari discorsetti sulla confidenza in Dio, sull’abbandono delle nostre preoccupazioni e problemi e anche dì tutta la trama della nostra vita nelle mani di Dio, la Regola ci guida con tutta semplicità e con tanto buon senso.

Ci insegna una così grande libertà, una volontà così forte di aderire alla divina volontà che non abbiamo neppure la tentazione di pensare ad altre cose, se la seguiamo veramente. Questa è la vera pedagogia, oggi tanto stimata e decantata. Nella Regola non troviamo infatti nessun suggerimento o insinuazione, che ci inviti a preoccuparci di qualsiasi cosa. A poco, a poco ci mettiamo a seguire molto semplicemente il piano della Provvidenza a nostro riguardo personale e comunitario.

Infatti l’obbedienza Monastica, per esempio, non è un atteggiamento di amorosa confidenza verso la divina Provvidenza? “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”, scrive S. Paolo ai Romani. Tutt’altro che passiva, l’obbedienza è la manifestazione di un grande amore di Dio, che può arrivare fino all’eroismo: e anche allora Dio si degna di collaborare con l’obbediente per il suo bene. Così la rinuncia per amore di Dio ad ogni genere di proprietà (denaro, oggetti, cose, volontà propria, libri, vesti, ecc.) è il gesto del Monaco, che, pieno di sicurezza, si getta tra le braccia della Provvidenza, affidandole tutta la vita e aspetta tutto dal “padre del Monastero” (cap. 33). Il Monaco, per esempio, non si preoccuperà di quello che mangerà. S. Benedetto nella Regola non fa trasparire nessuna inquietudine per garantire i legumi, il pane, il vino, la frutta, ecc. per il domani. Se c’è del vino, tanto meglio; se non ce n’è, dobbiamo essere ugualmente contenti (cap.40). Così nessun affanno per i vestiti; dobbiamo prendere quelli che ci sono (cap. 55).

Per il lavoro: se ce n’è poco, occupiamo nella “lectio” il nostro tempo, se ce n’è troppo (per es. nei campi), non inquietarsene, anzi, in questa circostanza, dobbiamo essere buoni e veri Monaci (cap. 48).

S. Benedetto non si preoccupa neppure del numero dei Monaci nella Comunità. Non ne fissa nella Regola alcuna cifra come minimo: nessuna inquietudine di questo genere. A noi spetta pregare il padrone della messe. Occorre semplicemente entrare nella mentalità di essere disponibili, di lasciarsi condurre dalla Provvidenza, di non affannarsi oltremodo per il domani: questo non è altro che spirito evangelico.

La Regola ci fa, così, entrare senza preconcetti in questo spirito di semplice accettazione di ciò che Dio dispone, di ciò che troviamo in Monastero. S. Benedetto, nelle stesse direttive che dà per un Monaco, che viene da un altro Monastero, è molto chiaro: se accetta semplicemente ciò che trova, basta questo per ammetterlo (cap. 61). Al novizio non si domanda neppure ciò che si aspetta, ciò che desidera, ciò che risponde alte aspirazioni dei giovani d’oggi. Certo i superiori devono essere attenti ai segni dei tempi, ma sarebbe sbagliato organizzare il Monastero senza discrezione, secondo le esigenze dei giovani e si farebbe loro il più gran torto, lasciandogli credere che hanno il diritto di imporre la loro volontà, i loro piani, i loro progetti, invece di accettare i disegni di Dio. S. Benedetto - e questo è molto significativo - vuole che al novizio sia letta per ben tre volte la Regola come legge di vita alla quale egli intende sottostare e perché sappia bene a che cosa si obbliga (cap. 58). Per S. Benedetto non c’è che una sola alternativa: se puoi osservarla, entra; se no, sei libero di ritirarti. Non ammette una terza possibilità; per esempio: se desideri qualche modificazione, dillo pure. Gli si domanda la rinuncia alle sue visioni personali e l’abbandono ai disegni divini.

Solo così, in questo atteggiamento di perfetta confidenza in Dio, potrà essere ammesso alla professione.

Così, fin dal principio della sua vita Monastica, il Monaco si abbandona in Dio con un atto di suprema rinuncia, liberandosi contemporaneamente da ogni inquietudine. S. Benedetto vuole vedere in tutto questa confidenza totale in Dio. Non vuole nessun affanno nel cuore del Monaco, né per sé, né per la Comunità, per qualsiasi cosa.

L’abate non si lasci opprimere da preoccupazioni di amministrazione, da questioni di prezzi, dall’insufficienza delle risorse del Monastero (cap. 2: “Dio provvederà”). “Di tutte queste cose, il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno”. L’abate certamente non deve essere passivo e il cellerario deve amministrare bene le cose temporali del Monastero, ma tutto si faccia senza ansietà e inquietudine (cap. 31). Confidiamo in Dio, la cui casa è il Monastero (capp. 31 -53-64). Cerchiamo di essere sempre accoglienti:  si riceva l’ospite con larghezza di spirito e i poveri con generosità (capp. 31-53). Il padre del Monastero deve essere attento ai bisogni dei fratelli e vegliare che nessuno sia inquieto o contristato nella casa del Signore (capp. 31 -33). S. Benedetto vuole farci entrare nella disposizione di accettazione dei disegni della Provvidenza.

Da questo punto di vista la nostra vita non dovrebbe avere problemi. La sola preoccupazione che il nostro S.P. vuole vedere in noi è di cercare la vita eterna. Per questo bisogna correre, agire, non essere pigri, ma, per tutto il resto, star tranquilli. Dobbiamo mettere tutta la nostra energia per salire la scala dell’umiltà. Anche l’idea della salita ci prova la necessità dello sforzo per progredire verso Dio. Riserviamo questo sforzo, questa inquietudine per l’acquisto della vita eterna.

S. Giovanni, nella sua prima lettera, ci parla delle tre concupiscenze, che sono radicate nel cuore dell’uomo: la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e l’orgoglio della ricchezza, In queste passioni si afferma l’egoismo: il piacere, il successo, il possesso sono le molle che muovono la volontà degli uomini.

Il Monaco, per il suo orientamento all’aldilà, è posto come in una torre di comando, donde può giudicare del vero valore delle cose di questo mondo. Per sé non dovrebbe fare confusione tra ciò che è buono e ciò che è semplicemente comodo, tra ciò che è necessario e ciò che è superfluo e voluttuario, ecc. Davanti al mondo sarebbe una controtestimonianza da parte nostra, se avidamente cercassimo sempre e soprattutto i vantaggi temporali o se lottassimo per estendere il nostro influsso o la nostra reputazione. E tanto bello e fa tanto bene rilevare, nella vita e nella Regola, la santa indifferenza che animava il nostro S.Padre! Egli stesso nota nel I capitolo della Regola come i sarabaiti e i girovaghi mancavano in modo assoluto di questa attitudine. La loro fede era la soddisfazione dei loro desideri. Perché i girovaghi non possono stare in un posto? Perché non sono mai soddisfatti di quello che hanno; il meglio per loro è sempre altrove, più lontano, fuori di casa.

Fratelli, un cuore agitato, turbato da tante sollecitudini, è una controtestimonianza agli occhi del mondo. Non sono i grandi edifici in buono o in cattivo stato, che scandalizzano, ma la ricerca della sicurezza, della comodità superflua, del trionfalismo, di una cultura fasulla che una Comunità Monastica potrebbe ostentare. L’atteggiamento di perfetta povertà consiste nel rimettersi a Dio nel non fare progetti che eccedano i veri bisogni. Non basta, per essere poveri secondo il Vangelo, poter dire: “Oggi non abbiamo pane”. La povertà che cerchiamo è, prima di tutto, una libertà interiore di fronte a tutto ciò che ci arricchisce in valori passeggeri. Il nostro S.P. Benedetto, se seguiamo i suoi insegnamenti, ci libera e ci introduce, con grande semplicità, alla pratica della mentalità cristiana, che ci rende disponibili ai disegni di Dio, sempre e in qualunque luogo dovessimo trovarci.

 

NOTE

[1] «Rinunziare assolutamente a se stesso per seguire Cristo» (RB, 4). 28

 

 


 

QUINTA CONFERENZA

 

"De taciturnitate"

L'amore al silenzio

(30/1/1992)

 

Fratelli! Tra i capitoli della S. Regola, che determinano le disposizioni fondamentali del carattere monastico, S. Benedetto inserisce quello dell’amore o del culto del silenzio: questo solo ci dice l’importanza capitale che egli attribuisce a questo aspetto della nostra vita monastica. Da quando il Monachesimo, oltre ad essere un’esperienza di vita, è diventato oggetto di riflessione anche presso l’odierna gioventù delle balere, dei juke box e delle discoteche, non si è mai trovato nessuno che abbia ritenuto superfluo il silenzio, o non più necessario alla vita monastica. Per dire che il silenzio non ci è indispensabile e congeniale, bisognerebbe dimostrare che la natura della nostra vita di Monaci non è quella che è sempre stata, cioè un viaggio vero e proprio verso l’interiorità. Quindi, più e prima ancora che come norma disciplinare o pratica ascetica, il silenzio deve essere inteso dal Monaco come un elemento quanto mai vitale e costitutivo.

Dire Monaco è dire uomo del silenzio, uomo di Dio, di preghiera, di solitudine, ossia: uomo dalle poche parole. Oltre che trattarne esplicitamente nel cap. 6 della Regola, il S. P. Benedetto nel cap. 7 vi dedica tre gradini della scala dell’umiltà e non tralascia di inculcarlo ogni volta che se ne presenti l’occasione. Il silenzio per lui, che per tre anni è vissuto eremita nella grotta di Subiaco, doveva essere qualcosa di affascinante, di gioioso: si potrebbe dire il tono di tutta la sua vita. Così il Monaco, lasciato il mondo per entrare nella sfera propria di Dio, dovrebbe sentirsi attratto a mettersi in silenzio ed ascoltare il Verbum, la Parola di Dio, che non è né suono, né rumore, ma pienezza di vita. Noi Monaci, dopo una vita trascorsa in Monastero, non

dovremmo solo saper fare silenzio, ma essere diventati noi stessi silenzio.
Fratelli, noi siamo ordinati alla perfetta unione con Dio:
il mezzo più spiccio e migliore è lo spirito di preghiera ben custodito.

Il nostro S. P. ha ordinato il Monastero in maniera che tutto cooperi a questo scopo: la lontananza dal mondo (lo vuole circondato da mura, come una cittadella), la solitudine (vuole che nel Monastero ci sia tutto il necessario: “ut non sit necessitas monachi vagandi foras”)[1], il silenzio, il raccoglimento, ecc.: tutti mezzi che facilitano io spirito di orazione. Soprattutto, quindi, dovremmo amare in primo luogo la solitudine e il silenzio. Come ho detto, il nostro S.P., ancora giovanissimo, “recessit”, per piacere a Dio solo (“soli Deo placere desiderans”)[2]; la vera solitudine si nutre, si mantiene con il silenzio.
Camminare rumorosamente, chiudere una porta sbattendola, sedersi o togliersi da mensa strascicando la sedia, soffiarsi il naso o raschiarsi la gola fino a soverchiare chi legge, gridare e alzare la voce come si fosse in piazza, sebbene si stia in ricreazione, non è davvero indice di essere presenti a se stessi e di amare il silenzio. Sono piccole cose - si potrebbe dire - ma sono accette a Dio, perché aiutano la sua azione sulle anime. Ma più che il rumore esterno, distraggono l’anima e impediscono il raccoglimento le conversazioni prolungate ed inutili, che si fanno con gli altri, sia Monaci che laici. Ogni volta che, fuori di ricreazione, parliamo con gli altri senza averne il permesso, volenti o nolenti, commettiamo e facciamo commettere una infedeltà: “non solum sibi inutilis est, sed etiam alios distollit”
[3].

Duole constatarlo: è pur vero che, in una Comunità che non osserva bene il silenzio, la vita interiore non è intensa. Per questo il S.P. Benedetto stabilisce: “quamvis de bonis et sanctis et aedificationum eloquis, pertectis discipulis propter taciturnitatis gravitatem, rara loquendi concedatur licentia, scriptum est: in multiloquio non effugies peccatum”[4]. E ci esorta a custodire la gravità del silenzio: “taciturnitatis gravitas”. S. Benedetto condanna l’abbassarsi a parole che muovano al riso, il parlare vano, l’eccessivo ridere smodato. Con giusta severità, poi, condanna ciò che dissipa: le parole sconvenienti, le buffonate, gli scherzi vani, sciocchi e qualsiasi leggerezza: “aeterna clausura in omnibus locis damnamus”[5],  egli dice; perché è sicuro che un’anima aperta a queste leggerezze non potrà mai ascoltare la parola del Signore.

Se si osserva con attenzione, si può conoscere bene il pensiero di S. Benedetto.

La Regola prevede conversazioni buone ed utili, sa graduare il silenzio secondo il tempo e il luogo e lo richiede, ora con più insistenza, ora con minore severità. Si potrebbe - se si volesse - schematizzare così la regola del silenzio secondo il S.P. Benedetto: silenzio stretto, in dormitorio, in Capitulo, nel lavoro; silenzio assoluto, post Completorium, ad mensam, in Oratorio. Ci sono poi delle restrizioni a parlare riguardanti le persone: con Dio (“non in multiloquio, sed in puritate cordis nos exaudiri sciamus”[6]) con i fratelli (“neque frater ad fratrem iungatur horis incompetentibus”[7]) con i Superiori  (“ne plus videatur loqui quam expedit”[8]) con gli ospiti (“hospitibus nullatenus colloquatur”, “non licere colloqui cum hospite”[9]) con gli scomunicati (“nullus ei frater in nullo iungatur consortio”[10]).

Bisogna dire però che l’intenzione del cap. 6, più che di legiferare sul silenzio, è quella di ricordare ufficialmente in quale atmosfera di raccoglimento deve essere avvolta una vita Monastica veramente seria. Infatti vi sono alcune norme della Regola dalle quali si deduce che nel Monastero benedettino non esiste il silenzio perpetuo: “neque frater ad fratrem iungatur horis incompetentibus” (cap.48); “subtrahat de loquacitate” (cap.49); “multum loqui non amare”; “cum loquitur monacus, leniter et sine risu, humiliter et cum gravitate”[11] ecc.

Il momento preciso in cui parlare si introdusse nei Monasteri benedettini, secondo D. Morin, fin quasi dai primordi nel secolo IX; secondo Vanefrido Diacono, invece, nel secolo VIII.

Quindi le nostre ricreazioni non indicano innovazione e rilassamento, purché restino conformi allo spirito del cap. 6. Disattenderle sarebbe commettere una colpa contro la Regola, perdere una bellissima occasione di merito e privarsi anche di una vera distensione dal lavoro manuale o intellettuale: essa è sempre stata presa in considerazione nell’orario monastico. Non partecipare alla ricreazione o parteciparvi del tutto passivamente, vuol dire privarsi di grandi meriti e non capire nulla della vita comunitaria abbracciata. Capisco che non è molto facile la partecipazione all’atto comune della ricreazione: occorre rifuggire il tono cattedratico nell’esporre le proprie idee, non prolungare interminabili discussioni, saper evitare le separazioni (due da una parte, due dall’altra), non pendere dalle labbra di uno, specialmente se le cose che si dicono non sono interessanti o sono state ripetute mille volte.
Al di fuori della ricreazione, invece, il Monaco dovrebbe essere avaro di parole: l’uomo saggio si riconosce dalla sobrietà del parlare. L’ “Imitazione di Cristo”, che ha magnifiche pagine sul silenzio, ci mette sull’avviso: “nemo secure loquitur, nisi qui libenter tacet” (sanno parlare solo quelli che sanno tacere).
Ma il silenzio delle labbra sarebbe davvero poco utile, se non fosse accompagnato dal silenzio del cuore.

S. Gregorio Magno afferma: “quid prodest solitudo corporis, si solitudo defuerit cordis?”[12] . Si può vivere in un eremo, nel deserto, e non essere raccolto, perché l’immaginazione, come un cavallo sbrigliato, corre attraverso i. campi immensi dei ricordi e di fantasticherie inutili. Agli occhi di Dio un solo pensiero, un solo desiderio vale più di tutte le cose materiali, perché può meritarci o farci perdere il Paradiso.

Non per niente il S.P. Benedetto ci avverte: “Cogitationes malas cordi suo advenientes mox ad Christum allidere”[13]. È necessaria moltissima vigilanza per conservare il tesoro dell’intimo raccoglimento. L’anima dissipata, leggera, volutamente distratta, sempre agitata da pensieri inutili non può ascoltare la voce di Dio: per questo bisogna che viva nell’atmosfera del silenzio, concentrandosi tutta nella ricerca di Dio. Solo così potrà udire la sua voce e le sue parole, ricevute con gioia dallo spirito fortemente raccolto, diventeranno per lei nutrimento di vita.
In questo raccoglimento interno è vissuta la Santissima Vergine Maria; il Vangelo ci assicura che custodiva nel cuore le parole del suo Figlio Gesù, per meditarle: “Maria serbavat omnia verba haec, conferens in corde suo”. Non pronunciava tante parole, ma se ne rimaneva silenziosa, piena di grazia, adorando e contemplando il Suo Figlio e l’ineffabile mistero che si era compiuto in lei per opera della Spirito Santo, esprimendo continuamente nel suo Cuore Immacolato inni di ringraziamento e di lode.
Tutti i nostri Monasteri dovrebbero essere come la casa di Nazareth, donde dal cuore dei Monaci, viventi di raccoglimento e di silenzio, dovrebbero elevarsi adorazione, ringraziamento, propiziazione, impetrazione.
La prima parola scritta dal S.P. Benedetto nel Prologo della S. Regola è un richiamo che rivolge al Monaco, è come uno squillo di tromba, che mette sull’attenti: “Ausculta” (ascolta). Per ascoltare occorre far silenzio. Se nell’anima c’è troppo rumore, c’è dispersione su ogni cosa. Infatti la voce di Dio, dolce e soave, ordinariamente è come un vento leggerissimo, quasi impercettibile. Il silenzio per sé - da solo - è una lingua perfetta: “Domine, silentium tibi laus”
[14]. Non sarebbe sufficiente sforzarsi di udire: S. Benedetto ci invita con grande gentilezza a piegare l’orecchio del nostro cuore “aurem cordis tui”: Egli vuole che noi lo ascoltiamo volentieri, con animo libero (“libenter excipe”).
“Ascolta” è un verbo propriamente biblico, è come un grande portale che si spalanca davanti a noi nel più profondo silenzio. È stupenda la descrizione che ci ha lasciato Mosè nel Deuteronomio: “Ricordati del giorno, in cui sei comparso davanti al Signore tuo Dio sull’Oreb, quando il Signore ti disse: Radunami il mio popolo ed Io farò udire loro le mie parole”. “Il Signore vi parlò dal fuoco, voi udivate il suono delle parole, ma non vedevate alcuna figura; vi era soltanto una voce: Dal cielo ti ha fatto udire la sua voce per educarti, sulla terra ti ha mostrato il suo grande fuoco e tu hai udito le sue parole in mezzo al fuoco. Nessun popolo può vantare un’esperienza così straordinaria”. Il monte Oreb è il luogo della parola e dell’ascolto, mentre per noi Monaci lo è il Monastero ed il nostro Mosè è S. Benedetto.
La parola “ascolta” è usata pure nella S. Scrittura da quasi tutti i Profeti come un invito insistente e pressante, perché gli Israeliti, nel silenzio e nel raccoglimento, percepissero ed eseguissero la volontà di Dio. Così Amos grida: “Ascoltate questa parola, che il Signore ha detto riguardo a voi”. Così Isaia: “Ascoltate, casa di Davide”. E Geremia: “Ascoltate la parola del Signore, voi tutti di Giuda, che attraversate queste porte per prostrarvi davanti al Signore”. Anche gli Evangelisti insistono sul “Ipsum audite”. Così pure gli Apostoli: “Ciò che abbiamo udito, ve lo annunziamo”. La Chiesa tutta si può definire: la Comunità dell’Ascolto.
Il nostro S.P. mette a nostra disposizione un mezzo particolarissimo, da adoperarsi nel più profondo silenzio, perché senza questa condizione esso non servirebbe a nulla. È lo strumento delle buone opere: la “Lectio divina” (“Lectiones sanctas libenter audire”
[15]). “L’anima devota” - dice l’autore dell’Imitazione - “fa profitto nel silenzio e nella quiete e vi impara i semi arcani delle Scritture”. E il medesimo autore assicura: “Se schiverai i discorsi superflui e l’ozioso girellare, come anche il prurito di udire novità e chiacchiere, troverai tempo sufficiente per trattenerti in devote meditazioni” (Libro 1, c. 20).
Uno scrittore di favole diceva: “Nulla di meglio e nulla di peggio della lingua; è la porta del nostro cuore, che può farvi entrare amici e nemici”. E la sapienza dei nostri vecchi Padri: “Una lingua che si effonde in un mare di parole è l’indice più sicuro di un cuore dissipato”.
In tempi ormai assai lontani, prima di Compieta, si leggeva in quasi tutti i nostri Monasteri il libro di Alfonso Rodriguez, “Esercizi di perfezione e di virtù cristiane”; mi ricordo, perché mi ha fatto molta impressione, che - non so più per qual motivo - l’autore si chiedeva: “Dire una parola oziosa è poi un male tanto grande? In fin dei conti non c’è altro che perdere un po’ di tempo per pronunciarla, quindi, un peccatuccio veniale, che si cancella con l’acqua santa”. E risponde: “Deve essere qualcosa di più che perdere un po’ di tempo, se la S. Scrittura ci raccomanda di guardarcene bene e sappiamo che lo Spirito Santo non è uno che esagera le cose, né le pesa con altro peso se non con quello che esse hanno in se stesse”. Gesù dice che ne dovremo rendere conto nel giorno del Giudizio.
Così, almeno a me ha fatto e fa ancora impressione il modo con il quale il S.P. Benedetto si esprime nel cap. 6, elencando e stigmatizzando parole o “modus dicendi” non del tutto confacenti a Monaci: le buffonerie, le parole vane e volgari, che possono incitare al riso smodato. Ed aggiunge: “Aeterna clausura in omnibus locis damnamus”. E ancora: “E non permettiamo che il discepolo apra la bocca a così indegne espressioni”. Del resto delle parole vane o eccitanti al riso il nostro S.P. aveva già parlato nel cap. 4, affinché il Monaco se ne guardasse bene.
Secondo il S.P. Benedetto, il comportamento del Monaco nel conversare dovrebbe godere di queste sette caratteristiche: “Cum loquitur monachus, leniter et sine risu, humiliter cum gravitate, vel pauca verba et rationabilia loquatur, et non sit clamosus in voce“
[16].
S. Giovanni Crisostomo, considerando i benefici che arreca il silenzio, esclama: “O silenzio, tu fai sì che i Monaci si avanzino nella perfezione, sei la scala del Cielo. Tu sei la madre della compunzione, lo specchio dei peccatori, che fai vedere agli uomini i falli da loro commessi. Tu abbassi il cuore e illumini la mente. O silenzio, tu sei la scuola di orazione, sei la tranquillità dei pensieri, il porto più sicuro. Solo in te germoglia e feconda il dono dell’amore, nel quale è la santità in terra e la gioia in Cielo”.

 

 

NOTE

[1] «Il Monaco non abbia alcuna necessità di andare girando fuori» (RB, 66)

[2] «Desideroso di piacere solo a Dio».

[3] «Non solo è inutile a se stesso, ma turba anche gli altri» (RB, 48).

[4] «Quindi, per rispetto del silenzio, anche ai migliori discepoli ben di rado si accorda il permesso di parlare, sia pure di argomenti santi ed edificanti; poiché è scritto: nel molto parlare non scamperai dal peccato» (RB, 6).

[5] «Li condanniamo in tutti i luoghi a bando perpetuo» (ivi).

[6] «Noi sappiamo di venire esauditi non per le molte parole ma per la purezza del cuore»

[7] «Né un fratello si intrattenga con un altro fratello nelle ore proibite»

[8] «Né pensare di parlare più di quanto sia indispensabile»

[9] «Giammai si parli con gli ospiti»; «Non è permesso parlare con un ospite».

[10] «Un fratello non si immischi con lui per nessun motivo»

[11] «Né un fratello si intrattenga con un altro fratello nelle ore proibite»; «si astenga dal parlar molto»; «non amare il parlar molto»; «quando il monaco parla, lo faccia sommessamente e senza ridere, umilmente e con gravità».

[12] « a che serve la solitudine materiale, se manca quella del cuore?».

[13] «Spezzare subito in Cristo i pensieri cattivi che nascono nel cuore» (RB, 4).

[14] «O Signore, il silenzio è per te una lode».

[15] «Ascoltare volentieri le Sante letture».

[16] È l’undicesimo grado dell’umiltà: «Occorrendogli di parlare il Monaco lo faccia dolcemente e senza riso, con umiltà e compostezza, con poche e ragionevoli parole, senza volersi imporre con la voce» (RB, 7).

 

 


 

SESTA CONFERENZA

 

“Abnegare semetipsum sibi, ut sequatur Christum...”

Rinnegare se stessi per seguire Cristo... 

(3/3/1994)

  

Fratelli! La strada è il piano divino, tracciato particolarmente per noi Monaci da Gesù, riassunto nella grande verità riportata da S.Giovanni al cap.14 del suo Vangelo: “lo sono la via, nessuno viene al Padre se non per me”. A questo scopo, Gesù stesso ha dato una segnaletica perfettissima, proclamando: “Chi vuoi venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. E un bellissimo programma quaresimale.

Giovedì scorso ci siamo intrattenuti sullo spirito di compunzione, ossia sopra un abituale rigetto di ogni peccato per poter distruggere tutti gli ostacoli, che ci impediscono - pienamente liberi - di seguire Gesù.

Il nostro S.P. Benedetto, che si è prefisso di non far percorrere al Monaco che la via battuta da Cristo (“Per ducatum Evangelii pergamus itinera eius”), [1] nel cap.4 ci procura uno strumento, meglio una bussola di perfetto orientamento e di sicurezza infallibile: “Abnegare semetipsum sibi ut sequatur Christum” (rinnegare se stesso per seguire Cristo).

La sola via per ritornare a Dio è l’espiazione. Il peccato ha sconnesso tutto il nostro essere: volere, amare, eseguire, tutto ciò che si può compiere con un atto solo. Il S.P. Benedetto riassume in una frase della Regola tutto il contenuto specifico dell’espiazione: “Ut ad Eum per oboedientiae laborem redeas” [2]. Non si tratta per noi di vivere tanti anni, di diventare grandi dottori (ci basta sapere “ad sobrietatem”) o di farci un nome; si tratta di andare verso Dio, di avvicinarsi a Lui, di unirsi a Lui.

Questo concetto di vita spirituale - sotto forma di cammino verso il Signore - piace tanto al nostro S.P., che ce ne descrive la traiettoria nella Regola: “Apertis oculis” - “exsurgamus tandem aliquando” - “pergamus itinera eius” - “currendum et agendum est modo” - (anzi) “summa cum festinatione curratur” - (fino) “ad patriam coelestem festinare” - (o meglio ancora) “ad exaltationem coelestem velociter pervenire” [3].

S. Benedetto, a chi rivolge il suo invito, traccia appena uno schizzo del suo programma sotto l’immagine di uno strumento delle buone opere: “Abnegare semetipsum sibi ut sequatur Christum”. Egli si rivolge a coloro àhe appartengono alla razza dei docili e dei forti, suppone solo nel candidato il proposito di accettare le condizioni della vita monastica, che si riducono in fin dei conti a tre: rinunciare alla propria volontà, premunirsi delle armi dell’obbedienza e combattere per Cristo Re.

Prima di tutto occorre rinunciare alla propria volontà. Il S.P. Benedetto parla di “propriis voluntatibus” (al plurale), perché la propria volontà è egoistica ed ha tante forme: per esempio, reazione contro la volontà, il modo di fare e le tendenze di un altro.

L’espiazione, dopo la caduta di Adamo, è la sola via per ritornare a Dio. Assumendo la natura umana, il Verbo Incarnato si sostituì all’uomo peccatore, incapace di riscattare se stesso, e si fece vittima per il peccato. Sappiamo con quanto amore e abbandono alla volontà del Padre Gesù accettò la sofferenza, fino alla morte sulla croce per espiare i nostri peccati. E non patì solo per riscattarci, ma ci meritò anche la grazia di unire la nostra espiazione alla sua, rendendola così meritoria. Perciò S. Paolo, scrivendo ai Galati (5,24), proclama: “Coloro che vogliono appartenere a Cristo, hanno crocifisso la loro carne con i suoi vizi”.

L’espiazione, che la giustizia di Dio esige, non deve essere compiuta solo da Gesù, ma da noi tutti, che siamo membra del suo corpo. E vero che noi dobbiamo essere solidali con Cristo nel patire, ma il motivo è molto diverso: Gesù espia i peccati altrui, mentre noi dobbiamo espiare anzitutto le nostre iniquità. Un Monaco che offendesse Dio, commetterebbe una somma indelicatezza, quella di unirsi a Lui prima di avere compiuta la propria parte di espiazione. Ogni peccato personale, benché perdonato, deve essere espiato, perché con esso si contrae un debito con la giustizia divina: rimesso il male commesso, rimane il debito da pagare e ciò si fa con l’espiazione o soddisfazione.

Fratelli, ogni peccato attuale, o poco o tanto, inclina l’anima al male e, anche se il perdono lo cancella, lascia la tendenza, la proclività e, trovandovi l’occasione, può dare facilmente i suoi frutti. Occorre annientare gli attacchi al peccato, sradicare le cattive abitudini e questo è compito della mortificazione, che ci deve accompagnare in tutti gli atti della nostra vita, come una guardia del corpo; altrimenti le tendenze viziose ci impediranno l’incontro con Dio.

Ogni mattina il Signore ci da l’occasione di immagazzinare molte energie spirituali: Ufficio divino, S. Messa, atti di carità, ecc. Se poi, nel corso della giornata, non custodiamo gli atti della nostra vita, come vuole il nostro S.P., ma diamo sfogo alle dissipazioni del nostro spirito, parlando fuori tempo e luogo, mormorando, criticando, facendoci trasportare dalla curiosità, dall’orgoglio, dall’ira, mancando di carità e di generosità, dobbiamo convenire che la nostra povera anima è piena di amor proprio, e in ogni azione ha di mira se stessa e tutto riferisce a se stessa. Allora facilmente diventa permalosa, si offende per cose da nulla, si mostra di cattivo umore e dalla parte negativa della memoria divulga fatti umilianti, alterati, non pertinenti: è proprio così che si annulla l’opera di Cristo.

Dobbiamo, quindi, compiere ogni sforzo per frenare e mortificare l’amore di noi stessi, perché Gesù possa regnare in noi. Sappiamo bene che non possiamo unirci a Lui, se ci lasciamo tanto facilmente dirigere dalle cattive tendenze. La rinuncia, non solo è necessaria per espiare i peccati commessi, ma anche come mezzo per impedire le ricadute.

Il nostro S.P. Benedetto esercita nella “abnegazione” di sé e nella mortificazione di piccoli vizi quanti bussano alla porta del Monastero per farsi Monaci. A coloro, invece, che sono più avanzati nella fede e che, per grazia del Signore, si sono svincolati dalle cattive tendenze, S.Benedetto da un motivo più alto ed efficace: la partecipazione ai patimenti di Cristo.

Riconosciuta la necessità della mortificazione, occorre praticarla e per questo esiste tutta una graduatoria: ci sono anzitutto le mortificazioni imposte dalla Chiesa, una misura di patimenti da ripartire fra i membri di essa, affinché ciascuno cooperi all’espiazione di Gesù, soffrendo o per le proprie colpe o per quelle degli altri.

Durante la Quaresima la Chiesa prega ogni giorno per le anime, che si sottomettono ad espiare e domanda a Dio che le loro opere siano accolte ed accettate da Lui e che dia loro la forza di compierle piamente, con devozione.

Era più che naturale che il nostro S. Benedetto, erede della pietà dei primi tempi, consacrasse tutto un capitolo della Regola all’osservanza quaresimale. Egli vuole che, durante questo tempo, i Monaci, oltre a praticare il digiuno, conducano una vita più pura e riparino alle negligenze commesse in altri tempi. E ciò faremo - continua il S.P. Benedetto - se pregheremo con pianto, se ci daremo alla “lectio”, alla compunzione del cuore, se ci asterremo da ogni vizio. Insomma il nostro S.P. unisce all’espiazione corporale la mortificazione interna, cioè quel senso di compunzione, che è la volontà continua di penitenza.

Oltre alle espiazioni ordinate dalla Chiesa, noi Monaci abbiamo anche quelle proprie dello stato Monastico: prima di tutto, la vita comune, la quale porta con sè molte sofferenze. S. Giovanni Berchmans dichiara apertamente: “Mea maxima poenitentia, vita communis” [4].

Pur amandoci sinceramente, anche senza volerlo - a causa della nostra povera natura umana - ci diamo continuamente dei dispiaceri. S.Agostino ci ritrae in un quadretto indimenticabile: “Sumus homines mortales, fragiles, infirmi, vasa lutea portantes, quae faciunt invicem angustias” [5].

Anche nelle vite dei Santi, molte volte, si trovano malintesi, discordanze, dissensi, dipendenti dal carattere, dall’educazione, dal temperamento, dalla mentalità propria di ciascuno.

Non vi è comunità, per fervente che sia e a qualunque Ordine religioso appartenga, che sfugga a questa legge. Ed il patimento, la sofferenza possono essere tanto più sentiti, quanto più lo spirito è sensibile.

Il S.P. Benedetto, buon conoscitore del cuore umano, inculca in tutti i suoi Monaci il dovere di sopportare i difetti degli altri con grande pazienza: “lnfirmitates, sive corporum sive morum, patientissime tolerent”[6].

Secondo il pensiero del S.P. Benedetto, lo scopo della Quaresima è quello di darci l’occasione di riparare, di espiare tutte le negligenze degli altri tempi.  L’idea di espiazione, nel suo concetto più perfetto, è propria soltanto del Cristianesimo. Infatti esso, nel grande mistero della Redenzione, adora il Figlio di Dio fatto uomo, che si addossa tutti i peccati dell’umanità e li ripara. Lo dice espressamente S. Giovanni: il Verbo si è fatto carne per salvarci, riconciliandoci con Dio; è Dio che ha amato noi e ha mandato suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. Nessun uomo, fosse pure il più santo, era in grado di prendere su di sé i peccati di tutti gli uomini e di offrirsi in sacrificio per tutti. È l’amore “sino alla fine”, che conferisce valore di redenzione, di espiazione e di soddisfazione al sacrificio di Cristo.

Fratelli, noi Monaci, specialmente in Quaresima, possiamo e dobbiamo partecipare all’espiazione di Gesù con la mortificazione esteriore ed interiore. In fatto di mortificazioni esteriori, il nostro S.P. Benedetto ci prescrive che prima si domandi il consenso dell’Abate o del Padre spirituale, in quanto sarebbe pericoloso mettersi su questa via di propria iniziativa: ogni anima ha ricevuto da Dio il dono che le conviene.

Ma non ci sono limiti alla mortificazione interiore, nella quale sta la vera perfezione. Per mezzo di essa si spezza l’amor proprio, si frenano l’orgoglio, la superbia, l’ira, le gelosie, la leggerezza, la dissipazione. Soprattutto, almeno in Quaresima, dobbiamo annullare la nostra volontà, assoggettarci alla vita comune, che è la mortificazione e l’espiazione per eccellenza: la partecipazione al Coro, al refettorio, alla Concelebrazione, alla ricreazione nel tempo e modi stabiliti. Tutta la nostra giornata può essere intessuta di atti di espiazione per riparare i nostri peccati. A questo fine basterebbero anche le sole mortificazioni che ci manda la Provvidenza: il freddo, le disposizioni incomode di tempo, di persone, che ci riescono contrarie, un malanno che disturba, ecc. Senza dire che noi Monaci siamo tutti chiamati a mortificarci, ad espiare per il mondo intero: “Inter  vestibulum et altare plorabunt sacerdotes, ministri Dei, et dicent: Parce, Domine, parce populo tuo” [7].

Quanta necessità di espiazione! Sacerdoti che abbandonano la Chiesa, recando scandalo fra i fedeli. Nell’irlanda: lotte di religione con uccisioni, rapine, sequestri, stragi. In Inghilterra: delitti a sfondo sessuale. In Russia e Iugoslavia: stragi incontrollate, stupri, aborti. In Italia: camorra, tangentopoli, parossismo sessuale anche attraverso i mass-media, droga. In Brasile: ragazzi della strada uccisi a centinaia, In Argentina: squadroni della morte. In Palestina e nel Libano: più di 50 palestinesi uccisi, mentre pregavano sulla tomba dei Patriarchi a Hebron. A Cuba: lotta per sopprimere gli Indios.

Questo è il mondo in cui viviamo oggi: possiamo noi restare indifferenti? O non è il caso di fare come ci suggerisce il S.P. Benedetto: “Passionibus Christi per patientiam participare” [8]?

S. Teresa di Gesù Bambino, nella undicesima strofa della poesia dal titolo “Viver d’amore”, scrive: “Vivere d’amore è rasciugarti il Volto e ottenere il perdono per i peccatori, che rientrino nella tua grazia, o Dio di amore e benedicano sempre il Tuo Nome. Ogni bestemmia mi rintocca nel cuore e, per cancellarla, ridico ogni giorno: t’amo e t’adoro, o Nome sacro! E vivo d’amore”. L’espiazione,  almeno in Quaresima,  sia parte veramente integrante della nostra missione.

 

 

NOTE:

[1] «Con la guida del Vangelo, inoltriamoci nelle sue vie» (RB, Prologo).

[2] «Affinché tu possa ritornare a Lui attraverso la fatica dell’obbedienza» (RB, Prologo)

[3] «Con gli occhi aperti… muoviamoci finalmente ogni tanto… seguiamo i suoi sentieri… bisogna correre ed agire… si deve correre con la massima accelerazione… affrettarsi verso la patria celeste, giungere in maniera più veloce alla celeste esaltazione…

[4] «La vita comune è la mia massima penitenza»

[5] «Siamo uomini mortali, fragili, infermi, come coloro che portano vasi d’argilla e ci angustiamo gli uni gli altri».

[6] «Sopportino con estrema pazienza le infermità sia del corpo che dell’anima»

[7] «Tra il vestibolo e l’altare piangano i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano: Perdona, o Signore, perdona il tuo popolo» (Gl 2,17).

[8] «Partecipare alle sofferenze di Cristo mediante la pazienza»

 

 


 

SETTIMA CONFERENZA

 

“Christo omnino nihil praeponere  

(Non anteporre nulla a Cristo)

(25/5/1995)

 

Fratelli! Esistono pietre preziose di valore incalcolabile. Se ne mettono in commercio dai 7 ad 8 milioni di carati all’anno. (Il carato è circa un quinto di grammo). Ma più che altro, il valore di queste pietre vien dato dalla perfezione della loro sfaccettatura.

Il nostro S.P. Benedetto, al termine del suo “testamento spirituale”, accenna come gemma splendidissima ad una di queste pietre sfaccettata col metodo più sofisticato possibile, quindi di un valore massimo.

Termina il cap. 72 della S. Regola: “Nulla preporre all’amore di Cristo”. E il terzo dei precetti con i quali Egli, prima di raccogliere “in unum” gli ordinamenti della sua Regola, riassume il suo pensiero.

Il primo tratta del timor di Dio, filone elettrico, vibrante di fede, tetragono e sicuro, sempre presente in tutte le varie sezioni della Regola (liturgica, ascetica, disciplinare, dell’accoglienza e ospitalità, reclutamento, ecc.), sottofondo davvero meraviglioso.

Il secondo precetto riassuntivo è quello del comportamento del Monaco col proprio Abate, comportamento, che il nostro S.P. reputa costitutivo della solidità, stabilità, sicurezza della vita monastica. Questo comportamento deve esprimersi nella carità umile e sincera, frutto di un principio di fede: “Abbas vices Christi creditur agere in monasterio”[1].  

Solo così il Monaco o i Monaci potranno dire di amarlo con carità umile e sincera se “ei cuncti oboediunt - praeceptis abbatis in omnibus oboediunt - sine iussione abbatis nihil faciunt - cum  voluntate abbatis omnia agenda sunt in monasterio”[2] (basta pensare che il nostro S.P.Benedetto nomina nella Regola l’Abate per ben 110 volte).

Il terzo dei precetti (la sfaccettatura della pietra preziosa) è questo: “Nulla preporre a Cristo” (“nihil omnino”, ossia: assolutamente nulla). Questa è l’ultima frase del capitolo con il quale S. Benedetto conclude la S. Regola.  È importante sottolineare alquanto queste parole, poche, ma marcate, forti, perentorie: “Nihil omnino Christo monachi praeponant”. Lo sappiamo bene tutti che il nostro cuore è fatto per amare: o ameremo il Creatore o la creatura. Gesù è stato molto chiaro, lineare, preciso, quando ha detto a tutti gli uomini: “Non potete servire a due padroni”. Il nostro S.P. esorta noi Monaci a dare il primo e principale posto a Cristo.

Perché il S.P. Benedetto ha posto tanta forza nell’espressione “nihil omnino praeponere” all’amore di Cristo? E facile intuirlo: perché le nostre anime sono consacrate a Cristo. Nel giorno della nostra Professione noi abbiamo perduto il diritto di abbandonarci alle creature. Dio permette alle persone del mondo, purché sia salvo il fine supremo di ogni creatura, di amare legittimamente altri: non chiede l’amore totale, completo, assoluto, dominante. Invece noi Monaci abbiamo promesso di amarlo “unice” (unicamente), di volere, di cercare sempre in tutto Lui solo e gli abbiamo giurato pubblicamente, con tanto di carta firmata sull’altare, mostrata alla Chiesa, deposta sul corporale, di volere, desiderare, vivere solo per Lui, con Lui, in Lui. Domandiamoci se la gioia di quel giorno non si è mai eclissata nel nostro cuore.

Quanto è difficile che il nostro cuore umano viva ininterrottamente di fede! “Deum nemo vidit umquam”[3]. Per accontentarci unicamente del suo amore, abbiamo bisogno molto spesso di qualche aiuto, di qualche sostegno, insomma di qualcosa di concreto, di tangibile, perché siamo, nonostante tanti doni da parte del Signore, povere creature. Ed ecco che Dio ci viene incontro e ci ha mandato Gesù, il Verbo Incarnato, Dio stesso visibile tra noi. Amando Gesù, noi amiamo Dio.

Fratelli, amiamo Gesù con amore ardente, assoluto, incessante? Ma come noi Monaci possiamo esprimere questo amore? Prima di tutto cercando di conoscere sempre più Gesù. Ne conosciamo la vita, gli insegnamenti, la dottrina, ma questa conoscenza tante volte potrebbe fermarsi a un freddo studio, potrebbe essere o fermarsi ad un ammirato dato culturale. Penserei di non sbagliare dicendo che noi Monaci conosceremo sempre più Gesù, se per noi è o diventa sempre più sorgente di preghiera, breve, sentita, pura, come la vuole il nostro S.P. Benedetto. Più Lo conosceremo pregando e più Lo ameremo e saremo uniti a Lui.

Mi è sempre piaciuto riandare - nei momenti opachi della mia povera vita, proprio per rimontarmi - alla lettura della vita di S. Francesco, che sul Subasio passava notti intere, chiedendosi: “Signore, chi sei Tu e chi sono io?”. L’ammirazione per le infinite perfezioni di Dio porta all’amore e la miseria dell’uomo spinge alla riparazione per amore.

Noi, che abbiamo sempre in mano il Salterio, non dovremmo trovare difficoltà ad esprimere a Dio amore ed ammirazione, come faceva il salmista: “Chi altri avrò per me in cielo? - Fuori di Te nulla bramo sulla terra - La roccia del mio cuore è Dio - Dio è la mia sorte per  sempre”. In questo la Liturgia ci aiuta tanto, lo Spirito Santo stesso ci mette sulle labbra le formule più belle, più confacenti allo stato in cui ci troviamo, per magnificare il Signore.

Non sono veramente mirabili gli articoli del Credo della Messa? Lo sono anche le acclamazioni del Gloria: “Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti glorifichiamo - Tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi, perché Tu solo il Santo, Tu solo il Signore, Tu solo l’Altissimo: Gesù Cristo, con lo Spirito Santo, nella gloria di Dio Padre”.

E non sono forse stupende le lodi del “Te Deum”? Tutte queste ed altre infinite lodi, quando scaturiscono vive, sentite, erompenti dal cuore, sono atti, espressioni con le quali diciamo a Gesù il nostro amore: quando le ripetiamo spesso, rinserrano il calore nell’animo. Chi coltiva nel cuore un affetto esplodente, ha sempre il pensiero fisso nell’oggetto amato e gode di stare sempre in compagnia di Gesù. Lo troveremo ovunque: in cella, nell’oratorio, nel tabernacolo, nel lavoro silenzioso, nella “lectio”, soprattutto dentro noi stessi. Lo troveremo nel confratello anziano, che ha bisogno del nostro aiuto per sentirsi sollevato, Lo troveremo nell’ora della ricreazione per consolare qualcun’altro stanòo o triste che nessuno avvicina, Lo troveremo nell’ineffabile misericordia del suo amore e in questo incontro Egli darà alle nostre anime luce, forza, vigore e una grande pace e ci chiamerà a Sè:  “Venite et Ego reficiam vos”. Ci accoglierà con infinito amore per condurci al Padre e farci godere della sua gloria.

Fratelli! Il segno sicuro, indubitabile del nostro amore unicamente per Lui è questo: adempiere sempre, in ogni evenienza, immancabilmente la volontà di Gesù e del Padre: “Se mi amate, osservate i miei comandamenti”.

Chi ama si adopera in ogni modo per far piacere all’amato. Noi Monaci non saremo mai cari a Gesù, se non ci sforziamo di compiere in ogni cosa e con fervoroso e ardente amore la volontà del Padre, che è anche la sua. Gesù l’ha proclamato davanti a tutti: “Quae placita sunt Ei facio semper” [4].

Fratelli, non preponiamo nulla a Cristo, su questa terra!

Se chiedessimo a S. Tommaso d’Aquino la ragione di questa insistenza del nostro S.P. Benedetto sul concetto di “nulla assolutamente preporre a Cristo”, io credo che ci risponderebbe che questo gran principio benedettino spiega la stessa essenza del Monaco. Infatti, nello stato religioso - mediante l’osservanza dei santi voti - si rinuncia a quanto si oppone alla carità perfetta. Alla cupidigia dei beni materiali il Monaco oppone il voto di povertà. Nella professione noi come Pietro abbiamo detto a Gesù: “Ecce nos reliquimus omnia et secuti sumus Te, quid ergo erit nobis?” [5].

Gesù rispose a Pietro e a noi: “Amen dico vobis: nemo est qui reliquerit omnia propter me, qui non accipiat centies tantum nunc in tempore hoc”. Occorre solo mantenere la parola data e non attaccarci mai a quanto abbiamo lasciato.

Nella Professione abbiamo rinunciato alla sensualità mediante il voto di castità, per mezzo del quale il Monaco ama Dio e sente la necessità di vivere nell’integrità, proteso sempre verso la ricerca di quella “puritas cordis”, che non accetta nessuna scoria di attaccamento, che valga a deteriorare anche minimamente il suo amore verso il Signore.

Infine con la Professione il Monaco rinuncia alla sua volontà mediante il voto di obbedienza.

 Cassiano recita un grande principio: “Nessun Monaco può obbedire ad un anziano, se non è ricolmo di amor di Dio e di umiltà”, Il Signore stesso attende l’obbedienza del Monaco, la vuole e si compiace se essa sgorga spontanea, pronta, sollecita, scattante dall’amore. Chi abbraccia in pieno la via dell’obbedienza, non cerca solo una guida sicura e valente, ma fa di sé una totale dedizione a Cristo e si lascerà compenetrare del suo amore. Non ubbidirà mai per costrizione, ma in piena libertà di spirito, ben sapendo che - fin dai primi passi nella vita monastica - gli fu detto e replicato: “Quisquis abrenuntians propriis voluntatibus, Domino Christo vero Regi militaturus, oboedientiae fortissima atque praeclara arma sumis” [6].

Certamente ci vorranno pazienza e amore eroico, ma non era gradito neppure a Gesù essere dato in mano ai Giudei per essere insultato dai farisei e sputacchiato in faccia dai soldati. Deve averne provato solo orrore e schifezza, eppure accettò questi maltrattamenti per dimostrare il suo amore al Padre, il quale volle che fosse trattato come l’ultimo degli uomini e che morisse sulla croce, come un maledetto e abbandonato da Dio: “Cum sceleratis reputatus est”. Questo è il modello della nostra obbedienza.

Quanto poco osserviamo, fratelli, tale modello. Quanto pochi sono quei Monaci, che accettano oggi volentieri, un rimprovero, un’osservazione e che volontariamente ripetono dal fondo del cuore: “Diligam Te et tradam meipsum pro Te” (accetto la Tua volontà in prova del mio amore per Te!). Non si fa in tempo di terminare un’osservazione, un rilievo (anche il più piccolo), che subito si risponde, sciorinando scuse, difese e schermaglie da non dirsi. Con la scusa del dovere di difendere la propria personalità, il proprio onore, si rifiuta l’imitazione del nostro modello.

Bisognerebbe cancellare dal cap. 7 della Regola - almeno per non pochi Monaci dei nostri giorni - la frase: “Tacita conscientia patientiam amplectatur” [7].

Fratelli! Teniamo bene a memoria la staccettatura della pietra preziosa del cap. 72 della Regola: “Nihil omnino Christo monachi praeponant”. Dobbiamo essere consapevoli che questa è la nostra strada per arrivare a Dio (“Scientes per hanc viam nos ituros ad Deum”). Alfine di non aggirarci sempre attorno a Dio, senza mai possederLo pienamente, giocando tutta la vita al girotondo come eterni bambini (“Solum in circuitu ambulare”).

 

NOTE

[1] «Si ritiene per fede che l’Abate tenga in Monastero le veci di Cristo» (RB, 2).

[2] «A lui tutti obbediscono - in tutte le cose obbediscono ai comandi  dell’abate - tutto il monastero si deve fare secondo la volontà dell’abate».

[3] «Dio nessuno Lo ha mai visto» (Gv l,18).

[4] «Faccio sempre ciò che è a Lui gradito» (Gv 8,29).

[5] «Ecco: noi abbiamo lasciato ogni cosa e Ti abbiamo seguito, che cosa dunque ne avremo?» (Mt 19,27).

[6] «Chiunque tu sia che rinunciando alla propria volontà, pronto a militare sotto il vero Re Cristo Signore, impugni le fortissime e scintillanti armi dell’obbedienza» (RB, Prologo).

[7] «Con tacita consapevolezza abbracci la pazienza». (RB, 7).

 

 


 

OTTAVA CONFERENZA

 

Et ita omnia membra erunt in pace

(Così tutti vivranno in pace).

 (26/9/1 985)

 “Se qualcosa un pochino dura dovrà introdursi per la correzione dei vizi o per la conservazione della carità,

non sgomentarsi” (Prologo, 47).

 

Fratelli, il S.P. Benedetto è di una delicatezza incantevole e parla al Monaco come un buon papà, esortandolo in una sua lezioncina a non spaventarsi della vita monastica, pensando di non poterla abbracciare, ma di accettare bene, invece, fin da principio il sacrificio. Senza questo, naturalmente, non si può giungere a nulla. Del resto Egli dice al futuro Monaco - senza nascondergli la verità - che il Monastero è un nobile, ma volontario servizio militare.

La prima norma della vita militare è quella di obbedire a qualunque comandante (dal caporale al generale) senza mai rispondere anche una sola parola e mettersi sull’attenti. Si parla tanto di disciplina militare come di un insieme di leggi e di regolamenti, che reggono tutta l’istituzione militare e obbligano ogni singolo soldato all’adempimento dei suoi precisi doveri.

Il S.P. Benedetto prosegue, prospettando al Monaco una seconda immagine del Monastero, quella di un’officina. Perché l’arte spirituale sia davvero fruttuosa, si richiede un ambiente speciale, bene attrezzato, con strumenti validi, moderni, capaci - se bene adoperati - di un massimo di resa con il minimo dispendio di tempo e di personale.

Infine S. Benedetto prospetta al Monaco il Monastero,  paragonandolo ad una scuola, nella quale si ascolta volentieri e con attenzione il maestro per praticare quanto viene insegnato. Si tratta infatti di una “Dominici schola servitii”[1],  nella quale tutti si impegnano per la promozione: occorre solo buona volontà di apprendere.

Ciò che soprattutto il S.P. Benedetto mira ad inculcare nei Monaci con queste tre immagini del Monastero è una cosa sola: la conservazione della carità fraterna.

 

1) La milizia è simbolo della fortezza, della difesa, dell’ordine, di conquista, di sicurezza (per un regno, una città, una famiglia) ad una precisa condizione: se c’è unità d’intenti, unità fra comandanti e soldati, unità fra gli stessi soldati, in quanto l’ideale di tutti è quello di ognuno ed i movimenti delle truppe obbediscono ad un unico capo nel tempo e nel modo stabiliti secondo i cenni del Supremo Comando.

In una parola, per S. Benedetto dire milizia, unità, carità, amore fraterno è lo stesso che dire: salvezza di una Comunità. Difettando l’unità e la concordia, avviene la rotta, la disfatta, l’azzeramento di una Comunità (come accade in un esercito).

Fratelli, applichiamo seriamente al Monastero questa prima immagine scelta da S. Benedetto per suscitare, conservare, accrescere la “carità fraterna” e constatiamo lealmente, spietatamente, secondo verità anzitutto il rapporto tra il nostro Monastero e l’arruolamento ad un vero servizio militare: “Christo vero Regi militaturi” (futuri soldati di Cristo vero Re).

C’è nel nostro Monastero il culto della disciplina, dell’osservanza della Regola, l’amore all’obbedienza, all’umile sottomissione interna ed esterna all’Abate, l’amore al Monastero? Certi ordini dovrebbero essere impressi in un disco e ripetuti in continuazione. Con la nostra vita, con il nostro comportamento passato e presente difendiamo il buon nome dell’arma a cui apparteniamo (Monaci), del luogo che abitiamo (Monastero)? Davanti a Dio possiamo dire - dopo tanti anni di arruolamento (ossia di Monastero) - di essere diventati in Cristo un solo corpo e un solo spirito? Eppure ogni giorno con spaventosa impassibilità abbiamo sempre celebrato il “sacrificio di riconciliazione”.

Fratelli, un corpo militare che non è unito è un corpo in disfatta. Per unire tutti i giovani di leva in un corpo speciale, lo Stato ha creduto bene d’imporre un giuramento di fedeltà, con tutte le conseguenze che esso comporta (un traditore della Patria, per esempio, verrebbe senz’altro fucilato o, come minimo, inviato nelle famigerate carceri di Gaeta). Lo Stato vuole che questo giuramento sia avvallato con un particolare cerimoniale, espresso a voce alta, chiara, sonora, alla presenza delle più significative autorità dell’ Esercito.

Per l’inserimento (cioè la “Stabilitas”) di un Monaco nella famiglia Monastica il S.P. Benedetto prescrive la Professione Solenne, la “Conversio morum”[2],  una conversione sempre in atto, specie per quanto riguarda la carità, la convivenza familiare tra fratelli. Conosciamo tutti le terribili sanzioni, stabilite da S. Benedetto, per coloro che rompono la compagine comunitaria. Possiamo riassumerle stupendamente nella frase di San Giovanni: “Qui non diligit, manet in morte”[3].

 

2) La seconda immagine usata dal S.P. Benedetto per indicare il Monastero è l’officina, mediante la quale può far leva per inculcare ciò che tanto gli sta a cuore, ossia la conservazione della carità fraterna.

Infatti un’officina è efficiente, attiva, acquista rinomanza, aumenta i quadri dei suoi dipendenti, non teme competizioni, espone in tutti i mercati i suoi prodotti ad un’unica condizione:  se tutti i lavoratori sono uniti fra loro. Cioè: se c’è compartecipazione perfetta di utili tra datori di lavoro e lavoratori, se c’è perfetto affiatamento tra la Direzione Generale e gli addetti all’amministrazione, in una parola se esiste un’unione d’intenti e di spiriti tale che l’interesse di tutti è l’interesse di ciascuno e, viceversa, l’interesse di ogni individuo è l’interesse della comunità lavorativa. La rottura di questa armonia significa squilibrio in tutti i settori dell’officina, il sorgere di malumori, di competizioni, di rivendicazioni, l’inizio di “scioperi bianchi” fino all’ineluttabile chiusura dell’officina e al licenziamento di ogni lavoratore senza “cassa integrazione”: quell’officina non aprirà più i battenti.

Anche l’immagine di officina usata da S. Benedetto ci da l’occasione e l’opportunità di fare un po’ di esame sulle relazioni fra i singoli Monaci della nostra Badia. Non mancano davvero i “conturbatores” in Monastero, coloro che pare abbiano il compito di riportare e riferire con ricchezza di frange notizie vecchie e nuove e creare, così, nella Comunità malumore, turbamento quasi per il gusto di dividerla. In tal modo nascono competizioni, ammutinamenti e si genera quell’atmosfera di malcontento e di tristezza, che è il “morbo letale” del Monastero e che potrebbe portarlo a sicura estinzione. Che dire poi di coloro che, stimandosi dotati di chissà quali carismi profetici, si reputano autorizzati a riprendere l’operato dei confratelli e si mettono in vista quasi per dire: “Fate come faccio io, siate amanti della casa come l’amo io, salmeggiate come salmeggio io, siate puntuali come me, mangiate come mangio io, perché io sono l’operaio perfetto in questa officina”? Comportarsi in tale maniera è intossicare la Comunità con il pretesto di somministrarle l’elisir della vita.

 

3) Non ci rimane ora che confrontarci con l’immagine della scuola, applicata anche questa dal S.P. Benedetto al Monastero. Egli adopera il termine “Schola”, ma vi aggiunge subito una specificazione illustrativa: “divini servitii” (di servizio di Dio).

Fratelli, la scuola alla quale noi - per un atto infinito dell’amore di Dio - ci siamo iscritti è una scuola singolare: ci si esercita nel servire il Signore. La consacrazione totale che il Monaco fa di se stesso a Dio, lo costituisce, lo rende cosa esclusiva del Signore (“servus Dei”)[4] e lo pone in uno stato eminente di quel servizio divino, che è condizione fondamentale di ogni cristiano.

S.Gregorio, infatti, nei “Dialoghi” cita il Monaco  Benedetto, premettendo sempre l’appellativo di “vir Dei” - “servus Dei” - “Dei famulus” - “sanctus vir”[5].

Ecco l’atteggiamento del Monaco-discepolo: uno che umilmente assiste attento alle lezioni del Maestro, che sente ed è convinto e deve apprendere da tutti e da tutto, perché, solo così, la strada del suo perfezionamento a poco a poco gli apparirà più piana e potrà progredire.

Quella del “servizio di Dio” è una “scuola”, che non ammette vacanze, ma che tiene sempre i battenti aperti: “in Eius doctrina usque ad mortem perseverantes”[6]. Infatti dobbiamo perseverare fino alla fine ed essere sempre “apprendisti” presso l’unica scuola davvero valida, quella del Monastero.

Fratelli, frequentiamo questa scuola con l’umiltà degli scolari o ci atteggiamo a Maestri in Israele? Siamo sottomessi alla “Direzione Scolastica” (a Dio, alla Chiesa, alla Regola) e al “Corpo Insegnante” (Abate e Superiori Maggiori)? Oppure nella nostra scuola Monastica c’è  sempre una contestazione, palese o segreta, per ogni ordinamento, per qualsiasi spostamento o cambiamento di orario, di ufficio? Si “sopportano” le lezioni, perché troppo frequenti, troppo lunghe, perché non portano il timbro di un’alta cultura, biblica, teologica, letteraria?

Avviene anche nella Scuola ciò che S. Paolo osserva nel Corpo Mistico della Chiesa: sono forse tutti Apostoli? O tutti profeti? O tutti Maestri? O tutti hanno il dono dei miracoli? O il dono delle guarigioni? O tutti parlano le lingue? O tutti le interpretano? L’Apostolo esclama: “Aemulamini charismata meliora”! (aspirate a doni più alti). Anzi egli nella Prima lettera ai Corinti al cap. 13 insegna una strada più luminosa di tutte: “Se conoscessi tutte le lingue degli Angeli e degli uomini e non avessi la carità, non mi gioverebbe nulla”.

Ciò che vale in una piccola Chiesa, come è una Comunità Monastica è la Carità. Così, sull’ispirazione e falsariga del canto di Paolo, ognuno potrebbe proseguire:

- Se fossi un rinomato liturgista, consultato e valutato dagli studiosi di questa materia, ma senza la carità non mi varrebbe nulla

- Se avessi una cultura e una scienza musicale da essere ritenuto il più valente gregorianista, chiamato a tener conferenze nei club più rinomati di grandi città, ma non possedessi la carità, non mi varrebbe nulla

- Se possedessi il carisma della predicazione e - sulla cresta dell’onda - fossi richiesto, desiderato da Vescovi, Parroci, Istituti Religiosi e il mio nome e la mia fotografia comparissero nei giornali che vanno per la maggiore, ma non possedessi la carità, sarei come lo squittio di un pappagallo

- Se fossi uno scrittore forbito e i miei libri portassero il livello economico della Comunità ad un grado finora o da tanto tempo mai raggiunto e non avessi la carità, sarei niente

- La carità è paziente, quando un fratello mi nega un favore o riceve un sorriso compassionevole.

- La carità non e gelosa, se altri sono più stimati e considerati, più dotti, più cercati di me.

- La carità non si adira, quando tutto va alla rovescia di quanto prevedevo o quando ricevo un dispetto.

- La carità copre tutto, anche l’ingratitudine, la misconoscenza per tante mie prestazioni.

- La carità tutto spera, quando nessuno tiene conto della mia fatica, del mio lavoro.

- La carità tutto sopporta, perfino chi mi guarda con disprezzo.

- Il “quaerere Deum” del Monaco benedettino avrà fine, ma l’amore non finirà mai.

- Tre cose sono veramente grandi in un Monaco: essere uomo nuovo ogni giorno, l’obbedienza senza indugio, la sincerità leale; ma più grande di ogni cosa è la Carità, l’Amore.

 

Il S.P. Giovanni Paolo Il nel messaggio al clero genovese, proclamato sabato sera in Cattedrale, ha portato un momento di riflessione, valevole soprattutto per noi religiosi, quando disse: “Essere fedeli alla volontà di Dio, significa rimanere uniti nella carità e nella fraternità cristiana, sacerdotale, religiosa”. “Questo è il mio Comandamento” - dice Gesù agli Apostoli e ai suoi seguaci - “che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati” (Gv 15,12). E, rivolgendosi al Padre, formula un’accorata preghiera: “Padre Santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola come noi! Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,20-22).

“Gesù Cristo” - continua il Papa - “ci chiede di essere perfetti nell’unità, perché il mondo possa sapere e convincersi che veramente Dio lo ama. Certamente questo impegno di unità esige spirito di umiltà, comprensione, pazienza e, soprattutto, senso dell’obbedienza e della fiducia nella Provvidenza. Sia vostro costante assillo di portare unità, pace e serenità e mai divisione, ribellione o sterile contestazione”.

Queste ultime parole dovremmo farle oggetto di meditazione ed esame: il Papa le ha dette per noi.

E finisco. Teniamo frattanto presenti, fratelli, le tre immagini studiate e proposte a noi dal S.P. Benedetto, come richiamo all’unione e alla conservazione della carità fraterna e non si spenga mai sulle nostre labbra e nel nostro cuore il cantico dell’Amore.

 

NOTE

[1] «Scuola del servizio divino» (RB, Prologo).

[2] «La conversione dei costumi» (RB, 58).

[3] «Chi non ama, rimane nella morte» Gv 3,14).

[4] «Servo di Dio».

[5] «Uomo di Dio - servo di Dio - seguace di Dio - uomo santo».

[6] «Perseverando nel suo insegnamento fino alla morte» (RB, Prologo).

 

 


 

NONA CONFERENZA

 

"Quaerere Deum"

(Cercare Dio)

(22/6/1989)

 

 

Fratelli! C’è un’espressione nella nostra S. Regola, che, nella posterità spirituale di tutti i tempi (compreso il nostro), ha goduto e gode tuttora di una grande fortuna: “quaerere Deum”.

Potrebbe essere senz’altro definita l’espressione-chiave della Regola benedettina.

Il nostro Santo la ricorda come condizione per scrutare le buone disposizioni del novizio (cap. 58 della Regola), unitamente alla “conversio morum”, che dovrà professare - al termine del noviziato - con l’obbedienza e la stabilità.

Si può dire che tutta la vita monastica sia riassunta in questa espressione, divenendone così la formula programmatica di valore universale per quanti abbracciano il nostro genere di vita. Giungere a Dio è, dunque, il nostro fine di Monaci: questo principio si può paragonare alla linfa che circola in tutti i 73 capitoli della S. Regola.

Non siamo venuti in Monastero per dedicarci alla scienza, né all’apostolato, né per dirigere collegi, né per altre opere educative.

Il S:P. Benedetto richiede - dobbiamo ammetterlo - che serviamo Dio con i talenti che ci ha dato e vuole che il Monastero sia governato saggiamente da uomini saggi (cap. 53). Non vuole che si seppelliscano i doni di Dio e, quindi, permette l’esercizio delle arti e giustifica lo studio e le opere apostoliche (purché tutto sia fatto con il permesso dell’Abate).

Ma, come ho detto, non è questo il nostro scopo. Le opere sono solo “mezzi” per l’acquisto di un fine molto più alto: Dio, che noi dobbiamo cercare in modo assoluto, per se stesso, come suprema felicità.

Il S.P. Benedetto vuole che, amando Dio sopra ogni cosa, Lo cerchiamo per la sua propria gloria e che ci sforziamo di unirci a Lui mediante la carità. Fede, Speranza e Carità, virtù infuse in noi nel S. Battesimo, costituiscono il nostro stato di figli di Dio e la vita soprannaturale durante il pellegrinaggio terreno. Ed è proprio la carità che il S.P. Benedetto ci indica come l’essenza della perfezione: “Si revera Deum quaerimus”[2]. 

Qui sta tutta la vera grandezza e il principio della vita Monastica.

La vera ricerca di Dio comprende vita comune, ascetica, mistica ed è strettamente legata al dono del discernimento degli spiriti da parte dell’incaricato di seguire i novizi nella vita Monastica, affinché, ben guidati, possano armonizzare ambiente e persone che formano la Comunità.

Per S. Benedetto il “quaerere Deum” è una prova di vocazione sicura; questa disposizione, però, deve durare per tutta la vita. Se cerchiamo Dio veramente, Lo dobbiamo cercare con costanza, sempre: ciò significa esprimere la sollecitudine continua di un impegno che non conosce sosta, perché tale ricerca comincia sempre da capo.

Nel mutare dei tempi, nel variare di tante osservanze e circostanze, la “ricerca di Dio” è sempre rimasta il nucleo centrale della spiritualità monastica, il filo conduttore e la pietra di paragone per l’autenticità di una vita tutta ed esclusivamente per Dio solo.

Per S. Bernardo il “quaerere Deum” è già un vivere di Dio e per Dio, un godere della sua gioia e un gustarne la dolcezza. E attribuito infatti al S. Dottore il famoso canto “lubilus”, che si cantava un tempo nella festa del SS.Nome di Gesù: “Iesus spes poenitentibus, quam pius es petentibus, quam bonus te quaerentibus, sed quid invenientibus?”[3].

Sembra proprio che i nostri Santi e Dottori benedettini abbiano nel sangue e succhiato come latte materno nella Regola l’ardore, l’amore per la ricerca di Dio. E nota, ma sempre esaltante l’invocazione di S. Anselmo: “Entra nell’intimo della tua anima, escludi tutto, eccetto Dio e quanto ti aiuta a cercarlo e, rinchiusa la porta, cercaLo. O mio cuore, dì ora con tutto te stesso, dì ora a Dio: cerco il tuo Volto, il tuo Volto, Signore, io cerco. Orsù, dunque, Signore Dio mio, insegna al mio cuore dove e come cercarTi, dove e come trovarTi” (Proslogion 1).

Così pure Isacco della Stella afferma: “Vere Domine, exercitatus sum ad quaerendum Te et deficit, non ad Te, sed in Te spiritus meus; concupiscit et deficit anima mea in atria tua: deficit spiritus, intuendo quem concupiscit, deficit et liquefit anima, delectando in eo quem conspicit”[4] (Sermo 22). La ricerca reale, sincera di Dio avviene in Monastero, ma - secondo S.Gregorio Magno - comporta un lavoro ed un impegno non indifferente, che deve essere compiuto “humiliter, laboriosius, subtilius atque interius”[5].

Secondo la Regola, la ricerca di Dio si rivela anzitutto se uno ama lo spirito di preghiera personale e comunitaria, se è sollecito nell’obbedire, non considerando l’obbedienza soltanto come un ordine

 

esplicito che capita una volta ogni tanto. L’obbedienza è uno stato e richiede che il Monaco sia sempre nelle disposizioni di aderire agli ordini con fede e amore, senza mai sottrarsi per agire secondo la propria volontà e il proprio comodo. La vita monastica è vita di disciplina, non una vita di tranquillità, da pensionati. Se uno cerca davvero il Signore, deve percorrere questa strada, crescendo nell’amore: solo allora potrà anche correre; se invece in partenza è senza amore, sarà per lui una strada impraticabile.

Fratelli, avviene così: finché noi sentiamo bisogno di qualche cosa e questa ci distrae da Dio (studio, predicazione, prurito di far direzione spirituale, desiderio di sentirci valorizzati), vuoi dire che Dio non è tutto per noi. Se invece cerchiamo Dio sinceramente e facciamo di tutto per trovarLo, ci dobbiamo staccare da tutto ciò che non è Lui e può inceppare in noi il lavorio della sua grazia.

Abbiamo lasciato - dice S. Gregorio - ogni cosa per trovare Dio e far posto a Lui solo. Dobbiamo però perseverare in questo impegno fondamentale, secondo l’insegnamento di S. Benedetto: “Soli Deo piacere desiderans”. Se invece, dimenticando a poco a poco l’impegno iniziato, ci lasciamo distogliere da questo scopo primario, ci attacchiamo ad una persona o creatura o impiego o lavoro, che ci è congeniale, persuadiamoci allora che non possederemo mai completamente Dio.

Esaminiamoci spesso per vedere fino a che punto siamo staccati dalle creature; se siamo leali, Dio ci mostrerà gli impedimenti, che ci trattengono per raggiungere lo scopo della nostra vita. Non sappiamo valutare il dono che il Signore ci ha fatto, chiamandoci a far parte della schiera dei cercatori di Dio: “Haec est generatio quaerentium Dominum”[6].  Ciò che ci occorre è la fedeltà: non potremo raggiungere il nostro ideale, né in un mese, né in un anno, perché dobbiamo essere impegnati per tutta la vita. Infatti la purezza completa del cuore, il distacco assoluto senza del quale Dio non si darà a noi, si acquistano solo con grande generosità. Se siamo davvero decisi a non mercanteggiare con Dio, Egli ricompenserà i nostri sforzi.

La Chiesa ci ricorda in continuazione lo scopo della vita Monastica (cercare Dio) con una musica dalle infinite tonalità, ogni volta che apriamo il Breviario. Riporto soltanto alcune citazioni: “Ascolta, Signore, la mia voce. lo grido: abbi pietà, rispondimi. Di Te ha detto il mio cuore: cercate il suo Volto, il tuo Volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo Volto.” - “Gioisca il cuore di chi cerca il Signore.” - “Cercate il Signore e la sua potenza.” - “Non derelinquis quaerentes Te, Domine.” - “Quaerite Deum et vivet anima vestra.” - “Quaerite faciem Eius semper.” - “Quaerite Deum et confirmamini.”

Del resto, Gesù stesso nel Vangelo, pone come primo impegno la ricerca del Regno di Dio: “Non cercate che cosa mangerete e berrete e non state con l’anima in ansia; di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo. Cercate piuttosto il Regno di Dio e la sua giustizia e queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33).

Gesù non esorta a una vita disimpegnata e fannullona, in quanto è giusto e doveroso darsi da fare per avere di che nutrirsi e vestirsi. Ma l’impegno per accogliere il Regno di Dio deve stare al primo posto nella vita di un vero discepolo di Cristo.

Fratelli - come ho detto in principio - il “quaerere Deum” è il tema, l’espressione-chiave di tutta la Regola del nostro S.P. Benedetto e non si finirebbe più a dimostrano.

Mi piace però rilevare come Papa Paolo VI nei suoi discorsi, nelle sue allocuzioni ai Monaci non manca mai di accennare al “quarere Deum”.

“Voi” - egli dice agli Abati e Priori Conventuali riuniti a Roma per il Congresso del 1966 - “siete Monaci, siete cioè uomini singolari, che separandovi in qualche modo dal mondo, vi siete rifugiati nella solitudine, non solo esteriore, ma anche interiore, nel raccoglimento; perciò ognuno di voi, come il vostro Patriarca e Fondatore - desideroso di piacere a Dio solo - è rientrato in se stesso, pago soltanto delle ricchezze dello spirito. Siete gli instancabili ricercatori di Dio e, in ordine a questa scelta, è stata approvata la vostra vocazione, come dice la vostra Regola: se egli cerca veramente Dio. Siete perciò consacrati totalmente allo studio della divina presenza e dell’arte ineffabile di conversare con Cristo e con Dio”.

Il Papa Paolo VI deve aver meditato in profondità ed essersi imbevuto veramente dello spirito della Regola del nostro S.P. Benedetto. Cito un brano di una lettera da lui scritta all’Abate Generale dei Trappisti nel 1968: “Com’è grande la vostra vita, com’è attraente per le anime, com’è utile per la Chiesa, quando è vissuta in tutta la sua pienezza, quando si adempie con ogni cura e fedeltà agli impegni della vostra Professione. In realtà, tutto in essa conduce per sua natura a Dio: la S. Regola organizza infatti in un quadro di condizioni privilegiate uno stato di vita cristiana perfetta, ordinato alla ricerca di Dio, all’incontro dell’anima con Lui, a conoscerlo nell’oscurità della fede, a servirlo, lodarlo, amarlo, Il che si compie, non solo per mezzo delle armi gloriose dell’obbedienza, ma anche in virtù della separazione dal mondo, nel silenzio e nella penitenza, con l’aiuto offerto dalla Parola di Dio, della quale la sacra liturgia e la lectio assidua dischiudono le insondabili ricchezze. Dio stesso infatti risiede veramente come nel centro della vita del Monaco e lo occupa tutto. Come dice S. Teodoro Studita, il Monaco guarda a Dio solo, Dio solo desidera, s’attacca a Dio solo; in umiltà di cuore, senza posa e con ogni mezzo ricerca il Volto del suo Signore e vuole che tutta la sua vita trascorra e si consumi alla sua presenza, per Lui”.

Fratelli, vi assicuro che il contatto con l’anima del grande Papa Paolo VI, entusiasta della nostra vita benedettina, per me è come esporre alla luce solare un grosso brillante, che sfavilla, proiettando colori iridati.

Teniamo ben fisso in mente e sforziamoci di vivere quanto questo Papa riteneva come assioma: l’asse della nostra vita Monastica è proprio la ricerca di Dio.

 

NOTE

[1] «La conversione dei costumi»

[2] «Se veramente cerchiamo Dio» (RB, 58).

[3] «Gesù, speranza per i penitenti, quanto sei amabile per chi anela a Te, quanto sei buono per chi Ti cerca, ma che cosa mai sei per chi Ti trova?».

[4] «Veramente Signore mi sono affaticato nel ricercarTi, ed il mio spinto vien meno non (in questo cammino) verso di Te, ma in Te; l’anima mia anela al tuo tempio e vien meno; vien meno lo spirito fisso nell’oggetto del suo amore; vien meno l’anima mia e si strugge per la gioia di Colui che vede».

[5] «Con umiltà, con grande impegno, con molta delicatezza e non poco raccoglimento».

[6] «Questa è la generazione di coloro che cercano il Signore» (Sal 23,6).

 

 

FINE

 

 

 

 

 

 

 

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